Condividi i contenuti di Athenae Noctua

venerdì 11 settembre 2015

L'eredità della Menade di Skopas e i brani di scultura nell'arte contemporanea

L'arte greca del IV sec. a.C. presenta caratteri più emotivi rispetto alla produzione del secolo precedente, dominata dalle figure di Fidia e Policleto. Siamo nell'epoca del disfacimento delle poleis e dei loro ideali, cui si accompagna l'emergere di una nuova sensibilità, che si concentra sull'interiorità  e alle passioni, lasciando sullo sfondo la dimensione sacra e rigorosa della collettività cittadina dominante la mentalità del V secolo.

Skopas, Menade danzante (IV sec a.C.)
Fra i maggiori interpreti delle nuove tendenze figurano Prassitele e Skopas, scultori che infondono nelle loro opere una grazia (charis) a una tensione emozionale (pathos) innovative: le loro figure si fanno sinuose, tese o mollemente abbandonate alla ricerca di un sostegno come accade nella rappresentazione di Pothos, che incarna il desiderio intenso e manifesta tali passioni nell'incrocio inquieto delle gambe; i panneggi e l'incisione delle chiome si fanno più duri e profondi, a contrastare con la morbidezza delle forme.
La Menade danzante scolpita da Skopas di Paro ne è forse la prova più evidente: la baccante, di cui rimangono solo il busto, le cosce e la testa, è ritratta nel pieno della sua danza orgiastica, invasa dal furore della ritualità dionisiaca, il suo corpo è in violenta torsione, con il busto che ruota in direzione opposta al bacino e la testa gettata con impeto all'indietro, mentre il volto si spinge verso l'angolo in alto a sinistra. I capelli sono una massa scomposta e il chitone appare squarciato su un fianco, a denudare il lato sinistro del corpo.
H. Matisse, Busto in gesso con vaso di fiori (1919)
Della scultura di Skopas, realizzata intorno al 330 a.C., rimane soltanto una copia romana conservata a Dresda, ma un ulteriore esemplare è esposto al Musée Matisse di Nizza, a ricordare l'utilizzo dell'opera da parte del pittore come oggetto di alcune nature morte, di cui Busto in gesso con mazzo di fiori (1919) è un esempio. Tuttavia non è Henri Matisse il primo ad utilizzare il busto della Menade danzante: in altre tele contemporanee appare questo busto o uno di impostazione analoga. Così nella Natura morta con busto in gesso e libri dipinta nel 1887 da Vincent Van Gogh o nell'opera metafisica di De Chirico ad essa ispirata L'incertezza del poeta (1913): i busti, come nel caso di Matisse, sono nudi, ma in essi si può riconoscere una torsione analoga a quella scopadea, particolarmente accentuata nella tela di De Chirico, che imprime al marmo i segni della massa della carne e del muscolo della coscia e del fianco e ai seni la forma dell'originale, invece addolcita da Matisse. La differenza più evidente è nel diverso taglio del busto, ridotto all'essenziale: le gambe sono mozzate a metà del femore e manca la testa, ma la posizione delle braccia, pur assenti, mantiene quella della Menade.

G. De Chirico, L'incertezza del poeta (1913)

V. Van Gogh, Natura morta con busto in gesso e libri (1887)

Se la scelta di De Chirico è determinata dal consapevole recupero dell'arte antica come repertorio di simboli orientati alla descrizione della deformazione contemporanea e l'effetto prodotto dalla tela è quello della tradizione che vacilla di fronte al pericolo, la natura morta di Van Gogh è costituita da oggetti realmente presenti negli ambienti in cui l'artista olandese dipinge, come appare evidente dalla presenza, accanto al busto, di due romanzi da lui molto amati: Germinie Lacertaux dei fratelli De Goncourt e Bel Ami di Guy De Maupassant.
P. Gauguin, Vaso di fiori
Si tratta probabilmente di una delle tante sculture e dei loro calchi o modellini presenti in gran quantità negli atelier, dove venivano usati come guide per dipingere personaggi e aiutano a cogliere, magari in un bozzetto, il movimento da imprimere alle figure. Certamente il precedente di Skopas costituisce in tutta l'evoluzione dell'arte una base di lavoro ricorrente, proprio per il suo carattere dinamico ed emotivo. La presenza di modelli in gesso è del resto comprovata da altre tele non associabili al modello greco, come quella in cui Carl Larsson dipinge se stesso mentre lavora nello studio o come nel Vaso con fiori nel quale Gauguin pone una statuetta femminile che non può non evocare nella mente dello spettatore il suo soggiorno polinesiano. Il fiore e la statuetta appaiono qui, come nelle tele di Van Gogh e Matisse, come un accostamento fra elemento colorato e vivo (seppure destinato ad un lento disfacimento) e uno grigio e immobile. Si registra dunque la costante presenza, accanto alla statua, di un elemento vegetale, ricorrente anche nel quadro di Larsson citato, nella sezione di cui l'artista si appresta a dipingere una natura morta.

C. Larsson, Autoritratto nel nuovo studio

G. De Chirico, Canto d'amore (1914)

Curioso è invece, allontanandoci ancor più dal modello, l'uso che di un brano di statua propone Renée Magritte in La memoria (1948), dipinto ispirato al Canto d'amore di De Chirico (1914). 

R. Magritte, La memoria (1948)
Nella parte bassa di una tela quasi interamente occupata dal cielo rannuvolato e dal mare piatto che caratterizzano le opere dell'artista belga è collocata la sola testa di una statua di ispirazione classica, sulla cui tempia emerge una macchia di sangue, segno di una vita che ancora sussulta in un oggetto che sembra però poter rappresentare solo il passato, a simboleggiare il ruolo di ponte fra la vita e la morte. Siamo ben lontani dalla tensione della Menade, eppure, attraverso De Chirico, emerge la persistenza dell'antico avvertito come modello per l'arte contemporanea, che, nella totale difficoltà di definire se stessa e il proprio tempo, imprime ai retaggi tradizionali nuovi significati e nuovi contesti.
Nel Novecento l'arte classica cessa pian piano di essere forma da riprodurre e si impone invece come forma che illumina significati: dal modello-scolastico dei busti da atelier e dal loro uso come oggetti della natura morta (la statua strumento) si giunge all'utilizzo e alla rappresentazione delle sculture come veicolo di nuovi concetti (la statua e l'idea che incarna come fine).

C.M.

6 commenti:

  1. maurizio tattini11 settembre 2015 20:10

    articolo ricco di spunti e di piacevolissima lettura. ancora una volta brava, Cristina!

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Sono contenta che sia stato apprezzato, anche se non ha alcuna pretesa "scientifica": ho voluto raccogliere una serie di suggestioni offrendo una mia lettura nella speranza che lo spunto fosse gradito. Grazie di averlo apprezzato!

      Elimina
  2. Curiosamente esiste anche un quadro di Hopper, di cui adesso non ricordo il titolo, con una statua antica, visibile dietro una delle finestre di un edificio dalla prospettiva decisamente insolita.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Informazione preziosissima, lo cercherò sicuramente! Se nel frattempo risalire al nome, facci sapere! :)

      Elimina
    2. Se vuoi puoi ammirarlo qui:
      http://www.artwallpapers.co/Paintings/Edward-Hopper/imagepages/image110.htm

      Elimina
    3. Grazie, Ivano! L'esperto di Hopper sei tu, se hai signficati nascosti da illuminare per noi, li leggeremo volentieri! :)

      Elimina

La tua opinione è importante: condividila!

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...