mercoledì 16 settembre 2015

Dal 'traduttese' alla traduzione letteraria

A meno di non aver ricevuto il dono apostolico del poliglottismo, tutti dobbiamo ammettere l'essenzialità, nella fruizione di un'opera letteraria, della traduzione e, quindi, di chi la realizza. Ma la traduzione non è soltanto la mera trasposizione di un insieme di parole e frasi da una lingua ad un'altra, bensì un processo intimamente legato all'interpretazione, soprattutto in quei casi in cui espressioni locali o fraseologie proverbiali richiedono un discernimento che il dizionario non può offrire. 

In un recente articolo di Marco Filoni su minima&moralia si parla di Traduzione come atto d'amore, e basta scorrere l'intervento per rendersi conto di quanto sia azzeccata questa definizione. Il rapporto di intimità fra il traduttore e il testo che è chiamato a rendere ricalca quello di una relazione personale, a ribadire quanto i libri non siano universi chiusi e autoreferenziali, ma necessitino di un reale confronto con chi li legge: la sensibilità dell'esegeta e del traduttore permette di instaurarlo.
Esistono diverse forme di traduzione, che, semplificati, definiscono una dialettica fra una resa letterale e una artistica o letteraria. Parlando di poesia, oltre alla traduzione si pongono in forma molto più rilevante il problema della metrica e della ritmica e quello dello stile.
Partendo dall'esempio delle lingue classiche, che pongono diversi problemi, vediamo alcune tipologie di traduzione.

Il Traduttese. Chiamasi Traduttese la tendenza all'uniformazione, una pratica della traduzione automatica e più preoccupata della corrispondenza dei singoli elementi tradotti con quelli da tradurre, una sorta di deriva della traduzione interlineare o filologica. Si tratta della forma più rassicurante di approccio, che ci garantisce di aver detto tutto, ma, allo stesso tempo, sancisce la perdita complessiva della specificità del testo, sia essa artistica o tecnica. Il traduttese è il metodo dell'apprendista traduttore, quello che, per capirci, in un testo latino fa corrispondere sistematicamente il puer al fanciullo e la puella alla fanciulla, senza curarsi delle sfumature (puer inteso come sciocco o ragazzino) o della possibilità di usare dei termini più attuali (forse perché bambino appare troppo colloquiale). In breve, lo studente che, nel suo approccio allo studio delle lingue classiche, assorbe un lessico o delle 'rese-salvagente' di costrutti ricorrenti come ablativi assoluti o cum narrativi si vota alla riproduzione di un modello linguistico fortemente artificioso, utilissimo per la propedeutica, ma povero in sede di studio della letteratura e dei suoi sottogeneri, tanto meno auspicabile nella pratica specialistica.
Non sapevo che questo modello di lingua avesse una sua identità fino all'appuntamento, nel corso del Festivaletteratura 2013, con Translation slam - speciale classici, con Anna Beltrametti, Federico Condello e Andrea Rodighiero, ma, in effetti, si tratta di un blocco di norme e adattamenti che qualsiasi studente liceale alle prese con il latino (e il greco) impara presto a maneggiare. Condello è intervenuto sul tema anche nel suo articolo Su qualche caratteristica e qualche effetto del «traduttese» classico, dove mette in luce l'artificiosità e la natura conservativa di questo insieme di regole e corrispondenze che generano traduzioni uniformi e senza anima, del tutto indifferenti alla destinazione della traduzione (scolastica, specialistica, recitativa). Ne deriva una percezione delle lingue classiche come lingue inerti, invariate e piatte, entità «metastoriche» neutrali e insipide: ciò genera disaffezione e scoraggia la riflessione linguistica, la ricerca del senso, il coinvolgimento e il rapporto emotivo in virtù del quale i migliori traduttori sono stati, in passato, a loro volta poeti, come Leopardi o Quasimodo. Il traduttese consolida l'idea di una traduzione monolitica assoluta, mentre sappiamo bene che la traduzione non si risolve nella resa delle singole parole ma in un'interpretazione profonda che può variare con il tempo e a seconda delle persone... ecco perché non deve stupire l'aneddoto della Kundera riportato da Marco Filoni. Vale anche qui il discorso fatto a proposito delle parafrasi: anche il traduttese ha una forte valenza pedagogica, ma ciò che risulta dalla sua applicazione deve stimolare la riflessione linguistica e l'interpretazione, non costituire il fine della traduzione stessa.


La traduzione contrastiva. Proprio considerando l'intrinseca molteplicità della versione, un valido aiuto nella pratica del traduttore sia in ambito didattico che nella produzione specialistica risiede nel confronto fra traduzioni diverse: il testo di partenza viene affiancato da più traduzioni (almeno tre o quattro per assicurare una consistente campionatura delle variabili) che servono non certo da bagaglio di copia o da grande magazzino delle soluzioni, bensì da termine di paragone, per condurre un'analisi dettagliata e pervasiva del testo nella sua molteplicità, a livello del singolo termine o della resa di un'intera frase. Chi abbia una minima dimestichezza con un vocabolario di greco avrà ben presenti le numerose colonne che talvolta seguono la spiegazione di un lemma: la traduzione contrastiva permette proprio di verificare le potenzialità espressive di un termine e la traduzione più opportuna rispetto all'uso e alla destinazione della traduzione. Certo, molto spesso nemmeno questa pratica è sufficiente a spremere un testo, ma aiuta a sensibilizzare alla molteplicità della fonte e a rifiutare qualsiasi idea precostituita del testo e delle sue potenzialità. In questo modo si conferisce alla lingua e alla traduzione un carattere di inesauribilità e continua novità che non solo stimola il senso critico, ma rende obsoleta qualsiasi definizione di lingua morta.

La traduzione artistica. Molto in voga nelle stagioni dei classicismi e particolarmente nel Settecento, la traduzione metrica dei testi poetici, con adattamento della metrica quantitativa greco-latina a quella sillabica dell'italiano, è una delle scelte preponderanti per coloro che vogliono evitare la cosiddetta «strategia della scorrevolezza», cioè un eccessivo appiattimento del testo su un registro colloquiale, che è poi l'antitesi del monumentale e intoccabile traduttese. Nel corso dell'incontro Translation slam, Rodighiero e Condello hanno messo in luce il valore di tale scelta, da entrambi attuata nella traduzione dell'Antigone di Sofocle, come tentativo di restituire al testo poetico ciò che inevitabilmente si perde in qualsiasi traduzione, potenziando la solennità che deriva dal ricorso ponderato e consapevole alla metrica. Il caso di traduzione metrica più noto è quello degli endecasillabi sciolti di Vincenzo Monti che tutti abbiamo letto almeno una volta (se non imparato a memoria) come la traduzione del proemio dell'Iliade per eccellenza: dopo di lui ben pochi hanno osato ignorare quel «Cantami, o Diva, del Pelide Achille l'ira funesta» ecc. che risuona anche nella sostenuta versione di Rosa Calzecchi Onesti, oggi fra le più apprezzate.
Più in generale, una traduzione artistica è quella che punta sulla pregevolezza estetica, anche a costo di tralasciare la fedeltà alle regole, variare le concordanze, modificare i legami fra le parole o riducendo gli elementi semanticamente poco rilevanti (ma magari essenziali per la strutturazione sintattica del testo originario). Chi si volge alla traduzione letteraria gode di un notevole margine di libertà, non è chiamato alla fedeltà che vincola il traduttore-filologo, anzi, si concede anche qualche infrazione e il diritto di ignorare richiami ad altre opere in forma di citazione, cosa che il filologo non potrebbe fare; ecco perché Quasimodo, traducendo l'Ode della gelosia di Saffo (fr. 31 Voigt), può permettersi di scrivere «Subito a me / il cuore si agita nel petto / solo che appena ti veda, e la voce // si perde sulla lingua inerte» in luogo della forma più aderente alla fonte «Questa visione veramente mi ha turbato il cuore nel petto: appena ti guardo un breve istante, nulla mi è più possibile dire, // ma la lingua mi si spezza» (trad. di Franco Ferrari). L'eleganza di Quasimodo è certo maggiore, ma lo studente abituato a cercare la corrispondenza interlineare sarebbe più a suo agio con Ferrari.

Da questa rassegna appare dunque quanto sia importante che il traduttore abbia ben chiaro il destinatario e la funzione del suo testo: se tradurrà Euripide per il teatro potrà enfatizzare l'espressività anche in considerazione dell'interazione fisica fra i personaggi e la gestualità, mentre potrà curare molto di più l'aspetto filologico chi si propone di offrire a un lettore non specialista un testo godibile nell'intimità di un salotto e senza troppi patetismi opprimenti e, ancora, dovrà essere molto cauto l'autore di una versione ad uso scolastico, in modo da offrire tutti gli strumenti per cogliere il testo nella sua conformazione morfo-sintattica e semantica e nel suo carattere artistico.

C.M.

20 commenti:

  1. Splendida panoramica!
    Non sono del settore ma da sempre sono affascinato dalla traduzione, tanto che il mio unico romanzo, "Le mani di Madian", tratta anche del mondo dei traduttori. Non lo dico per fare una "marchetta", ma perché caso vuole che la trama inizi proprio con le indagini su una traduttrice... di nome Cristina! ^_^
    Vista che una delle chiavi dell'enigma è proprio nel mondo classico, ammetto che le coincidenze sono davvero divertenti ;-)

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    1. Sul serio?? Che coincidenza! La traduzione si presta alla costruzione dei romanzi imperniati sui misteri, forse proprio per questa infinita possibilità di interpretazione e l'assoluta mancanza di certezze! :)

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    2. Tempo fa per ThrillerMagazine ho compiuto una "indagine" sugli sforzi dei traduttori italiani di fronte ad un termine shakespeariano di cui in realtà il celebre drammaturgo stesso non conosceva il significato: "nightmare". Ogni traduttore l'ha interpretato il termine - che Borges amava tradurre con "cavalla della notte", seguendo anche i celebri dipinti di Fussli - secondo un background culturale diverso, ed è affascinante vedere risultati diversi per lo stesso termine.
      Il vero mistero è perché non ci siano molti più thriller riguardanti un lavoro così "misterioso" ;-)

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    3. Che sia anche questa una perdita dovuta alla generale svalutazione del libro e della comunicazione letteraria?
      Il caso che citi a proposito di Shakespeare, peraltro molto interessante, è sintomatico della ricchezza dell'attività del traduttore: molto spesso emergono termini talmente densi di significato che sembrano quasi intraducibili. La sfida e afferrarli, rivoltarli, capire quali fattori culturali li hanno generati e, non di rado, ritirarsi nella consapevolezza che non si può fare altro che dihiarare l'impossibilità di tradurre in modo riduttivo, magari scrivendo qualche nota di spiegazione.
      Un magico mondo, quello della letteratura e delle lingue, vive o "morte" che siano...

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    4. Ormai la traduzione sembra l'investimento minore degli editori, quando invece è l'unico elemento del gioco su cui puntare tutto. Il miglior libro del mondo è spazzatura, se tradotto male! Invece risparmiano sui punti di forza e poi si lamentano se i libri, raffazzonati e improvvisati, non vendono...

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    5. Vero, oltre al fatto che i traduttori raramente vengono citati in copertina, almeno da noi, come fossero un orpello: paradossalmente conta di più citare l'autore dell'immagine di copertina. Quanto ai classici, purtroppo sono secoli che girano sempre le solite traduzioni e che opere considerate di minore importanza o non vengono proprio tradotte o non si ristampano: siamo bloccati ai soliti 4-5 nomi illustri e non arriva mai quella ventata di sperimentalismo e freschezza di cui ci sarebbe bisogno. Così cadiamo nello stantio.

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  2. Complimenti per il post, Cristina :)
    Anch'io, da amante di testi scritti in lingue più o meno morte, mi trovo ogni tanto a dover confrontare tra loro traduzioni filologiche e traduzioni artistiche. Semplificando, le prime si rivolgono essenzialmente alla nostra parte intellettuale, le seconde vogliono mirare a coinvolgere anche quella emozionale. L'ideale è affrontarle entrambe con lo spirito più adatto a ognuna.

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    1. Grazie, Ivano! Sono d'accordo con te: l'importante è essere consapevoli della differenza e delle opportunità e dei limiti che le diverse forme di traduzione offrono, oltre a riconoscere che, comunque, qualsiasi mediazione offre inevitabilmente una modifica, anche se minima, al messaggio di partenza. Nella poesia, poi, diventa anche un problema di traduzione e resa dell'aspetto fonico, tutt'altro che secondario.

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  3. Complimenti, davvero! E' da quando sono in fasce che sogno di fare la traduttrice e il mondo delle traduzioni continua ad affascinarmi in modo impressionante.

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    1. Il traduttore è un personaggio importante quanto l'autore: naturale che susciti fascino e che entusiasmi la possibilità di farlo per lavoro! In bocca al lupo! :)

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  4. Mi viene in mente un'analogia con il principio di indeterminazione della fisica quantistica. In qualunque esperimento non si possono misurare con precisione sia la posizione sia il momento della particella: se voglio una misura precisa di una delle due grandezze, perderò la precisione sull'altra, oppure cercherò un compromesso ottenendo due misure approssimate. E così è anche un po' per le traduzioni, conservare il significato letterale può far perdere il ritmo o l'espressività, mentre per conservare questi dovrò concedermi qualche libertà in più...attendiamo fiduciosi che il traduttore di Google risolva per noi questo dilemma :)

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    1. Interessante paragone, direi che rende benissimo l'idea della "rinuncia" che dobbiamo accettare di fronte a qualsiasi traduzione. Quanto a Google, non sono così fiduciosa: un insieme di circuiti non potrà mai sostituire uno spirito devoto! :)

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  5. Questo è uno di quegli aspetti ritenuti erroneamente marginali. Io ho scoperto negli anni universitari il valore di buone traduzioni, di conseguenza edizioni migliori dei libri cui ero interessata. Negli anni Novanta sono imperversate edizioni a buon mercato di grandi romanzi dell'Ottocento, ma in pochi si accorgevano che erano versioni ridotte o tradotte in modo superficiale, in Traduttese, come imparo dal tuo bellissimo post. Non si sapeva comprare, attratti dal prezzo bassissimo.
    Sono attentissima ad acquistare buone edizioni, e mi capita di leggere le traduzioni ad esempio dei drammi di Shakespeare, accorgendomi che i traduttori davvero competenti fanno un lavoro di interpretazione non indifferente. Scrivi bene tu, occorre non semplicemente saper tradurre, ma interpretare, conoscere profondamente. Forse il mestiere di traduttore è in fondo uno dei più difficili al mondo.

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    1. Credo che in effetti sia più difficile di quello dell'autore: quest'ultimo inventa, crea, comunica spontaneamente e fa delle scelte ben determinate, ma non ne spiega certo il perché... quanto potere della letteratura sta nel non-detto, nel non-finito? Al traduttore spetta interpretare, carpire quella sensibilità che ha creato il testo e cercare di restituirla nel modo più autentico possibile.

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    2. Questa figura, comunque, resta ai margini, e in tutti i campi della comunicazione (non dimentichiamo il cinema o il teatro), quando invece è fondamentale.

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    3. Esatto, e non ci si rende conto, spesso, che ciò comporta un grande impegno: penso solo ai giochi di parole del teatro (per esempio in Shakespeare, che hai già citato)... non è affatto scontato riuscire a riprodurne la tecnica in una lingua diversa!

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  6. Post interessantissimo, pieno di spunti!
    Riflettevo sul traduttese necessario a livello scolastico, veramente poco appassionante però -_-
    Sto leggendo proprio in questi mesi (molto lentamente, causa sofferenza calure estive XD) Moby Dick nella traduzione di Pavese: è affascinante, molto particolare e si avverte perfettamente che è stata fatta negli anni '30! *__*

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    1. È anche giusto che la traduzione sia "acclimatata" rispetto al proprio tempo, e che magari periodicamente vada rivista, in modo da poter anche costruire una sorta di cronologia delle diverse versioni. Poi, quando il traduttore è anche un grande autore, beh, si leggono pagine esaltanti! :)

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  7. Complimenti vivissimi Cristina. Adoro questi tuoi post, sono appetitosi e ricchi sotto ogni punto di vista. ^___^
    Ma lo sai a cosa penso, ora?
    Agli interpreti delle battaglie tanto cari a Calvino. Lo so, è che sto rileggendo Il cavaliere inesistente e... non posso non pensarci. *_*

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    1. Beh, Calvino è un riferimento sempre calzante, ha affrontato praticamente ogni situazione umana e letteraria, anche se sempre a modo suo: la Trilogia mette in luce aspetti essenziali, e anche questa chicca sugli interpreti ha un suo perché! Buona rilettura! ;)

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