giovedì 14 luglio 2016

Ma che male vi ha fatto il liceo classico?

Non è possibile che un giorno sì e un giorno no ci troviamo di fronte a questa domanda perché qualche opinionista in cerca di un po'di visibilità decide di far sfoggio di qualche perla sulla putrefazione delle discipline umanistiche. E spesso sono giornalisti, per giunta. Quelli che dovrebbero incoraggiare ogni forma di comunicazione, che dovrebbero invitare ad un uso critico del sapere, che dovrebbero sensibilizzare all'arricchimento, mai al ripiegamento a ribasso sull'utilitarismo. Quelli che, magari, il liceo classico lo hanno pure frequentato, ma forse si portano dietro qualche trauma che li porta a vituperarne l'azione.


Che, poi, è una querelle che si apre spesso e volentieri d'estate, dimostrando proprio che si tratta di interventi provocatori per tenere viva l'attenzione di chi insegue queste polemiche sui social... gli argomenti impugnati fanno il resto, rivelando la scarsa sostanza sotto la forma, incappando in enormi controsensi e luoghi comuni che fanno invidia alle mezze stagioni che ormai non ci sono più.
L'anno scorso era Stefano Feltri, di cui ricorderete la battaglia per il sapere tecnico ed economico su quello umanistico. Oggi è Filippo Paganini, presidente dell'ordine dei giornalisti della Liguria, che parla di una scuola che «non ha più senso» e che, ignorando le lingue straniere, il cinema e il teatro, promuove conoscenze antiquate e polverose, finalizzate solo a «farsi delle seghe mentali». Testuali parole. Per Paganini, «ha senso una scuola che insegni a comunicare, a maneggiare i linguaggi e a riflettere criticamente» e il classico, così com'è, sforna studenti che «scrivono peggio di quelli dell'Alberghiero».
Premetto che non ritengo il liceo classico una scuola migliore delle altre, però, di fatto, esso è il bersaglio della maggior parte delle frecciate dell'opinione pubblica, quindi è questa la scuola che mi presto a difendere, anche perché l'ho frequentata e le materie oggetto della contesa sono proprio quelle di mia competenza come docente. Se alcuni studenti - o anche intere classi di studenti - escono dal classico sapendo a malapena e male (come sostiene Paganini) l'alfabeto greco, non è un problema né più né meno rilevante di quello di qualsiasi altro gruppo di alunni che sfila un diploma per il rotto della cuffia in qualsiasi altra scuola: ci sono studenti talentuosi e studenti svogliati, ci sono insegnanti competenti e appassionati e ci sono insegnanti che fanno male il loro mestiere, come accade in qualsiasi altra categoria professionale. Non è che al liceo classico stiano i peggiori, anzi, le statistiche nazionali e internazionali ci dicono da anni che le abilità di comprensione testuale e di scrittura sono calate a livello generale in tutti gli ordini di scuola e che si assiste ad un preoccupante dilagare dell'analfabetismo funzionale, con le dovute eccezioni, ché l'eccellenza, fortunatamente, esiste ancora: basterebbe che Paganini mettesse piede in qualche classe per rendersene conto e sbiancare di fronte alla competenza di certi allievi. Poi, per carità, sono anni che si parla della necessità di riformare metodi e prove d'esame per rendere più incisiva la formazione classica, ma qui entra in ballo lo stato di assopimento di chi dovrebbe provvedere ad una sana e poderosa opera di ristrutturazione del sistema di istruzione, che non è certo quello della propaganda della 'buona scuola'. Il problema della qualità, insomma, si insinua in un terreno che non è quello dell'identità del liceo classico, ma della scuola italiana in generale, quell'istituzione su cui molti sputano sentenze senza darsi la pena di conoscerla veramente.
Tuttavia l'errore grossolano in cui Paganini cade assieme a tanti altri detrattori del liceo classico non è semplicemente quello di esprimersi sulla scuola senza conoscerne le dinamiche, ma quello di negare che il liceo classico faccia ciò che effettivamente fa.
Prima di tutto, il liceo classico non ignora le materie scientifiche né le lingue straniere, al contrario, le Indicazioni Nazionali (che dubito Paganini conosca) relative alle lingue antiche incoraggiano il confronto interlinguistico con le lingue moderne, esistono addirittura scuole a indirizzo europeo con potenziamenti linguistici e non manca la possibilità di conseguire le certificazioni linguistiche come in qualsiasi altro indirizzo di studi. Non tralascia nemmeno il cinema e il teatro, anzi, vorrei ricordare a Paganini che proprio al classico si studia l'origine delle rappresentazioni drammatiche presso i Greci (addirittura per un intero anno scolastico e con un testo tragico greco da portare all'Esame di Stato) e il suo trapianto nel mondo latino, senza dimenticare gli approfondimenti nella drammaturgia europea cui si prestano la filosofia e le lingue straniere, oltre che la storia letteraria italiana, compresa la produzione di quel Manzoni di cui tanto Paganini si vergogna... anche lui si dedicava al teatro, dunque, lo studiamo o non lo studiamo?
E, ancora, la polemica più odiosa e sterile di tutte: il liceo classico non insegna a pensare e a maturare riflessioni critiche. Ecco, che esistano scuole che insegnino a pensare e altre che non insegnano a farlo è un pregiudizio che nel XXI secolo, forse, potremmo iniziare ad abbandonare. Come, del resto, la convinzione, esplicita nell'articolo di Paganini, che un liceale debba esprimersi meglio di uno studente di un professionale. Avendo insegnato in entrambe le tipologie di scuole, posso dire che il divario non è così grande come possiamo pensare, appunto perché, come già detto, il problema dell'abbassamento del livello delle competenze è piuttosto generalizzato: da entrambe le parti esistono depressioni e vette e, se la statistica e il luogo comune evidenziano ancora delle scollature, è solo perché alcuni studenti, percependo un timore reverenziale per il liceo come una sorta di porta dell'Inferno, ripiegano su scuole ritenute meno impegnative. Il classico, in tal senso, ha solo il privilegio di presentarsi ancora, nella percezione comune, come una scuola impegnativa, monopolizzando - purtroppo - un'etichetta che ogni istituto scolastico dovrebbe avere, perché ogni percorso di istruzione richiede sacrifici.
E, comunque, che a lanciarsi contro la presunta natura elitaria e antidemocratica del liceo classico (come se 'cultura democratica' equivalesse ad un grottesco addestramento alle poche operazioni immediatamente spendibili e accessibili con la rapidità di un passaggio sui social) sia una persona che si basa ancora su categorizzazioni classiste del tipo Classico vs. Alberghiero è l'ennesima contraddizione di chi manca di seri argomenti per sostenere l'obsolescenza degli studi classici. E Paganini potrebbe forse preoccuparsi delle recenti dichiarazioni dell'ex viceministro dell'Istruzione Valentina Aprea, che ha proposto la chiusura degli istituti professionali, impegnandosi nella difesa di questi ultimi e delle loro peculiarità piuttosto che nell'affossamento di quella che considera la loro controparte.
Insomma, finché non si smette di porre il classico su un podio e a creare gerarchie di tipologie di istituti, il liceo classico rimarrà sempre la vetta elitaria (anche élite è un termine usato da Paganini) da abbattere per garantire uguaglianza. Questo è il problema: il liceo classico, come si legge in un articolo del Superuovo (dove, peraltro, potete trovare anche il pezzo di Paganini) suscita un «odio edipico», simboleggia una tradizione che va abbattuta, anche a costo di sacrificare ciò che c'è di buono.
Ora, perché dobbiamo essere sempre così ostili alla tradizione e invocare il rinnovamento? Perché ci dimentichiamo sempre dell'immortalità di certi pensieri degli autori classici? Come è possibile che questi rottamatori della cultura ignorino la modernità dello studio del latino, del greco, della filosofia, non solo ritenendo erroneamente che apprendere queste discipline significhi ignorarne altre, ma addirittura sostenendo che non insegnino a pensare?


Come si può sostenere che non prepari alla vita contemporanea e alla maturazione di un pensiero critico una scuola in cui si studiano forme di comunicazione di ogni genere, una scuola che propone le riflessioni politiche di Platone e Cicerone, che avvicina a testi che sembrano parlare di vicende odierne e questioni che riguardano l'umanità in ogni momento della sua storia? Anche volessimo - ma non potremmo - ignorare la facies estetica delle lingue classiche, la poesia, la prosa d'arte, le liriche amorose e simili, nei classici esiste una palestra di educazione civica - sì, quella disciplina tanto bistrattata da essere stata riversata come un elemento generico nello studio della storia. Lo studente che legga qualche passo delle Verrinae non potrebbe non comprendere la gravità della piaga della corruzione e riconoscere dinamiche di cui sente quotidianamente parlare i media. L'allievo che apprende la teoria dell'avvicendamento delle forme di governo (la cosiddetta 'anaciclosi') attraverso lo storico greco Polibio non può non riconoscervi i segni dei rivolgimenti avvenuti nel corso di tutta la storia, dalla rivoluzione francese all'avvento dei totalitarismi contemporanei. Il lettore che si sofferma sulle teorie legislative di Platone o sul tumulto dei processi nell'età repubblicana romana, che distingue, a partire dalla loro natura semantica, la figura di un tiranno e di un dittatore antichi dai loro omonimi moderni o che, nella lettura di scorci teatrali fa luce su dinamiche sociali e familiari non è forse una persona che sta pensando, maneggiando il sapere, riflettendo criticamente? No, per Paganini si sta facendo delle seghe mentali, con tanti complimenti per l'espressione. 
E, dunque, esattamente, il liceo classico che ha fatto di male a tutti i rancorosi che non perdono occasione per tentare di abbatterlo? Fa paura il simbolo di una tradizione, come se rispettare una tradizione volesse dire negare il progresso? Ha posto obiettivi di sapere e opinione troppo elevati, che hanno generato masse di ex studenti frustrati e vendicativi? O, ancora, è una scuola con un'identità così forte e stabile, nel marasma dei nuovi indirizzi e della nebulosa di sperimentazioni avviate e naufragate negli ultimi vent'anni di trasformazioni scolastiche, da suscitare invidia e paura perché propone un'offerta formativa chiara, rigorosa e non soggetta a continui sfrondamenti finalizzati ad allettare i clienti nell'imbarazzante sistema della scuola della concorrenza pseudo-commerciale?

C.M.

22 commenti:

  1. Ho il sospetto che stiano cercando di cancellare le nostre radici e di abbattere anche tutto ciò che insegna a pensare con la propria testa…

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    1. Esatto, perché la tradizione fa paura, perché nelle discipline classiche - senza nulla togliere alle altre - si trova lo spazio privilegiato per riflettere sui valori umani, sulla società, sulla comunicazione... tutte forme di conoscenza che fanno paura. Allarmante anche che un giornalista, che dovrebbe rappresentare l'onestà intellettuale, il pluralismo e l'indipendenza, dica - si veda l'articolo originale che non ho trovato in digitale per un link - che il liceo classico non è una scuola "orientata nel senso che dice lui". Ma chi è costui per decidere quale direzione debba prendere un indirizzo di studi? O, per meglio dire, quale comune mortale può permettersi di deciderlo?

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    2. Sarebbe meraviglioso se i figli di costui decidessero di frequentare il liceo classico!!!

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    3. E chissà che non sia/sia stato proprio così!

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  2. Il mio periodo al liceo classico è stato travagliato e doloroso, per motivi caratteriali, quindi lungi da me difendere quell'istituzione alla cieca: malgrado sia stato il peggior periodo della mia vita, lo stesso mi ha formato profondamente... anche contro la mia volontà!
    Ho avuto ottimi professori di inglese quindi basta col luogo comune del Classico che insegna lingue morte: che peraltro utilizziamo tutti i giorni, altro che morte! Cinema e teatro me li sono studiati per conto mio perché i ragazzi devono pure darsi una svegliata invece di aspettare che li imbocchino su tutto.
    L'economia e la politica ci prendono in giro storpiando parole e concetti, e il Classico insegna a capire parole e concetti proprio per non farci prendere in giro da politicanti ed economisti.

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    1. Finalmente sento dire qualcosa che, se la dicessi io, farei la figura della docente svogliata, ma che è invece un'affermazione sacrosanta: la scuola non può imboccare gli studenti, ma offrire loro alcuni strumenti per ampliare potenzialmente all'infinito le loro conoscenze e soddisfare le curiosità più disparate. Invece in Italia si vuole una scuola che sforni studenti con livelli da madrelingua di almeno due lingue straniere, che sappiano tutto di economia, che abbiano un sapere scientifico e matematico da far invidia agli astrofisici della NASA e che, per giunta, siano bell'e pronti per ricoprire qualsiasi incarico di lavoro. Altrimenti "la scuola non insegna questo, la scuola non prepara al lavoro, la scuola non permette ai diplomati di girare il mondo". Mai che venga il dubbio che quegli studenti non possono dipendere esclusivamente da quanto appreso a scuola, ma che a scuola debbano avere un orientamento per la vita, mai che si pensi che un neodiplomato non può (anzi, a mio avviso, NON DEVE) considerarsi perfetto, nel senso etimologico della parola, "ultimato, fatto e finito"... la scuola non è una fabbrica, non produce pezzi con un marchio con garanzia di presenza di tutti i pezzi, ma una palestra da cui possono e devono uscire persone anche del tutto diverse una dall'altra.

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    2. Verissimo! Il livello di apatia medio è arrivato al punto che si vorrebbe una scuola che viene a casa ad imboccare dei ragazzi immobili, e appena non sanno fare qualcosa scatta la frase "Ma che ti insegnano a scuola?"
      Se uno studente non ha curiosità, interesse, se cioè è un tubero, non è colpa della scuola se rimane un tubero: se butti ami in un fiume secco non è colpa del pescatore se non esce niente :-P

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    3. Proprio così! Metafore azzeccatissime! :)

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  3. Delle seghe mentali?… non ho parole. Per fortuna hai già replicato tu all’articolo in un modo che meglio di così non si poteva. Se andiamo avanti di questo passo, avremo delle generazioni future di imbecilli che ignorano del tutto la saggezza degli antichi e sanno solo chattare stupidaggini e farsi il selfie all’ombelico. Come già supposto da altri, viene davvero il sospetto che nelle alte sfere si voglia un popolo sempre più succube e culturalmente limitato, da poter condizionare a piacere e secondo necessità.

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    1. Guarda, avrei voluto aggiungere - e lo faccio ora - che, a leggere quell'articolo, scritto da un giornalista che, a quanto leggo nei commenti, ha frequentato proprio il liceo classico, il dubbio sulle competenza di scrittura di chi si diploma in questo tipo di scuole potrebbe anche venire. Tra l'altro, se proprio si devono usare certe espressioni, la cultura classica da Paganini tanto svalutata offre esempi molto più signorili, basti pensare ad Aristofane o Petronio, che anche nel turpiloquio o nel terreno non proprio bon ton hanno qualcosa da insegnare.
      Triste, comunque, che un giornale promuova opinioni che vanno esattamente nella direzione da te descritta dell'impoverimento intellettuale che predispone ad un controllo assoluto da parte del potere.

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  4. Sono assolutamente d'accordo con quello che hai scritto e trovo triste pensare che molti, invece, per motivi personali più che per ragioni fondate, staranno ancora applaudendo. Ho frequentato il liceo classico e non sono mai stata parte di un'elite: è così che ci definiscono quelli che, per un qualche motivo, ce l'hanno con quel liceo lì. Ho sempre sostenuto, viste le mie inesistenti capacità scientifiche, che non sarei sopravvissuta a un tecnico e che allo scientifico mi avrebbero sbattuta fuori a calci per la mia incompetenza. Di nuovo, altro che elite! Forse lo era un tempo, ma adesso credo che sia solo una scuola come altre con una nomea importante, uno degli ultimi fili che ci legano a un passato glorioso ma ormai quasi dimenticato.
    Alle superiori avevo un'insegnante di scienze, una donna bravissima e molto colta, in vari campi. Ebbene, aveva frequentato lo scientifico e, non ho mai capito perchè, non perdeva occasione per svilirci e fare confronti tra i due licei. Sembrava la storica battaglia Scienza vs Arte: ma davvero ancora c'è gente che non capisce che a renderci uomini e non solo umani è la commistione delle due? Che non c'è un meglio o un peggio? Che abbiamo bisogno di tutti e due?
    Non ho parole, davvero. E, comunque, tu hai già usato tutte quelle giuste.

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    1. Ecco un altro aspetto della questione che mi fa imbestialire, come se discipline umanistiche e scientifiche dovessero escludersi a vicenda!
      Anch'io, come te, ho seguito un'inclinazione personale nell'iscrivermi al classico (e nel fuggire dallo scientifico in quanto poco attratta dalla matematica, pur avendo ancora il desiderio di capire meglio quel mondo) e come te non mi sono mai sentita parte di un'élite, anzi, sono sempre stata confinata alla sfera di quelli che, secondo l'opinione comune, non avrebbero mai lavorato. E invece ho trovato una scuola che mi ha degnamente preparata all'università e negli anni seguenti ho incontrato (pur avendo scelto poi un'altra strada) anche alcune realtà aziendali per le quali gli studi umanistici sono ancora un fattore preferenziale nelle assunzioni proprio per la promozione di un sapere vasto, letterario e scientifico, ricco di agganci a conoscenze svariate e senza esclusione delle lingue moderne. Ma forse Paganini è fermo alla scuola gentiliana e non si è accorto che al liceo classico tutto procede nei piani di studio e negli arricchimenti formativi come negli altri indirizzi e che gli studenti parlano e si vestono come i loro coetanei degli altri istituti.

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  5. Ho conosciuto persone che con la maturità classica hanno intrapreso studi scientifici all'Università: Medicina, Ingegneria, Architettura etc... etc... ed ammettono di aver avuto si qualche svantaggio iniziale rispetto ai colleghi provenienti da studi scientifici ma dopo si sono accorti di fare progressi più veloci nella preparazione universitaria, anzi si sono laureati tutti in tempo utile, nessuno fuori corso.

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    1. Anch'io posso testimoniare il successo dei diplomati al classico anche nelle facoltà non umanistiche: dalla mia classe sono usciti, oltre che studenti di lettere, storia e sociologia, anche persone che hanno poi conseguito lauree, specializzazioni e dottorati in medicina, fisica, economia... alla faccia della scarsa manipolazione del sapere e dell'incapacità di riflettere!

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  6. Gran bell'articolo! Ho fatto il liceo classico e lo rifarei mille volte, perché nonostante io abbia pressoché dimenticato il greco (perché non è che al classico si diventa geniali e diligenti per magia in tutte le materia) non ho dimenticato il senso critico, quella cosa che ti serve in tutti gli ambiti della vita. Non ritrovo, invece, lo stesso senso critico in molti giornalisti italiani - ma forse sono faziosa :D

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    1. Purtroppo in questo pezzo Paganini non ha fatto sfoggio di un gran senso critico, ma di luoghi comuni e pessime espressioni. Del resto non si capisce perché lui debba decidere della chiusura del liceo classico, pur dimostrando di non conoscerlo affatto.

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  7. Come ben sai anche io ho frequentato il classico anche se avrei preferito trovare una professoressa appassionata come te, ma non sono stata fortunata. Ammetto che sono stata più una brava autodidatta che una brava studentessa ma lungi da me qualsiasi rancore. Tutto quello che ho appreso sono diventata "io stessa", forse non c'è nessuna scuola come il classico che ti dia questo senso di appartenenza e sconfinatezza : infinite possibilità di scelta, infinite domande da porre, e altrettante risposte da contemplare.

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    1. Sono d'accordo: anch'io in questo tipo di scuola ho trovato stimoli diversissimi e, se ripenso al cambiamento nel mio modo di pensare e strutturare che avvertivo proprio mentre si realizzava, mi sembra di ripercorrere il compimento di un piccolo prodigio, perché distinguo chiaramente i prima e i poi in relazione a quello che imparavo, anche se alcuni frutti si sono visti mesi o anni dopo dal momento in cui sono stati piantati i semi. Probabilmente il classico soffre anche della mania odierna per il profitto immediato, quindi non si riesce a cogliere il valore di questo lento processo di maturazione...

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  8. Non mi appassionano i dibattiti su quale sia la scuola migliore. E poi migliore per cosa? Per il successo, per il lavoro, per la felicità? Magari fosse così semplice. Penso che abbiamo bisogno di molti tipi di scuole, ma soprattutto di bravi insegnanti e di studenti volenterosi. Penso che lo studio non debba servire a competere meglio con gli altri, ma a formare e a conoscere meglio se stessi. E penso anche che certamente conta ciò che si fa, ma soprattutto come lo si fa. E infine: basta con questa corsa alla (apparente) modernità. Proprio perchè viviamo in un'epoca in cui tutto cambia velocemente, che senso ha indottrinare i ragazzi su strumenti che al momento in cui dovranno essere usati saranno diventati già obsoleti? Forse è meglio allenarli a faticare, ad approfondire, a riflettere e a trovare la concentrazione in ciò che fanno. Tutte cose che poi potranno applicare a qualsiasi occupazione..Eanche cose che si possono tramettere in ogni tipo di scuola. Infine, si può ricordare a tutti i fanatici del contenuto "moderno" dello studio che Steve Jobs nel suo famoso discorso ai neolaureati di Stanford parlò delle sue lezioni di calligrafia, cioè una cosa che evoca puzza di monastero, medio evo, inchiostro e lingue morte. Non parlò di moderne tecniche di comunicazione o di lezioni su tecnologie destinate ad essere rapidamente superate.

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    1. Concordo su tutta la linea: è assurdo che si sbandieri tanto la necessità di appropiarsi esclusivamente di forme di sapere caduche e immediatamente spendibili, tralasciando quelle basi metodologiche che permettono di acquisire meccanismi di pensiero e azione validi nei tempi medi e lunghi... una corsa alla modernità che sembra sempre più una corsa verso l'inafferrabile, anziché verso un benessere che vada al di là dell'evenemenziale.

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  9. Partiamo dal fatto che di lingua straniera il classico ha ore e programma uguali agli altri licei, e di matematica ha tre ore come un qualunque liceo non scientifico. Il teatro nasce nel mondo greco e si sviluppa in quello latino: Proprio studiando il greco ed il latino, infatti, piú persone nella mia classe si sono appassionate al cinema e al teatro. Detta in breve: non c'è una sola argomentazione valida nell'ammasso di parole incollate -male- da Paganini.

    Sono studente del liceo classico e sono stato testimone, proprio in questo istituto, di cambiamenti assurdi: ragazzi che, a'inizio dell'anno, erano convinti che si scrivesse "dell're" e "reggina", alla fine dello stesso anno avevano scritto una lettera con errori di grammatica sottilissimi (per esempio, accento grave e acuto) ed un efficacia molto piú grande.



    Ci tengo a segnalare che:
    1- Il confronto tra classico e alberghiero era stato fatto pochi giorni prima su una pagina classicista di Facebook, che ha postato una lettera anonima in cui si dice che il classico è meglio di "infornare lasagne"(cito testualmente).
    2- un ragazzo del gruppo facebook AFC: In Da Symposio, di stampo classicista, ha esposto delle criticità a Paganini. La risposta pubblica è sulla sua bacheca di facebook, scritta a freddo; la sua risposta immediata, in chat, è stato un maturissimo "ma che parli! Ma ti sei visto?! Vatti a tagliare i capelli e metti a posto la bocca!". Di nuovo i fatti parlano da soli.

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    1. Purtroppo, se gli stessi classicisti assumono atteggiamenti spocchiosi nei confronti di studenti delle altre scuole, poi critiche grossolane e di cattivo gusto come quelle di Paganini bisogna anche aspettarsele: che il liceo classico offra spunti di riflessione e approfondimento molto ampi lo abbiamo detto e ribadito, ma occorre rispetto anche verso tutti coloro che frequentano altri istituti, cosa che mi sembra mancare nella lettera anonima da te citata e di cui vengo a conoscenza esclusivamente attraverso il tuo commento (motivo per cui non posso dire di più).
      Naturalmente condivido la tua esperienza, perché anch'io ho visto e vedo ancora oggi i piccoli prodigi di cui la formazione classica (per nulla disgiunta, come hai detto, da quella scientifica e nelle lingue straniere) è capace. Fuori, però, molti non se ne rendono conto o, rendendosene conto e non avendone beneficiato, preferiscono deprezzare ciò che non conoscono.

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