domenica 17 novembre 2013

L'arte del grammelot

Il dialogo passato-presente è uno degli aspetti dell'antichità che più mi affascinano: giorno dopo giorno mi convinco sempre più della straordinaria modernità degli antichi e della conseguente antichità dei moderni. Nonostante il nostro elevatissimo grado di pratica tecnologica, ci riconfermiamo ancorati ad alcune tradizioni solide, non tanto per stagnazione e incapacità di innovare, quanto per il fatto che certe trovate e certi pensieri antichi ci parlano ancora in modo vivo ed efficace.
Una tecnica stilistica applicata particolarmente alla drammaturgia che gode di questa lunga simpatia da parte del pubblico è quella del grammelot. Il termine, forse di origine veneziana, indica una recitazione basata sul gioco di parole, sull'assembramento di suoni reali o inventati, di versi e smorfie che danno vita a parole apparentemente senza senso, accozzaglie di foni che possono o meno ricordare linguaggi della comunicazione reale.


Questo accorgimento è tipico della produzione farsesca e serve a provocare nel pubblico un disorientamento che deve sfociare in risata e si trova nella tradizione teatrale fin da Aristofane (450-385 a.C. ca.), il caposaldo della commedia antica greca, ma ritorna nella produzione occidentale riversandosi nell'arte giullaresca e nel plurilinguismo che caratterizza i personaggi della Commedia dell'Arte fra il Cinquecento e il primo Settecento.
Un primo antesignano del grammelot si trova nella commedia aristofanea Acarnesi (425 a.C.), precisamente al v. 100, pronunciato da Pseudoartabano, appena entrato in scena, e occupato da un trimetro giambico costituito da un'unica, intraducibile parola: ἰαρταμὰνἐξάρξανἀπισσόνασάτρα; A. Grilli, nella sua traduzione, si limita a traslitterarla con Iartamanexarzanapiaonasatra, precisando che il verso costituisce probabilmente una commistione di suoni di apparenza persiana non distinti intenzionalmente dall'autore per rendere il carattere ingannevole e i raggiri del personaggio che le pronuncia.
Un secondo, veritiginoso esempio di questa glossolalia è contenuto in un testo di diversi anni dopo, Le donne in assemblea (391 a.C.), dove il coro presenta un piatto che sta per essere servito a Blepiro servendosi di un'unica parola che riempie ben sette versi (vv. 1169-1176): il «pasticcio di ostriche pesci coniglio salsa pesto silfio formaggio miele tordi merli colombi piccioni polli cefali arrosto palombi putrettole lepri mostarda alucce» (che Grilli ci fa la cortesia di separare in parole distinte) è in realtà un solo termine risultante dalla traduzione di:
λοπαδοτεμαχοσελαχογαλεο-
κρανιολειψανοδριμυποτριμματο-
σιλφιοτυρομελιτοκατακεχυμενο-
κιχλεπικοσσυφοφαττοπεριστερα-
λεκτρυονοπτεκεφαλλιοκιγκλοπε-
λειολαγῳοσιραιοβαφητραγα-
νοπτερυγών.

Come in una natura morta cubista di Braque, idea visiva al fenomeno lessicale del grammelot, è difficile capire dove finisca una parola e dove ne inizi un'altra, gli elementi sono parzialmente riconoscibili, ma inseriti in una sequenza a raffica che l'alterazione degli accenti di parola prevista dalla catena metrica doveva rendere ancor più caleidoscopica per lo spettatore.
Il fenomeno, come si è detto, caratterizza anche molte trovate mimico-farsesche della commedia dell'arte, dove il gioco di parole e la confusione dei suoni hanno un ruolo primario nello stimolare la risata. In questo senso, molto apprezzabili sono le gag dell'Arlecchino portato sulla scena da Ferruccio Soleri e, in generale, le commistioni di registri linguistici e parole tratte da diversi dialetti e mescolate con suoni (pernacchie, sputi, risate ecc.) che caratterizzano il ruolo stereotipato del suo particolare personaggio. Ma non va dimenticata l'originale pastone espressivo realizzato da Dario Fo nel suo Mistero Buffo (1969) sulla base di diverse parlate padane intrecciate in una recitazione direttamente ispirata alle composizioni giullaresche.
Più di recente, il fenomeno del grammelot ha riguardato la produzione musicale, quasi sorridendo dell'abitudine diffusa di storpiare termini ed espressioni di canzoni straniere non pienamente o per nulla comprese. Se le generazioni più giovani ricorderanno più facilmente il brano tormentone dell'estate 2002 Aserejé, un caso più datato e di produzione italiana è Prisencolinensinainciusol di Adriano Celentano (1979), nel cui ritornello si ripetono le seguenti parole:
«Ai ai smai sesler eni els so co uil piso ai
in de col men seivuan prisencolinensinainciusol ol rait
ai ai smai senflecs eni go for doing peso ai
in de col men seivuan prisencolinensinainciusol ol rait»
Il grammelot, insomma, è una tradizione che vanta ben due millenni e mezzo di storia e di fortuna e ancora oggi, come accadeva per gli Ateniesi di V sec. a.C., ci troviamo a riderne, godendo della sua attualità e vivacità.

C.M.

NOTE: Alcuni esempi moderni di ricorso al Grammelot sono raccolti nel post dedicato a questa particolare forma espressiva nel blog di Drama Queen.

10 commenti:

  1. La prima volta che ne ho sentito parlare è stato proprio con Dario Fo. Cercavo disperatamente di rintracciare una parola che potessi capire, facevo riferimenti alle lingue antiche, ai volgari nati dalla dissoluzione del latino, cercavo vocaboli germanici. Ma intanto lui lo parlava così liscio e disinvolto, che mi veniva voglia di impararlo!
    E hai ragione, spesso gli antichi sono moderni, e noi moderni siamo antichi...non è buffo?

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    1. In effetti è davvero difficile stargli dietro, qualcosa in più si capisce in video, ma nell'immediatezza e irreversibilità del teatro è tutto confusionario, come è giusto che sia... d'altronde lo scopo è proprio questo! :)
      Buffo, sì, fortunatamente possiamo ancora stupirci di queste piccole bizzarrie!

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  2. A me questo scambio tra antichi e moderni piace moltissimo ed è una questione su cui penso si potrebbe disquisire per ore. Il dialogo tra passato e presente credo sia uno dei motori stessi per andare avanti: non saremmo qui senza quanto abbiamo alle spalle, o saremmo completamente diversi, e questo vale ancor di più (secondo me) per il mondo artistico e culturale. Non c'è un periodo che definirei "inutile", ogni passaggio anzi mi sembra fondamentale, una tessera che se la togli crolla e traballa tutto. E in questa costruzione gli antichi sono delle solide fondamenta, che reggono tutto il resto. A dimostrarlo basta il fatto che ancora oggi li studiamo e leggiamo, trovando nei loro testi cose che son di sicuro mutate nella forma ma non così tanto nel contenuto. Il grammelot è una chicca che lo evidenzia.
    Bel post, complimenti :)

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    1. Grazie, sono lieta che ti sia piaciuto! In questo blog ho voluto che si parlasse ampiamente del rapporto fra antichi e moderni in tutte le salse; il tuo apporto è quindi graditissimo perché alimenta questa interessante e imprescindibile riflessione e mi fa dimenticare tutti quei momenti in cui mi sento un'umanista bistrattata da chi disprezza questo genere di pensiero. Viva gli Antichi, insomma! :)

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  3. Il grammelot ebbe anche una funzione avversativa alla censura oltre che stimolare la risata, proprio durante il periodo della ripresa che hai scritto.

    Mi chiedo ora se la "supercazzola" si potrebbe definire grammelot... Mah! :)

    Un saluto,
    Davide

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    1. Ottima puntualizzazione! E credo proprio che anche la "supercazzola" si possa definire un grammelot! :)

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  4. Ieri stavo commentando – ilare e sghignazzante – l’articolo di Giuseppe de la cerchia di Minosse sulle fatiche d’Ercole. Ma qualcosa ronzava in sottofondo.
    Eccolo qua, è il tuo post!
    È proprio vero, gli antichi hanno “inventato” già tutto…

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    1. Non si può negarlo! Ieri mi sono imbattuta in un esempio tratto da una commedia di Plauto dello stesso fenomeno, ma, purtroppo, era durante una lezione e, presa dall'aiutare lo studente a decifrare tutt'altro verbo, non ho avuto l'accortezza di segnarmelo... peccato!

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