sabato 6 aprile 2013

L’ora prima era, il dì sesto d’aprile

Due avvenimenti della storia di Petrarca si legano alla data di oggi, 6 aprile. Mi riferisco alla storia letteraria del poeta, non alla sua vicenda biografica che, pur essendo alla base della produzione poetica, non coincide completamente con i contenuti del Canzoniere (vi sono forti dubbi sull'esistenza di Laura): da bravo uomo di lettere, Petrarca ha idealizzato la propria esistenza attraverso i canoni della tradizione.
Ritratto di Laura nella miniatura di un
codice laurenziano del sec. XVI
Il 6 aprile 1327 e il 6 aprile 1348 segnano l'inizio e la fine del tormentato amore di Francesco per Laura (ma non quella del suo ricordo): fra l'incontro sconvolgente con la bellezza della donna durante la messa del venerdì santo ad Avignone e la scomparsa prematura della donna si pone il conflitto interiore del poeta, dovuto ad un amore terreno che solo attraverso il sacrificio della donna e la sua successiva idealizzazione angelica può trovare legittimazione.
Per quanto impegnato a negarlo, è evidente che Petrarca costruisce il mito e l'allegoria di Laura sotto l'influenza del modello della Beatrice dantesca, proponendo l'immagine di una donna angelicata che nel corso dell'opera subisce un processo di santificazione e manifesta una serie di simbologie legate alla salvezza. L'unica nota distintiva sta nella visione terrena del poeta aretino: rispetto all'illustre predecessore, infatti, Francesco dà spazio al tormento di una passione reale e ad una simbologia che si orienta più sul versante mondano (nell'associazione fra il nome di Laura e la pianta sacra al dio-poeta Apollo) che a quello religioso.
Il terzo sonetto dei Rerum vulgarium fragmenta (titolo con cui l'autore e la critica indicano il Canzoniere) è dedicato alla descrizione del sorgere dell'amore:
Era 'l giorno ch'al sol si scoloraro
per la pietà del suo Factore i rai,
quando i' fui preso, et non me ne guardai,
ché i be' vostr'occhi, Donna, mi legaro.

Tempo non mi parea da far riparo
contra colpi d'Amor; però n'andai
secur, senza sospetto: onde i mei guai
nel comune dolor s'incominciaro.

Trovommi Amor del tutto disarmato,
et aperta la via per gli occhi al core,
che di lagrime son fatti uscio et varco.

Però, al mio parer, non li fu honore
ferir me de saetta in quello stato,
a voi armata non mostrar pur l'arco.
Francesco è colpito dalla freccia di Amore (v. 9), di fronte al quale è totalmente inerme, mentre Laura, che, rispetto al poeta è in una posizione di forza (armata, v. 14), non attira nemmeno l'attenzione dell'arciere. Mi sembra che, in questo sonetto, nel descrivere il proprio innamoramento, Petrarca pensasse alla Didone catturata da Amore descritta da Virgilio, come poi, nel rievocare l'episodio luttuoso della morte di Laura, sceglierà la stessa immagine che segna il trapasso della regina di Cartagine, descrivendo la Morte che strappa un capello d'oro dal capo della fanciulla (cfr. Eneide IV, 700-705):
Allor di quella bionda testa svelse
Morte co la sua mano un aureo crine:
così del mondo il più bel fiore scelse,
non già per odio, ma per dimostrarsi
più chiaramente ne le cose eccelse.
(Triumphus Mortis I, vv. 113-117.)
Giorgione, Ritratto di Laura (1506)
Pensando alla vicenda di Petrarca e del suo amore, forse tutto letterario, per Laura, mi viene spontaneo paragonare questa misteriosa figura di donna avignonese a tante sfortunate eroine della letteratura ottocentesca che, da tormento per la moralità dei loro amanti (così Petrarca descrive a più riprese la lacerante passione per Laura) in vita, con la morte diventano esseri angelici, trionfanti nella loro gandezza spirituale. Non a caso il Canzoniere si apre con una manifestazione di una forte agitazione interiore, di cui il poeta parla dopo averla superata, e si chiude con una lode della Vergine, un altro innegabile parallelo con l'elogio di San Bernardo in chiusura alla Commedia e con la trasformazione ideale della donna da oggetto di amore terreno a figura materna che porta la salvezza e si lascia identificare addirittura con Maria. Laura è, dunque, allo stesso tempo, l'erede di Beatrice e un'antenata letteraria di donne protagoniste di romanzi di epoca successiva, come la Margherita de La signora delle camelie, donna tentatrice, fonte di un tormento d'amore ma anche angelo di salvezza... e anch'ella francese, come Laura de Noves, la fanciulla identificata con la musa del poeta toscano.
Rotta è l’alta colonna e ’l verde lauro
che facean ombra al mio stanco pensero;
perduto ò quel che ritrovar non spero
dal borrea a l’austro, o dal mar indo al mauro.

Tolto m’ài, Morte, il mio doppio thesauro,
che mi fea viver lieto et gire altero,
et ristorar nol pò terra né impero,
né gemma orïental, né forza d’auro.

Ma se consentimento è di destino,
che posso io piú, se no aver l’alma trista,
humidi gli occhi sempre, e ’l viso chino?

O nostra vita ch’è sí bella in vista,
com perde agevolmente in un matino
quel che ’n molti anni a gran pena s’acquista!
(RVG 269 - sonetto in morte di Laura)
C.M.

12 commenti:

  1. Leggendo questo post non ho potuto non restare ammaliato nel leggere i versi di Petrarca. A scuola ti fanno studiare gli autori che hanno caratterizzato la nostra lingua(Dante, Boccaccio, Petrarca stesso e molti altri), ma leggere le loro opere cosi, con curiosità genuina e personale voglia di conoscere cose nuove, ti fanno comprendere quanto possa essere magnifica la poesia.

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    1. Purtroppo è l'annosa questione dell'obbligo di lettura: il rischio è che non si possa apprezzare abbastanza la letteratura, e questo pericolo si riduce solo se a spiegarla sono insegnanti preparati e al contempo appassionati. Se ci sono queste premesse, può accadere che dopo anni si possa apprezzare anche quanto in fase di studio si era affrontato con fatica e contrarietà. Io stessa, confezionando questi post, ho avuto modo di recuperare testi e opere che conoscevo solo superficialmente e di scoprirne aspetti nuovi e inaspettati.

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    2. Sono completamente d'accordo. E' una cosa su cui sto riflettendo molto anch'io ultimamente.
      Sto riprendendo autori e testi che per obbligo mi sono stati imposti e sto riscoprendo versi e opere straordinarie.
      I poeti soprattutto, tipo Neruda o anche Montale.
      Mi sto innamorando di ognuno di loro.

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    3. Penso che sia il bello della letteratura, sempre capace di sorprendere. La ripresa di un testo, che sia un romanzo o una poesia, è un gesto che può rivoluzionare una lettura precedente, che avvenga a distanza di giorni, mesi o anni, perché ogni apporto in termini di esperienza (di vita o di ulteriori letture) ci arricchisce con una sensibilità nuova...

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  2. Che bel percorso, da Virgilio a Petrarca fino a Dumas! :-)

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    1. Grazie Giulia! Ti confesso che la nota su Dumas mi è venuta in mente per caso, mentre scrivevo: essendo il Canzoniere un'opera in cui Laura è una figura puramente strumentale (forse neanche reale) la cui morte serve a ricomporre un dissidio, ho pensato alla necessità della morte delle eroine della letteratura ottocentesca, unico elemeno che può ristabilire nella società la convenienza. E in Dumas questo concetto è particolarmente forte.

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  3. ti ringrazio immensamente! non so se l'hai fatto apposta, se sei mandata dal destino, o se sei preveggente ma ti adoro! non ci crederai ma domani ho l'interrogazione su Petrarca (e Boccaccio) e devo proprio scaricare il sonetto terzo!!

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    1. In bocca al lupo allora!! Mi ricordo ancora le interogazioni e i temi su quegli autori, che nostalgia! Direi che dal terzo sonetto non si scampa, almeno quanto non si può evitare il primo. Per me non fu molto piacevole studiare Petrarca, forse perchè era l'autore di mezzo fra Dante e Boccaccio e, in qualche modo, mi allontanava dal primo (il mio mito) e ritardava lo studio del secondo (adorato), ma le poesie mi sembravano tutte uguali... invece poi, alla maturità (quando, nella prima prova, è diventato l'occasione per arricchire il tema) e con un corso universitario sul solo Canzoniere, ho cominciato ad apprezzarlo. Certo, anche oggi, dovendo scegliere fra Canzoniere e Decameron, la mia predilezione va al secondo!
      Sono felice che tu abbia trovato il post utile allo studio! :)

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  4. Che bell'analisi, complimenti! Hai colto in pieno la questione, secondo me. Laura, dopo la morte, ha raggiunto l'apice della sua perfezione. Il senso di colpa è diventato nostalgia, il tormento rimpianto; nel pensiero del Petrarca Laura adesso si trasforma, si realizza pienamente nella sua umanità: è più disponibile verso il poeta, gli dà conforto e lo consola dei suoi mali terreni. L'idealizzazione insomma si è compiuta perfettamente, senza più le tensioni e gli strappi di quando era ancora in vita. D'altronde, la descrizione più bella di Laura è proprio quella della sua morte:

    "Pallida no, ma più che neve bianca
    che senza venti in un bel colle fiocchi,
    parea posar come persona stanca.
    [...]
    Morte bella parea nel suo bel viso".

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    1. Hai fatto bene a ricordare la chiusa del primo "Trionfo della Morte", quell'ultimo verso suona quasi come un sospiro di liberazione: Francesco può ammirare la bellezza di Laura perché ormai essa non è più, nella morte, fonte di minaccia e la scomparsa terrena della donna amata conferisce al sentimento la sublimazione che il poeta ricerca per tutta l'opera.

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  5. Tempo di premi:
    http://followingyourpassion.wordpress.com/2013/04/07/i-premi-il-versatile-e-il-simpatico-blogger/

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    1. Che bella sorpresa! Grazie mille per la premiazione, realizzerò un post per rispondere alle domande, ringraziarti ufficialmente e rilanciare il premio! :) Grazie ancora. Cristina

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