mercoledì 25 ottobre 2017

Casa per casa: oltre la porta

Il percorso Casa per casa non poteva essere completo senza una sortita nelle abitazioni. La rappresentazione degli interni è importante, nella consacrazione della casa come luogo dell'anima, alla pari di quella degli esterni. In un certo senso, si può dire che, come fossero personaggi di un'opera letteraria, le case hanno una loro apparenza esteriore, ma vanno esplorate internamente per comprenderne il carattere.
 
Carl Larsson, Lato della casa esposto al sole (1894)

Anche in questo caso, il modo migliore per cogliere il significato profondo del ritratto di un interno è soffermarsi su una delle tele più celebri di Vincent van Gogh, La camera ad Arles. Il dipinto, nato nell'ottobre del 1888 nella cittadina provenzale, viene realizzato in tre esemplari e fin dalla sua conclusione il pittore prova il desiderio di condividere con il fratello Theo questa particolare esperienza artistica, descrivendogli il quadro e motivando le scelte tecniche che stanno alla base di esso. Nella lettera inviata a Theo il 16 ottobre 1888 si legge:
Questa volta si tratta semplicemente della mia camera, ma qui è il colore che ha il ruolo principale e, attraverso la sua semplificazione, deve rappresentare l'idea del riposo e della tranquillità.
Insomma, osservare il dipinto dovrebbe riposare la mente, o, almeno, l'immaginazione.
Le pareti sono di un viola chiaro. Il pavimento è fatto di piastrelle rosse. L'intelaiatura del letto e le sedie sono di un frizzante giallo burro. Le lenzuola e i cuscini sono di un verde limone brillante. La coperta è scarlatta, la finestra verde, il tavolo da toeletta è arancione, il lavabo blu, le porte indaco.
Questo è tutto: non c'è nulla in questa stanza dalle persiane chiuse.
La solidità della mobilia dovrebbe esprimere un riposo immobile.
Ci sono dei quadri appesi al muro, uno specchio, un asciugamano e alcuni abiti.
La cornice, poiché non c'è nulla di bianco nel dipinto, sarà bianca.
Questa è la mia rivalsa per il riposo forzato cui sono stato costretto.
Ci lavorerò ancora domani, per tutto il giorno, ma puoi ben vedere quanto semplice sia l'idea.
Non ci sono ombre; i colori sono piatti come nelle stampe giapponesi.
Vincent van Gogh, La camera ad Arles (1888)
 
Le parole dell'artista presentano la stanza o, per meglio dire, la sua rappresentazione, come un correlativo oggettivo: la semplicità della composizione (che, tuttavia, non si può accostare alla pulizia delle immagini giapponesi che van Gogh tanto ammira), la solidità degli elementi selezionati e l'assoluta prevalenza di linee dritte devono rappresentare uno stato di riposo e immobilità tale da trasformare in arte e bellezza una condizione spiacevole vissuta dal pittore. Allo stesso tempo, però, la tela rievoca quello stato di solitudine e infelicità, trattenendo in sé una duplicità che riflette quella dell'animo stesso del suo creatore.
Negli interni come negli esterni si distingue la particolare tecnica di Carl Larsson, le cui stanze sono inondate dal chiarissimo sole scandinavo, che rende vividi e precisi i dettagli. Gli interni di Larsson sono spesso animati: se nella Stanza da letto (1889) la presenza di un uomo è appena visibile oltre le tende del baldacchino e al di sotto della libreria che incornicia le pareti, Lato della casa esposto al sole (1894) si carica di una componente affettiva grazie alla presenza della bambina che annaffia le piante sul davanzale, suggerendo un gioco di chiaro-scuro altrimenti assente. 
 
Carl Larsson, Stanza da letto (1899)
 
Ed è davvero Un angolo accogliente quello dell'acquerello in cui compare, sonnecchiante in un salotto un po'disordinato, un cane che dà forza all'idea di casa e familiarità; fra i tre dipinti, questo è quello che rende maggiormente l'atmosfera di un luogo vissuto, con il suggerimento sul recente e frettoloso abbandono del divano da parte di chi lo occupava: la coperta è spiegazzata, le pantofole dimenticate, il tappeto come rivoltato da un movimento improvviso, un libro e una rivista indicano che la lettura è stata sospesa senza il tempo di poter chiudere i volumi.
 
Carl Larsson, Un angolo accogliente (1894)
 
Al periodo figurativo di Vasilij Kandinskij appartiene un dipinto dedicato alla casa del pittore a Murnau, in Alta Baviera. La mia sala da pranzo (1909) è un concentrato di colori nel quale le forme si scompongono e si rendono appena riconoscibili: intuiamo la presenza di qualche oggetto sul tavolo, di un mobile, del calorifero e di una fruttiera. Se qui la visione dell'interno non suggerisce un particolare stato d'animo dell'artista, appare però evidente il percorso di dissoluzione delle figure che porterà Kandinskij ad abbracciare unicamente l'astrattismo nel giro di un biennio: la casa, al pari dei personaggi delle prime tele e dei paesaggi, si presta a sua volta all'indagine delle forme che l'artista vuole trasformare in simboli e suoni.
 
Vasilij Kandinskij, Interno - la mia sala da pranzo (1909)
 
Negli stessi anni Marc Chagall realizza due interni molto differenti. In Interno russo o il salone del nonno (1908) i contorni degli oggetti (le sedie, i vasi, una credenza) appaiono sciolti come ricordi annebbiati e si fanno notare soprattutto i dipinti alle pareti, forse foto di famiglia che conferiscono intimità a questa immagine. 
 
Marc Chagall, Interno russo o il salone del nonno (1908)
 
Nel 1917 realizza invece una tela molto più affascinante, stavolta dai colori freddi ma con la stessa infusione di vita, Interno con fiori, che raffigura uno spazio abitato, nel quale l'azione della lettura è stata appena interrotta e, con essa, si è momentaneamente affievolito il piacere dato dal tepore del sole che penetra dalla finestra e dal profumo e dalla gradevolezza estetica dei fiori sul tavolo. Chagall offre qui una sorta di promessa di un ritorno alla gioia e alla spensieratezza che sono stati messi da parte, rievocando l'atmosfera rasserenante di casa.
 
Marc Chagall, Interno con fiori (1917)
 
La pennellata nervosa di Ernst Ludwig Kirchner si porta invece in una baita sulle Alpi. C'è una donna china sul tavolo, forse per scrivere una lettera, sulla destra di Cucina in una baita alpina (1918), un interno dominato dai colori gialli e marroni delle assi di legno e illuminato da una finestra sul fondo della tela. A differenza di molti dipinti di questo artista, esponente di primo piano dell'espressionismo tedesco, si assiste qui ad una maggiore distensione, indotta, forse, dalla natura, dal clima, dal raccoglimento molto particolare di cui si gode nelle case di montagna, lontano dal rumore e dalla confusione delle città.
 
Ernst Ludwig Kirchner, Cucina in una baita alpina (1918)
 
Grande pittore di interni è naturalmente Henri Matisse, particolarmente affezionato alle stanze occupate da piccoli tavolini su cui si adagiano tovaglie colorate e vasi di fiori (talvolta con l'inserimento di donne che leggono), con ampie portefinestre su cui si aprono tendaggi arabescati, pareti rivestite di carta da parati floreale e ampi tappeti. Si tratta quasi sempre di appartamenti borghesi affacciati sul lungomare di Nizza e il colore trasmette la forza del legame di Matisse con questa città. 
 
Henri Matisse, Interno con fonografo (1924)
 
Ne è un esempio Interno con fonografo (1924), ma ancor più caratteristico della tecnica dell'artista e della sua esperienza della pittura fauves è Armonia in rosso (1908), un interno riportato in maniera bidimensionale e dominato dal rosso che annulla i volumi e unifica le superfici, creando dei vivaci contrasti con i motivi vegetali blu e il paesaggio che si scorge oltre la finestra; ne risulta un quadro non realistico, in cui predominano la dimensione emotiva associata al colore e il bisogno di immediatezza.
 
Henri Matisse, Armonia in rosso (1908)
 
Una visione del tutto particolare degli interni è quella offerta da Giorgio de Chirico, che, oltre a realizzare numerosi Interni metafisici in cui ammassare «oggetti che la scempiaggine universale relega tra le inutilità», compie anche un interessante ribaltamento di spazi. Accade con Mobili nella valle, una serie di tele realizzate negli anni '60 in cui le suppellettili vengono estratte dalle abitazioni e collocate in paesaggi fantastici. 
 
Giorgio de Chirico, Mibili nella valle (1963)
 
De Chirico porta fuori ciò che, normalmente, si trova all'interno delle case, ma porta anche dentro alle case ciò che, per forza di cose, sta al di fuori di esse. Il ritorno di Ulisse, sia nella versione del 1966 sia nella più suggestiva del 1973, presenta una soluzione spiazzante: l'eroe e la sua imbarcazione, simboli della vastità del mondo, del pericolo e dell'avventura, vengono calati all'interno di una stanza, che, al contrario, rappresenta il luogo degli affetti e della sicurezza. Si tratta di una rivoluzione in termini di idee, ma anche del naturale slancio di un artista che ha sempre raccolto in sé, come in un rifugio domestico, l'eredità greca e che può in ogni momento, anche nel salotto di casa, vedere Ulisse, ricordare i suoi viaggi, respirare l'odore del mare e le atmosfere antiche, facendo della propria dimora un luogo di sogni.

Giorgio de Chirico, Il ritorno di Ulisse (1973)

C.M.

2 commenti:

  1. Interessante anche questa seconda parte. De Chirico mi ha sempre lasciato indifferente ma in questo caso, come conclusione, l’ho trovato perfetto. Molto belle tutte le altre opere, e Larsson mi piace sempre di più. :)

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    1. Larsson è spettacolare, quando posso lo inserisco sempre nelle mie divagazioni artistiche! :)

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