martedì 16 agosto 2016

I cento anni de I fiumi

Solo per qualche ora la guerra tace, alle spalle del fronte si sente solo il debole scroscio delle acque. È il 16 agosto 1916. Giuseppe Ungaretti è un soldato di non ancora ventotto anni - mi accorgo che ha la mia età - e decide di affidare ad una poesia la sensazione di una rara felicità che lo ha colto mentre compiva i gesti più banali possibili, quelli di un bagno ristoratore per levarsi di dosso lo sporco della violenza.
Sono lieta di dedicare il cinquecentesimo post di Athenae Noctua all'epifania che un giovane soldato ha scritto giusto un secolo fa a Cotici, presso San Michele del Carso. I fiumi, infatti, è uno dei testi che amo di più, uno di quegli scorci dell'animo che fanno capire realmente cosa significhi poesia e quale sia la funzione di questa arte difficile e delicata.

L'Isonzo a Caporetto

I fiumi è un documento di identità, come lo ha definito il suo stesso autore, è la descrizione di un meraviglioso stato di grazia in cui l'uomo - quell'uomo che darà il titolo alla raccolta di tutte le poesie ungarettiane - entra in armonia con la natura che lo circonda, con lo spazio, con il tempo. L'acqua dell'Isonzo lenisce le ferite, annulla le distanze, abbraccia l'essere umano e lo trascina in un grembo protettivo dove non arrivano né il rumore delle bombe né il nero della polvere da sparo.
«Finalmente mi avviene in guerra di avere una carta d’identità: i segni che mi aiuteranno da quel momento e di cui in quel momento prendo conoscenza come i miei segni sono fiumi, sono i fiumi che mi hanno formato. Questa è una poesia che tutti conoscono ormai, è la più celebre delle mie poesie: è la poesia dove so finalmente in modo preciso che sono un lucchese e che sono anche un uomo sorto ai limiti del deserto e lungo il Nilo. E so anche che se non ci fosse stata Parigi, non avrei avuto parola; e so anche che se non ci fosse stato l’Isonzo, non avrei avuto parola originale.»
La poesia stessa fonde diversi momenti e, nella disposizione dei versi, mira a neutralizzare i segni della morte e del dolore di cui è gravido il paesaggio carsico con la purezza dell'Isonzo, nel quale confluiscono tutte le esperienze che hanno reso Giuseppe Ungaretti Giuseppe Ungaretti e non altri e che, al tempo stesso, fissano nella sua identità la garanzia di poter essere un unico nell'universo, fra tanti altri unici che si integrano armonicamente. Un messaggio di certo molto forte nel pieno del più grande conflitto bellico che il mondo ha vissuto fino a quel momento.
La poesia descrive un ricordo da cui scaturiscono altri ricordi, così da comporre un quadro su tre livelli temporali. È notte sul Carso. Il poeta è solo, immerso in una natura devastata dalla guerra, polverizzata, che immediatamente rivela la propria capacità di confondersi con l'essere umano.
Mi tengo a quest'albero mutilato
abbandonato in questa dolina
che ha il languore
di un circo
prima o dopo lo spettacolo
e guardo
il passaggio quieto
delle nuvole sulla luna (vv. 1-8)
Le trincee nel Carso

La natura carsica è umanizzata: i rami dell'albero non sono recisi, ma mutilati, come arti. Nei versi successivi, al momento della descrizione del bagno nell'Isonzo, sarà il poeta a perdere i propri tratti umani, descrivendo se stesso come una parte del corso d'acqua. L'annullamento dell'essere umano è trasmesso anche dall'assenza della punteggiatura, un tratto ben noto della produzione del primo Ungaretti: «abbandonato», al v. 2, può essere ricondotto sia all'albero, quasi fosse l'unica bandiera superstite in un paesaggio bombardato, sia all'uomo, solo in un paesaggio in cui tutto ciò che resta da ammirare è la luna. E, come da tradizione, la contemplazione del satellite nel cielo risveglia i ricordi, traghettandoci senza forzature nel secondo livello narrativo, corrispondente alla mattina stessa del 16 agosto.
Stamani mi sono disteso
in un'urna d'acqua
e come una reliquia
ho riposato

L'Isonzo scorrendo
mi levigava
come un suo sasso

Ho tirato su
le mie quattr'ossa
e me ne sono andato
come un acrobata
sull'acqua

Mi sono accoccolato
vicino ai miei panni
sudici di guerra
e come un beduino
mi sono chinato a ricevere
il sole (vv.9-26)
Questi versi, intrisi di un'aura sacrale, descrivono meglio l'idea della fusione panica dell'uomo nella natura: nelle acque dell'Isonzo avviene come una rigenerazione, una morte che prelude alla risurrezione, accogliendo il poeta in un'urna purificatrice. L'uomo diventa, dunque, uno dei tanti sassi adagiati nel letto del fiume, non è un essere estraneo e solo quale ci è sembrato in apertura al testo. 
Si nota, inoltre, il protrarsi della metafora circense dalla prima alla quarta strofa: Ungaretti ricorre qui ad un'immagine che nella percezione comune è connotata di grande malinconia, ma l'associazione fra lo scenario carsico e il circo è in realtà molto più cruda: la conca del circo, vuota mentre gli artisti non si esibiscono, è accostata alla dolina scavata nel terreno dalle bombe che hanno lasciato sopravvivere soltanto l'albero che fa da sostegno al poeta. Due luoghi senza vita, in qualche altro momento rigogliosi, nei quali l'uomo non è che un acrobata in bilico fra esistenza e solitudine. Tuttavia, in questo ricordo, la similitudine è positiva, tanto che è incalzata da una seconda immagine luminosa, che, come l'apparir della luna al v.8, apre una nuova digressione, aprendo il terzo piano temporale, quello che affonda nell'infanzia e nella giovinezza.
Questo è l'Isonzo
e qui meglio mi sono riconosciuto
una docile fibra
dell'universo
Il mio supplizio
è quando
non mi credo
in armonia

Ma quelle occulte
mani
che m'intridono
mi regalano
la rara
felicità (vv. 27-41)
Giuseppe Ungaretti (1888-1970)

Con la sesta strofa inizia una sorta di litania anaforica che, come il deittico nel primo verso, conferisce evidenza concreta alle visioni dell'autore: le sensazioni che egli descrive non sono quindi assolute, decontestualizzate, vagabonde, ma sono generate da un'esperienza reale, da qualcosa che il poeta ha visto. Del resto, tutti abbiamo chiara la pregnanza delle cruente immagini da cui si originano Veglia o San Martino del Carso - altro testo in cui si assiste ad un processo di umanizzazione del paesaggio - e di quella, decisamente più rasserenante, che anima Soldati. Per questo motivo Ungaretti registra, assieme ai propri sentimenti e alle immagini cui si legano, il luogo le la data in cui è avvenuta l'epifania.
L'Isonzo è il guaritore che restituisce all'uomo la sicurezza di non essere solo come l'albero nella dolina senza vita, ma di appartenere all'universo, di esserne un tassello irrinunciabile. L'acqua restituisce al pellegrino l'armonia, come accade a Dante, che si ricongiunge in pace alla propria anima immergendosi nell'Eunoè. Da questa sensazione di appartenenza deriva la «rara felicità», una gioia sufficiente a restituire vigore, speranza e gratitudine ad un uomo che attorno a sé vede solo quel dolore e quella morte che saranno simboleggiati nella corolla di tenebre in chiusura al testo.
Ho ripassato
le epoche
della mia vita

Questi sono
i miei fiumi

Questo è il Serchio
al quale hanno attinto
duemil'annii forse
di gente mia campagnola
e mio padre e mia madre

Questo è il Nilo
che mi ha visto
nascere e crescere
e ardere d'inconsapevolezza
nelle estese pianure

Questa è la Senna
e in quel suo torbido
mi sono rimescolato
e mi sono conosciuto

Questa è la mia nostalgia
che in ognuno
mi traspare
ora ch'è notte
che la mia vita mi pare
una corolla
di tenebre (vv. 45-69)
L'assenza di punteggiatura imprime a queste strofe il moto fluente delle onde, facendo scivolare un ricordo fuori dall'altro. Si tratta ancora una volta di un'armonia spontanea e piacevole: il poeta, bloccato al fronte, è il figlio di una tradizione familiare toscana, di un'infanzia vissuta in Egitto («nascere e crescere / e ardere d'inconsapevolezza» è per me l'espressione più bella della poesia italiana), di una vita di studi nella capitale francese... e, naturalmente, anche dell'esperienza bellica. Nel ricordo Ungaretti ricerca e trova la propria identità, riscopre i momenti in cui si è conosciuto, in cui ha compreso se stesso, e riporta all'uomo del 16 agosto 1916 il risultato di quella discesa in sé, a ricordargli chi sia. 

G. de Chirico, Il fiume misterioso (1969)

Il tema dell'identità è centrale in Ungaretti, come sa chi ha conosciuto il suo amico Moammed Sceab attraverso In memoria (che sarebbe stata scritta poco più di un mese più tardi, il 30 settembre, a Locvizza), eppure è straordinario vedere come, in notevole anticipo sui tenti e con un atteggiamento di forte sfida nei confronti delle ostilità belliche, per Giuseppe Ungaretti identità voglia dire sì salde radici, valori, esperienze e chiara definizione di sé e dei propri desideri, ma anche unità, comunione con la natura e con gli altri esseri umani. Con l'immagine di sé, per quanto essa sia chiara e solida, l'uomo è solo: è nell'incontro e nell'accettazione di mescolarsi agli altri che diventa una fibra dell'universo. L'atteggiamento vincente, nella comunione, non è quello dell'autarchia, ma quello della docilità (v. 30) che si esprime nell'accoglienza dell'identità dell'altro, della natura, del creato in ogni sua parte.
Questo invito alla ricerca dell'armonia e al recupero pacifico dell'identità è il vero e più profondo messaggio de I fiumi, accoglierlo è il miglior modo di festeggiare questa pietra miliare della poesia italiana nel suo centesimo anniversario.

C.M.
Cotici, 16 agosto 1916 - Verona, 16 agosto 2016

NOTA: Suggerisco, quale miglior commento in assoluto, l'ascolto (e la visione) della poesia letta da Giuseppe Ungaretti.

8 commenti:

  1. Complimenti, un post bellissimo e sentito. E auguri per la ricorrenza del blog!

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  2. Bellissima poesia e bellissimo post. Certi autori sono talmente conosciuti che, talvolta, si danno per scontati e bisogna estraniarsi un po' da tutto un discorso per così dire "scolastico" per ritrovarli.

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    1. Confermo. A volte è tanta e tale la mole di informazioni sedimentate su un testo che si fatica a recuperarne il valore originario, mettendo da parte i commenti critici e ascoltando la voce degli autori. Grazie di aver apprezzato.

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  3. Meravigliosa, soprattutto per il panismo che la pervade e che risolleva in parte da tanto dolore. Complimenti, hai saputo descriverla e spiegarla benissimo!

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    1. Ti ringrazio, Alessandra, è una poesia che amo molto e sono contenta che il suo significato sia arrivato!

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  4. Un grandissimo 500° post! Pieno di emozioni e partecipazione. E vien voglia di riprendere il tomo delle poesie...

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    1. Eh sì, anche perché quelle di Ungaretti si leggono in fretta, ma la loro eco vibra a lungo...

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