lunedì 8 agosto 2016

Don Chisciotte della Mancha (Cervantes)

È un mostro sacro della letteratura mondiale: Don Chisciotte della Mancha ha ormai attorno a sé l'aura di un mito intramontabile, che ha consacrato l'originale figura del cavaliere errante e del suo buffo scudiero all'immaginario mondiale. Anche senza averlo letto, tutti, o quasi, conoscono i due personaggi scivolati fuori dalla fantasia di Miguel de Cervantes Saavedra, della cui morte ricorre quest'anno il quarto centenario, e, non di rado, sanno raccontare alcune delle loro avventure.
Molte volte è successo al mio signor zio di rimanere a leggere questi dannati libri di sventure per due giorni interi, comprese le notti; al termine dei quali, gettava via il libro e, brandita la spada, si avventava contro le pareti; finché, esausto, diceva di aver ammazzato quattro giganti grandi come quattro torri, e che il sudore che gli colava per la grande fatica era il sangue delle ferite ricevute nella battaglia.
Per chi, come me, ama i classici, è inevitabile incrociare la strada con quest'opera, specialmente per la sua connessione alla narrativa picaresca (inaugurata da Lazarillo de Tormes), e, soprattutto, alla letteratura cavalleresca, alla quale Cervantes, attraverso il suo cavaliere fagocitatore di romanzi, fa spesso riferimento, riservando una particolare attenzione alle vicende di quell'Orlando cui, nel secolo precedente, ha dedicato un poema Ludovico Ariosto. 
Pubblicata per la prima volta nel 1605, l'opera, suddivisa in due parti, narra le avventure di Alonso Quijano, un hidalgo in decadenza che, catturato nel vortice della letteratura cavalleresca, fra vagheggiamenti di amori - rigorosamente platonici - per fanciulle da salvare, di incantesimi da sciogliere ed epiche battaglie contro gli infedeli, si mette in testa di eguagliare il valore dei protagonisti di quelle storie, facendosi cavaliere errante per riparare i torti, proteggere i deboli e riaffermare la giustizia. Così Don Chisciotte, che presto si assumerà l'appellativo di Cavaliere dalla triste figura, si mette in viaggio per la Spagna, avendo come compagni il suo cavallo Ronzinante e il rozzo contadino Sancho Panza (con annesso ciuco), al quale promette, in cambio di servigi leali, il governo delle isole che conquisterà con le sue imprese. Inizia così un caleidoscopio di equivoci, peripezie e disastri, dalla famosa avventura dei mulini a vento scambiati per giganti alla lotta contro un gregge scambiato per un esercito di mori, dalla penitenza amorosa per la bella Dulcinea del Toboso, unica padrona del suo cuore, alle tormentate notti in locande credute castelli, senza dimenticare barche incantate, burattini che per Don Chisciotte sono esseri demoniaci e tante, tante storie di amori contrastati ai quali l'hidalgo tenta di dare un lieto fine.
   «In tutto questo, però, quel che è proprio evidente è che queste avventure che andiamo cercando, alla fin fine, ci hanno portato tante sventure da non saper più qual è il nostro piede destro; e ciò che sarebbe meglio e più opportuno fare, secondo il mio modesto giudizio, sarebbe tornare al nostro paese, ora che è il tempo della mietitura ed occuparci delle nostre faccende, smettendo di passare di qua e di là e dalla padella alla brace, come si dice.»
   «Quanto poco conosci, Sancho, le cose della cavalleria!» rispose don Chisciotte «Taci e abbi pazienza, perché verrà il giorno in cui vedrai con i tuoi occhi quanto ci sia nell’onorevole esercizio di questa professione. Altrimenti dimmi quale maggiore gioia ci può essere al mondo, quale piacere può competere con quello di vincere una battaglia o quello di trionfare sul proprio nemico? Nessuno, senza alcun dubbio.»
Salvador Dalì, Don Chisciotte (1935)

La lettura del Don Chisciotte è tutto fuorché uniforme: a capitoli che si fanno divorare con estrema facilità e che non fanno mai sentire il lettore sazio di particolari seguono sezioni più lente, in qualche caso monotone (come la lunga parte finale dedicata alla beffa ordita ai danni di Chisciotte e Sancho), ma la grandezza dell'opera e la sua gloria letteraria appaiono immediatamente evidenti e si spiegano con l'originalità dei contenuti - il più delle volte deformazioni e caricature di episodi dei romanzi dei cavalieri iberici o dei paladini di Carlo Magno - con la sottile dialettica fra idealismo e realismo, cui si accompagna un'amara riflessione sull'utopia dei valori del passato e la prosasticità dell'era moderna e con la trama metaletteraria che emerge in modo più o meno evidente. Quest'ultima si dipana in due direzioni: una interna al romanzo, con riferimenti alla filosofia e alla mitologia classica, alle imprese narrate nei romanzi della Reconquista spagnola e alle avventure di Orlando, pazzo per amore al punto di degradarsi come fa lo stesso Don Chisciotte, che non si accorge di esporsi al pubblico ludibrio mentre sbandiera le sue ineguagliabili imprese; l'altra è quella dell'espediente narrativo adottato, che porta Cervantes verso una forma di narrativa per interposta persona che avrà largamente successo in era moderna. Infatti Cervantes, mentre ci presenta le avventure e disavventure dell'hidalgo manchego, dice di attingere agli scritti di un tale Chide Amete Benengeli e, addirittura parla nella seconda parte del romanzo delle sorti della pubblicazione della prima, che tutti i nuovi personaggi incontrati dal cavaliere e dal suo scudiero dimostrano di conoscere e usano per ridere alle loro spalle.

Marc Chagall, Don Chisciotte (1974)
Ma l'aspetto che rende più prezioso Don Chisciotte della Mancha è l'ironia malinconica di cui è ammantato, anch'essa un importante punto di contatto con l'Orlando furioso: nella descrizione degli slanci di grottesco eroismo di Don Chisciotte e nell'abbassamento estremo della comunicazione di Sancho è evidente il tentativo di di Cervantes di affermare il controsenso del suo tempo, di una società che deride i paladini dei valori o le persone semplici senza però essere in grado di eguagliare né quei valori, né quella genuinità. Cervantes non risparmia certo al suo hidalgo apostrofi di pazzia o momenti di commiserazione, né si limita nell'additare la povertà e gli errori di cui Sancho infarcisce i suoi discorsi, ma usa questi elementi parodici per riaffermare la dignità continuamente calpestata dei due, portandoci comunque a parteggiare per lo sgangherato guerriero e a condividerne gli ideali e, allo stesso tempo, a riconoscere le ragioni basse e istintuali di Sancho che sfodera i suoi proverbi per tentare di riportarlo giù dalle nuvole e che, sebbene si presenti come uno scudiero ingordo, ignorante e pavido, rimane sempre e comunque fedele, accorato e sincero fino all'ultima pagina.
Ebbene, sono certa che molti di voi abbiano già letto questo romanzo o che avessero intenzione di farlo ben prima di leggere questa recensione: cosa pensate di Don Chisciotte e del suo originalissimo universo?
È forse un vano scopo o è tempo speso male quello impiegato a vagare per il mondo, non alla ricerca di piaceri ma di asperità, grazie alle quali i virtuosi ascendono al trono dell’immortalità? [...] Alcuni vanno per il vasto campo della superba ambizione, altri per quello della servile adulazione, altri ancora per quello dell’ingannevole ipocrisia e qualcun altro su quello della vera religione; ma io, spinto dalla mia stella, percorro l’angusto sentiero della cavalleria errante, per il cui esercizio trascuro ogni ricchezza, ma non l’onore.
C.M.

8 commenti:

  1. Ero davvero curiosa di leggere la tua opinione su questo romanzo e sono contenta che sia positiva. Contenta perchè la mia copia aspetta, mastodontica, in libreria, e là rimarrà per un po' di tempo, credo! Menzione d'onore per la mia edizione: un bellissimo Bur con illustrazioni davvero piacevoli.

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    1. Ammetto che la lettura non è stata affatto facile, ma ne è valsa la pena: certe pagine sono stupefacenti! Adesso aspetto le tue impressioni!

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  2. Ciao! Mi hai colpito moltissimo con questa recensione *^* Anche a me piacciono molto i classici, ma per qualche motivo non ho mai pensato di leggere questo... Ho sicuramente cambiato idea, e penso che non vorrò nemmeno aspettare molto!
    Comunque, hai un BELLISSIMO blog, complimenti!
    A presto ^^
    -G

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    1. Ciao! Guarda, io ho impiegato anni a decidermi di leggerlo: anche dopo che l'ho comprato, qualche altro libro si è messo fra me e lui... ma l'attesa e l'impegno della lettura sono stati ampiamente ripagati!
      Grazie per i complimenti, alla prossima! :)

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  3. Oggi sono in vena di curiosità. L’opera che citi è stata tradotta in diverse lingue, compresa in lingua sarda ed è stata intitolatala “Don Chisciote de sa Mantzia”. La copia è stata depositata nel museo di El Toboso vicino a Toledo (speriamo di non avere sbagliato città!!!) e farà parte di una particolare collezione: i libri tradotti in altre lingue straniere, se non ricordo male sono circa 400, si possono sfogliare tutti insieme nel museo. L’opera non l’ho mai letta e quando ho sentito la notizia avevo pensato di recuperarla e di leggerla in sardo. Sai che cosa mi frena? Le 500 e più pagine. Ciao

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    1. Ah, però! Non sapevo che ne fosse stata ricavata addirittura una versione in sardo! Grazie di averci regalato questa chicca!

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  4. Ne rimando la lettura da anni! Ho acquistato l'edizione nella collana dei Meridiani... Probabilmente ho una sorta di "soggezione" verso alcuni testi immortali e rimando in attesa del momento propizio per dedicarmici (altro caso è l'Ulisse, iniziato e interrotto per motivi pratici, ancora in attesa!). Altra osservazione, un romanzo come questo fa parte della cultura di tutti noi (o quasi), anche se non lo abbiamo letto "ne sappiamo" qualcosa: forse anche ciò più che un incentivo risulta un deterrente :P
    Però... il tuo post è assai convincente :D

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    1. Penso che questa soggezione sia, in fondo, il motivo per cui anch'io ho tanto procrastinato, del resto citi proprio Ulisse, che, assieme alla Recherche di Proust è uno dei miei sogni probiti e timori letterari allo stesso tempo! :)

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