mercoledì 10 dicembre 2014

Il sentiero dei nidi di ragno (Calvino)

Italo Calvino è noto per la sua fantasia e per i suoi giochi strutturali, tutti aspetti tipici della letteratura postmoderna che abbiamo avuto modo di analizzare parlando de Il barone rampante, Le città invisibili e Se una notte d'inverno un viaggiatore. L'esordio dell'autore, tuttavia, è legato al Neorealismo, di cui è stato forse anche il più lucido esaminatore: Il sentiero dei nidi di ragno, il primo romanzo di Calvino, pubblicato nel 1947, è preceduto da una lunga prefazione in cui l'autore ne spiega la genesi, sottolineandone il legame con il clima sociale e culturale che si era affermato all'indomani del secondo conflitto mondiale e cercando di definire le basi dell'esperienza del Neorealismo che, pure, come spesso Calvino ribadisce, non fu mai un movimento organizzato, ma una temperie spontanea:

L'essere usciti da un'esperienza - guerra, guerra civile - che non aveva risparmiato nessuno, stabiliva un'immediatezza di comunicazione tra lo scrittore e il suo pubblico: si era faccia a faccia, alla pari, carichi di storie da raccontare, ognuno aveva avuto la sua, ognuno aveva vissuto vite irregolari drammatiche avventurose, ci si strappava la parola di bocca. La rinata libertà di parlare fu per la gente al principio smania di raccontare. [...] La carica esplosiva di libertà che animava il giovane scrittore non era tanto nella sua volontà di documentare o informare, quanto quella di esprimere. Esprimere che cosa? Noi stessi, il sapore aspro della vita che avevamo appreso allora, tante cose che si credeva di sapere o di essere, e forse veramente in quel momento sapevamo ed eravamo.
Il sentiero dei nidi di ragno è una storia della Resistenza, esperienza alla quale Calvino prese parte personalmente, come moltissimi uomini e donne del suo pubblico; chi non aveva partecipato al movimento, aveva comunque vissuto la guerra civile che si era determinata dopo l'8 settembre e, per l'autore, il confronto con questa tematica non fu facile e richiese l'adozione di una prospettiva che rendesse più facile raccontare:
Questo romanzo è il primo che ho scritto. [...] Il disagio che questo libro mi ha dato in parte si è attutito, in parte resta: è il rapporto con qualcosa di tanto più grande di me, con emozioni che hanno coinvolto tutti i miei contemporanei, e tragedie, ed eroismo, e slanci generosi e geniali, e oscuri drammi di coscienza. [...] E allora, proprio per non lasciarmi mettere in soggezione dal tema, decisi che l'avrei affrontato non di petto, ma di scorcio. Tutto doveva essere visto dagli occhi d'un bambino, in un ambiente di monelli e vagabondi. Inventai una storia che restasse in margine alla guerra partigiana, ai suoi eroismi e sacrifici, ma nello stesso tempo ne rendesse il colore, l'aspro sapore, il ritmo...
Il bambino di cui si parla è Pin, ha dieci anni e una sorella che fa la prostituta e si accompagna principalmente con i Tedeschi. Per vincere una sfida lanciata da Miscel Francese e dai suoi compagni, Pin ruba ad uno di loro una pistola P38 che nasconde nel bosco, nel luogo dove fanno il nido i ragni e che nessuno conosce. Pin, però, viene denunciato dal marinaio tedesco e finisce in prigione, per poi evadere con l'aiuto di Lupo Rosso, che lo porta con sé sulle colline, dove il bambino si unisce ad un gruppo di partigiani capitanati dal Dritto; qui assiste alla preparazione delle battaglie contro i Tedeschi e scopre la relazione che il Dritto intrattiene con Giglia, la moglie del cuciniere Mancino, anch'esso nella banda, e proprio questa tresca causa l'incendio del rifugio dei partigiani che, per non essere scoperti dai nemici, sono costretti a cercare un altro nascondiglio. Pin, con il suo carattere scanzonato e la voglia di dimostrarsi grande e di partecipare alla vita degli adulti, fino a pretendere di imbracciare le armi, approfitta delle numerose tensioni fra i partigiani e tenta di smascherare la relazione del Dritto e della Giglia, ma la reazione del capitano, ormai convinto che sarà fucilato per aver quasi consegnato ai Tedeschi il proprio distaccamento, costringe Pin alla fuga e alla ricerca della pistola, che scopre essere stata rubata da un partigiano disertore, Pelle, e che ritrova nelle mani della sorella, che, diventa per Pin la personificazione del tradimento.
Manca, nel romanzo di Calvino, qualsiasi intento celebrativo della Resistenza: i partigiani da lui descritti sono persone comuni, con le loro debolezze e i loro egoismi, talvolta sconsiderati. Non esiste una retorica patriottica, ma, al contrario, la narrazione affronta, attraverso sequenze brevi e uno stile fluido e piano, un problema che nessuno di coloro che aveva vissuto la guerra civile poteva ignorare, quale che fosse la fazione cui apparteneva: la guerra civile non è che una «lotta di simboli», in cui ogni parte soffre e in cui ciascuno cerca un ideale cui appigliarsi, anche se, come specificato nell'introduzione già citata (con un commovente richiamo al finale de La casa in collina di Pavese), la morte rende uguali e i caduti chiedono ai vivi di dare una ragione al loro sacrificio.


Il sentiero dei nidi di ragno, insomma, condensa in un bel racconto un conflitto che avrebbe potuto trovare una pacificazione solo nel riconoscimento delle reciproche sofferenze. In tal senso, particolarmente significativa è la parentesi del capitolo IX, interamente occupato dalle riflessioni del commissario partigiano Kim, che attribuisce la guerra ad un furore comune a tutti gli uomini, a quelli che combattono dalla parte giusta (quella, cioè, dei suoi partigiani) e quelli che combattono dalla parte sbagliata (Tedeschi e repubblichini): tutti cercano nella lotta una forma di riscatto, ma anche all'interno delle bande partigiane esistono enormi differenze, perché ciascuno - il contadino, l'operaio, lo studente - si batte per una patria diversa:
Questo non è un esercito, vedi, da dir loro: questo è il dovere. Non puoi parlare di dovere qui, non puoi parlare di ideali: patria, libertà, comunismo. Non ne vogliono sentir parlare di ideali, gli ideali son buoni tutti ad averli, anche dall'altra parte ne hanno di ideali. Non hanno bisogno di ideali, di miti, di evviva da gridare. Qui si combatte e si muore così, senza gridare evviva. [...] Perché combattono, allora? Non hanno nessuna patria, né vera né inventata. Eppure tu sai che c'è coraggio, che c'è furore anche in loro. È l'offesa della loro vita, il buio della loro strada, il sudicio della loro casa, le parole oscene imparate fin da bambini, la fatica di dover essere cattivi. E basta un nulla, un passo falso, un impennamento dell'anima e ci si trova dall'altra parte.
La guerra è una storia di trasformazioni in cui l'uomo non ha un totale controllo di sé, non ha ideali stabili, non ha certezze che restino immutabili, come gli studenti partigiani come Kim, che «hanno una patria fatta di parole, o tutt'al più di qualche libro, ma combattendo troveranno che le parole non hanno più alcun significato, e scopriranno nuove cose nella lotta degli uomini e combatteranno così senza farsi domande, finché non cercheranno delle nuove parole e ritroveranno le antiche, ma cambiate, con significati insospettati».
Lo stesso Pin affronta un percorso di formazione: da ingenuo ladruncolo che vede nella banda partigiana solo un rifugio dalle conseguenze della sua birbonata diventa un ragazzo che scopre il significato dell'appartenenza, ma, che per maturare la consapevolezza del valore della lotta, deve essere fatalmente toccato nei suoi interessi: è il furto della P38 ad opera di Pelle e il ritrovarla nelle mani della sorella, che l'ha ricevuta da lui come pagamento dimostrandosi totalmente venduta al nemico traditore, a instillare nel giovane animo di Pin l'idea che il Dritto e i suoi compagni fossero qualcosa di più che un'accozzaglia di sbandati come lui, a fargli assaggiare il vero sapore della lotta e della ribellione.
Questo è il significato della lotta, il significato vero, totale, al di là dei vari significati ufficiali. Una spinta di riscatto umano, elementare, anonimo, da tutte le nostre umiliazioni. [...] Tutti abbiamo una ferita segreta per riscattare la quale combattiamo.
C.M.

10 commenti:

  1. L'ha letto mia sorella e le è piaciuto!

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    1. Nel mio caso è forse quello che mi è piaciuto meno fra i libri di Calvino, ma ha un suo peso e un grande valore: forte anche dell'incoraggiamento del giudizio positivo di tua sorella, lo consiglio anche a te!

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    2. Concordo. Forse è quello che mi è piaciuto meno anche a me.

      Quello che più adoro di Calvino sono le introduzioni: vorrei che non finissero mai. Poi, che sia un romanzo, che sia un saggio, trovo sempre i ma e i però, qualcosa che non è proprio perfetto. Ma le sue premesse sono magnifiche.

      "La carica esplosiva di libertà che animava il giovane scrittore non era tanto nella sua volontà di documentare o informare, quanto quella di esprimere. Esprimere che cosa? Noi stessi, il sapore aspro della vita."

      p.s.: riusciremo a leggercelo tutto, prima o poi!

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    3. Hai ragione, le introduzioni costituiscono un valore aggiunto: non c'è analisi più significativa di quella che l'autore può dare della sua stessa opera!

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  2. Che bella sorpresa! Se con questo libro hai letto ormai tutto di Calvino, potrai dire che lo conosci meglio delle tue tasche ;-) Complimenti per la recensione, mi è piaciuta tantissimo! :-)

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    1. Grazie, Alessandra, sono onorata di ricevere questo apprezzamento da una lettrice attenta e sensibile come te! Vorrei poter dire di aver letto tutto Calvino, ma in realtà ho ancora parecchie sue opere che mi attendono! Ultimamente mi sono buttata molto sui suoi libri per far fronte ai programmi degli studenti del centro studi in cui lavoro, che arrivano in alcuni casi fino a questo autore, di cui, all'Università, avendo optato per un percorso classico, non avevo mai studiato nulla.
      In un certo senso, sono contenta di non averne "contaminato" la conoscenza con i mille sfiocchettamenti che si trovano nei manuali che, antologizzando qualche brano qua e là, perdono tempo a cercare di spiegare ciò che si capirebbe meglio ad una lettura diretta. Ne ho avuto, insomma, una conoscenza immediata, il che mi è capitato di rado nell'approccio ad autori che fanno parte dei canoni scolastici: è una sensazione molto appagante, come un colloquio diretto con l'autore, e sono certa che questa conoscenza naturale sarà più salda e autentica di quella di tanti nomi dei testi scolastici! :)

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  3. Un professore del master in scrittura creativa che ho seguito conosceva Calvino, e ci ha raccontato un aneddoto. Calvino diceva: "Sì, sono uno scrittore, ma rimarrò sempre uno scrittore minore"... L'importanza dell'umiltà!

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    1. Bellissimo! Credo che sia anche l'unico caso in cui Calvino ha visto male! ;)

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  4. Ovviamente è nella mia libreria, tra i miei libri preferiti!

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    1. Calvino riesece sempre a ritagliarsi uno spazio tutto suo: alla famosa rassegna dei libri sugli scaffali di Se una notte d'inverno un viaggiatoe andrebbe unita la categoria dei suoi capolavori!

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