Condividi i contenuti di Athenae Noctua

giovedì 22 ottobre 2015

Gli amori di Venere e Marte da Omero a David

Gli dèi degli antichi Greci, si sa, erano una sorta di umanità dai vizi amplificati: quanto erano grandi i loro poteri, tanto erano devastanti i loro capricci, le loro brame, le loro vendette. I poeti antichi hanno creato un pantheon nel quale si riflettono i comportamenti degli uomini, sicché le divinità risultano fatte a loro immagine e somiglianza. Non c'è quindi da stupirsi se la tipologia di racconto più diffuso in merito alle imprese divine è quella riguardante le vicende erotiche. Zeus, da solo, soddisfa la quasi totalità del fabbisogno di pepe nella narrativa greca, ma i suoi figli e fratelli non perdono l'occasione di imitarlo: fra questi vi sono Afrodite/Venere e Ares/Marte.
 
Sandro Botticelli, Venere e Marte (1482-1483)
 
Il primo racconto della relazione erotica fra la dea della bellezza e dell'amore e il dio della guerra risale al canto di Demodoco, nel libro VIII dell'Odissea: «L'aedo iniziò sulla cetra a cantare con arte / gli amori di Ares e di Afrodite dal bel diadema, come in segreto si unirono nelle case di Efesto / la prima volta» (vv. 266-269, trad. di G. Aurelio Privitera). Segue una storia di tradimenti in piena regola, in cui hanno parte un marito zoppo beffato (Efesto/Vulcano), una moglie seducente (Afrodite), un amante prestante (Ares) e, naturalmente, il pettegolo di turno, che è nientemeno che il Sole, non a caso dotato dell'epiteto formulare di 'onniveggente'. Costui sorprende i due amanti durante i loro incontri e non tarda a comunicare l'inganno ad Efesto, il quale costruisce una sottile rete dorata che intrappola i due amanti nel loro amplesso, così da poterli esibire alla vista degli dèi, i quali, naturalmente, accorrono in pompa magna (ma le dèe no, dice Omero che si trattengono per pudore).
 
Paolo Veronese, Marte e Venere legati da Amore (1580)
 
Questo racconto è marginale nella letteratura latina, molto più attenta alla morale e alla presentazione di exempla che avevano nella familia romana il loro destinatario principale: nell'ottica conservatrice di una civiltà che basava la propria integrità sulla purezza dei figli e, quindi, sulla castità delle fanciulle e delle matrone, ammettere la presenza, nel pantheon ufficiale, di una moglie fedifraga era fuori discussione. Non che i Greci ammettessero le relazioni coniugali, ma la pudicitia femminile era un caposaldo del mos maiorum della società romana e l'affronto sarebbe stato tanto più grave se ad essere considerata donna infedele e immonda proprio la madre del popolo di Romolo, quella Venere da cui discendeva Enea.
Eppure anche a Roma l'eco delle imprese erotiche di Venere e Marte si fece sentire, e non è indifferente che l'autore che parla di una Venere amante di Marte sia un seguace della dottrina epicurea e lettore delle opere greche del suo maestro e di molti altri autori. Lucrezio, infatti, apre il suo poema didascalico De rerum natura con una meravigliosa invocazione a Venere, la cui potenza è evidente non solo nel vivace risveglio delle piante e degli animali in primavera, ma anche nella capacità della dea di placare, con le arti della bellezza e della seduzione, il terribile Marte, vincitore di mille battaglie... ma non di quella dell'amore. La delicatezza con cui l'autore descrive l'abbandono del dio sul grembo dell'amata è fra le pagine più lette e ammirate della letteratura latina, lontanissime dai toni ironici e beffardi del racconto omerico (per certi versi accostato alla fabula milesia, di cui a Roma diede esempio Petronio) e in più caricate di una forte valenza storica: per una civiltà come quella romana, che si identificava con la propria potenza bellica e politica e che nell'epoca di Lucrezio era lacerata da guerre civili continue, appellarsi alla dea fondatrice come la garante di quell'armonia e di quella pace necessarie al fiorire della letteratura, della cultura e del progresso costituiva un messaggio molto forte.

Paolo Veronese, Marte e Venere con Cupido (1570)

I due amanti olimpici non sono stati risparmiati dall'arte, che ha raccontato le loro vicende con toni vari, che vanno da una delicatezza quasi lucreziana ad un'accentuazione della fabula omerica.
L'esempio più noto è forse Venere e Marte, dipinto realizzato nel 1482-1483 da Sandro Botticelli, oggi alla National Gallery di Londra. Esso si sviluppa in senso orizzontale, a rimarcare la natura della relazione delle due divinità, e appare sovraffollato, poiché in secondo piano, dietro Venere che osserva il suo amante addormentato, si muovono tre satiri dispettosi, intenti a giocare con le armi del dio. La tavola è pervasa tuttavia di un senso di tranquillità e di pace che richiama i versi di Lucrezio e che rimanda allo stesso tempo alle riflessioni di Pico della Mirandola e di Marsilio Ficino, ispiratori della filosofia medicea, in merito alla conciliazione degli opposti (il rumore e il silenzio, ma soprattutto l'amore e la guerra).
 
Tintoretto, Marte e Venere sorpresi da Vulcano (1754)

Una certa solennità, anche se in uno stile sontuoso e sovrabbondante di particolari e linee, si avverte anche nel dipinto Venere e Marte legati da Amore di Paolo Veronese (1580, esposto al Metropolitan Museum of Art di New York), dove viene sottolineata la concordia fra i due amanti, favoriti dai putti simboleggianti l'amore, sorta di sdoppiamento di Eros/Cupido, come si vede anche dalla scelta di porre uno dei due a custodia del cavallo del dio guerriero. Marte ha indosso un'armatura molto elaborata, che contrasta con il corpo candido e levigato della dea, la quale indossa soltanto i gioielli che, pur con un deciso adattamento moderno, richiamano la notazione omerica sui diademi e le cinture delle dee classiche. Ma la più nota tela del Veronese dedicata a questo mito è Marte e Venere con Cupido della Galleria Sabauda, realizzato qualche anno prima. Vi si vedono le due divinità (Venere ha le stesse sembianze della 'sorella' più anziana) in un momento concitato, ben lontano dall'armonia della tela botticelliana: Cupido entra nella stanza esibendo la cavalcatura di Marte, come ad invitarlo ad una fuga precipitosa per sfuggire a Vulcano.
Nel pieno stile di una novella milesia ci trascina invece, a metà del XVIII secolo, Tintoretto, autore di Marte e Venere sorpresi da Vulcano. L'artista non si rifà al racconto omerico della rete ingannevole, ma ci presenta un Vulcano sornione, che osserva con stupore il corpo della sposa abbandonato sul giaciglio, mentre Cupido dorme in una culla e Marte taglia la corda strisciando sotto le coperte alle spalle del marito tradito, assalito dall'abbaiare del cane, simbolo, nelle tele, della fedeltà.

Jacues-Luis David, Marte disarmato da Venere (1824)

Marte disarmato da Venere è invece l'eloquente titolo del monumentale dipinto di Jacques-Louis David che ci riporta alla compostezza di Lucrezio e Botticelli, senza dimenticare che, anche quando i soggetti sono greci, i pittori neoclassici prediligono un'ispirazione romana. Nella tela del 1824 Marte appare come il Leonida che troneggia nel dipinto di David dedicato alla battaglia delle Termopili: il corpo nudo, con il solo mantello purpureo addosso e un'arma nella mano sinistra, mentre lo scudo e l'elmo, portati via da una delle Grazie in quanto simboli di una guerra che non può esistere di fronte a Venere, vengono sostituiti, rispettivamente, dal corpo della dea e dalla corona di fiori che ella pone sul capo all'amante, mentre un Cupido che ricorda quello del Veronese intrappola il piede del guerriero per poi legarlo indissolubilmente a Cipride.

E fa'che intanto le feroci opere della guerra
per tutti i mari e le terre riposino sopite.
Infatti tu sola puoi gratificare i mortali con una tranquilla pace,
poiché le crudeli azioni guerresche governa Marte
possente in armi, che spesso rovescia il capo nel tuo grembo,
vinto dall'eterna ferita d'amore,
e così mirandoti con il tornito collo reclino,
in te, dea, sazia anelante d'amore gli avidi occhi,
e alla tua bocca è sospeso il respiro del dio supino.
Quando egli, o divina, riposa sul tuo corpo santo,
riversandoti su di lui effondi dalle labbra soavi parole,
e chiedi, o gloriosa, una placida pace per i Romani.

Lucrezio, De rerum natura I, vv. 29-40 (trad. di L. Canali)

C.M.

2 commenti:

  1. Ciao, ho abbandonato i blog per un mese e mezzo, perciò ho perso tutte le tue ultime pubblicazioni. Non ti preoccupare, ho intenzione di recuperare il tempo perduto.
    Ho scoperto simpaticamente in rete un sito che ha il tuo stesso nome. Si tratta della pagina di un'associazione di filosofia inattiva da qualche mese ma ben strutturata e ricca di articoli interessanti. L'associazione è nata nel 2013, più o meno quando è nato il tuo blog, perciò non saprei dire chi dei due ha "copiato". Forse l'omonimia è solamente il frutto di una simpatica coincidenza. Non ti preoccupare, continuo a preferire la civetta "made in Verona". Pubblico qui il link del sito, ma se ritieni che il mio gesto sia spam o se semplicemente non vuoi fare pubblicità al sito ti prego di cancellarlo.
    http://www.athenenoctua.it/statuto-associativo/

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Ciao, Valivi! Non preoccuparti, in questo periodo anch'io ho poco tempo per aggiornarmi in materia di blog (fatico a stare dietro anche al mio).
      Quanto al sito, in passato mi ci sono imbattuta anch'io, proprio per via dell'omonima, sicuramente casuale.

      Elimina

La tua opinione è importante: condividila!

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...