mercoledì 22 luglio 2015

Sottolineare i libri: crimine inaudito o segreto per una relazione indissolubile?

Di fronte all'idea di sottolineare i libri o di annotare appunti sui margini i lettori solitamente si dividono in due schieramenti quasi mai disposti a comprendere reciprocamente le motivazioni delle scelte della controparte: da un lato ci sono gli irriducibili della matita, della penna o dell'evidenziatore, dall'altra i cultori della pagina bianca, limpida, in cui è bandito il minimo segno di passaggio umano. Parliamo di libri di piacere e non di studio, perché questi ultimi credo siano arrembati anche dagli studenti più spirituali. In mezzo ci sono i moderati, ma, si sa, quando entrano in gioco le manie da lettori si scatenano vizi e stravizi di ogni sorta e, di conseguenza, vere e proprie battaglie.

Immagine tratta da BigSock
Possiamo dire, in generale, che i due estremi sono rappresentati dal profilo puro e ordinato degli Alessandrini e dall'opera più fitta e talvolta caotica dei Bizantini. Il riferimento alla storia della filologia non è fuori luogo, come vi apparirà chiaro se avrete la pazienza di seguire il mio excursus.
Il libro come lo conosciamo, cioè come prodotto da sfogliare, leggere e commentare e da tramandare per un'utilità di studio o per diletto nacque con l'istituzione delle biblioteche in età ellenistica (III-II sec. a.C.), le più famose delle quali sono quella di Alessandria e quella di Pergamo, per arrivare poi alle biblioteche di età romana, come quelle di Asinio Pollione (la prima biblioteca pubblica a Roma) e di Ottavia. Certo, si scriveva anche in epoca precedente, ma i testi erano riposti in archivi personali o cittadini, come nel caso di Atene, che per prima aveva fatto redigere una versione ufficiale dei poemi omerici. Ad Alessandria, in particolare, gli studiosi dei testi antichi non si limitavano alla lettura, ma copiavano e tramandavano i testi e stilavano commenti e annotazioni. Gli Alessandrini lavoravano meticolosamente sulle opere arcaiche e classiche e si deve a loro, in particolare a Zenodoto e ad Aristarco la creazione dei segni critici, che servirono inizialmente per il commento ad Omero. Sul testo si apponevano dei segni di valore condiviso che venivano poi replicati in un secondo documento riservato ai commenti. I passi notevoli secondo il filologo venivano segnati con una diple ("forcella" >) e avevano la funzione di un discreto segno di attenzione.
I filologi bizantini di IX-XI secolo avevano però un modo molto diverso di lavorare: essi annotavano i commenti direttamente accanto al testo, occupandone talvolta ogni spazio libero, dalle interlinee ai margini, con un effetto di horror vacui che sembra voler scoraggiare i filologi che per la prima volta si accostano a questi testi. La pagina tramandata dai filologi bizantini è spesso pienissima di parole e annotazioni che vanno sotto il nome di scolii (σχόλια in greco) fondamentali per ricostruire i commenti e per spiegare alcune oscurità dei testi. 
Perché questa diversità di approccio nel commento e nella segnatura del testo? Il motivo è semplice. In epoca ellenistico-romana il Mediterraneo costituiva un sistema di scambi fervido e precisamente organizzato e l'Egitto forniva, oltre al grano, papiro a non finire (anche se gli scrittori di Pergamo avevano inventato un nuovo supporto). Il materiale per la scrittura non mancava e i filologi potevano tranquillamente disporre di rotoli appositi per i loro commenti. Diversamente, in età medievale i flussi commerciali con il basso Mediterraneo diminuirono drasticamente e a Bisanzio si poteva contare solo sulla fornitura di pergamene, molto più costose del papiro, con la necessità di dover fare economia di materiale; per lo stesso motivo molte pergamene venivano raschiate e riscritte (sono i cosiddetti palinsesti), codici di immensa importanza smisero di essere copiati o vennero cancellati per fare spazio ad altri ritenti più utili o di maggiore qualità e la grafia onciale fu sostituita dalla minuscola, che permetteva di comprimere gli spazi.

L'incipit del libro XVI dell'Iliade nel manoscritto Townley
(prima metà XI sec.) conservato alla British Library
Se in passato, dunque, la scelta di annotare a parte o di intervenire sulla pagina originale era dovuta a circostanze economiche, oggi scegliamo di scrivere su taccuini o in margine ai libri a seconda della nostra disposizione individuale, a seconda che desideriamo un piccolo deposito di citazioni, note e riferimenti o che preferiamo l'immediatezza di rileggerli trovare la registrazione delle impressioni direttamente sulla pagina. O, più semplicemente, la dicotomia è fra l'ordine e la perfezione di una pagina intoccabile e l'amore per il libro vissuto e quasi fagocitato. Comunque è una questione di indole.
La sottolineatura, le annotazioni, i cerchi e qualsiasi altro segno utilizziamo per impossessarci della pagina hanno più o meno la stessa funzione di una diple o di uno scolio: portano la nostra attenzione su un passo, segnalano la nostra presenza in quella pagina, l'affinità con l'autore, la convinzione che quanto espresso in quelle righe sia un momento ad elevato tasso di comunicazione.
Personalmente ho evitato le sottolineature fino a qualche anno fa, quando molti testi che avrei classificato come letture di piacere sono diventati libri di studio e la mia libreria si è trovata divisa fra le letture pre-universitarie, intonse e quasi cellofanate, in cui la minima piega suscitava grida di orrore, e letture in cui è intervenuto un atteggiamento più analitico proprio in seguito ad alcune esperienze di studio. Diciamo che, mentre l'università mi faceva avvicinare alla sacralità del libro e della letteratura, il mio approccio alle pagine diventava più concreto e desideroso di una sorta di simbiosi sancita dalla matita...mai la penna, lì rimango ancora purista, anche se qualcuno potrebbe pensare che un segno cancellabile riveli scarsa determinazione. 
L'impossibilità di segnare e annotare mi ha reso ancor più indigesto leggere libri presi a prestito. D'altro canto, non sopporto che altri si permettano di mettere le zampe sui miei libri, anche se lo facessero invocando Aristarco in persona; al terzo anno di liceo, mentre ero ancora in fase pre-profanazione, ebbi la sconsiderata idea di prestare La suocera di Terenzio ad una disordinatissima compagna di scuola e ancora mi si sbiancano i capelli al pensiero di quanta gomma ho dovuto usare per ripristinare il ph originario del libretto (che, fra l'altro, era di quella carta granulata e ruvida di BUR, che si graffia solo a guardarla). Quello stesso testo oggi reca i segni della mia analisi e l'orrore non si ripete, perché non è la grafite in sé ad infastidirmi: se interveniamo sottolineando, annotando o in qualsiasi altro modo stabiliamo un rapporto con le parole, fissiamo il posto del nostro spirito entro il pensiero di chi le ha scritte, sia che isolare un passo o una frase corrisponda ad una riflessione che sentiamo nostra o che riteniamo degna di essere ricordata o confutata, sia che agiamo per motivi strettamente estetici, perché quella frase ci piace

Un David Foster Wallace "bizantino" annota La stella di Ratner di Don DeLillo

Da quando sottolineo, segno le pagine e le ripercorro a fine lettura per capire in quali passi mi sono soffermata mi è più facile non solo scrivere una recensione, ma anche dare una lettura personale del testo, cogliere a colpo d'occhio quei brani che magari ho appuntato per pura suggestione estetica ma che, alla fine, formano un insieme che corrisponde ad un mio interesse, ad un'emozione, ad un nocciolo tematico mio e solo mio, che rende la mia lettura diversa da quella di mille altre persone. E sì, lo confesso, a volte intervengo anche a correggere la grammatica e gli errori di stampa.
E voi, cari lettori che siete giunti alla fine di questo mio sproloquio, come vi comportate di fronte alla pagina stampata? Sfoderate matite, penne e pennarelli, ripiegate su quaderni di appunti o vi affidate alla sola memoria?
Ditemi, insomma: siete più Alessandrini o Bizantini?

C.M.

48 commenti:

  1. Io comprendo l'animo con cui si sottolinea, e lo rispetto.
    Ma cristo quanto mi infastidisce. Non riesco a leggere agilmente un libro già sottolineato, è come se la sottolineatura rendesse le frasi ridondanti, una specie di caps-lock che fa effetto urlo, però con una voce che non è neanche quella dell'autore.
    Sono peggio che Alessandrina, mi sa. Il minimo accenno di presenza altrui sulla pagina - a meno che non si tratti di piccole e rarissime frasi buffe a commento, o di dediche - mi fa salire l'odio.
    (comunque interessantissimo excursus *w*)

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    1. Sì, anch'io odio leggere dove altri hanno sottolineato, motivo per cui credo non sia il massimo leggere i miei libri...che, peraltro, non presto volentieri (altra mania)! Insomma, per te è troppo anche una discreta diple! :)
      Grazie di aver apprezzato la divagazione, anche quando tento di essere contemporanea il mio spirito classico esce e spadroneggia!

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  2. Io sottolineo, anche se è un'abitudine che ho preso negli ultimi anni di più.Mi piace, ogni tanto, riprendere un libro e vivere, nelle frasi sottolineate, la stessa emozione della prima volta :)

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    1. Anche questo è un aspetto importante: è come se, a distanza di tempo, rivivessimo il momento in cui ci siamo soffermati su un passo, ed è interessante cercare di capire perché e cosa sia cambiato nel ritornarci, se l'approccio sia rimasto lo stesso, se ricordiamo perché ci avesse colpito o se tutto sia cambiato... :)

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  3. Mi è piaciuto molto il tuo articolo e il collegamento con i filologi Bizantini e Alessandrini. Io rientro sicuramente nella seconda categoria: non sottolineo, non piego le pagine, un libro è un oggetto sacro che va rispettato. Li tratto quasi come se fossero persone che mi stanno raccontando una storia, mica vai a stropicciare i vestiti e a scrivere addosso alle persone quando le ascolti. Ho un quadernino Moleskine in cui mi ricopio le citazione preferite, anche pagine intere, ma il libro non si tocca.

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    1. Anch'io fino a qualche anno fa ero incollata al mio taccuino, ma ho cominciato a dover annotare così tanto che la tednenza a sottolineare ha avuto la meglio... anche se questo tuo riferimento al paragone con le persone mi ha fatto sentire un po'in colpa! :P

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    2. Ops, non volevo! :) un abbraccio e a presto

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  4. Sono forse un caso patologico: vietato scrivere, segnare, sottolineare - unica concessione: correggo tutti i "sé stesso" che trovo. In compenso ho i libri pieni di foglietti con le frasi che mi hanno colpito e perfino quaderni allegati ai libri più amati...
    Post molto interessante, ho apprezzato la parte "storica", brava!

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    1. Di fronte ad alcuni errori anche a me la matita (e non uso la penna rossa solo perché segni colorati non ne voglio vedere sui libri) parte in automatico. Nell'ultimo libro che ho letto abbondavano i "sé stesso", solo l'indolenza del caldo e il loro eccesso mi ha impedito di intrvenire forsennatamente!
      Grazie per aver apprezzato il post, come scrivevo in risposta alla Leggivendola, temevo che il dilagare del mio animo classico marginalizzasse la riflessione, ma vedo che in molti avete partecipato e ne sono contenta! :)

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  5. Io odio sottolineare e odio i libri sottolineati. Lo faccio proprio solo in casi eccezionali!

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    1. Me lo immaginavo, anzi, ho pensato "adesso arriva la Lettrice Rampante e mi bacchetta"! XD

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  6. Decisamente Alessandrina. Non posso sopportare di violare un libro con un segno, anche se il pezzo mi ha colpito e affondato. Lo fotografo e lo pubblico nella Pagina, ma il libro deve rimanere puro e intonso. Io non apro nemmeno completamente i libri per non segnare la costa. E urlo di dolore quando divaricano i libri come polli da infarcire in mia presenza.

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    1. Quella è una cosa che fa rabbrividire anche me, infatti quando sottolineo cerco di infilarmi cautamente in obliquo fra le pagine se la rilegatura è stretta, oppure mi limito ad un segnetto laterale... quando vedo un volume divaricato come un pollo (bellissima la tua similitudine) è come se mi sentissi scrocchiare le vertebre! O.O

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  7. Non sono assolutamente contrario alle sottolineature. In realtà non ne faccio molte perché quando leggo per diletto è difficile che abbia una matita a portata di mano.
    Trovo invece affascinante acquistare libri sulle bancarelle dell'usato nei quali un precedente, sconosciuto, lettore precedente ha lasciato delle sottolineature. E' come se in quelle sottolineature qualcuno abbia lasciato un pezzo di sé, qualcuno di cui non conoscerò mai il nome né il volto.

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    1. In questo caso forse anch'io mi adetterei al libro "maneggiato": è parte del fascino dei libri usati scoprire come lo hanno fatto proprio i precedenti possessori... anche se non ho l'abitudine di comprare libri di seconda mano, trovo che questo sia veicolo di ulteriori relazioni!

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  8. Carinissimo il post e molto esplicativo...
    Anche io allora faccio parte del "gruppo" degli Alessandrini; per me la pagina deve essere più che bianca, e di più, anche la copertina ( mi infastidisco se vedo qualche macchia ) e il libro stesso non deve pesentare pieghe, o gli angoli rivolti all'insù, se vedi i miei libri paiono nuovi!
    Quindi se devo appuntarmi qualcosa, porto sempre con me un quadernino, che è anche quello dove scrivo i post.

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    1. Anche i miei libri sembrano nuovi, perché esternamente devono rimanere intonsi... e all'interno cerco di intervenire con ordine (a parte i romanzi su cui ho studiato letterature comparate, sottolineo sempre con il righello).

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    2. Diciamo che sono una Bizantina moderata da una buona dose di alessandrinismo! ;)

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  9. maria c. costabile22 luglio 2015 14:31

    crimine inammissibile. senza alcun dubbio.
    non ho mai sottolineato o chiosato un libro in vita mia.
    se ho appunti da fissare li scrivo sulle pagine bianche in fondo al libro o su fogli che poi inserisco nel libro.
    anche a me capitò, ormai più di quarant'anni fa, di prestare un immacolato libro di anatomia a un'amica che me lo restituì completamente sottolineato. glielo regalai senza pensarci due volte, il libro ormai non poteva essere più il mio

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    1. Allora, in quell'appuntare in fondo al libro, c'è un lieve segno di Bizantinismo. Certo che compagne di studio come questi due che sono capitate a noi potrebbero trasformare l'essere più mansueto in una belva con istinti assassini: è intollerabile che qualcuno si permetta di manipolare oggetti altrui, è, in effetti, quasi un furto.

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  10. Bel post, che stimola il confronto. Per quanto mi riguarda non sottolineo mai i romanzi, ma in compenso li riempio di foglietti con note e considerazioni personali sui passi più interessanti, che poi mi serviranno per le future recensioni. Per quanto riguarda invece “se stesso”, curiosando nei vari dizionari online (Treccani, Zanichelli ecc.) ho letto che le grammatiche meno conservative danno come accettabili e corrette anche le grafie sé stesso e sé medesimo, alla barba delle convenzioni ortografiche tradizionali che suggeriscono invece di accentare il pronome sé solo quando è isolato, per distinguerlo dal se congiunzione. Spiegano che dal momento che tali forme vengono permesse con l’accento al plurale (sé stessi e sé stesse), per non confonderle con congiuntivi passati di stare (ad esempio: mi chiedevi se stessi bene), è oggi ammissibile scriverle con l’accento anche quando sono al singolare, in modo da non complicare la vita a nessuno.

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    1. Sì, ho avuto uno scambio di opinioni al riguardo con una collega, ma io rimango arroccata sulle mie pietre grammaticali...sarà che dovendo insegnare non posso permettermi cavilli come la distinzione fra forme conservative e forme innovative, soprattutto con tutti gli orrori che si tendono a far passare oggi in nome del cambiamento della lingua! :P
      Grazie di aver condiviso la tua esperienza, avevo il sentore che non annotassi sui libri, mi dai l'idea di essere una lettrice che ama le pagine terse, ma che registra tutto in modo puntuale e profondo, come si evince dalle tue recensioni! :)

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  11. Ciao Athenae,
    sui miei libri di puro svago come possono essere i romanzi non ci sono mai annotazioni. Su altri, classici magari o comunque libri più corposi, annotazioni a gògò.
    Con la penna, pure perchè poi il segno della matita non riesco più a leggerlo.
    Quando leggo e qualcosa mi colpisce, mi fa riflettere, mi fa nascere un'idea particolare, che sia profonda o no non importa, scrivo quello che penso. Un po' per non dimenticarlo ma è soprattutto come se io stessi dialogando con quel libro, col suo autore, con un o più personaggi.
    Tanto poi i miei libri li leggiamo solo in casa perchè il prestito è severamente proibito. Non trovano mai più la strada di casa!

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    1. Comprendo benissimo ciò che intendi, con i libri si instaura un rapporto molto personale, matite o penne servono come a sancirlo e affermarlo. E per lo stesso motivo anch'io evito di prestare i libri (soprattutto dopo esperienze negative come quella citata).

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  12. Ho apprezzato moltissimo l'articolo e vi ho colto quel sostrato di Classicità che me lo rende affine. E dunque dalla Classicità al "classismo": vale a dire mai e poi mai segni sulle edizioni preziose (carta sottile e altre raffinatezze) ma segni, frasi, commenti, rimandi a non finire sulle pagine di libri meno ingessati dal punto di vista tipografico; e poi post-it, foglietti volanti e poi quaderni di sostegno per le citazioni. Insomma, bizantina a più non posso. Il libro più martortiato che ho è "Le nozze di Cadmo e Armonia" di Calasso: non temano le alessandrine, non lo presto!

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    1. Benvenuta, Nadia! Beh, qui la Classicità è di casa, il riferimento era tanto naturale quanto obbligato! Condivido con te la scelta di riservare annotazioni e segni vari alle edizioni che definisco "da battaglia", con carta bella resistente e non troppo costose, ma libri come i Meridiani sono per me intoccabili (quasi li maneggio con i guanti)!
      A proposito di Le nozze di Cadmo e Armonia, che mi dici? Me lo consigli?

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    2. Le nozze di Cadmo e Armonia sono quasi obbligatorie per il loro splendore. Ma succede anche ad altri di rispondere con due anni di ritardo? Mi ero dimenticata di cliccare su Inviami notifiche... Ingiustificabile, lo so.

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    3. Tranquilla, succede ed è del tutto normale senza il promemoria della notifica... pensa che, a volte, anch'io mi accorgo di aver lasciato in sospeso dei commenti (per il problema opposto, le notifiche si accumulano e mi perdo qualche aggiornamento per strada).

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  13. Faccio parte della maggioranza alessandrina. "Ritaglio" le parti di libro che mi interessano in quaderni appositi che poi trasferisco nel computer in una cartella apposita, che comprende migliaia di citazioni da libri.
    Annoto qui che all'opposto del caso della lettrice precedente, il mio "Le nozze di Cadmo e Armonia" è il libro meglio conservato che ho. Ogni volta che si deteriora con l'uso lo ricompro nuovo.

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    1. Un alessandrino DOC, insomma, solo che, al posto del rotolo di papiro, hai un archivio digitale!

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  14. Mi definisco assolutamente "alessandrina"!
    Fin da piccola ho, come te, ritenuto i libri degli oggetti quasi sacri, li ho prestati a fatica - per poi pentirmene come scrivo in un articolo sul blog. Consulto spesso diversi libri per studiare un determinato personaggio destinato al palcoscenico e mi capita di dover intervenire sulla pagina, ma sempre accuratamente a matita e in modo discreto, di più non potrei fare. Per non fare "orecchie", in mancanza di un lapis (vecchio caro nonno, che gli davi questo nome!), uso i post it o più segnalibri, e mi sono azzardata a fare di una matita un segnalibro, pur accettando il classico dosso e la piega che prende il libro.
    Annotavo, e molto, all'università. Quando tenevo particolarmente a un testo, me ne facevo una fotocopia per poter "scialare" con penne e pennarelli. Insomma, i miei libri se non sono intonsi poco manca.
    Questo tuo articolo è davvero mirabile e... sai che potresti scrivere per un giornale? Facci un pensiero. Potresti ritagliarti una piccola carriera da pubblicista - non dico giornalista perchè so che sarai un'insegnante.
    Trovo il gesto della tua amica davvero scorretto, finisco con questa osservazione.

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    1. I segnalibri meriterebbero un discorso a parte, ti dico solo che, ad un certo punto della mia carriera universitaria, ho cominciato ad accumulare tutte le etichette dei vestiti per riempire a usare come segnapagina (soprattutto per "fermare" le voci del vocabolario nelle infinite frasi di Cicerone), e anche penne e matite mi hanno molto aiutata in questo, anche se, finito il lavoro, poi le toglievo per evitare deformazioni permanenti!
      Quanto alla carriera di pubblicista, ci ho pensato per qualche tempo dopo l'università, in attesa di inserirmi nelle graduatorie e di abilitarmi, ho contattato qualche giornale locale, ma il succo è che nessuno intende pagare nuovi collaboratori... poi è arrivato il TFA, che ha letteralmente succhiato ogni mia energia, e la scrittura per "dovere" non è più rientrata nei miei pensieri. Confesso, però, che mi piacerebbe molto, e ti ringrazio per la stima che hai nei miei confronti. :)

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  15. Ciao a tutti i partecipanti la discussione. Molto carino questo post. Colgo subito l'occasione per dire la mia... perdonatemi, appena arrivato e già invado il campo. Io detesto le sottolineature o qualunque altra scritta o disegno sui libri, però, e c'è un però (non vorrei apparire un maniaco compulsivo dell'ordine) i miei libri sono tutti con il dorso rovinato e gonfi dall'usura, adoro comprare, quando è possibile, libri con copertina morbida per poterli piegare, sfogliare malamente, maneggiare... ma scriverci sopra... giammai. Un salutone a tutti e a Cristina che mi ha ospitato.

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    1. Libro pulito ma "vissuto" è dunque la tua scelta, mentre io non riesco proprio a vedere i volumi piegati o con le copertine intaccate (appena si forma una piega ho un brivido). Grazie per essere intervenuto, la tua opinione è più che gradita! Alla prossima!

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  16. Grazie a te, per essere sicuro di ritrovare la strada ho inserito questo bellissimo spazio nella lista dei blog che seguo, un salutone.

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    1. Ne sono molto contenta, grazie! Sei sempre il benvenuto!

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  17. Bell'articolo, interessante e per nulla scontato!
    In passato io sottolineavo i libri (anche a penna se non avevo una matita sottomano) ma da un po' ho smesso. Mi piace comunque segnarmi le mie presi preferite su un quadernino perché, in questo modo, posso sempre rileggerle e ricordare che cosa mi ha trasmesso quel romanzo.
    L'ho fatto, ebbene sì, per salvaguardare l' "intonsità" dei miei libri. Una parte di me pensa che quando sarò vecchia mi mancherà riaprirli e non trovare traccia del mio passaggio, uno scarabocchio o una sottolineatura, ma penso anche che quei libri potrebbero passare a qualcun altro e, senza segnacci, potranno essere vissuti in maniera più personale... ma forse è solo una teoria sciocca! xD

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    1. Penso non ci siano un teoria assennata e una sciocca, l'importante è che viviamo in maniera personale il nostro rapporto con i libri. Vedo che comunque, che si intervenga direttamente sulle pagine o si scelga di appoggiarsi ad un taccuino, quasi tutti abbiamo bisogno di fermare in qualche modo quelle parti del testo che ci colpiscono... le modalità sono invece svariate!
      Grazie di aver manifestato il tuo interesse per l'articolo e di aver dato il tuo contributo alla discussione! :)

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  18. ladonnacheleggevatroppo23 luglio 2015 18:49

    Anch'io ho studiato Letterature comparate. Per me il libro è un oggetto sacro che va rispettato e conservato nella giusta maniera. Ma per farlo "mio", ho bisogno di poter annotare a margine e sottolineare le frasi più significative sempre e solo con la matita. Detesto l'utilizzo degli evidenziatori colorati sulle pagine di libri, che invece negli ultimi anni hanno preso sempre più piede. L'uso della matita non è sinonimo di scarsa determinazione; significa che si vuole entrare in punta di piedi e con rispetto nel mondo dell'autore con il bagaglio, grande o piccolo che sia, delle nostre conoscenze, in base alle quali dare il nostro contributo ed esplicitare meglio quello che il testo vuole esprimere.

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    1. Anche per me sono tabù gli evidenziatori e, in generale, qualsiasi segno permanente sulle pagine, e cerco di intervenire con ordine (sottolineo sempre con il righello), disturbando il meno possibile la voce dell'autore, sì, quasi entrando in punta dei piedi...

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  19. Ah ah! Profondamente e inequivocabilmente alessandrino. Sfido chiunque a trovare un solo segnetto di matita nella mia biblioteca di casa!
    In realtà, ricordo sporadiche annotazioni a margine sui libri di scuola, ma furono decisioni molto sofferte :)

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    1. Addirittura con i libri scolastici? Alessandrino puro, insomma! :)

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  20. Eh, immagino che questo sarà uno dei tuoi post più letti...

    Per quanto riguarda l'approccio bizantino, penso che, a un certo punto, sia diventato anche un metodo comodo. Penso ai glossatori dei testi di leggi, per esempio, e credo che avere tutto su un unico codice fosse agevole.

    Io sono sia bizantina che alessandrina. Il mio rapporto con l'oggetto libro varia a seconda del pacchetto che mi trovo davanti: alcune edizioni si presentano tanto preziose che non riesco ad agire di matita: altre, invece, si prestano proprio a essere sottolineati, dal mio punto di vista. Per quanto riguarda le note, però, devo specificare che tendo a farle su foglietti volanti che, poi, inserisco nel libro perché mi risulta più funzionale per la maggior disponibilità di spazio.

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    1. Vero anche questo: l'ampiezza dei margini o la presenza di pagine bianche in fondo ai volumi permettono annotazioni, ma in altri casi il supporto extra è inevitabile, soprattutto se si vuole mantenere una certa leggibilità della pagina e non finire come il David Foster Wallace della foto!
      Da questo punto di vista e per tornare al tuo discorso sulla "comodità" delle note, è interessante notare che molto spesso i bizantini usavano glosse per spiegare i significati dei termini, del tipo "scrivendo x vuole dire che..." e con interventi tanto ampi che i filologi non possono evitare di confrontare, oltre ai documenti originari, quanto hanno aggiunto i successivi studiosi, che in qualche caso aiuta a far luce su omissioni, difficoltà di lettura o discrepanze fra manoscritti diversi di uno stesso testo.

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  21. Bizantina per vocazione e necessità: a volte disegno anche piccole cartine esplicative e spiego i passaggi a futura memoria. E in realtà adoro anche leggere le note degli altri, mi fanno notare cose che altrimenti avrei sorpassato senza una seconda occhiata.

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    1. Quella delle cartine non l'avevo mai sentita, e non so se ci siano commenti storici che portino segni di questa particolare abitudine! Molto interessante! :)

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