giovedì 15 ottobre 2015

Avrà la Leggerezza

Era stabilito che dovesse nascere quel giorno, ma nessuno riusciva a trovarlo. Si sarebbe chiamato Italo, e chiunque, nel Luogo da cui veniamo, avrebbe scommesso sulla sua inimitabilità: da quelle lande non era mai passato spirito più vivace, più arguto, più fantasioso... e più sfuggente. I vegliardi lo cercavano ovunque, le balie scuotevano i sonagli per attirarlo, ma lui non si faceva vedere. Eppure c'erano delle leggi cui rispondere - chi le chiamava destino, chi necessità biologica.
D'un tratto apparve un ammasso di ferraglia parlante. Si trascinava dietro un cavallo dal pelo fulvo e lucido, e anche l'armatura era splendente.
Un vegliardo fermò il cavaliere, ma questi, come un automa, gli girò intorno e proseguì. Un altro vecchio si rimboccò le maniche e gli balzò agilmente davanti, bloccandogli le braccia fredde. «Lui dov'è?» domandò con voce ricolma d'ansia, irrigidito e pesante molto più di quell'uomo in armatura, che si ostinava a ignorare i suoi assalitori. Il vegliardo balzò sul suo elmo e aprì la celata, come avesse potuto spalancare così le mute labbra del cavaliere, ma, non appena le sue dita nodose si infilarono nell'apertura, il corpo di ferro si dissolse. I pezzi caddero a terra, come scaglie di latta, l'elmo rotolò, vuoto come un guscio guasto, spallacci e schinieri ondeggiavano a terra, accusando con il loro stridio sul marmo l'insolenza del vecchio.
Tutti si voltarono verso l'eroe disintegrato e verso i due vegliardi che lo avevano circondato e aggredito. Essi arrossirono e, sia per tener fede al loro incarico e alle leggi immutabili del Luogo da cui veniamo, sia per sottrarsi alla pubblica vergogna, si lanciarono nella direzione da cui avevano visto emergere il cavaliere.
Nella loro folle corsa coprirono quasi due chilometri senza trovare alcun segno di Italo.
D'improvviso, mentre stavano per arrendersi e tornare indietro per avvertire i loro superiori, udirono lo scampanellio di una bicicletta. Il tintinnio rimbalzava tra le nuvole e le colonne, sicché era impossibile capire da quale direzione provenisse. Ci volle qualche istante perché il ciclista apparisse: nella sua tuta logora da operaio, portava in giro per i corridoi, ben fissata al sellino posteriore, un'enorme pianta stipata in un vaso troppo piccolo: le foglie si avvolgevano intorno alle gambe dell'uomo, si infilavano tra i raggi delle ruote, vorticavano come una seconda chioma sulla testa dello sventato corridore.
Era un altro dei suoi, non c'era dubbio.
I vegliardi si gettarono all'inseguimento, ma la bicicletta scomparve tra le nuvole e, dopo essersi divisi per cercarla, i due vegliardi si ritrovarono uno fra le braccia dell'altro in pochi istanti.
Si guardarono attoniti e sconsolati, assaporando già la loro punizione. Ma ecco che, inaspettatamente, una nuova figura apparve in lontananza. Avanzava lentamente, con fare altezzoso. Non poteva che essere un nobiluomo, e di certo - pensavano i vegliardi - non avrebbe negato loro la cortesia di un'informazione.
 «Cerchiamo quel briccone di Italo.» disse il vegliardo che di fronte al cavaliere era stato muto - l'altro non aveva più il coraggio di fare domande a quelle creature disperse, ché già ne aveva distrutta una.
Il nobiluomo si lisciò la veste viola e poi si accarezzò il mento, come deciso fra la scelta onesta di parlare e quella pestifera di lasciare i due vecchi nel loro delirio.
Aprì le labbra, pronto a parlare, ma, proprio in quell'istante, la bici sbucò alle spalle dei vegliardi, che evitarono l'impatto solo perché allarmati dallo scampanellio. Si buttarono ai lati del corridoio e uno dei due picchiò la fronte su una colonna screziata di celeste ma, quando si rimisero in piedi, lo spericolato ciclista era sparito, spargendo tutt'intorno foglie rosse e giallognole.
Tuttavia lo spettacolo più sconcertante fu quello che videro quando tornarono a rivolgersi al nobiluomo. Egli era aperto in due, e le due metà del suo corpo si fissavano con incredulità. Fu un attimo: una delle due parti si mise in fuga, saltando sull'unico piede, mentre l'altra si mise subito in moto per inseguirla fra imprecazioni irripetibili.
Uno dei vegliardi ebbe un conato, l'altro si sentì raggelare, eppure il nobiluomo, cioè i nobiluomini - insomma, quello che il loro possibile interlocutore era diventato sembrava affrontare la sua separazione come se fosse la cosa più normale che potesse capitargli.
I vecchi convennero sull'opportunità di lasciare lo scalmanato Italo al suo destino, che mandassero qualche balia a cercarlo e a mettere fine ai suoi parti bizzarri che gettavano il Luogo da cui veniamo nel totale caos. Avevano già imboccato la via del ritorno quando una voce dall'alto li raggiunse.
 «Buongiorno, messeri!»
I due piegarono la testa all'indietro e puntarono lo sguardo fra le nuvole che, a ben guardare, si erano raggrumate attorno alle colonne come chiome di alberi e si muovevano come foglie mosse dal vento.
Da una di quelle masse vaporose si affacciò un ragazzino con un tricorno di pelliccia sudicia. «Ho l'impressione che stiate cercando qualcuno, forse vi posso aiutare.»
Increduli e speranzosi, i due annuirono e uno prese la parola: «Oh, grazie!» esclamò «In effetti cerchiamo Italo, uno spiritello dispettoso che di certo conoscete.»
 «Mi pare di sì» confermò il ragazzo, dondolandosi sul suo ramo immaginario. «Credo sia andato da quella parte» e si tolse il cappello, puntandolo verso uno snodo del corridoio. «Dovreste trovarlo nella biblioteca.»
I due ringraziarono e fecero per andarsene, ma il giovane li pregò di fermarsi. «In cambio di questa informazione vi chiedo soltanto di mandare qui un bassotto, se lo troverete sulla vostra strada, non lo vedo da diverse ore.»
Certamente lo avrebbero fatto, garantirono i vegliardi, prima di imboccare il corridoio che portava alla biblioteca. Coprirono la distanza in pochi istanti, tenendo le lunghe tuniche alzate alle ginocchia per non inciampare, ma, quando superarono la porta del locale, immediatamente corse loro incontro una delle balie, quella che si occupava di catalogare e ordinare tutti i volumi.
 «Quella peste-quella peste-quella peste!» esclamava strappandosi i capelli «Il lavoro di anni... in fumo!»
 «Cosa succede, signora bibliotecaria?»
 «Deve essere stato lui, quello spiritello insolente! Guardatevi intorno: i miei scaffali, i miei bellissimi e ordinatissimi scaffali, con i libri divisi perfettamente per genere, autore e collana... completamente rivoluzionati, ammassati a caso! L'Universo non si reggerà più in piedi!»
E se ne andò piangendo e soffiandosi il naso nel suo fazzoletto di seta e accarezzando un libro caduto e rimasto senza una sua collocazione fra gli scaffali.
I vegliardi si infilarono nel labirinto di scaffali per scovare Italo che, secondo il loro informatore, doveva trovarsi lì. Passando fra i mobili, si accorsero immediatamente del dramma della bibliotecaria: il cartellino "Avventura" era stato sostituito da un cartiglio che recitava "Libri Che Non Hai Letto", l'etichetta "Storia" aveva lasciato il posto a "Libri Già Letti Senza Nemmeno Bisogno D'Aprirli", quella di "Filosofia" era stata stracciata e soppiantata da "Libri Che Se Tu Avessi Più Vite Da Vivere Certamente Anche Questi Li Leggeresti Volentieri Ma Purtroppo I Giorni Che Hai Da Vivere Sono Quelli Che Sono" e così via. Ma ciò che accresceva la confusione era il fatto che non erano semplicemente mutate le parole sulle etichette, ma i libri sugli scaffali erano ammassati senza criterio, con Petrarca accanto a Scott e Poe di fianco a Galilei.
Basta, era ora che Italo andasse a combinare i suoi guai fra i vivi: non appena fosse volato giù dal Luogo da cui veniamo, anche nella biblioteca e nel cosmo sarebbe tornata la pace.
I vegliardi arrivarono al termine della biblioteca, in un punto in cui gli scaffali si univano a rinsaldare i diversi bracci del labirinto. Il piano centrale - non si poteva non notarlo - era più stretto degli altri e ingombro di ragnatele così fitte da sembrare gomitoli di lana. Ma ciò che più attrasse i vecchi fu lo sfavillare di luci provenienti dal fondo di quel buco. Cercando di capire di cosa si trattasse, si avvicinarono.
I loro nasi erano quasi immersi nelle ragnatele, quando una voce squillante li fece sobbalzare.
 «Via, via dal mio nascondiglio!»
E un ragazzino somigliante a quello che li aveva indirizzati ala biblioteca li spintonò, infilando di colpo una mano fra le loro barbe e le ragnatele, e ritraendola con un oggetto metallico fra le mani.
 «Ha una pistola, attento!» gridò uno dei vegliardi al compagno.
Ma l'altro, anziché prestare attenzione al bambino armato in fuga - avrebbe fatto del male alla balia bibliotecaria? -, si infilò nel buco di ragnatele e, strisciando strisciando, sbucò dall'altra parte dello scaffale.
Quello che trovò lo lasciò senza fiato. Davanti a lui c'era come una città percorsa da canali concentrici che trasportavano acqua fresca e così pulita da far venire voglia di berla a grandi sorsate; i colori erano incredibili e ad ogni angolo mercanti di agata onice crisopazio esibivano le loro merci e nel cielo volteggiavano centinaia di aquiloni dalle forme più disparate: una nave, un'aquila, un semplice rombo, pesci, draghi e stelle. Il vegliardo si voltò verso il buco, al di là del quale il compagno gesticolava per attirare la sua attenzione, e lesse su un cartello "Benvenuti nella città di Anastasia".
Ma era più che certo che quel luogo non fosse mai esistito, e lui conosceva molto bene ogni angolo del Luogo da cui veniamo.
Il vegliardo, abbandonato dal compagno troppo vigliacco per infilarsi fra le ragnatele, si avvicinò ad una delle barche ancorate nel canale più vicino e mollò gli ormeggi, lasciandosi guidare dalla corrente. Onda dopo onda, ansa dopo ansa, la rigida espressione del vegliardo si ammorbidì, incantata dalle bellezze di Anastasia, in cui si sentì improvvisamente a proprio agio.
Quando la barca raggiunse il punto più interno della città, il vegliardo scese e seguì un sentiero asfaltato sui cui bordi, stranamente, crescevano dei funghi. In un angolo, addossata al muro di una casa, vide la stessa bicicletta che aveva aperto in due il nobiluomo nel corridoio, e fu certo di essere nel posto giusto.
Italo, infatti, era lì accanto. Le sue dita battevano energicamente sulla tastiera di una macchina da scrivere dal cui cilindro non uscivano però fogli inchiostrati, bensì nuvole luminose che si ammassavano intorno a lui, assumendo a poco a poco la forma di persone e animali. Ecco un brigante amante della lettura, ecco una donna-guerriera, ecco una banda di guerriglieri, ecco un tale che assomigliava a Napoleone!
Il vegliardo si accostò ad Italo e, con un'indulgenza che credeva di aver perso in quelle sue peregrinazioni, gli prese la macchina da scrivere, gli afferrò una mano e lo riportò al di là del buco popolato di ragni, dove lo scontroso compagno lo prese in custodia e lo riempì di ramanzine cui facevano da coro le grida di disperazione della bibliotecaria.
Finalmente i due vecchi, assieme ad Italo, tornarono in ufficio. Era molto tardi, e Italo si era fatto attendere fin troppo sulla Terra.
Lo spiritello protestava, voleva restare ancora a fantasticare nel Luogo da cui veniamo, ma tutti, per quanto a volte fossero ammaliati dalle sue avventure, sapevano che lì non poteva davvero restare.
 «Fantasticherai sulla Terra» disse una delle balie.
Ma Italo non voleva saltare in quella voragine che lo avrebbe portato per sempre via dal Luogo da cui veniamo. Piantava i piedi, scuoteva la testa, reclamava la sua macchina da scrivere.
Fu così che al vegliardo compassionevole venne un'idea. Si portò sulla testa la macchina e, con un gesto lento e solenne, la scagliò giù.
Italo non ci pensò due volte: balzò nella voragine per raggiungere la sua amata fabbrica di fantasie, senza accorgersi che, nel frattempo, attorno a lui piovevano le due metà di un nobile signore, un bassotto uggiolante, un ragazzo con un improbabile cappello di pelo, un operaio in bicicletta, un'armatura vuota e tante altre creature che non volevano saperne di lasciarlo andare via da solo.
La macchina andava giù e andava giù, ma, dall'alto del Luogo da cui veniamo, vegliardi e balie si erano accorti che Italo e il suo mondo interiore scendevano lentamente come mai nessuno era sceso, come fossero piume sospese nel vento.
Allora capirono quale sarebbe stata la più grande dote del loro strano e dispettoso inquilino, ciò che lo avrebbe distinto da chiunque altro e per cui sarebbe stato sempre ricordato.
 «Avrà la Leggerezza.»
15 ottobre 1923-15 ottobre 2015


C.M.

16 commenti:

  1. Non ho parole. Che Dio ti benedica. Sto tremando.

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    1. Sono contenta di averti emozionato con il ricordo di uno scrittore che emoziona sempre me!

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    2. Non mi capita spesso di riuscire a scrivere di getto un intero racconto, ma in questo caso è successo: la fantasia di Calvino è contagiosa, tanto più che ho letto proprio questa settimana le Lezioni americane e ne sono rimasta estasiata. Quello Spirito, in fondo, aleggia ancora nel mondo, per questo l'autore è tanto amato.

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    3. Guarda, io Calvino lo adoro, come scrittore e per come ha interpretato il ruolo di intellettuale. Molti pavoni da circolo letterario del giorno d'oggi avrebbero da imparare. Lasciamo stare per un attimo Calvino, sei stata brava tu. Ho letto con trasporto e ho visto quel qualcosa che c'è tra le righe che parla di te. Non ho timore di ammettere che, da scribacchino quale sono, ho provato una punta di benevola invidia.

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    4. L'invidia sarebbe gustificata se fossi un po'più costante in queste mie espressioni, che, invece, di norma sono molto sottotono o, comunque, non tali da ottenere grande apprezzamento (a partire dalle mie stesse opinioni). Grazie per la tua manifestazione di gradimento e stima, spero di scrivere qualcos'altro prossimamente, finché la vena creativa pulsa! ;)

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  2. Mi sorprende sempre la tua bravura nello scrivere racconti! (E non perché dubitassi di te, chiaro) Davvero molto molto bello questo ricordo, bravissima.

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    1. Ti ringrazio, Penny! Pur con tutta la modestia del mondo, devo dire che è merito di Calvino (e di Buzzati) se ho imparato ad apprezzare i racconti da lettrice e da "scrittrice": una recente infatuazione!

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  3. Mi aggiungo a chi non ha parole per commentare, perché probabilmente risulterei banale. È proprio un omaggio sentito, e questo si percepisce bene :)

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  4. È bellissimo *__* Un grande omaggio alla Leggerezza. Bravissima Cristina ^_^

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    1. Glò, sono lusingata di leggere uanto avete apprezzato queste poche righe... grazie grazie grazie! ^_^

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  5. Mi unisco al coro delle lodi!
    Bravissima, è stato emozionante davvero leggere il tuo racconto.
    E un grazie a Glò che me lo ha fatto scoprire!

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  6. Questo tuo racconto lascia un intenso desiderio di correre alla propria libreria di casa e prendere in mano un libro di Calvino per rituffarsi in uno di quei mondi che hai raccontato... davvero bello! Complimenti!

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    1. Ne sono onorata, è un bellissimo complimento, grazie di cuore!

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