venerdì 8 agosto 2014

Il più antico volto di Verona: l'iconografia rateriana

Ciascuno di noi ha della propria città, dei propri luoghi del cuore un'immagine propria, in cui, alla rappresentazione reale, si uniscono quelle emozionali, che portano a concentrarsi su spazi precisi, su particolari e su impressioni del tutto soggettive. Il dipinto complessivo dipende dalla somma di questi particolari e risponde ad una funzione personalissima della rappresentazione stessa. Lo stesso principio è stato per secoli alla base della realizzazione delle mappe storiche: un punto di vista soggettivo, dettato da predisposizioni personali o culturali, ha a lungo prevalso sulla resa matematica e geometrica dello spazio. Di Verona esiste una rappresentazione cartografica molto originale che, se non ha davvero nulla di scientifico, è tuttavia evocativa di ciò che la città rappresentava nell'immaginario di chi l'ha fatta ritrarre.

La copia di Scipione Maffei, cod. 106 della Biblioteca capitolare

Si tratta della cosiddetta iconografia rateriana, che prende il nome dal suo committente, il vescovo Raterio di Liegi, vissuto nel X secolo; la rappresentazione originaria, conservata per secoli nel monastero di Lobbes, in Belgio, è andata perduta, ma ci rimangono due apografi del XVIII secolo fatti realizzare da Scipione Maffei e da Giovanni Battista Biancolini. Il primo esemplare fu rintracciato dal letterato veronese sulla base di una testimonianza di Jean Mabillon a commento di un componimento celebrativo della città noto come Versus de Verona: Mabillon indicava come allegato del componimento una raffigurazione della città prodotta per volontà di Raterio, che fu vescovo di Verona; Maffei si mise alla ricerca del documento e lo ritrovò, testimoniando la scoperta in una sua lettera, specificano che «insieme con questi versi vi si conservava una carta iconografica della città miniata, nella quale si vedeva l’esser suo nei tempi di Pipino» e di averne fatto realizzare una copia. Iniziativa lodevole, dato che il manoscritto originario andò poi perduto. Nel frattempo, però, Biancolini, che non avrebbe ottenuto da Maffei neanche un fugace sguardo all'iconografia (i due erano fatti in pessimi rapporti), fece realizzare da un pittore una seconda copia dell'iconografia rateriana, dalla quale trasse una tavola xilografica a colori che, fino alla pubblicazione, nel 1901, del codice Maffeiano ceduto alla biblioteca capitolare veronese per via testamentaria, fu la versione più nota della mappa di Raterio.

La copia di Biancolini, in Serie cronologica dei vescovi e dei governatori di Verona

I due esemplari, comunque, sono abbastanza simili (eccezion fatta che per la nomenclatura del fiume e alcune lievi differenze nel tratto delle mura), il che, considerando la certa indipendenza di uno dall'altro, ci rassicura della conformità rispetto all'originale. L'iconografia rateriana rappresenta la città mettendone in luce alcuni aspetti caratteristici, ma offrendo, per forza di cose, una selezione di luoghi. L'Adige sgorga dalla bocca di un vecchio e divide Verona in due parti uguali, quella inferiore raffigurante gli edifici della civitas antica, fra cui spicca l'Arena, quella superiore dedicata ad un'area ricca di vegetazione corrispondente a Colle San Pietro, il castrum tardoantico sul quale si adagiano il teatro romano (definito arena minor) e il palatium, sede del sovrano Teodorico; il centro esatto, l'ideale punto di separazione delle due aree, è occupato dal pons marmoreum, ovvero Ponte Pietra, collegamento centrale fra il nucleo cittadino e l'area collinare, ma anche punto di passaggio della Via Postumia, la principale strada del nord della penisola. La carta è affiancata da una legenda, che evidenzia la presenza dei principali elementi.
Un altro apparato testuale correda la carta: si tratta di un carme in distici elegiaci che corre lungo il bordo e recita:
Magna Verona, vale! Valeas per secula semper
    et celebrent gentes nomen in orbe tuum.
Nobile, praecipuum, memorabile, grande theatrum,
    ad decus exstructum, sacra Verona, tuum.
De summo montis castrum prospectat in urbem,
    Dedalea factum arte viisque tetris.

Grande Verona, addio! Che tu viva nei secoli per sempre
    e le genti celebrino nel mondo il tuo nome.
Nobile il teatro, eminente, memorabile, grande,
    costruito per renderti bella, sacra Verona.
Dall’alto del colle il castello sovrasta la città,
    fatto con l’arte di Dedalo e con oscure gallerie.
L'Arena
È interessante notare che questi sei versi presentano diversi paralleli con il già citato Versus de Verona, detto anche Ritmo pipiniano, che corrispondeva ad una descrizione della forma urbis del X secolo e che può essere il motivo ispiratore della stessa carta rateriana. Anche nel componimento più esteso, infatti, è presente il riferimento al labirinto nel castrum, identificabile con il teatro romano (l'edificio con emisfero al di sopra del pons marmoreum) che, non fungendo più da luogo di spettacolo (una manifestazione pagana soppressa), appariva come un edificio pieno di ingressi e corridoi ormai occupati da tombe.
Sebbene l'immagine sia estremamente semplificata e stilizzata, la rappresentazione degli edifici è abbastanza fedele alla loro struttura e alla loro disposizione spaziale; certo, le distanze fra di essi vengono annullate e, confrontando i due esemplari, si nota che in quello di Biancolini l'Arena appare quasi totalmente inglobata nelle mura (come, effettivamente, fu per un certo periodo nel quale ebbe la funzione di roccaforte), ma quella di Raterio è una fedele rappresentazione del volto tardoantico di Verona.
Ponte Pietra e il teatro romano (Arena minor)
La selezione degli edifici e il particolare rilievo dato ad alcuni di loro può rispondere a diverse esigenze. L'iconografia può rispondere all'immagine ideale di Verona che Raterio serbava nella memoria e che, dopo la cacciata dalla città, ha voluto immortalare. In alternativa, il vescovo potrebbe aver tratto ispirazione da precedenti ritratti della città; a questo punto, possiamo pensare che abbia voluto tradurre in forme e colori i contenuti del Versus de Verona (il che spiegherebbe le consonanze) o che conoscesse un precedente modello iconografico, visto in un codice o in un mosaico. Teodorico, il re dei Goti, aveva già fatto realizzare una rappresentazione degli edifici di Ravenna, fra cui spiccavano quelli eretti per sua volontà, da destinare alla sala del palatium romagnolo: non è da escludere che a Verona, altra sede del sovrano, esistesse un'opera analoga in cui fossero raccolti i principali simboli della città.

L'Adige
Questa rappresentazione di Verona è stata definita quasi biografica: in essa Raterio avrebbe sì dato della città l'immagine di una nuova Roma, calcando la mano sugli edifici di spettacolo e sul ponte che rappresentava la via stessa della romanizzazione della Cisalpina, unendovi anche l'espansione medievale su Colle San Pietro, ma avrebbe scelto di non rappresentare lo stato di rovina e degrado in cui Verona doveva trovarsi nel X secolo, tempo in cui Raterio visse. Raterio ha raffigurato un luogo non reale, ha eliminato ciò che non voleva si vedesse, ha offerto al nostro sguardo il suo luogo del cuore, la sua visione di una Verona gloriosa e luminosa, una città ideale simile a quella cantata nel Ritmo pipiniano.

«Nessuna lingua potrebbe narrare le bellezze di questa città:
dentro brilla, fuori risplende, avvolta da un’aura luminosa»
(Versus de Verona, strofe 6)

C.M.

NOTE: Per approfondire, rimando al fascicolo degli atti del convegno del 2011 dedicato all'iconografia rateriana, intitolato La più antica veduta di Verona (scaricabile gratuitamente in formato pdf).

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