«Finché avrò vita e forze, non cesserò di far filosofia»

Il processo e la morte di Socrate rappresentano uno dei momenti emblematici della storia e della cultura occidentale e, se pensiamo che in vita Socrate non ha voluto affidare allo scritto nessuna delle sue teorie, confidando nella natura attiva e progressiva della conoscenza, intesa come un continuo tentativo di avvicinamento alla verità, non è difficile affermare che ciò che più si ricorda di questo filosofo è proprio la sua fine.
Il ritratto che emerge dagli scritti dei suoi allievi, Platone e Sonofonte, è comunque un prodotto letterario, la cui corrispondenza al reale non si può dare per scontata e, anzi, soprattutto nel caso di Platone viene spesso trasfigurata nelle forme di una continua apologia del maestro e dei suoi seguaci e adattata all'espressione di teorie forse più platoniche che socratiche. I fondamenti del pensiero e del metodo socratico, comunque, sono ben testimoniati, anche attraverso la commedia attica.
 
Jacques-Louis David, La morte di Socrate (1787)

L'anno del processo a Socrate è il 399 a.C.. La situazione storica è dominata da forti tensioni risalenti alla fine del conflitto peloponnesiaco, alla lotta fra oligarchici, sostenitori del regime dei Trenta Tiranni instaurato ad Atene dagli Spartani vincitori, e i democratici tornati alla guida della città con la restaurazione di Trasibulo del 403 a.C.. Nel tentativo di ricomporre i contrasti civili e di riportare la pace ad Atene, la riforma dell'arconte Euclide promulga un decreto di amnistia, in base al quale i cittadini non direttamente coinvolti nei soprusi dei Trenta ma accusati di aver solamente parteggiato per loro non possono essere perseguiti. Tuttavia alcune rivalità rimangono latenti e nel caso di Socrate riemergono gli accenti della lotta politica.
Diogene Laerzio nelle Vite e dottrine dei filosofi (II, 40), riporta le accuse mosse a Socrate, che prevedono una dike demosìa (o graphé), cioè un'udienza davanti ad un pubblico tribunale ateniese.

Meleto figlio di Meleto ha sottoscritto contro Socrate figlio di Sofronisco del demo di Alopece questa accusa giurata: Socrate è colpevole di non onorare gli dei riconosciuti dalla città e di introdurre altre nuove divinità; è colpevole inoltre di corruzione dei giovani. La pena richiesta è la morte.

Un po'tutta l'opera di Platone è tesa all'affermazione della virtù del maestro, della sua innocenza e dell'ingiustizia da lui subita, ma possiamo concentarci su un gruppo di tre scritti che ruotano attorno alle vicende del processo e della condanna di Socrate, scandendo tre tappe fondamentali della vicenda: l'avvicinamento al tribunale (Eutifrone), le orazioni processuali (Apologia di Socrate) e il rifiuto dell'evasione dal carcere (Critone). Se comunemente si concorda su una datazione dell'Apologia a pochi anni dopo la conclusione del processo, maggiori dubbi sono posti dagli altri due dialoghi, dal momento che il solo contenuto non basta a ricondurli alla giovinezza dell'autore e, anzi, in entrambi sono presenti degli elementi che preannunciano fasi successive del pensiero platonico.
Eutifrone, noto anche come Sulla santità, inscena un dialogo fra Socrate, che si sta recando in tribunale per ascoltare le accuse di Meleto e difendersi, ed Eutifrone, che deve presentarsi all'arconte Re per muovere un'accusa di empietà al proprio padre, reo di aver lasciato morire di stenti un dipendente in attesa che fosse stabilita la sua colpevolezza nell'omicidio di uno schiavo. L'unica premura di Eutifrone è quella di stornare da sé il pericolo del mìasma, la contaminazione che un atto sacrilego compiuto da un familiare riverserebbe su tutta la stirpe, ma agli occhi dei più Eutifrone sta compiendo a sua volta un gesto deplorevole e immorale. Ecco, dunque, che Socrate, desideroso di attaccare la presunzione di sapienza del prossimo, si fa allievo di Eutifrone, al quale chiede di definire la santità (osiotes), un'idea che una persona tanto certa di possederla dovrebbe conoscere bene. Inizia qui un serrato dialogo nel quale Socrate mette in crisi ogni argomento di Eutifrone, sottolineandone le contraddizioni anche rispetto al sistema di valori in cui lui crede, a partire dal fatto che santo non può essere ciò che è approvato dalla divinità, giacché fra le numerose divinità del pantheon ellenico alcune approvano certi comportamenti e altre no, e addirittura alcuni dèi sono costantemente in contrasto fra loro. Nel momento stesso in cui l'idea, prima assoluta, di approvato dagli dèi viene relativizzata, la base della tesi di Eutifrone si sgretola e le successive provocazioni di Socrate, che applica con sottigliezza l'arte maieutica per avvicinare l'interlocutore alla verità o, quantomeno, allontanarlo dalla presunzione di possederla in principio, lo spingeranno ad abbandonare il confronto. Tutto rimane appeso a quello che è forse il maggiore interrogativo posto da Socrate ad Eutifrone: «Il santo è amato dagli dèi perché è santo o è santo perché è amato dagli dèi?» (10 a). 
Nell'Eutifrone il tentativo di Socrate è di superare una visione tradizionalista, superstiziosa e puramente formale del culto in un discorso sul bene, il grande fine cui la santità, intesa come cooperazione con la divinità, deve tendere, ma è un traguardo cui Eutifrone, chiuso nella sua ottusità e presuntuoso di conoscere già ciò che non riesce a spiegare e a difendere dalle repliche di Socrate, non è in grado di raggiungere. Per questo a più riprese viene rievocato il caso stesso di Socrate, accusato da uno sbarbatello ingenuo, Meleto, di rifiutare il culto tradizionale solo perché il suo maggiore interesse è legato proprio alla ricerca di ciò che è buono e giusto, ma in realtà vittima di invidia, come dice lo stesso Eutifrone, le cui parole avvalorano la tesi dell'innocenza del filosofo e delle già menzionate tensioni seguite agli eventi politici ateniesi.
Proprio la figura di Meleto è l'anello di connessione fra questa riflessione e il suo atto successivo, riportato nella celeberrima Apologia di Socrate. Il discorso di difesa del filosofo è, per la precisione, un insieme di tre discorsi, corrispondenti alle fasi del processo: la difesa dalle accuse, a cui fa seguito il voto di colpevolezza; una nuova orazione dell'imputato, prevista in caso di voto sfavorevole per chiedere una commutazione della pena in una più lieve (una multa o l'esilio); un discorso tenuto da Socrate a condanna avvenuta, prima del ritiro dei giudici e senza alcuna funzione giudiziaria.
L'autodifesa di Socrate fa perno su due elementi: da un lato il tentativo di screditare Meleto, mettendo in luce l'assurdità delle sue accuse, contraddittorie e infondate, come dimostra il fatto che non ha trovato alcun testimone disposto a rilasciare dichiarazioni giurate nel tribunale; dall'altro la genuinità del proprio operato di filosofo, condotto senza alcun fine di lucro (come dimostra la semplicità in cui ha sempre vissuto), al solo scopo di aiutare gli uomini a superare quella convinzione di essere sapienti che impedisce loro di volgersi all'indagine della verità.
Nella prima parte del discorso di Socrate si colloca il noto episodio dell'oracolo di Delfi, che avrebbe risposto alla domanda di un amico di giovinezza di Socrate, Cherefonte, il quale chiedeva se esistesse un uomo più sapiente di Socrate stesso, che una tale persona non c'era. L'aneddoto viene inserito nel discorso non per un atto di presunzione, ma per illustrare l'ideale di sapienza di Socrate, che consiste nell'ammsisione di non sapere nulla e, quindi, nel riconoscersi nella condizione, pura e libera da preconcetti, di avere sempre qualcosa da imparare. Socrate presenta le parole dell'oracolo come una sorta di investitura, come la nomina a sacerdote della conoscenza, a facilitatore del percorso conoscitivo dei suoi cittadini. 
Di forte impatto drammatico, il pronunciamento dell'oracolo è tuttavia uno degli elementi rivelatori del rimaneggiamento platonico, infatti Mario Montuori (in Socrate: fisiologia di un mito) ha ricondotto all'episodio la genesi del mito di Socrate, spiegando i motivi per è inverosimile un riferimento effettivo da parte del filosofo (Matteo Andolfo li riassume nell'articolo Sui tre "volti" di Socrate: l'uomo, il mito e la maschera di Platone) con le diverse informazioni tramandate da Senofonte nella sua Apologia di Socrate e con alcuni dati storici, uno su tutti la posizione filospartana assunta da Delfi durante la guerra del Peloponneso e la conseguente occupazione da parte dei Lacedemoni, a causa delle quali non solo sarebbe stato impossibile a un Ateniese raggiungere il santuario, ma si sarebbe rivelato controproducente affidare la propria difesa all'istituzione delfica da parte di un uomo che avrebbe così rischiato di aggiungere alle accuse anche quella di laconismo, estremamente pericolosa negli anni della restaurazione democratica.
Proprio nel momento in cui l'assemblea si aspetta un'ammissione di colpa, Socrate ribadisce che un'assoluzione con la condizione di smettere di fare ciò che, per qualche motivo, ha irritato i suoi accusatori sarebbe vana: «Se insomma mi lasciaste andare alle condizioni che vi ho detto, vi ribatterei che, pur nutrendo per voi amicizia e affetto, concittadini, preferisco obbedire al dio piuttosto che a voi, e finché avrò vita e forze, non cesserò di far filosofia» (29 d).
Il primo voto del tribunale decreta, con uno scarto di soli trenta voti, la condanna a morte, ma è prassi concedere al condannato di implorare una pena più lieve. A questo punto Socrate impugna la consueta ironia e, rimarcando la propria innocenza e, anzi, i meriti del suo operato, sostiene di meritare invece un premio, come quello tributato agli atleti vincitori, ammessi ai pranzi nel Pritaneo a spese pubbliche. L'esito, alquanto prevedibile, è la conferma della condanna a morte.
L'ultimo atto dell'Apologia consiste in una serena accettazione del verdetto, affidata ad una dichiarazione dell'inutilità del timore per la morte destinata a grande fortuna presso i filosofi successivi.
Nel Cratilo, infine, Socrate ribatte al discepolo che gli ha offerto la possibilità di fuga, apertasi grazie ad uno scambio di favori con uno dei carcerieri. Il filosofo respinge le suppliche dell'allievo (così accorate che si è ipotizzato una sorta di tentativo di Platone e di altri seguaci di Socrate di discolparsi dalla dall'accusa di aver abbandonato il maestro, insieme alla volontà di far apparire il filosofo come un coraggioso martire) e afferma che la violazione della legge non è ammissibile nemmeno in risposta all'applicazione di una legge ingiusta, arrivando a immaginare un intervento persuasivo da parte delle leggi, nella forma di una accorata prosopopea.
A coronamento di un processo controverso, la fuga è forse la soluzione che gli accusatori di Socrate si aspettano e si augurano, perché sarebbe una forma di auto-accusa da parte del condannato. Del resto, per quanto Socrate appaia determinato, nell'Apologia, ad affermare orgogliosamente la sua estraneità alla politica, i legami con eminenti personaggi della cerchia di Pericle prima e con alcuni oligarchici poi è testimoniato nei suoi stessi dialoghi e si sa che Pericle e i suoi collaboratori non sono stati immuni dall'accusa di tirannide e di contrasto alla libertà di parola. Socrate non si schiera in senso fazioso (anzi, ribadisce di aver preso le distanze da scelte sbagliate ora dei democratici, ora degli oligarchici) ma è una figura scomoda, con amicizie compromettenti, con un atteggiamento provocatorio che accusare di eversione risulta facile e forse tragicamente necessario nel disegno di chi, ribadendo l'inalterabilità delle tradizioni e individuando un nemico comune, crede di restituire sicurezza e autorevolezza allo Stato.
Tutta questa complessità si concentra nella coppa di cicuta che Socrate si porta alle labbra, nella sua accettazione della morte e nell'espressione di coerenza e fermezza che lo caratterizza. Quello di Socrate è forse un mito scaturito da una vicenda lontana dall'idealizzazione prodotta da Platone, ma è ormai una parte integrante della nostra identità culturale e di quell'insopprimibile principio che illumina la via del progresso intellettuale e che è passato alla scienza come un imperativo: quello della vita come ricerca continua.

Il più grande bene dato all'uomo è proprio questa possibilità di ragionare quotidianamente sulle virtù e sui vari temi su cui mi avete sentito discutere o esaminare me stesso e gli altri e una vita senza ricerca non vale la pena di essere vissuta dall'uomo.
[Apologia di Socrate, 38a, traduzione di Maria Michela Sassi]

C.M.

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