lunedì 22 febbraio 2016

Ultimi bagni di folla per De Chirico a Ferrara

In che cosa risiede il magnetismo dell'arte di De Chirico? Me lo sono chiesta spesso, fin da quando ne ho ammirato le opere più note sul libro di storia dell'arte e poi tutte le volte in cui ho scelto i dipinti di questo artista per commentare iconograficamente i post di questo blog (e addirittura per tematizzarne la copertina). Ieri, a Ferrara, di fronte all'interminabile fila davanti all'entrata di Palazzo dei Diamanti che dalla promessa di attesa di un'ora e mezza è salita a oltre tre ore, quell'interrogativo è tornato a battere.

G. De Chirico, Il trovatore (1917)
Giorgio De Chirico (1888-1978) è indubbiamente uno degli artisti più conosciuti del Novecento italiano ed è da sempre associato alla pittura metafisica, che punta a decontestualizzare il noto (principalmente gli oggetti) e a collocarli in nuovi scenari, proponendo una negoziazione nuova del loro significato. Alla base, naturalmente, c'è il senso di disorientamento e riorganizzazione cognitiva che è la cifra fondante del secolo breve e che rende molto difficile distinguere chiaramente le diverse esperienze generate da questa epoca di incertezze.
Come evidenzia il percorso espositivo ferrarese, il Novecento, soprattutto nei suoi primi decenni, ha dato vita ad una commistione di influenze surrealiste, metafisiche, futuristiche e dadaiste che hanno il comune presupposto nella volontà di discostare l'arte e il suo spettatore dal consueto, suggerendo di andare oltre le convenzioni e le tradizioni e di reinterpretare ogni cosa, facendo dell'oggetto banale un'opera d'arte o la chiave di lettura di un grande mito.
La mostra propone un approfondimento sulla produzione degli anni 1915-1919, estendendo però l'arco cronologico di riferimento fino agli anni '30 per sottolineare la comunanza di temi e scelte artistiche nelle tele di altri artisti, come Max Ernst, Salvador Dalì, René Magritte, Le Corbusier, Giorgio Morandi. L'anno 1915 non è casuale: in quel periodo De Chirico è a Ferrara assieme al fratello Alberto (che avrebbe firmato le proprie tele e opere letterarie come Alberto Savinio), ricoverato presso la Villa del Seminario dopo l'arruolamento nell'esercito italiano. Appartengono a Ferrara le architetture che compaiono nelle sue tele, come il castello estense sullo sfondo de Le muse inquietanti (1918) e qui avviene il primo contatto con Carlo Carrà e con la pittura metafisica. De Chirico e Carrà, infatti, dipingono gomito a gomito i loro manichini, senza risparmiare al loro pubblico una querelle sulla paternità di queste figure (episodio piacevolmente ricordato anche durante l'incontro con Wu Ming 2 a Verona). 

G. De Chirico, I giocattoli del principe (1915) e Il sogno di Tobia (1917)

S. Dalì, Gradiva ritrova le rovine antropomrfe (1931)

A Ferrara De Chirico abbandona le piazze per ripiegare negli interni che si affollano di «oggetti che la scempiaggine universale relega tra le inutilità», dagli strumenti di misurazione matematica al pane e ai dolci delle pasticcerie ebraiche, avvicinandosi gradualmente a quegli accumuli di sostegni per le tele, dipinti realizzati all'aperto stipati nelle stanze e combinazioni di materiali sempre meno identificabili che segnano il percorso verso il trionfo dei grandi manichini.

G. De Chirico, Interno metafisico con grande officina (1916)
La visita alla mostra di Palazzo dei Diamanti ha sicuramente valso la lunga attesa, e non solo per la semplice emozione di essere di fronte a dei capolavori che, in qualche modo, fanno parte della nostra storia culturale come una memoria genetica. I colori e i tratti di Giorgio De Chirico emergono in tutta la loro intensità soltanto ad una visione diretta della tela: non esiste fotografia o riproduzione che possa far brillare altrettanto gli smeraldi, né schermo ad alta risoluzione che restituisca la pulizia delle linee. Indescrivibile è poi l'emozione che si prova di fronte a capolavori come Ettore e Andromaca o Il trovatore, ma anche ammirando la geniale Condizione Umana di Magritte, proposta come raffronto con la produzione di un altro artista che ha portato i cavalletti dei pittori dentro alla tela. La compresenza, in mostra, di opere di artisti coevi e successivi, inoltre, permette anche al visitatore meno esperto di cogliere le analogie (come quella con le figure struggenti di Gradiva ritrova le rovine antropomorfe di Salvador Dalì (1931), ammesso che questi vi si soffermi.
Il tratto dolente dell'esperienza di visita, infatti, è nella gestione delle sale. Passi per la lunga coda, forse sfuggita di mano per l'overbooking o per una cattiva gestione delle prenotazioni (perfino chi ha già il biglietto, come si legge ora anche sul sito, arriva ad attendere all'ingresso), ché se arriva un pubblico numeroso non è possibile far altro che aspettare, essendo i locali molto piccoli. Ma la situazione all'interno, in casi di così alta affluenza, rende estremamente difficoltosa la visita e, soprattutto, il godimento diretto dell'opera: che si debba attendere il proprio turno per stabilirsi di fronte all'opera è doveroso, ma essere messi nelle condizioni di aspettare minuti e minuti la dine della sfilata dei patiti della foto prima di potersi avvicinare ai capolavori è inaccettabile. Non sono contraria alle foto nei musei (fermo restando che nessun dispositivo impugnato da un non professionista possa rendere giustizia all'opera), ma sta alla decenza dello spettatore capire che in situazioni di simile affolllamento la mania feticista di alzare lo smartphone e scattare senza nemmeno osservare l'opera è una mancanza di rispetto per chi investe il proprio tempo e denaro per ammirare l'arte direttamente una volta tanto che gli è possibile conoscerla al di fuori delle riproduzioni. Se il buon senso non prevale, a mio avviso, occorre un regolamento di sala che impedisca simili atteggiamenti.

G. Morandi, Natura morta con manichino (1919)

C. Carrà, Penelope (1917) e G. De Chirico, Ettore e Andromaca (1917)

Insomma, consiglio sicuramente la visita a chi non l'abbia già affrontata, con l'avvertenza che la mostra De Chirico a Ferrara terminerà domenica 28 febbraio e che i biglietti in prevendita per il finesettimana sono già esaurite: approfittate, se potete, dei prossimi quattro giorni.

C.M.

6 commenti:

  1. Ferrara la visitai con la scuola e me ne innamorai. Con gli anni ho scoperto di apprezzare molto le opere di De Chirico e non ci sarebbe occasione migliore di questa per coniugare le due cose :) Spero di avere il tempo e farci un giro.
    Per quanto riguarda le foto alle opere sono d'accordo con te, nonostante durante la visita al Met di NY io e mio marito abbiamo cercato di farne il più possibile per averne poi un ricordo futuro. Con il senno di poi sarebbe stato MOLTO meglio evitare qualsiasi foto e comprare nello store a fine tour i libri illustrati, completi di tutte le opere viste; ma noi, nella nostra beata ignoranza, credevamo di riuscire a trovarli e acquistarli facilmente anche altrove. Sbagliavamo di grosso :(

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    1. Anch'io, se posso, fotografo le opere nei musei: a Roma mi sono sbizzarrita a creare una mia personale galleria delle opere più amate, spesso di sculture minori che non si trovano nei libri o per portare con me un particolare, così come mi ha fatto piacere poter immortalare e pubblicare qui sul blog gli allestimenti originalissimi del MART. Quello che mi fa storcere il naso è solo la mania, lo scatto selvaggio che porta ad ignorare il buon senso e i diritti degli altri spettatori, legittimando la gomitata per tenere all'altezza giusta il tablet. Insomma, va bene lo scatto con un po'di buon senso, ma, essendocene sempre meno (e i social purtroppo hanno contribuito anche in questo), non faccio fatica a capire perché molte strutture vietino le riprese...

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  2. Che meravigliosa panoramica, dev'essere una mostra mozzafiato...

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    1. Sì, mancava letteralmente il respiro (anche a causa della calca)!

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  3. Da quanto scrivi dev’essere stata una mostra veramente bella, a parte i disagi dell’affollamento. Mi piacerebbe vederla, ma purtroppo svariati impegni me lo impediscono. Per quanto riguarda le foto si fa quello che si può, ma hai ragione quando dici che non rendono giustizia all'opera. Oltretutto nei musei non si può utilizzare il flash, quindi i colori risultano più scuri e sbiaditi di quelli originali.

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    1. Purtroppo mi è pure toccato vedere qualche furbastro con il flash, cose da non credere...

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