lunedì 8 febbraio 2016

Sicuri di voler iniziare? L'esordio letterario secondo Calvino e Pavese

Una strana emozione si affaccia a chi intraprenda per la prima volta, con entusiasmo, un impegno in cui crede molto: un lavoro, un percorso di studi, una ricerca, un'attività ricreativa. Il principio è quel momento che reca in sé le più grandi aspettative, quelle che ancora non fanno i conti con la concretezza di un ostacolo o di un imprevisto, ma, proprio perché manca il polso della situazione reale in cui ci si sta per addentrare, alla speranza si mescola spesso un'inquietudine più o meno evidente.
Parlando di letteratura, l'iniziare è solitamente associato al proemio di un poema o all'incipit di qualche romanzo, spesso divenuti così importanti da essere ricordati a memoria e da diventare quasi dei vessilli di orgoglio culturale: da «Nel mezzo del cammin di nostra vita» a «Le famiglie felici si assomigliano tutte», la vita dei lettori più o meno forti è ricca di citazioni incipitarie.

Ma che dire dell'incipit dell'attività stessa dello scrittore, che va al di là dell'attacco di un'opera e del suo valore emblematico? Quando si pensa all'incipit, si ricade sempre sul libro, dimenticando che esso può coincidere con il principiare stesso della produzione letteraria, oppure essere ben più alle spalle di quella riga che segna una prima pagina. Del loro esordio, del primo impatto con la pagina o con l'assenso ad una pubblicazione alcuni scrittori si sono preoccupati molto più che del contenuto della prima riga di un romanzo o di una poesia.
Negli anni '30 e '40 il problema di iniziare, di affacciarsi al lavoro letterario, è particolarmente sentito dagli autori italiani: innanzitutto c'è da decidere se scrivere per sé o per dare uno scossone alla società, cioè se rifugiarsi nella 'Cittadella delle Lettere' (scelta ovviamente più facile e tollerabile da parte del regime) o diventare intellettuali militanti, aderendo anche alla lotta politica; dalla prima scelta sono nati movimenti di restaurazione letteraria, dal secondo esperienze confluite con varie tonalità all'interno del Neorealismo. Un secondo dilemma nasce dalla svolta percepita come necessaria conseguenza del poggiare la penna sul foglio o le dita sulla macchina da scrivere: il primo segno che appare sulla carta genera un'opera che, una volta avviata e terminata, avrà prodotto una trasformazione irreversibile nell'autore.
Su questo aspetto dell'attività letteraria sembrano dialogare sulla carta due autori che hanno compiuto il loro cammino professionale a stretto contatto, addirittura nella stessa casa editrice: Cesare Pavese e Italo Calvino. Basta infatti soffermarsi su alcuni brani de Il mestiere di vivere e sulla premessa a Il sentiero dei nidi di ragno (esordio e unico prodotto neorealista di Calvino) per cogliere importanti affinità, segno di un dibattito probabilmente diffuso fra gli intellettuali del tempo.
Il 23 novembre 1937, il diario biografico e letterario di Pavese registra questa affermazione:
L’unica gioia al mondo è cominciare. È bello vivere perché vivere è cominciare, sempre, ad ogni istante. Quando manca questo senso – prigione, malattia, abitudine, stupidità –, si vorrebbe morire.
Parrebbe una dichiarazione generica, in cui si mescola quello stato di fibrillazione, curiosità e slancio che coglie qualsiasi persona inizi una qualsiasi attività. Che, però, Pavese riferisca nello specifico questa idea di un principio carico di entusiasmo anche all'attività della scrittura è evidente dal richiamo ad un precedente aforisma, datato al 17 ottobre 1935:
Una cosa sola (tra le molte) mi pare insopportabile all’artista: non sentirsi più all’inizio.
Abituati come siamo, nel nostro tempo, a considerare l'apprendista una persona svantaggiata, emarginata e spesso sottovalutata (condizione, ahinoi, valida sia in campo lavorativo che nello studio), una simile frase sembra incredibile. Siamo poco propensi a ritenere che chi intraprende una qualsiasi opera sia privilegiato rispetto a chi ha avviato da tempo il suo cammino o, addirittura, è diventato un esperto in un certo campo. Nell'era del «Cercasi figura x con esperienza pluriennale» e in cui anche l'autore emergente è guardato con diffidenza, l'elogio dell'inesperienza che si può estrapolare da questo breve pensiero di Pavese sembra vecchio di secoli.

A. Savinio, Il sogno del poeta (1927)
Eppure, se ci pensiamo, è proprio l'ingenuità che alimenta un sogno: esso è puro, toccato soltanto da un eccesso di volontà, senza confini, aperto a mille possibilità. Quando il cammino inizia, esso segna per forza di cose una direzione e, anche tornando indietro e scegliendo una strada alternativa ad un bivio già incontrato, si procederà con il faro dell'esperienza precedente, che inevitabilmente modificherà il nostro approccio alla novità. Si potrà obiettare che è questo il bello della maturazione: poter prevedere lo sviluppo di una scelta, valutarne le alternative, aggiustare il tiro di un progetto. Ma è proprio questo che, secondo Pavese, macchia come un peccato originale lo stato di purezza con cui ci accingiamo ad una nuova esperienza: ogni previsione, ogni ponderazione, ogni confronto con quanto già fatto impedisce all'artista di produrre in totale libertà, senza condizionamenti.
È quanto afferma anche Italo Calvino, riflettendo su un esordio dal quale, come è noto, ha poi preso le distanze, preferendo una narrativa fiabesca e sperimentale all'esperienza del Neorealismo (comunque affrontata in modo originale nel primo romanzo):
Il primo libro sarebbe meglio non averlo mai scritto. Finché il primo libro non è scritto, si possiede quella libertà di cominciare che si può usare una sola volta nella vita, il primo libro già ti definisce mentre tu in realtà sei ancora lontano dall’esser definito; e questa definizione dovrai portartela dietro per la vita, cercando di darne conferma o approfondimento o correzione o smentita, ma mai più riuscendo a prescinderne.
Se ci pensiamo, di ogni artista o scrittore studiato abbiamo sempre incontrato fantomatiche suddivisioni di diverse fasi di produzioni, da quella giovanile a quella tarda, dividendo le opere in correnti e individuandone le variazioni di influenza. Una simile visione, di impostazione sequenziale, avvalora l'idea, comune ai due autori, di un cammino che, dal momento in cui è iniziato, va definendo colui che lo intraprende e lungo il quale l'esordio appare sempre come un necessario termine di paragone: l'Alighieri che scrive la Commedia è continuamente riportato agli esordi della Vita Nuova e all'esperienza stilnovista poi ripudiata, il Parini che chiude la propria esistenza con odi malinconiche è percepito in uno stato di decadenza accentuato dal confronto con la verve satirica de Il Giorno e lo stesso Calvino è sempre presentato come colui che ha avvertito come un pentimento dopo la pubblicazione de Il sentiero dei nidi di ragno.
Appare dunque evidente che la prima opera va già cristallizzando, quasi in ottica pirandelliana, le forme assunte dallo slancio artistico: tutto quanto viene dopo è un confronto e non può essere analizzato di per sé, perché tutto quanto prende vita viene ingabbiato nel meccanismo temporale dell'evoluzione, che non ammette riavvolgimenti.
Lo stesso Calvino, nell'ultimo capitolo delle Lezioni americane, spiega questo sostanziarsi del lavoro letterario nel suo passaggio dall'idea all'opera o, per scomodare Aristotele, dalla potenza all'atto:
L’inizio è anche l’ingresso in un mondo completamente diverso: un mondo verbale. Fuori, prima dell’inizio c’è o si suppone che ci sia un modo completamente diverso, il mondo non scritto, il mondo vissuto o vivibile. Passata questa soglia si entra in un altro mondo, che può intrattenere col primo rapporti decisi volta per volta, o nessun rapporto. L’inizio è il luogo letterario per eccellenza perché il mondo di fuori per definizione è continuo, non ha limiti visibili. […] Gli antichi avevano una chiara coscienza dell’importanza di questo momento, e aprivano i loro poemi con l’invocazione alla Musa, giusto omaggio alla dea che custodisce e amministra il grande tesoro della memoria, di cui ogni mito, ogni epopea, ogni racconto fanno parte.
Sebbene Calvino si riferisca qui all'incipit della singola opera (quello di cui parlavamo in apertura), il concetto dell'ingresso nel mondo verbale può essere rapportato anche all'intera carriera autoriale, segnando un distacco tra un prima e un dopo.
Giacomo Leopardi esprime la propria ammirazione per lo stato di ingenuità che permette all'essere umano (dunque anche all'artista) di affacciarsi con purezza alle esperienze future: l'aspettativa è massima nel momento in cui ci si accinge ad una novità di cui non si possono ipotizzare, in quanto inesperti, i risvolti. Accade così che il giovane è nutrito per sua stessa natura di illusioni che l'esperienza trasforma in inganni (basti pensare ai vv. 36-40 di A Silvia: O natura, o natura, / perché non rendi poi / quel che prometti allor? perché di tanto / inganni i figli tuoi?); in seguito, muta anche la prospettiva con cui l'adulto guarda ciò che era e ciò che sognava prima di tali esperienze, leggendo quello stato di purezza in modo completamente diverso.

L'inizio, insomma, produce fisiologicamente esperienza, e l'esperienza muta tutto quanto segue all'inizio, staccandolo completamente da ciò che esisteva prima di esso. Per l'artista ciò può essere un bene, uno strumento per valutare la propria maturazione e avvicinarsi alla perfezione, oppure, al contrario, il segno di una trasformazione che non può essere diretta ma è quasi meccanicamente determinata. Probabilmente un letterato metodico e fiducioso nell'evoluzionismo tecnico ritiene che il progredire sia un beneficio, mentre chi è ossessionato dal bisogno di rispecchiarsi immediatamente nella propria scrittura può arrivare ad un rapporto maniacale con l'opera. Ad un estremo della bilancia si collocano personaggi come Dante o Manzoni, che del loro punto di arrivo fanno il termine di un progetto coerente, all'altro capo stanno Petrarca e Tasso, maniacalmente legati alla definizione di sé attraverso il Canzoniere e la Gerusalemme Liberata. Calvino e Pavese si collocano in prossimità di questi ultimi, ma con una differenza: il primo, che Pavese stesso ha chiamato «scoiattolo della penna», ha tentato e perseguito la via della sperimentazione per sfuggire a qualsiasi definizione, il secondo è rimasto radicato ad un'idea di arte-vita (nel senso di un'arte che regolarizza ed equilibra la vita) irrealizzabile, il cui fallimento è stato, per quanto si può comprendere dal diario, fra i motivi del suicidio.
E ora la parola a voi: l'inizio, artisticamente parlando, è più un calderone di opportunità al quale attingere a piene mani oppure una zavorra che definisce tutto quanto avverrà in seguito? Condividete o meno la posizione di questi due grandi autori?

C.M.

8 commenti:

  1. E' difficile dire la propria se dall'altra parte ci sono personalità come Pavese o Calvino, soprattutto quando non al si pensa come loro.
    Indubbiamente se un autore diventa celebra si metteranno a confronto le prime opere con le ultime, seguendo passo a passo la sua maturazione. E' così, è inevitabile.
    Tuttavia non penso che questo debba scoraggiare un autore, perché se anche si 'pentisse' di aver pubblicato un primo libro nel quale non crede più con l'andare avanti degli anni, ciò che gli darà nuova energia sarà la volontà di dimostrare al pubblico di essere più di quel che era nel suo primo romanzo - spero di essermi spiegata, per quanto la frase sia ingarbugliata.
    Sta nell'autore vedere il nuovo e la possibilità dove gli altri vedono un processo meccanico.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Infatti è straordinario notare i diversi atteggiamenti degli scrittori: da una parte chi vuole sfuggire ad un "passato scomodo", dall'altra chi vede ogni progresso come positivo, senza per questo rinnegare i primi passi. Credo che l'instancabile sperimentalismo di Calvino spieghi anche la sua fuga da qualsiasi cristallizzazione, mentre un personaggio rigoroso come Pavese può aver sentito maggiormente l'insofferenza per qualche aspetto della letteratura cui non riusciva a dare la forma della vita.

      Elimina
  2. La parte più interessante di questo post per me è stata quella contenente la riflessione su come oggi "l'inizio" sia visto negativamente. Non ci avevo mai riflettuto ma è vero e lo trovo terribilmente triste: l'inizio di qualcosa è la parte che più dovremmo goderci, che dovremmo vedere come un'avventura che chissà come andrà. Invece la associamo a contratti sottopagati da stagisti, a situazioni di stallo che non è in nostro potere far evolvere. Questo è il lato più dannoso dell'epoca che stiamo attraversando, un inasprimento delle emozioni e un mancato interesse o curiosità di quel che verrà domani.
    In campo letterario - così come nella vita poi, per come la vedo io - un autore non dovrebbe pentirsi del proprio esordio: quello era il primo passo, necessario come tutti i successivi ad arrivare al dopo. Capisco che ci si possa allontanare dalle idee di gioventù, che crescendo si cambi modo di guardare alla vita e al mondo, ma non per questo si deve rinnegare il prima. Chissà, se si andasse al contrario nel tempo magari sarebbe il giovane a rinnegare le posizioni del sé più maturo.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Accadrebbe sicuramente, e ci sarebbe altrettanto da riflettere, anche se, purtroppo, possiamo solo fantasticare su un possibile dialogo di un autore esordiente con il suo alter-ego adulto.
      Anch'io sono dell'idea che un primo passo, anche fosse totalmente diverso dai successivi, vada fatto, ma, da perfezionista quale sono, non riesco a non pensare a quanto, una volta intrapresa un'attività, questa possa liberarsi, sfuggendo al controllo (che non è detto sia sempre un male, anzi). Ma è naturale che, per il fatto stesso di iniziare e voler arrivare, inevitabilmente bisogna correre dei rischi, investire energie e essere disposti a stupirsi dei risultati.

      Elimina
  3. Io credo che l'esito dipenda dall'artista stesso (allargo il campo e penso anche ai musicisti, ai cantanti, ai pittori): la maturazione è necessaria e inevitabile, ma forse, per come è la mia sensibilità, un vero Artista è chi conserva un po' dell'ingenuità degli inizi, un toccasana per non ripiegarsi troppo su di sé, verso pericolose chiusure e ripetizioni ossessive e vuote, ahimè :P Ovviamente non ci sono percorsi univoci per tutti (e dunque meno male!), la mia è una considerazione assai generica!
    Ciao Cristina (passo in consistente ritardo, ma ci sono eh! :D) a presto!

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Sono d'accordo sull'importanza di mantenersi ingenui, cosa che la maturazione e l'esperienza, tuttavia, rendono molto difficile. Probabilmente, anche qui, come per tanti altri aspetti della vita e dell'arte, la virtù sta nel mezzo, e l'artista sa equilibrare le scelte più ragionate con gli slanci più spontanei... :)

      Elimina
  4. L'inizio è uno stato di grazia. Ogni inizio ha in sé qualcosa di irripetibile in ciò che segue. L'inizio ha il sapore di qualcosa cui ancora non si è dato una forma ma che agli occhi di chi esordisce appare già perfetto. L'inizio, concordo, ha in sé qualcosa di teneramente ingenuo, è come uno spazio nel quale ferve tutto l'ottimismo di cui si è capaci.
    I migliori incipit sono quelli che sono rimasti memorabili e nei quali si concentra lo spirito, l'essenza di ciò che verrà dopo.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Bellissima questa tua definizione dell'inizio come "stato di grazia", trovo che renda molto bene l'essenza del messaggio di Calvino e Pavese.

      Elimina

La tua opinione è importante: condividila!