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lunedì 19 settembre 2016

Il giardino dei Finzi-Contini (Bassani)

La scelta dell'ultima rilettura è stata dettata da una rapida sortita ferrarese: dovendo scegliere il libro da portare con me per munirmi di un passatempo da sala d'attesa, ho scelto un romanzo ambientato nella città estense. Come scrivevo qualche giorno fa, Il giardino dei Finzi Contini di Giorgio Bassani fa parte da anni dei libri candidati ad una seconda lettura in attesa di rivalutazione, infatti la prima esperienza, il primo anno di liceo, non mi ha lasciato alcuna buona impressione (la formula è eufemistica, a essere onesti), specie nell'ambito del suo trattamento come fonte per l'omonimo film di Vittorio De Sica.
Il giardino dei Finzi-Contini, pubblicato nel 1962, si ispira alla vera storia di una famiglia ebrea di Ferrara, quella dei Magrini, deportata nei campi di concentramento in seguito all'armistizio annunciato l'8 settembre 1943. I Magrini diventano così i Finzi-Contini, alto-borghesi con un'immensa proprietà cinta da alte mura in Corso Ercole I, all'interno della quale i giovani ebrei, cacciati dai club sulla base delle leggi razziali, perpetuano il rituale del gioco del tennis, circondati dai piccoli lussi della ricca famiglia: abbondanti spuntini e merende, piacevoli ore di ozio all'ombra degli alberi, lunghe gite in biciletta e apertura della fornitissima biblioteca di famiglia. Il protagonista e narratore - che rimane anonimo - conosce Alberto e Micòl Finzi-Contini fin dall'infanzia: li ha sempre notati al Tempio e a scuola, quando venivano esposti i voti di fine anno e i due fratelli davano gli esami da privatisti, ma di questi anni rimane un solo episodio fugace, con Micòl che gli rivolge la parola dall'alto del muro, in piedi su una scaletta a pioli, mentre lui è disperato per essere stato rimandato a settembre. La storia, infatti, si svolge dieci anni dopo, quando il protagonista e Micòl sono intenti alla redazione della tesi di laurea e si ritrovano spesso assieme ad Alberto e agli altri amici nel favoloso giardino, ultimo baluardo della serenità mentre fuori si scatenano le violenze fasciste e la guerra. Il vero motivo per cui il narratore frequenta la casa dei Finzi-Contini è la fascinazione che prova per Micòl, la quale, però, resta indifferente nonostante le numerose esplicite dichiarazioni.
Più che la narrazione di una storia di amicizia o di amore Il giardino dei Finzi-Contini è un grande ritratto della Ferrara degli anni '30-'40, nella quale si intrecciano piccoli episodi quotidiani e storie di discriminazione. Proprio questo fitto intreccio fra la storia del protagonista e di Micòl e lo scenario in cui è ambientata rende la città una sorta di personaggio comprimario (e questo ne spiega l'inserimento ne Il romanzo di Ferrara), sempre presente nei ricordi, esattamente come la giovane ebrea che sarebbe morta con quasi tutti i suoi famigliari in Germania.

Ferrara, Il castello estense al crepuscolo (foto di Athenae Noctua)

La seconda lettura non mi ha portata ad una totale rivalutazione, anche se è stata molto più scorrevole e consapevole della prima. Vi ho infatti ritrovato quegli elementi che me l'avevano resa indigesta da subito, dall'atteggiamento snob di Micòl all'ossessione del narratore per questa ragazza viziata, dalla quale scaturiscono episodi che al tempo mi risultarono patetici e che nel film erano stati ulteriormente accentuati (forse proprio quelli che portarono Bassani a rifiutarsi di firmare la sceneggiatura). Ora il mio giudizio è mitigato, ma i due personaggi continuano a non piacermi, a essere fatti più di parole che di realismo. Quello che invece merita un forte plauso e che anni fa non avevo colto sono le descrizioni di Ferrara, delle sue strade, dei paesaggi della pianura, della nebbia che si stende sulla città estense, che danno al romanzo alcuni slanci di forte energia letteraria.
Il giardino dei Finzi-Contini è soprattutto un romanzo della memoria, come spiegano due differenti particolari: il prologo, che narra di una gita del protagonista alla necropoli di Cerveteri, spunto per riflettere sul sepolcro dei Finzi-Contini e sul fatto che nessuno di loro, eccetto Alberto, vi ha trovato riposo, e il riferimento di Micòl al vizio che ha in comune col suo spasimante deluso, cioè la tendenza ad apprezzare più il passato che si adagia nel ricordo che a vivere il momento presente. E, in effetti, la tomba, simbolo della memoria del passato e degli affetti perduti, dà avvio al recupero della giovinezza, laddove Micòl, scomparsa fra i milioni di morti dei lager, mantiene ancora tutta la sua bellezza e vitalità.

Lino Capolicchio e Dominique Sanda nel film di Vittorio De Sica
Quanti anni sono passati da quel remoto pomeriggio di giugno? Più di trenta. Eppure, se chiudo gli occhi, Micòl Finzi-Contini sta ancora là, affacciata al muro di cinta del suo giardino, che mi guarda e mi parla. Nel 1929 Micòl era poco più che una bambina, una tredicenne magra e bionda con grandi occhi chiari, magnetici; io un ragazzetto in calzoni corti, molto borghese e molto vanitoso, che un piccolo inconveniente scolastico bastava a gettare nella disperazione più infantile. Entrambi ci fissavamo. Al di sopra della sua testa il cielo era azzurro e compatto, un caldo cielo già estivo senza la minima nube. Niente avrebbe potuto mutarlo, sembrava, e niente infatti l’ha mutato, almeno nella memoria.
C.M.

6 commenti:

  1. La citazione riportata mi è piaciuta molto, anche se il libro continua ad attirarmi e respingermi in ugual misura. Consigliatomi da mia madre e sconsigliatomi da mia sorella, la tua recensione si colloca a metà tra le due opinioni. Un giorno lo leggerò sicuramente, ma credo che prima mi dedicherò ad altro.

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    1. Permane un rapporto di attrazione e sfiducia, anch'io mi trovo in difficoltà nel consigliarlo. Ho però cercato di osservarlo in modo neutrale, individuandone con onestà quelli che mi sono parsi i suoi pregi e i suoi difetti.

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  2. Anch'io dovrei programmare una rilettera di questo romanzo che a me invece piacque molto già anni or sono. Nel caso poi non l'avessi ancora letto, ti consiglio Gli occhiali d'oro!

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    1. Mi pare di aver letto che si lega ad un personaggio nominato proprio ne Il giardino dei Finzi-Contini e la trama mi attira molto. Grazie del consiglio!

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  3. Come ben sai pur non rientrando tra i più belli per me, comunque ho apprezzato questo libro, per Micòl che trovo un personaggio femminile originale nella storia della nostra letteratura e per quel passato a cui molti (e tanti prima di noi e quelli che verranno), si aggrappano come ad una ricerca vana dell'età dell'oro, tipo "Midnight in Paris" di Allen. Si potrebbe parlare all'infinito di questo argomento!

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    1. Sì, anche se preferisco decisamente affrontare il tema lasciando fuori Micòl, che, per me, diversamente che per te, è un personaggio poco attraente: l'unico aspetto che mi ha incuriosita (e che anni fa non potevo cogliere) è la sua mentalità che anticipa i tempi, l'indipendenza di donna che studia lontano da casa e rifiuta le convenzioni e i romanticismi.

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