mercoledì 25 giugno 2014

Virtù è assegnare il giusto valore alle cose

La satira dei giorni nostri è solo in parte affine a quella antica: comune è l'intento di additare, condannare e irridere abitudini o personaggi, mentre si è perso un aspetto caratteristico della produzione latina, l'impegno educativo. Prodotto autoctono della civiltà romana, tanto che Quintiliano afferma «Satura tota nostra est» («La satira è tutta nostra», Institutio oratoria X, I, 93), la satira non presuppone tanto i toni accesi, irriverenti o addirittura sguaiati che siamo abituati ad associare oggi a questa forma di comunicazione e che comunque sono presenti, quanto la varietà degli spunti: a questa molteplicità di temi, toni e funzioni è dovuto probabilmente il nome stesso della satira, derivante dalla satura lanx, un vassoio ricco di primizie varie da offrire agli dèi oppure una specialità gastronomica simile ad un'insalata. Spesso, è vero, la satira era polemica e mirava a suscitare, a seconda degli autori, della loro posizione sociale o delle basi filosofiche del loro pensiero, derisione o orrore nei confronti dei bersagli, ma non è raro che in esse si trovino semplici e chiare riflessioni morali condotte in tono pacato, nella nostra percezione più vicino a quello del filosofo che a quello del satirico.


L'autore satirico per eccellenza, prima di Orazio, è Lucilio (vissuto fra il 168 e 102 a.C.), colui che per primo usa l'esametro in questo genere di componimenti, fondando una tradizione che avrà largo seguito. Discendente da una famiglia agiata, si dedica interamente all'attività di letterato e gode, anche grazie alla protezione degli Scipioni, della posizione ideale per poter esercitare un giudizio indipendente senza la paura di procurarsi nemici. I suoi lettori ideali, per i quali scrive satire in trenta libri, sono né troppo né troppo poco docti e ad essi il poeta propone testi all'insegna di quella varietà cui si è fatto cenno.
Ispirato al pensiero stoico diffuso presso il circolo scipionico da Panezio è uno dei componimenti più noti di Lucilio, in cui viene definito il concetto cardine di questa filosofia, quello della virtus, un termine che, etimologicamente, vuole individuare l'essenza dell'essere umano, del vir: capire cosa sia la virtus significa individuare il ruolo stesso dell'uomo.
Virtus, Albine, est pretium persolvere verum
quis in versamur, quis vivimus rebus potesse,
virtus est homini scire id quod quaeque habeat res,
virtus scire homini rectum, utile quid sit, honestum,
quae bona, quae mala item, quid inutile, turpe, inhonestum,
virtus, quaerendae finem rei scire modumque,
virtus divitiis pretium persolvere posse,
virtus, id dare quod re ipsa debetur honori,
hostem esse atque inimicum hominum morumque malorum,
contra, defensorem hominum morumque bonorum,
hos magni facere, his bene velle, his vivere amicum,
commoda praeterea patriai prima putare,
deinde parentum, tertia iam postremaque nostra.

Virtù, o Albino, è essere in grado di assegnare il giusto valore
alle cose fra cui ci troviamo e fra cui viviamo,
virtù è sapere quale valore abbia ciascuna cosa per l'uomo,
virtù è sapere cosa sia giusto, utile, onesto
quali cose sono buone e quali cattive, cosa sia inutile, vergognoso, disonesto;
virtù è saper porre fine e moderazione al profitto,
virtù è essere in grado di assegnare il giusto valore alle ricchezze,
virtù è conferire agli onori ciò che realmente si deve ad essi:
essere avversario e nemico degli uomini e dei costumi corrotti,
e, al contrario, difensore degli uomini e dei costumi puri,
stimare costoro, apprezzarli, essere loro amico,
mettere al primo posto il bene della patria,
poi quello dei genitori, per terzo e ultimo il nostro.

La satira è una lode dell'equilibrio e della correttezza, quella che certamente Lucilio raccomanda ai suoi illustri compagni impegnati in politica, quella che, nel mos maiorum, è sinonimo di urbanitas, perché la virtus costituisce il profilo ideale del buon cittadino, di chi si sa comportare, di chi dispone di una solida regola di condotta. L'insegnamento di Lucilio è tanto più forte quanto più si fonda sul ricordare l'argomento di cui parla, infatti il termine virtus compare ben sei volte nella satira, sempre in posizione anaforica a sottolineare l'importanza di tale interazione: la virtù è costante nella poesia come deve esserlo nella vita del buon civis romanus, perché essa, come un faro, gli permetterà di riconoscere le persone cui accompagnarsi, di porsi dei limiti, evitando così gli eccessi, e di saper apprezzare ciò che possiede. Questa stessa luce o farà naturalmente assurgere a difensore degli onesti e censore dei malvagi. Un codice comportamentale semplice e completo, che porterà Orazio a definire Lucilio «uni aequus virtuti atque eius amici» («rispettoso solo della virtù e dei suoi amici», Satire II, 1, 70).

C.M.

4 commenti:

  1. La virtus romana (ah i miei buoni esami di latino all'università). Assegnare il giusto valore alle cose, più difficile di quanto si creda

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    1. Certamente lo è, ma è virtuoso anche colui che faccia il possibile per riuscirci! :)

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  2. maria c. costabile23 ottobre 2015 12:57

    Zygmunt Bauman, nel suo intervento per il Festival dell’Economia di Trento: senza far satira, ma in una pacata e articolata riflessione https://doveridiritti.wordpress.com/2015/10/18/questa-economia-ci-consuma-la-moralita-ormai-e-merce-di-zygmunt-bauman/

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    1. Intervento molto interessante e, ahinoi, veritiero. Grazie di avercelo segnalato!

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