domenica 21 aprile 2013

Cent'anni di solitudine (García Márquez)

Da tanti mesi me ne proponevo la lettura e fin dalle prime pagine tentavo di immaginarne la recensione. Ma la verità è che Cent'anni di solitudine è un testo che sfugge, che svolazza al di sopra delle categorie, che si sottrae alla fissità della parola. Perché fra le sue pagine si intrecciano personaggi eccezionali, leggende popolari, amori forti e scandalosi, avventure di modernità e emersioni di un lontano passato. Siate allora comprensivi se la mia recensione non sarà affatto tecnica.

Il romanzo, che ha valso a Gabriel García Márquez il premio Nobel per la letteratura nel 1982, racconta l'insolita storia della famiglia Buendía, che, a causa di un rapporto di parentela fra i cugini capostipiti José Arcadio e Ursula Iguarán e dalla convinzione che da una simile unione debba nascere un figlio con la coda di maiale, sembra destinata a non avere sviluppo. Ma il mito si rivela vano, e ai due coniugi, fondatori del paese di Macondo al termine di un lungo viaggio, è assicurata una discendenza fatta di figli e nipoti destinati a grandi avventure: infinite guerre civili, amori furtivi, odi laceranti, manie parossistiche e passioni cocenti.
Il quadro dei personaggi si complica in un caleidoscopio di relazioni e vicende (accentuato dal ricorrere del nome di Aureliano nelle diverse generazioni), e talvolta si rende necessario interrompere la lettura e ricostruire mentalmente l'albero genealogico di questa famiglia sudamericana. Ciascuno dei membri della famiglia Buendía diventa in qualche punto del romanzo il collegamento con narrazioni particolari in cui si distinguono gli aneddoti sullo zingaro Melquiades e le sue misteriose carte, il racconto delle guerre civili combattute dal colonnello Aureliano, che fanno riferimento al quadro storico della Guerra dei Mille giorni combattuta in Colombia fra Liberali e Conservatori fra il 1899 e il 1902, e il ricordo delle sanguinose repressioni degli scioperi nelle piantagioni di banane.
Alla biografia dei Buendía non si legano solo le vicende della storia colombiana, ma anche straordinari episodi paranormali o di attività di gusto minuzioso, che rendono il testo un esempio eccezionale di realismo magico e narrativa pittoresca: la casa in cui si svolge gran parte delle vicende si popola allora di fantasmi, di figure angeliche rapite in cielo, di animaletti di caramello e pesciolini d'oro, di amanti accompagnati da corteggi di farfalle gialle. È questo, d'altronde, l'elemento che ha catturato la giuria dei prestigiosi premi nordeuropei, che ha così motivato l'assegnazione del Nobel a Gabriel García Márquez: «per i suoi romanzi e racconti, nei quali il fantastico e il realistico sono combinati in un mondo riccamente composto che riflette la vita e i conflitti di un continente».
Il romanzo non è mai noioso, grazie all'agilità della narrazione e al particolare sistema ad incastro fra le digressioni, che entrano nel flusso del racconto senza invadenza, come risposte necessarie a soddisfare un'aspettativa e una curiosità che si affaccia fin dalle prime battute di ciascun capitolo. Dopo tante avventure, tanti drammi e sentimenti tanto forti, si arriva all'ultimo capitolo con la curiosità di tirarne le fila e comprendere cosa sia e come vada spiegato quel secolo di solitudine cui si allude nel titolo: ma, a quel punto, quando si leggono le ultime righe, quando finalmente si scopre il principio che ha regolato le esistenze di uomini e donne tanto intensi e tanto sventurati, si vorrebbe che il romanzo non si interrompesse, che il nastro fosse svolto per riportare in vita questo o quel personaggio, per rivedere questo o quel momento delle vite dei Buendía, per impedire che il flusso del tempo compia il suo corso.
Non perché lo avesse paralizzato lo stupore, ma perché in quell'istante prodigioso gli si rivelarono le chiavi definitive di Melquiades, e vide l'epigrafe delle pergamene perfettamente ordinata nel tempo e nello spazio degli uomini: il primo della stirpe è legato a un albero e l'ultimo se lo stanno mangiando le formiche.
C.M.

14 commenti:

  1. Grazie di questa recensione. Dovrò tornare a rileggerlo. Mi è rimasto soprattutto il personaggio grandioso di Ursula. E poi altri personaggi con nomi che hanno invece sonorità straordinariamente locali. Non so se è un fatto mio personale, ma i nomi spagnoli, latino-americani mi suonano immediatamente e sempre letterari, quasi utopici. Una questione di distanze, forse ...

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    1. Le sonorità latine sono molto evocative, fanno atmosfera letteraria, in effetti! Concordo con te sull'eccezionalità del personaggio di Ursula, il vero pilastro dell'intero romanzo.

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  2. Bella recensione!! devo assolutamente leggere questo romanzo che, tra l'altro, si trova già nella mia libreria ;D

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    1. Te lo consiglio vivamente, tanto più se già lo hai in casa! Il mix di realismo, storia e fantasia lo rende un romanzo speciale!

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  3. Anch'io vorrei leggerlo da tempo, anche se il realismo magico non è la mia più grande passione; è lì sullo scaffale, prima o poi ne troverò il tempo e le tue parole mi incentivano a farlo.

    ...perché, forse una buona recensione deve per forza essere tecnica? ;-)

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    1. No, a mio parere una recensione deve essere la sede in cui il lettore concentra le osservazioni che più lo hanno colpito; spesso gli aspetti tecnici della narrativa mi attraggono, ma sia per questo libro che per Dance dance dance questi elementi si sono rivelati di secondo piano rispetto alle impressioni prodotte, quindi non ho potuto trasportarli nella recensione.
      Devo confessare che il mio ritardo nel leggere Cent'anni di solitudine è dovuto al timore che si trattasse di un mattone infinito, invece sono rimasta piacevolmente stupita del contrario! :)

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    2. Quindi devo leggerlo anch'io!
      Avevo le tue stesse perplessità, se mi dici che "scorre via", mi ci avvicino senza affanno! ;)

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    3. Diciamo che i problemi di rallentamento nella lettura che personalmente ho riscontrato erano più che altro a carico dei diversi Aureliano e José presenti nella famiglia... ma con un po'di pausa di riflessione o con il prezioso albero genealogico segnalato, anche questo si risolve! :)

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  4. Bella recensione!è un libro che mi è piaciuto molto, magico, avventuroso, divertente ma anche intenso e interessante.
    Mi è piaciuto anche come tratta il tema della famiglia, in modo secondo me originale,perché sottolinea come sia difficile tramandare le cose e come ogni generazione sia distante l'una dall'altra,anche se ha la stessa origine.

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    1. Hai ragione, Beatrice, è un aspetto che hai fatto bene a sottolineare: c'è, in particolare, un bel passo che rimanda alla tua riflessione; riguarda la vecchia Ursula, ormai cieca: Pensava che prima, quando Dio non faceva con i mesi e con gli anni gli stessi imbrogli che facevano i turchi misurando un metro di percalle, le cose erano diverse. Ora non soltanto i bambini crescevano molto più in fretta, ma anche gli stessi sentimenti avevano un'evoluzione diversa.

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  5. il pezzo finale di questo romanzo mi ha davvero messo i brividi!!!
    avevo già letto Garcia Marquez, in "Dodici racconti raminghi", e alcuni racconti mi avevano talmente tanto attirato da farmi amare quest'autore...poi ho deciso di leggere Cent'anni di solitudine! Ha quel modo unico di incastrare tra di loro le vicende dei diversi molti personaggi, rendere normale ciò che è soprannaturale e viceversa... davvero un autore che merita di essere letto!

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    1. Concordo! La prossima lettura di Garcia Marquez che farò (quando avrò assottigliato un po'la pila dei libri che attendono di essere letti) sarà L'amore ai tempi del colera, ma sicuramente approfondirò la conoscenza dell'autore di questo romanzo spettacolare! Hai detto bene 'rendere normale ciò che è soprannaturale' è, in effetti, la nota caratteristica di Cent'anni di solitudine!

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  6. Questo libro a me è piaciuto da morire per la sua intensità.
    È il racconto di una vita, dell'intera vita di una stirpe che, come hai detto bene tu, scivola via fra diverse vicende che rimangono fortemente ancorate, però, alla realtà. Una realtà che si colora di magico perché culturalmente lo prevede, ma che non stacca mai la propria punta di compasso da quel centro che sono le vite sempre diverse e sempre uguali dei protagonisti.
    Io quando l'ho letto ho vissuto con la famiglia Buendìa, ho vissuto la solitudine intima ed universale di ognuno, senza però che nessuno dei protagonisti si calcificasse, si imponesse alla memoria più del dovuto, tranne forse il generale Aureliano, il cui profilo mi è parso di immaginare, così duro e aguzzo, mingherlino, ritroso ma volitivo.

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    1. A me sono rimaste molto impresse anche la figura di Ursula, con la sua produzie di animaletti di caramello e quella di Rebeca, la divoratrice di terra... la prima per la sua forza e tenacia, la seconda per la persistenza del senso di estraneità alla famiglia...

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