venerdì 7 ottobre 2016

Katherine (Thomson)

Ho cominciato a girare intorno a Katherine o gli inattesi colori del destino di Rupert Thomson (NN editore) quando era solo un'anteprima. E, a ben guardare, anche il primo incontro con la sua protagonista è, in realtà, un impatto con la sua anticipazione. Nelle prime pagine di questo romanzo, infatti, Katherine ci parla calandosi nel suo lontanissimo passato, quando era appena un embrione congelato in attesa di impianto.

Quando la storia vera e propria inizia, Katherine ha diciannove anni, però è come se ne avesse ventisette, perché sente che quegli otto anni passata a meno centonovantasei gradi centigradi non sono del tutto nulli, ma hanno lasciato dentro di lei un segno indelebile. A partire dalla capacità di pensare in potenza, di immaginare situazioni alternative, di pensare al mondo in sua assenza pur essendo lei molto presente. Non è facile da spiegare.
Fatto sta che Katherine, che vive da sola a Roma perché la madre è morta e il padre fa il giornalista all'estero, non riesce a convivere con il sentimento della perdita e la contemporanea consapevolezza di essere per il genitore ciò che lo ha separato dalla moglie. Nella città in cui si sono trasferiti per desiderio della donna morente, Katherine capisce che è tempo di trovare la propria strada, di cercare un luogo in cui sentirsi a proprio agio e scongelare i sentimenti rimasti come sospesi per via della sua lunga gestazione in vitro. Sparisce. Arriva a Berlino e si trasferisce in casa di un uomo di cui ha sentito per caso parlare in un cinema, finché, entrata in contatto con un tizio che sembra addirittura disposto ad adottarla, si mette in testa di partire per la Russia. Non per una grande città e non per fare la turista: vuole stabilirsi in un remoto villaggio polare, dove l'unico albergo serve la colazione soltanto alle otto e d'inverno non attraccano i traghetti. Nella terra del ghiaccio, Katherine scende nell'intimità del proprio spirito: ha bisogno del gelo artico per far sciogliere la propria identità, i ricordi e i sentimenti, per ritornare padrona del proprio tempo.
La lettura di Katherine si è protratta un po'più a lungo del previsto, sia per i numerosi impegni di questo periodo, sia perché l'iniziale entusiasmo è un po'calato nella prima metà del romanzo. Ho infatti faticato a farmi piacere questa ragazza disorientata e sconsiderata che lascia casa sua per gettarsi in bocca ad un mondo di persone piene di secondi fini o decisamente poco raccomandabili. Poi, però, la scintilla si è riaccesa e ho seguito con entusiasmo le peripezie di Kit in Russia: le descrizioni dei luoghi dei suoi viaggi e delle persone che incontra, dal marinaio Olav alla bibliotecaria Ženja, mi hanno catturata e trascinata sia nel godimento della storia sia verso la protagonista, che proprio fra le nevi boreali si rivela e appare nella sua complessità.

Aurora boreale a Murmansk, Russia
[Immagine tratta da Journey Horizons]
A volte mi viene il sospetto che il processo di scongelamento non sia del tutto finito. Le mie emozioni sono ancora congelate, le mie terminazioni nervose insensibili. Certe volte immagino di essere stata scolpita nel ghiaccio, come il cigno di un banchetto medievale, e che il mio cuore sia visibile: di un meraviglioso rosso scarlatto, ma immobile, intrappolato, incapace di battere o di provare emozioni.
C.M.

2 commenti:

  1. Trovo assolutamente affascinante questo romanzo da come ne scrivi, pare non si tratti di una lettura banale, vero? E poi ci sono i paesaggi russi *__*

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    1. La prima metà, come dicevo, non ha nulla di speciale, ma poi Katherine mi ha completamente catturata e non escludo che la geografia dei capitoli finali abbia avuto un ruolo determinante in questo giudizio! ^_^

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