lunedì 5 giugno 2017

La mitologia nel Furioso: Ruggiero, Angelica e l'orca

L'Orlando furioso, nel rivitalizzare la tradizione del poema cavalleresco, ha il grande merito di coniugare la materia bretone e carolingia con quella classica, assemblando nel particolare intreccio temi di ascendenza mitologica e situazioni che a molti lettori risultavano familiari attraverso i poemi omerici e, soprattutto, attraverso l'Eneide. A questo retaggio epico si riconduce anche la determinante influenza di un altro autore caro agli umanisti, cioè Ovidio con le sue Metamorfosi e con il caleidoscopio di racconti che il poema contiene.

Gustave Moreau, Perseo e Andromeda (1870)

Nel libro X del poema è inserito uno degli episodi che maggiormente risentono di questi influssi classici. Ruggiero, il saraceno amato da Bradamante e da lei liberato dal castello del mago Atlante e poi fuggito dall'isola di Alcina a cavallo dell'ippogrifo, giunge in volo nell'isola di Ebuda (chiamata anche «Isola del pianto»), dove si imbatte in una scena raccapricciante: una giovane nuda è incatenata ad uno scoglio per essere offerta in sacrificio ad un orribile mostro (definito «orca» ma ben lontano dalle fattezze dell'animale marino che conosciamo). Ruggiero, oltre ad un enorme valore guerriero, possiede anche lo scudo incantato di Atlante, che riesce ad abbagliare ogni nemico, e l'anello magico di Angelica, che, sottratto da Brunello, è stato conquistato da Bradamante e da lei ceduto alla maga Melissa affinché lo facesse pervenire a Ruggiero, in modo da salvarlo dalle grinfie di Alcina, smascherandone i sortilegi; il monile, infatti, può rendere invisibile chi lo tiene in bocca e bloccare qualsiasi incantesimo volto contro chi lo porti al dito o da questi scagliato. Grazie a questi strumenti magici, Ruggiero riesce a vincere l'orca, imbattibile se affrontata con la lancia, come dimostrano i vani attacchi del saraceno, che ad ogni assalto rimbalzano contro la dura pelle del mostro. 

Paolo Veronese, Perseo libera Andromeda (1560)
Il cuore dello scontro è narrato nelle ottave 100-110, che presentano la descrizione del mostro, di fronte al quale Angelica è terrorizzata (ottava 100), i tentativi di Ruggiero di colpirla con la sua lancia (ottave 101-104, con la 103 in cui una similitudine animale paragona l'assalto del guerriero a quello di un'aquila contro un serpente esposto al sole), le reazioni feroci dell'orca che tenta di azzannare Ruggiero come un mastino che vuole inghiottire la mosca che gli ronza intorno e che solleva l'acqua fino al cielo con i suoi movimenti rabbiosi (ottave 105-106) e, infine, la risoluzione del guerriero di ricorrere alla magia dello scudo di Atlante (107-110).
Ecco apparir lo smisurato mostro
mezzo ascoso ne l'onda e mezzo sorto.
Come sospinto suol da borea o d'ostro
venir lungo navilio a pigliar porto,
così ne viene al cibo che l'è mostro
la bestia orrenda; e l'intervallo è corto.
La donna è mezza morta di paura;
né per conforto altrui si rassicura.
Tenea Ruggier la lancia non in resta,
ma sopra mano, e percoteva l'orca.
Altro non so che s'assimigli a questa,
ch'una gran massa che s'aggiri e torca;
né forma ha d'animal, se non la testa,
c'ha gli occhi e i denti fuor, come di porca.
Ruggier in fronte la ferìa tra gli occhi;
ma par che un ferro o un duro sasso tocchi.
Ruggiero cede l'anello ad Angelica per non essere inibito nell'uso della magia e scatena con lo scudo un bagliore tale che sembra che un nuovo sole sia aggiunto al cielo (con chiaro riferimento alla moltiplicazione della luce descritta da Dante nei vv. 61-63 del canto I del Paradiso, al momento del passaggio della sfera del fuoco). L'orca non viene uccisa, bensì abbagliata e lasciata a galleggiare priva di sensi fra la schiuma delle onde, mentre Ruggiero afferra Angelica e la porta via con sé sull'ippogrifo.
Il modello della scena narrata in questo canto è duplice: da un lato Ariosto guarda al combattimento di Grifone e Aquilante contro il coccodrillo aizzato dall'immortale Orrilo (personaggio che proprio nel Furioso verrà abbattuto da Astolfo) nell'Orlando innamorato di Matteo Maria Boiardo; dall'altro ha sicuramente presente il celebre episodio della liberazione di Andromeda ad opera di Perseo, narrato nel libro IV delle Metamorfosi ovidiane (vv. 668-752). Lo scontro boiardesco è narrato nel canto III del libro III dell'Innamorato ed è evidente fin dalle ottave 3-6 che la situazione è similare: Grifone, che affronta inizialmente da solo il coccodrillo perché Aquilante è impegnato nel vano sforzo di tagliare in due Orrilo, non riesce a scalfire la dura pelle del coccodrillo, creatura anfibia, dalle forme di lucertola ma molto più grande, in grado di inghiottire vacche e cavalli interi.
Contai del cocodrilo in che maniera
da la torre de Orrilo a furia n’esce.
A meraviglia grande è questa fiera,
che molto vive e sempre in vita cresce;
ora sta in terra ed or nella riviera,
le bestie al campo, a l’acqua prende il pesce;
fatto è come lacerta, over ramaro,
ma di grandezza già non sono al paro;

Ché questo è lungo trenta braccia, o piue,
il dosso ha giallo e maculoso e vario;
la mascella di sopra egli apre in sue,
ed ogni altro animal fa pel contrario.
Tutta una vacca se ingiottisce, o due,
ché ha il ventre assai maggior de un grande armario,
e denti ha spessi e lunghi de una spana:
mai fu nel mondo bestia tanto istrana.

Ora Grifon, che lo vidde venire,
come detto è di sopra, a tal tempesta,
mosse con gran possanza e molto ardire
verso di quello e la sua lancia arresta.
Più bello incontro non se potria dire:
tra gli occhi il colse, a mezo de la testa.
Grossa era l’asta, e il ferro era pongente,
Ma l’uno e l’altro vi giovò nïente.

Fiaccosse l’asta come una cannuza
e poco fece il ferro alla percossa,
ché a quella bestia non passò la buza,
tanto era aspra e callosa e dura e grossa.
Ora apizata è ben la scaramuza,
e la fiera orgogliosa, ad ira mossa,
aperse la gran bocca; e senza fallo
integro se il sorbiva esso e ’l cavallo.
Gustave Doré, Canto X (1894)

Ariosto, tuttavia, predilige, anche nella costruzione stilistica dei suoi versi, la letteratura latina, così trae ispirazione direttamente dai versi delle Metamorfosi in cui è descritta l'impresa di Perseo che, dopo aver annientato Medusa e portandone con sé la testa, giunge in Etiopia, trovando che la principessa Andromeda, figlia della superba Cassiopea (rea di ritenersi più bella delle Nereidi) è in procinto di essere sacrificata ad un mostro. Anche questa scena è ambientata presso una costa rocciosa e tuttavia Perseo ha maggiore successo nella sua impresa rispetto a Ruggiero, Grifone e Aquilante, dal momento che il mostro non sembra dotato di particolari difese. Insomma, se l'argomento della dura corazza dell'orca sia di derivazione boiardesca, nella descrizione del volo di Ruggiero il modello è chiaramente Ovidio, tanto più che la stessa similitudine dell'aquila che attacca la serpe è presente nei vv. 714-720 del passo delle Metamorfosi. Similare è anche la descrizione dell'avvicinamento del mostro, da Ariosto paragonata ad un'imbarcazione che si spinge verso il molo (ottava 100) come per Ovidio si presenta «velut navis praefixo concita rostro / sulcat aquas iuvenum sudantibus acta lacertis» cioè «come una nave che solca la acque, col rostro proteso, spinta dalle braccia e dal sudore dei giovani», mentre, fisicamente, il mostro appare come una fusione fra le fattezze del coccodrillo di Boiardo e dell'animale marino ariostesco, poiché sa muoversi sulla terra così come nell'acqua. Vediamo i vv. 714-734 del libro IV del poema latino:
Come l'uccello di Giove, quando scorge in un campo aperto
una biscia che espone al sole il suo livido dorso,
l'assale alle spalle e, perché non si rivolti a ferire coi morsi,
le conficca i suoi artigli aguzzi fra le squame del collo,
così, precipitandosi con volo fulmineo nel vuoto,
l'Inachide piomba sul dorso della belva e nella scapola
le pianta il ferro, mentre si dibatte, sino al gomito dell'elsa.
Ferito gravemente, il mostro ora spicca balzi in aria,
ora si tuffa in acqua, ora si dibatte come un cinghiale selvggio
atterrito da una muta di cani che gli latra intorno.
Con un battito d'ali Perseo si sottrae a quei morsi rabbiosi
e dove trova un varco, vibra fendenti con la lama falcata,
ora sul dorso incrostato di conchiglie, ora in mezzo alle costole,
ora sulla schiena che si assottiglia in una coda di pesce.
Il mostro vomita sangue purpureo dalla bocca insieme all'acqua.
Gli spruzzi inzuppano, appesantendole, le ali di Perseo;
e lui, non osando più affidarsi a quei sandali imbevuti d'acqua,
avvistato uno scoglio la cui cima affiora quando il mare
è tranquillo, ma è sommersa quando questo è in burrasca,
vi si posa e, reggendosi con la sinistra alle sporgenze,
tre quattro volte senza tregua gli affonda la spada nelle viscere.
Anche il particolare secondo cui le ali che adornano i calzari di Perseo vengono inondate dall'acqua sollevata dal dibattersi del mostro è ripreso nel Furioso: anche Ruggiero, infatti, si trova in difficoltà perché le piume delle ali dell'ippogrifo vengono appesantite dalle ondate sollevate dall'orca fino al cielo, rendendo nel suo caso difficoltoso il volo e determinando la scelta di un cambio di strategia.
Sì forte ella nel mar batte la coda,
che fa vicino al ciel l'acqua inalzare;
tal che non sa se l'ale in aria snoda,
o pur se 'l suo destrier nuota nel mare.
Gli è spesso che disia trovarsi a proda;
che se lo sprazzo in tal modo ha a durare,
teme sì l'ale inaffi all'ippogrifo,
che brami invano avere o zucca o schifo.
Piero di Cosimo, Liberazione di Andromeda (1510)

Il racconto ovidiano termina con la morte del mostro e con un elemento di trasformazione della materia che spiega l'inserimento del racconto di Perseo nelle Metamorfosi, cioè il prodigio secondo il quale la testa di Medusa, riposta dall'eroe su foglie e giunchi per proteggerla dalla sabbia, le trasforma in pietra, generando il corallo. Non scorre invece sangue nel racconto di Ruggiero e Angelica, dal momento che l'orca verrà uccisa da Orlando; il paladino giungerà a Ebuda sulle tracce di Angelica e a sua volta salverà dal mostro una fanciulla (Olimpia, contessa d'Olanda), agendo con l'astuzia: si infilerà con una barchetta fra le fauci della creatura per ancorarne le zanne ad un'ancora e trascinarla poi a riva e la descrizione farà leva sulla similarità dell'impresa di Orlando con quelle dei pescatori di granchi di Comacchio che tirano le reti o dei tori domati con il laccio, elementi che non mancheranno di suscitare la curiosità di Italo Calvino. Tuttavia, a differenza di Perseo, che viene acclamato e premiato con la mano di Andromeda, Orlando diviene invece bersaglio dell'ostilità degli isolani di Ebuda, che non gli sono grati per averli liberati, bensì tentano di ucciderlo nella certezza di potersi così propiziare gli dei del mare, costringendo il paladino a difendersi a colpi di Durlindana e a compiere una strage.

Jean Auguste Dominique Ingres, Ruggiero libera Angelica (1819)

L'impresa di Perseo e quella di Ruggiero hanno avuto grande successo anche nelle arti figurative. La rappresentazione più nota è certamente quella di Piero di Cosimo che intorno al 1510 realizza La liberazione di Andromeda, un olio su tavola attualmente esposto agli Uffizi che quasi certamente fa parte delle fonti di suggestione ariostesche. Il dipinto fa coesistere due fasi della vicenda ovidiana: sulla destra vediamo Perseo che discende alle spalle del mostro, mentre il centro della tavola è occupato dall'attacco dell'eroe al mostro, fedelmente riprodotto dalle zanne alla coda, mentre Andromeda si ritrae sul lato sinistro; nella parte bassa possiamo invece vedere il tronco che richiama la mitica origine del corallo.
Verticalizzata da Paolo Veronese nel 1560 nella tela del Museo delle belle arti di Rennes, la scena si carica di un significato molto forte nel gioco di sguardi che si crea nel triangolo formato dalle tre figure di Perseo, che discende sulla testa del mostro, la creatura marina e Andromeda, che, differentemente da quanto accade nel dipinto di Piero di Cosimo, non si ritrae, ma assiste con curiosità e speranza allo scontro.

Tiziano Vecellio, Perseo e Andromeda (1562)

Due anni dopo allo stesso soggetto si dedica anche Tiziano. Gli studi condotti sulla tela commissionata da Filippo II di Spagna hanno messo in luce un ripensamento dell'artista rispetto alla versione originaria del 1557, forse incentrata sull'innamoramento di Perseo e non sul combattimento scelto alla fine. L'opera risulta ancora una volta fedele a Ovidio: Perseo impugna la spada falcata donatagli per mozzare il capo a Medusa e ai piedi di Andromeda si possono scorgere dei rametti di corallo.
Tralasciando le versioni di Iacopo Palma il Giovane e di Pieter Paul Rubens (quest'ultima dedicata alla descrizione della liberazione effettiva, con il mostro già stramazzato fra le onde in lontananza), il mito riemerge nell'Ottocento in una particolarissima versione di Edward Burne-Jones, esponente della confraternita preraffaelita, che presenta Andromeda e Perseo come esseri androgini, intrappolati in una raffigurazione fuori dal tempo, rigida, quasi iconica, dove emerge soprattutto il contrasto fra il nudo chiarissimo della fanciulla e la fusione bluastra dell'armatura dell'eroe con il corpo di serpe del suo avversario, che sembra quasi dover soccombere fra le spire del mostro.

Edward Burne-Jones, Perseus (1884-1885)

Nella tela di Gustave Moreau del 1870 si impone invece un'atmosfera fiabesca, surreale, che, quasi in esplicito contrasto con la ieraticità e la freddezza della scena di Burne-Jones, lascia spazio a colori caldi e a figure adagiate e quasi dissolte negli elementi naturali, nel rispetto dei dettami dell'arte simbolista: Perseo, che discende dall'alto, è come inghiottito dalla luce del sole, mentre Andromeda sembra quasi rassegnata nel suo adagiarsi alla prigione dalla quale non può liberarsi da sola.
Così come i brani del libro X del Furioso riecheggiano quelli del IV libro di Ovidio, le tele che rappresentano la liberazione di Angelica da parte di Ruggiero non possono prescindere dai modelli individuati. La rappresentazione delle ottave di Ariosto si afferma nel XIX secolo ed è fra i soggetti delle serigrafie realizzate da Gustave Doré per il poema nel 1894. A dedicarsi all'episodio sono anche Jean-Auguste-Dominique Ingres, che nel 1819 realizza una tela (oggi al Louvre) in cui la concitazione sembra placarsi in favore di una fotografia statica dominata dall'oro dell'armatura di Ruggiero e dal fulvo manto dell'ippogrifo, che forma quasi un tutt'uno con l'eroe.

Arnold Böcklin, Ruggiero libera Angelica (1873)
Quasi favolosa sembra invece la versione di Arnold Böcklin del 1873, conservata a Berlino. Ruggiero sopraggiunge dallo sfondo su un normalissimo cavallo e la scena è dominata quasi da una pacata attesa: l'incedere del destriero sembra pacato e Andromeda stessa appare tranquilla, come se l'orca ai suoi piedi non facesse altro che tenerla avvinta all'albero; in effetti, lo stesso mostro sembra docile, come intento a riposare, infatti non mostra le zanne che assumono il ruolo di protagonista nei racconti poetici e nei dipinti precedenti, ma, al contrario, avverte appena l'avvicinarsi del suo avversario.
La grande tradizione classica manifesta dunque un'eco duratura, in grado di tradursi in poemi nuovi e in forme d'arte alternative, sfuggendo ai versi e traducendosi in dipinti. Ovidio ha raccolto un motivo affidato soprattutto all'oralità e lo ha consegnato ai poeti successivi, assumendo nuova vita nelle briose pagine ariostesche e testimoniando così l'immortalità del mito.

C.M.

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