martedì 10 settembre 2013

Appello all'UNESCO perché il Latino e il Greco siano dichiarati Patrimonio dell'Umanità

Mi riproponevo da giorni di esprimermi riguardo l'indecorosa e crescente svalutazione di cui sono oggetto le lingue classiche e più in generale le discipline umanistiche negli ultimi anni, spinta anche dalla supponenza di certe persone che, prese dal loro senso di superiorità, hanno spesso ritenuto di dovermi dire che le mie materie non contano nulla. Ora, le motivazioni che ho sempre sostenuto come base della necessità che si continuino a studiare il Greco e il Latino sono quelle su cui si fonda la petizione promossa dall'Accademia Vivarium Novum per chiedere all'UNESCO che le lingue classiche siano annoverate fra i Patrimoni dell'Umanità.
Vi invito a leggerlo, anche se non siete cultori delle lingue antiche, perché, anche non avendole studiate, potrete apprezzarne l'utilità e scegliere di sostenere l'impegno di chi vuole salvaguardarle e continuare a promuoverne lo studio.
In coda al documento, trovate le indicazioni sull'ente promotore e le istruzioni per firmare la petizione.


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Appello per il riconoscimento del latino e del greco come “patrimonio immateriale dell’umanità”

L’umana cultura ha spesso, in occidente come nelle regioni d’oriente, sentito quasi l’esigenza di lingue atte non solo a superare i confini spaziali che separano uomo da uomo, ma anche a riunire, vinta la tirannide del tempo, sapienti vissuti in epoche diverse, la cui voce, espressa in una forma non soggetta alle mutazioni del divenire continuo, giungesse viva e chiara ad altri cercatori nel corso dei secoli. Queste lingue, non mai o non più parlate da nessun popolo, hanno svolto nella storia delle idee e della cultura un ruolo fondamentale, e tuttora costituiscono un inestimabile tesoro dell’umanità. Così il sanscrito ha, non solo in India, trasmesso intatte dottrine e speculazioni filosofiche da epoche remotissime fino ai nostri giorni; così l’arabo classico e il persiano medievale ci hanno consegnato le meditazioni dei mistici sufi e le discussioni dei pensatori che riflettevano con profondità sui testi sacri e sulle opere d’Aristotele e Platone; così la lingua ebraica, solo di recente riportata alla vita, ha per quasi due millenni tramandato la sapienza d’un popolo nelle forme consacrate dai suoi testi; così il cinese antico ci consente ancor oggi d’ascoltare la lezione di Confucio e Laoze. Tutte queste lingue, e le civiltà ch’esse esprimono, costituiscono un grande patrimonio, che va tutelato e difeso.

L’Europa tutta riconosce nelle civiltà greca e latina le radici storiche del proprio mondo e il tesoro inesauribile della memoria comune del vecchio continente. La lingua greca, sfruttando la sua estrema malleabilità e la sua formidabile potenza espressiva, ha dato voce al pensiero filosofico e, attraverso di esso, a concetti come quello di libertà, di virtù, di democrazia, di politica, dell’idea che trascende la miseria transeunte. È la lingua in cui s’è forgiato tutto il lessico intellettuale europeo, che ancor oggi s’adopera nell’intero mondo occidentale ogni volta che si fa riferimento a creazioni o scoperte dello spirito umano, alle scienze della natura, alla medicina, alla filosofia.

Il latino, con la sua solennità e la sua concretezza, ha accolto l’eredità della Grecia, e ha costituito, ben oltre i confini temporali dell’Impero politico che la sosteneva e diffondeva, il veicolo comune della cultura europea, dando la possibilità ad uomini diversi per nazionalità, per religione e per costumi, di sentirsi cittadini d’un’unica res publica, che, pur avendo perduto quell’unità materiale ch’era stata garantita da Roma, ne conservava i due doni più preziosi: la lingua unica e le leggi.

Di latino s’è nutrito il messaggio cristiano, terza radice della nostra civiltà, che ha fatto vibrare un nuovo apporto vitale sulle note immortali della liturgia; l’azione politica e civile di Carlo Magno e dei suoi successori, nonché le imponenti ramificazioni del monachesimo e il lavoro degli umanisti ne hanno corroborato e maggiormente diffuso l’uso tra tutti i popoli d’Europa, e l’hanno trasformato nel cemento che ha culturalmente unificato per tanti secoli il variegato mosaico di genti che la compongono. Il latino ha conservato, nello scorrere del tempo e delle epoche, un’incredibile vitalità, perché ha saputo sempre rinnovarsi adeguandosi di volta in volta alle diverse esigenze del mondo di cui diventava espressione. In latino si sono espressi S. Tommaso e Dante, Giordano Bruno ed Erasmo, Tommaso Moro e Galileo, Cartesio e Leibniz, Newton e Gauss, insieme all’armonico coro di voci diverse di migliaia d’altri scienziati, letterati, giuristi, filosofi, matematici, umanisti che han fatto l’Europa.

Latino e greco hanno costituito la base fondamentale dell’educazione d’ogni uomo colto dell’occidente fino alla metà del Novecento, continuando a far sentire in tal modo il loro benefico influsso su tutta la nostra civiltà.

L’Europa si sta oggi avviando verso una nuova unità: l’Unione europea, che si sta realizzando gradualmente, ma con rapidità. Viviamo già in una realtà d’unione finanziaria, di libera circolazione delle persone, dei beni, dei capitali e dei servizi, e va realizzandosi a pieno titolo anche l’unione monetaria.

È necessario però che l’Europa unita recuperi anche e soprattutto la consapevolezza della sua identità culturale e non dimentichi le civiltà e le lingue che l’hanno prodotta, coltivandole come bene collettivo, espressione dell’uniformità di concetti e di pensieri di tipo europeo.

Le nuove esigenze di tipo pragmatico stanno lentamente emarginando lo studio delle lingue latina e greca nelle scuole di tutt’Europa. I futuri uomini colti del nostro continente rischiano dunque d’ignorare quasi del tutto il passato in cui affondano le radici della nostra civiltà e del nostro pensiero. Non ci si può accontentare d’una conoscenza sommaria e superficiale raggiunta attraverso traduzioni e resoconti in chiave moderna: né può costituire elemento di conforto la presenza del latino e del greco come lingue in scuole di tipo professionalizzante, destinate solo a formare futuri antichisti, in cui tali discipline non hanno più la funzione formativa di garantire una possibilità all’uomo colto d’accedere alle radici del suo passato, ma costituiscono un mero strumento di lavoro per lo svolgimento della sua futura professione. Delle tre radici della civiltà europea, latina, greca e cristiana, l’Italia, per la sua particolare condizione di territorio in cui la cultura ellenica ha sviluppato fiorenti colonie e straordinarie scuole di pensiero filosofico, e Roma ha costituito da un lato il centro propulsore dell’impero che da lei prende nome, e dall’altro la sede primaria e il punto d’irradiazione della cultura cristiana; l’Italia, dicevamo, rappresenta quasi il punto d’ideale confluenza storica.

È per questo che chiediamo all’UNESCO:
- di farsi garante d’una continua sensibilizzazione dei governi europei per invitarli a impegnarsi, soprattutto nelle loro politiche scolastiche, per la salvaguardia concreta delle lingue latina e greca, come massima espressione della sostanza culturale d’Europa, portata in diverse parti del mondo;
- d’impegnarsi per dichiarare il latino e il greco «patrimonio culturale dell’umanità» non soltanto europea, ma anche extraeuropea, come elemento unificante della civiltà occidentale e come eredità d’inestimabile valore lasciataci da oltre duemilasettecento anni di storia culturale,
- di voler investire il governo italiano della responsabilità di “garante della salvaguardia del latino e del greco” come discipline portanti, assieme alla filosofia, di una scuola formativa non professionalizzante, e d’un’educazione globale e umana delle nuove generazioni;
- e di nominare l’Italia “scrigno simbolico” e crocevia delle culture e delle lingue greca e latina, perché si sviluppi un interesse che coinvolga tutti i settori della sua cultura, dal sistema scolastico al mondo della scienza, dello spettacolo e dei mezzi di comunicazione di massa.

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Link utili:
Appello all'Unesco
Documento con la dichiarazione d'appello in diverse lingue
Firma della petizione

C.M.

10 commenti:

  1. Un vero e proprio elogio di due lingue difficili ma meravigliose come ogni altra lingua morta (o moribonda, come nel caso dei dialetti).
    Mi chiedo tuttavia cosa cambierebbe nel concreto la protezione dell'UNESCO, non vorrei che fosse uno dei soliti titoli pomposi che non comportano nulla nella realtà.

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    1. Anche se si trattasse solo di un riconoscimento simbolico, per la comunità che si impegna a sostenerne lo studio è uno dei pochi segni di apertura e supporto che possano arrivare. D'altronde anche tutele e riconoscimenti di livello pari o anche più modesto spesso nella pratica non ottengono effetti eclatanti, eppure è un dato che può influire, anche se poco, sulla percezione di un valore: intere città (lo dico perché Verona è una di queste) fanno dell'etichetta di "Patrimonio dell'Umanità" una bandiera di attrazione turistica e di orgoglio cittadino, e anche un riconoscimento formale è sempre meglio di un'alzata di spalle, soprattutto in settori dove di apprezzamento se ne riceve davvero molto poco.

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  2. Sottoscrivibilissimo!
    I riconoscimenti simbolici sono comunque importanti.

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    1. Soprattutto non potendo contare su quelli pratici! :)

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  3. Leggo questo intervento interessantissimo
    Zelda Campisi,
    da http://www.corriere.it/solferino/severgnini/09-05-14/06.spm
    simonetta

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    1. Davvero un intervento prezioso: dice esattamente quello che penso, con un dono della sintesi che, purtroppo, non potrò mai eguagliare! Vengono messi in luce i grandi benefici dell'apprendimento delle lingue e delle culture che le hanno prodotte, lo stamperei e ne farei un manifesto.
      Grazie di aver condiviso con noi questa lettura!

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  4. Ho firmato la petizione. Trovo giusto che le origine della nostra, ma di tutte le lingue moderne, vadano salvaguardate e divulgate. Il nostro presente se esiste è perché c'è stato un passato al quale è doveroso ed utile rifarsi. La storia insegna ed è maestra di vita.

    Bella iniziativa

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    1. E' proprio così: lasciando cadere nel dimenticatoio le lingue su cui è nata la nostra cultura (intesa come storia, arte, letteratura, ma anche scienza e tecnologie) significa perdere anche la ricchezza dell'espressione, smettere di distinguere le sottigliezze terminologiche che, per un esaminatore attento, danno sensi diversi a vicende, teorie e pensieri, perché le parole sono strettamente legate ai concetti che esprimono. Inoltre la perdita di questo tipo di saperi farà sì (sta già accadendo) che ci troviamo in un coacervo di citazionismo e nozionismo fine a se stesso, con gli autori e le espressioni greche e latine usate solo per far scena e abbindolare, a mo'di Don Abbondio.

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  5. Nei tempi in cui la cosa importante nell' ordine di ogni giorno , sono i movimenti azionari e come le agenzie di rating valuteranno il singolo stato sovrano (come se si trattasse di un azienda_impresa...) il riconoscimento delle lingue classiche greco e latino come fondamenta delle civilta occidentali forse puo indurre a riflessioni piu ampie riguardo le ns origini. Faccio pero fatica a capire se qs richiamo alla neocivilizzazione del mondo occidentale, possa trovare orecchie sane che possano intraprendere azioni per interrompere in processo apoptotico iniziato delle ns civilta. Buona giornata

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    1. Il grande problema è proprio questo: c'è qualcuno disposto a invertire questa tendenza deleteria?
      Grazie e buona giornata a te.

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