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giovedì 2 luglio 2015

Se Dante fa rima con... arte

Dante Alighieri è probabilmente l'autore più rappresentato nelle opere d'arte, e non solo perché compare, in quanto personaggio della Commedia, in tutte le miniature e rappresentazioni del poema. Ne abbiamo già attestato la presenza nella nostra rassegna dei Ritratti letterari, ma oggi, nell'ambito delle celebrazioni del settecentocinquantesimo anno dalla nascita del Sommo poeta, approfondiremo l'analisi dei dipinti più celebri che raffigurano il padre della lingua italiana.

Bottega di Giotto, Ritratto di Dante
Il ritratto più noto di Dante è certamente quello realizzato da Botticelli, grande estimatore della letteratura del Trecento, in particolare dell'Alighieri e del Boccaccio. Tuttavia questo non è il più vecchio ritratto di Dante, sebbene testimoni una tradizione inaugurata da un prototipo di grande successo. La più antica immagine del poeta, infatti, è considerata quella realizzata da Giotto o, più probabilmente, dalla sua bottega, nella cappella della Maddalena del palazzo del Bargello, che, considerando l'esilio del poeta, è da datare al periodo fra il 1300 e il 1302.
In questa descrizione pittorica troviamo già l'abito rosso che ha consacrato il poeta (e, in generale, le Tre Corone) all'immaginario popolare, il cui significato non è sempre chiaro: per alcuni il rosso sarebbe il colore della corporazione, ma la Corporazione dei medici e degli speziali usava un'immagine dorata della Madonna come segno distintivo, per altri simboleggerebbe la virtù della carità. Non è però da escludere che proprio dalla riproposizione del modello di Giotto sia nata la tradizione di vestire l'Alighieri di Rosso, anche perché è abbastanza sicuro che Botticelli abbia usato proprio questo ritratto come modello. Il dipinto, inoltre, avvalora alcuni, ma non tutti i tratti della descrizione di Dante fatta dal suo più grande estimatore, Boccaccio:
Fu adunche questo nostro poeta di mediocre statura e poi che alla matura età fu pervenuto, andò alquanto curvetto; e il suo andare grave e mansueto; d'onestissimi panni sempre vestito. Il suo volto fu lungo, e 'l naso aquilino; e gli occhi anzi grossi che piccoli; le mascelle grandi; e dal labbro disotto era quello di sopra avanzato; e il colore era bruno; e i capelli e la barba spessi, neri e crespi: sempre in faccia malinconico e pensoso.
Sandro Botticelli, Ritratto di Dante Alighieri (1495)
Nardo di Cione, affreschi della cappella Strozzi, part. Dante (1350)


Giusto di Gand, Dante (1473-1475);
Andrea del Castagno, Dante, dal Ciclo degli uomini illustri (1448-1451)

Nel dipinto di Giotto Dante tiene tra le mani un libro, simbolo di sapienza, della sua produzione letteraria e della Commedia nello specifico, ma anche, significativamente, dell'immagine del creato che il poeta ci restituisce in Paradiso XXXIII, vv. 85-87, quando Dante osserva la luce di Dio e vi riconosce i segni dell'unità del tutto in Lui:
Nel suo profondo vidi che s'interna,
legato con amore in un volume,
ciò che per l'universo si squaderna:
Luca Signorelli, Dante (1499-1504)
Cappella di San Brizio nel Duomo di Orvieto
Il riferimento al libro qui non però soltanto una bella metafora, ma un'ardita costruzione di parole che permette di richiamare l'unità che in Dio, uno e trino (in lui tutto s'interna) permette che tutto quanto appartiene al mondo sensibile dell'uomo, vario e disperso (squaderna, dove il quattro rappresenta il numero dell'umano), si ricomponga in una superiore armonia. Era forse questo che gli artisti volevano richiamare? Certamente molti di loro conoscevano molto approfonditamente il poema dantesco, una simile coincidenza non stupirebbe.
Il libro, ad ogni modo, ricompare nei ritratti di Andrea del Castagno del Ciclo degli uomini illustri degli Uffizi (1448-1451), in quello di Giusto di Gand (1473-1475), oggi al Louvre, nell'affresco di Luca Signorelli nel Duomo di Orvieto (1499-1504) e nel ritratto allegorico realizzato da Agnolo Bronzino nel 1530.

Agnolo Bronzino, Ritratto allegorico di Dante (1530)
Tornando a Firenze, fra i ritratti di Dante degni di nota vi sono il celeberrimo affresco di Domenico di Michelino nel Duomo (1465), dove il poeta appare fuori dalle mura di Firenze e circondato dalla rappresentazione dei regni oltremondani, in un'ideale sospensione fra Civitas Diaboli (l'inferno alla sua destra), Civitas Dei (il purgatorio alle sue spalle e il paradiso sopra di lui) e la Civitas Hominum (alla sua sinistra), a ricordare la doppia tensione del poeta, estremamente fedele e celebratore della gloria e della giustizia di Dio, ma anche uomo impegnato nella vita culturale e civile fiorentina. Nella stessa città c'è inoltre un affresco meno noto, nella cui vastità la figura di Dante, proteso alla preghiera, si confonde: si tratta di una pittura parietale della cappella Strozzi in Santa Maria del Fiore, dipinta da Nardo di Cione nel 1350, dove, a differenza delle rappresentazioni più fortunate, il poeta veste abiti bianchi.

Domenico di Michelino, Dante e i tre regni (1465), Duomo di Firenze

Il Castello di Fosdinovo in Lungiana, invece, documenta una delle tappe dell'esilio di Dante Alighieri, immortalato negli affreschi nel suo ruolo di consigliere di Franceschino, Moroello e Corradino Malaspina, determinante per la firma della pace di Castelnuovo con il vescovo di Luni (1306).

Dante e Moroello Malaspina in un affresco di Fosdinovo

La firma della pace di Castelnuovo in un affresco di Fosdinovo

Raffaello Sanzio, Il Parnaso, part. (1510)
Fra le rappresentazioni degne di attenzione, anche se non specificamente dedicate a Dante, vi sono quelle di Raffaello: nella Stanza della Segnatura in Vaticano, affrescata dal pittore urbinate fra il 1509 e il 1511, il poeta fa capolino per ben due volte, nel Parnaso, accanto ad Omero, e nella Disputa sul Sacramento, all'estremità destra dell'affresco, alle spalle di Sisto IV.
Dopo un paio di secoli di latitanza, la figura di Dante torna ad incuriosire i pittori ottocenteschi, fra cui Delacroix, che lo ritrae assieme a Virgilio sulla barca di Flegias, Andrea Pierini, che sceglie di rappresentare Dante mentre legge la Commedia a Guido Novello da Polenta, nel corso dell'esilio (1850), in una tela oggi a Palazzo Pitti e Il'ja Efimovic Repin, pittore russo noto anche per i ritratti di Tolstoij, che dà dell'Alighieri una rappresentazione modernissima, anche nei tratti estetici.

Andrea Pierini, Dante legge la Commedia alla corte di Guido Novello (1850)

Il'ja Repin, Ritratto di Dante Alighieri;
Salvador Dalì, Dante Alighieri

Senza dubbio la figura di Dante ha affascinato gli intellettuali e gli artisti di ogni secolo, alimentando anche miti civili e rappresentazioni diversissime della Commedia. Fra queste si distingue la serie di xilografie di Salvador Dalì, realizzata fra gli anni '50 e '60 del Novecento; anche il surrealista spagnolo, dunque, si è lasciato attrarre da un mito antico e tradizionale, lasciando penetrare la sua vena visionaria nell'interpretazione dello straordinario mondo culturale dell'Alighieri.

C.M.

NOTE: Notizie più specifiche e dettagliate sulla storia dell'iconografia di Dante sono reperibili sull'Enciclopedia dantesca Treccani.

12 commenti:

  1. Bellissimo post di Dante nell'arte...Quello che preferisco è il dipinto di Domenico di Michelino, forse perchè si trova in molti testi.

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    1. Sicuramente è uno dei più caratteristici, proprio per la "comunicazione" fra Dante e i suoi mondi.

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  2. Mi piace molto quando accosti le tematiche letterarie a quelle artistiche, perché la passione che ti muove emerge in modo ancora più evidente.

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    1. Grazie, Alessandra, sono contenta che apprezzi, anche perché questi post sono fra i più impegnativi da preparare!

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  3. Bellissimo excursus fra letturatura e arte.
    Ai miei alunni mostro in particolare il ritratto di Botticelli, che forse con una certa approssimazione si avvicina all'idea che dovremmo avere del sommo poeta. Interessante come il ritratto di Dante nei secoli lo avvicini sempre più a fattezze "moderne". Splendide le xilografie di Dalì.

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    1. Alla versone della Commedia proposta da Dalì vorrei dedicare un post, fra l'altro ho saputo che dal 2 luglio a Firenze c'è mostra dedicata proprio a questo ciclo di opere... mi piacerebbe un sacco visitarla!

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    2. Anche a me! A proposito di questo doveroso "spaziare" degli insegnanti, bisogna dire che non esiste solo la mirabile versione di Doré. Dalì ha fatto un lavoro assolutamente apprezzabile e non da meno, se scorgiamo in quelle forme più attuali e moderne la volontà di rendere la Commedia presente nel nostro mondo, qui e ora.

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    3. Credo infatti che utilizzerei molto le due serie (e tanta altra iconografia) per spiegare Dante: d'altronde le rappresentazioni che sono state tratte dalla Commedia sono passaggi fondamentali per capire il messaggio dell'opera e la sua rivisitazione.

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    4. Gli alunni oggi hanno bisogno più che mai di iconografia. Crescono e attingono ogni giorno a immagini, hanno metodi di apprendimento decisamente lontani dai nostri (almeno dai miei, che ero studentessa di liceo negli anni Ottanta). Il solo problema sono le risorse multimediali in classe. Se la scuola fornisce dei tablet o lavagne Lim tutto questo è fattibile, altrimenti, col solo piccolo pc per il registro online, diventa tutto impraticabile.

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    5. Sono d'accordo. Nella prima scuola in cui ho fatto supplenza quest'anno avevo soltanto un tablet e senza connessione, carte geografiche appese praticamente al soffitto o in fondo ad una classe stipata all'inverosimile. Condizioni da interazione e multimedialità pari a zero: avrei voluto sprofondare.

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    6. L'arredamento scolastico e la cultura del poter utilizzare materiali scolastici sono spesso un'utopia. Il paradosso della scuola italiana, uno dei tanti. Nella scuola da cui ho chiesto trasferimento quest'anno, ogni inizio d'anno scolastico le insegnanti di Lettere si litigano le poche cartine geografiche a disposizione (alcune ante UE), in terza classe è raro trovare una cartina-planisfero, per non parlare di biblioteca o sala video. Tutto estremamente precario e nessuna intenzione di cambiare le cose. Sono scappata a gambe levate dopo anni di pazienza infinita.

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    7. Posso immaginare, peccato che chi di dovere non si renda conto di quanto ne risenta la qualità dell'insegnamento.

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