martedì 12 febbraio 2013

Non habemus papam

Un blackout causato dalla bufera di ieri (a mia memoria uno dei pochi eventi correttamente previsti dai servizi meteorologici televisivi nella zona dove vivo), mi sono ritrovata completamente disorientata: mi aspettavo di iniziare l’attività di Athenae Noctua con un intervento sui giudizi letterari o sulle profezie riguardanti il Festival di Sanremo o con una recensione di un libro… invece, trac! Mi è capitata fra capo e collo la notizia che ha fatto saltare sulla sedia un po’tutti quanti (e, se lo dico io, scettica e miscredente come sono, penso possa valere per una buona fetta della popolazione italiana): Benedetto XVI ha abdicato al soglio pontificio. L’incidente elettrico di cui sopra mi ha impedito di commentare subito la questione, ma, d’altro canto, mi ha permesso di leggere un po’di carta stampata e di opinioni sul web, così da circostanziare maggiormente le mie affermazioni.


Fino a due giorni fa, l’evento di maggior clamore che legava la data dell’11 febbraio, lo Stato pontificio e, nostro malgrado, l’Italia era la firma dei Patti Lateranensi (1929), che avrebbe costituito uno degli argomenti papabili (si perdoni il gioco di parole) per le prime pagine del blog, ma che, ad oggi, viene messa in ombra da questo nuovo fatto.
Nonostante la pioggia di rassicurazioni sulla piena legittimità del gesto del romano pontefice, con tanto di citazioni dal Diritto Canonico riportate da padre Lombardi, le malelingue, fra cui annovero me stessa, hanno qualche dubbio sulla totale volontarietà del gesto di Benedetto XVI. Non che io dubiti del grande carico di responsabilità che spettano ad un monarca e delle ricadute sulla salute, ma l’insistenza sulla legalità del gesto e il calcare la mano sui segni premonitori, come l’intervista contenuta nel volume Luce del Mondo di Peeter Seewald (2010) o la deposizione del pallio pontificio sulla tomba aquilana di Celestino V (2009), e sulle abdicazioni papali precedenti non fanno che alimentare il dubbio che la rinuncia alla guida della Chiesa Romana sia dettata da ragioni più profonde delle condizioni di salute di Joseph Ratzinger.
A mio avviso, si perde troppo spesso di vista una verità storica: lo Stato del Vaticano (fondato con i Patti Lateranensi, che hanno normalizzato la situazione creatasi con la proclamazione di Roma a capitale del Regno d’Italia, il 9 ottobre 1870) è de facto una realtà politica al cui vertice è posto il pontefice, ma che dispone di un’assemblea (il Collegio cardinalizio) di organi di polizia, di una cancelleria e di ambasciate esattamente come altre realtà nazionali. In quanto tale, anch’esso è soggetto alle dinamiche di interesse e opportunità politico-istituzionale, e non deve essere tabù ammetterlo: se moralmente una tale posizione può apparire cinica, storicamente e politicamente non va censurata (nel rispetto della ‘verità effettuale della cosa’ di machiavelliana memoria). Fattori di instabilità interna ci sono: dallo scandalo (ancora irrisolto) della pedofilia, alla fuga di notizie (il Vatileaks del 2012), passando per le vicende burrascose e poco limpide dello IOR. Una buona quantità di elementi critici, insomma, tale da giustificare un mutamento di autorità che cerchi sostentamento nell’evidente stato di sofferenza del pontefice.
I precedenti richiamati da tutti i giornali, d’altronde, non portano acqua al mulino della causa della salute; per citare alcuni esempi, va detto che Clemente I (88-97) non rinunciò volontariamente alla carica, ma fu costretto all’abdicazione da un provvedimento di esilio, Silverio (536-537) fu deposto a forza e Celestino V (al quale si riferisce probabilmente Dante in Inf. III 59-60, definendolo «colui / che fece per viltade il gran rifiuto») , l’ultimo in ordine cronologico, pur avendo rinunciato volontariamente alla carica pontificia adducendo motivi di salute e la percezione della propria inadeguatezza all’incarico (espressi nella bolla pontificia del 13 dicembre 1294), rimase fino alla morte sotto il controllo di Bonifacio VIII, preoccupato dal grande seguito creatosi attorno al suo predecessore.
Non spetta comunque ai cittadini (credenti o meno) decidere se si tratti di una scelta giusta o sbagliata, quale che sia il suo movente, e trovo impropri i confronti con il sacrificio di Giovanni Paolo II, arrivato alla morte con un forte attaccamento al principio secondo cui «non si scende dalla croce»: se accettiamo le dimissioni per motivi di salute, ricordiamoci che parliamo di due persone diverse, se, invece, sospettiamo motivi istituzionali più profondi, accettiamo il fatto che si tratta di due sovrani diversi in due momenti storici vicini ma comunque differenti.
Adesso partirà il toto-papa, che potrebbe essere l’occasione per aprire nuove sale da gioco in Italia… che sia questo il motivo recondito celato dietro alla clamorosa rinuncia?

C.M.

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