giovedì 29 dicembre 2016

Un po'di Giappone a Milano

Uno dei viaggi dei miei sogni è quello in Giappone, non per visitare le metropoli, ma per godermi i paesaggi, i giardini, le bellezze naturali e per immergermi in una cultura fatta di precisione, accuratezza e ordine. Un pezzettino di questa nobiltà nipponica è a Milano grazie alla mostra Hokusai Hiroshige Utamaro aperta dal 22 settembre fino al 29 gennaio presso Palazzo Reale. Il percorso raccoglie duecento silografie realizzate fra il Settecento e l'inizio dell'Ottocento, riconducibili ai maestri dell'arte Edo Katsushika Hokusai (1760-1849), Utagawa Hiroshige (1797-1858) e Kitagawa Utamaro (1753-1806) e il suo allestimento è stato possibile grazie alla collaborazione con l'Honolulu Museum of Art, da cui provengono tutte le opere, in occasione dei centocinquant'anni dal primo trattato di amicizia e commercio fra Giappone e Italia (1866).

Katsushika Hokusai, Shichirigahama nella provincia di Sagami
da Trentasei vedute del monte Fuji (1830-1832)

La mostra di Palazzo Reale è un trionfo di Ukiyo-e, un'occasione unica per immergersi nelle atmosfere del Giappone del periodo Edo e per acquisire nuove conoscenze sulla cultura nipponica e sulle sue espressioni, oltre che per comprenderne l'influenza sulle arti occidentali.

Utagawa Hiroshige, Fukuroi. I celebri aquiloni della provincia di Tōtōtomi
da Cinquantratré stazioni di posta del Tōkaidō

Utagawa Hiroshige,
Monte Nikko, cascata di Urami
(1853)
Il visitatore viene accompagnato attraverso una raccolta di stampe riconducibili alle varie tipologie di produzione Ukyio-e, dai surimono augurali con immagini accompagnate da versetti poetici alle meishoe, le celebri vedute di luoghi celebri, a loro volta suddivisibili in base ai soggetti, che spaziano dai ponti alle cascate e trovano il loro culmine nella celeberrima serie delle Trentasei vedute del monte Fuji di Hokusai (è presente in mostra anche La grande onda) e in quella delle Cinquantatré stazioni di posta del Tōkaidō realizzate dallo stesso artista. Ma non mancano esempi di bijinga, cioè le beltà, i famosi ritratti femminili, lodevoli in particolare per la cura nella resa delle trame dei tessuti, sempre diversi, i ritratti shashinkyō (specchio vera copia) e, naturalmente, le serie di soggetti naturali che hanno per protagonisti uccelli e piante, i kachōga, qui rappresentati sia da piccoli quadretti, fra i quali spicca Cardellino e ciliegio piangente di Hokusai, sia da stampe monumentali (Naga oban), in mezzo alle quali svettano le gru di Hiroshige e Hokusai. E poi c'è una chiusura originale, dedicata all'influenza di Hokusai e dei suoi quaderni di figurine nere, bianche e rossastre sulla produzione dei manga.

Katsushika Hokusai, Il passo Inume nella provincia di Kai
da Trentasei vedute del monte Fuji (1830-1832)

Katsushika Hokusai,
Cardellino e ciliegio piangente
(1832)
Vedere dal vivo le silografie dei maestri Edo è un'esperienza che ogni appassionato della cultura nipponica dovrebbe regalarsi, soprattutto se non ha la possibilità di visitare il Giappone: è facilissimo trovare in rete centinaia e centinaia di stampe Edo, anche in ottima risoluzione, ma nessuna di esse è in grado di offrire i dettagli che rendono impareggiabile la visione diretta, perché ogni stampa si afferma con la vivacità dei propri particolari e trae pregio anche dalle pieghe e dalle minute tramature impresse sulla carta senza inchiostro, grazie alle quali abiti e specchi d'acqua acquistano movimento. Le sfumature sfuggono a qualsiasi schermo e riproduzione, ma l'occhio può trascorrere ore a scoprirle tutte, per poi trovarsi incapace di decidere se Hokusai e Hiroshige abbiano dato il meglio con le grandi vedute aperte su valli e baie o nella minuta descrizione degli uccelli e, ancora, se siano capaci di affascinare più con la gamma dei colori verde-azzurro, con le solarizzazioni rosso-pesca o rivestendo i loro paesaggi di un manto nevoso e di cascate di fiocchi bianchi che fanno fluire serenità fuori dalla cornice.

Utagawa Hiroshige, Libellula e crisantemi (1837)

Katsushika Hokusai, Toba
da Specchio dei poeti
giappnesi e cinesi
(1833-34)
Inoltre, come dicevo, le opere sono corredate di tabelle introduttive che illustrano brevemente la storia di ciascun genere di Ukiyo-e, di materiali che spiegano la realizzazione delle silografia e da buone contestualizzazioni di ciascun ciclo di opere. Fra le cose più interessanti che ho imparato nel corso della mia visita ci sono proprio tutti i nomi delle varie tipologie di silografie Edo, che mi hanno fatto rammaricare moltissimo di non conoscere la lingua giapponese. Ho poi avuto la possibilità di vedere dei cicli di stampe di Hokusai che proprio non conoscevo, lo Specchio dei poeti giapponesi e cinesi (una serie di shashinkyō) e le Cento poesia per cento poeti, una serie policroma che illustra un'antologia poetica composta nel XIII secolo da Fujiwara no Teika e che riporta accanto alle illustrazioni i versi waka cui esse si ispirano, liberamente interpretati per adattarsi alla scelta narrativa di Hokusai, che mette le poesie in bocca ad una vecchia balia che non li ricorda benissimo.
La visita alla mostra Hokusai Hiroshige Utamaro è stata dunque un'esperienza più che positiva e la suggerisco a tutti, con l'avvertenza di prenotare l'entrata, perché, specialmente in questi giorni di festività, i saloni di Palazzo Reale sono presi d'assalto e si rischia di arrivare stremati dalla fila e di non riuscire ad apprezzare questi capolavori come meritano.

Utagawa Hisorhige, Mariko
da Cinquantatré stazioni di posta del Tōkaidō

Il colore dei fiori
è già svanito
mentre su cose triviali
vanamente posavo il mio sguardo
durante il mio viaggio nel mondo.
[dalla silografia Ono no Komachi]
C.M.

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