lunedì 19 giugno 2017

Cratilo (Platone)

Nella definizione del rapporto fra le parole e le cose la tappa fondamentale è costituita dagli studi di Ferdinand de Saussure (1857-1913), il quale ha sottolineato la totale arbitrarietà dell'associazione di un concetto ad una immagine linguistica, distinguendo il significato (la cosa, l'oggetto di cui si parla) dal significante (l'elemento verbale scritto o orale che costituisce il mezzo per indicare la cosa). Arbitrario non significa, beninteso, insensato, indica che il collegamento per noi normalissimo di una determinata parola ad un oggetto non ha alcun legame ontologico, ma è una pura convenzione.

Questa acquisizione sembra ormai scontata a noi che abbiamo appreso la grammatica, che abbiamo studiato le trasformazioni linguistiche e che, vivendo immersi in un contesto multiculturale nel quale ci muoviamo con una conoscenza di almeno due lingue (dialetti compresi), sappiamo che uno stesso oggetto può avere numerosi nomi non solo in lingue differenti ma anche in una stessa lingua. Eppure non è sempre stato così e, anzi, suscita ancora una certa curiosità l'idea che possa esistere una sorta di lingua naturale che si affermerebbe se non intervenissero gli infiniti stimoli culturali ed educativi che forgiano la nostra esistenza... quella che, per alcuni, è la lingua che ha preceduto Babele o dell'età dell'oro in cui gli uomini vivevano in armonia e comunione con gli dei.
Il primo testo in cui si affronta diffusamente il problema del rapporto fra significato e significante, in termini di una distinzione fra cose (πράγματα) e nomi (ὀνόματα) è il dialogo Cratilo, scritto dal filosofo Platone nel periodo dell'Accademia. Esso prende il nome da uno dei personaggi che si confrontano: Cratilo è un seguace della dottrina eraclitea secondo la quale l'essere è inafferrabile ma esiste un nome strettamente legato ad esso per natura, anche se esso non sempre coincide con quello che comunemente si utilizza. Il suo interlocutore è Ermogene, il quale, invece, sostiene che un legame naturale fra le cose e i nomi non esiste, ma che si tratta di una associazione arbitraria e convenzionale, basata su un patto finalizzato a rendere possibile la comunicazione. Il dibattere è tale che occorre l'intervento di Socrate, il quale, esercitando la maieutica, l'ironia e contorte analisi etimologiche e di composizione linguistica, mira a convincere Cratilo dell'esistenza di nomi naturali o, almeno, di germi naturali nei nomi in passato scelti da un legislatore illuminato in accordo con i sapienti.
A confrontarsi in questo complesso dialogo sono dunque due visioni estreme. Da un lato abbiamo Ermogene, portatore di una visione arbitraria e relativista dell'atto linguistico che si riconduce alla teoria di Protagora secondo cui l'uomo è misura di tutte le cose e la realtà si struttura e si rende conoscibile in base al pensiero e all'agire umano.
Non riesco a persuadermi che ci sia per i nomi altra norma all’infuori del patto e del consenso. Infatti a me pare che qualsiasi nome che uno ponga ad una cosa, questo sia il suo nome giusto; e che se uno, daccapo, glielo muti in un altro e non la chiami più con quello, il secondo non le si addica punto meno del primo […]. Perché, credo, non c’è nessuna cosa che abbia nessun nome da natura, ma dalla legge e dalla consuetudine di coloro che, per essercisi assuefatti, la chiamano a quel modo. [Cratilo, 384 c-e]
Dall'altra parte c'è la dottrina delle idee di Platone, basata sulla convinzione che, anche se la realtà sensibile corrisponde in effetti al flusso ininterrotto, mutevole e inafferrabile di eraclitea memoria (il celebre πάντα ῥεῖ), a fare da contraltare ad essa esiste un sistema metafisico in cui ad ogni rappresentazione sensibile corruttibile e imperfetta corrisponde un'idea perfetta e immutabile che è conoscibile soltanto attraverso l'esercizio della saggezza e della filosofia e l'ascesa dell'anima all'iperuranio.


Socrate, dunque, che come in tutti i dialoghi platonici è portatore delle idee dell'autore che ne è stato l'allievo, è impegnato a scardinare la visione relativista di Parmenide, ma entra in contraddizione con un altro caposaldo della dottrina delle idee, cioè quello secondo il quale ogni immagine o imitazione della realtà è inevitabilmente staccata dalla realtà stessa, in quanto non potrà mai riprodurla fedelmente e renderla conoscibile nella sua essenza.
Ebbene, se uno di ogni cosa potesse imitare proprio l’essenza attraverso lettere e sillabe, non esprimerebbe forse ciò che ciascuna cosa è? [Cratilo 423 e]
Nel tentativo di dimostrare l'esistenza di un legame risalente agli albori della storia del linguaggio (chiaramente nella sola e parziale prospettiva grecofona), Socrate si lancia nell'analisi etimologica di alcune parole, a partire dal nome degli dei, per arrivare a termini di uso comune come giorno, giogo, verità, piacere, movimento, fornendo una lunga rassegna (sono stati conteggiati più di centoquaranta termini) in cui, però, soltanto venti ricostruzioni risultano corrette. Il procedimento, non scevro di ironia, è alquanto contorto e si può risolvere solo ammettendo che all'etimo di presunta naturalità si siano aggiunti diversi elementi per motivi eufonici o per facilitare l'articolazione delle parole: il nome Poseidone (Ποσειδῶν), ad esempio, come si legge nei passi 403 e - 404 a, potrebbe avere alle spalle l'espressione πολλὰ εἰδότος τοῦ θεοῦ (il dio che conosce molte cose), ma può essere che il signore dei mari fosse chiamato ὁ σείων’ (colui che scuote) e che le lettere p e d siano semplici aggiunte o, addirittura, che il nome significhi ὡς ‘ποσίδεσμον’ ὄντα (dai piedi legati).
Permetti che dei nomi qualcuno si attagli a cappello, qualche altro no; e non volere per forza che abbiano tutte le lettere affinché ciascuno sia addirittura tale qual è l’oggetto di cui è nome; ma permetti che gli si aggiunga anche la lettera che non gli si addice; e se una lettera, anche un nome in una proposizione; e se un nome, anche una proposizione nel discorso, la quale non si addica alle cose; e niente meno si nomini e si esprima l’oggetto fino a che vi rimanda il tipo dell’oggetto di cui si ragione, come nei nomi delle lettere. [Cratilo, 433 d]
Ne deriva che, per forza di cose, anche ammesso che le parole abbiano una essenza naturale, il grado di manipolazione dell'immagine linguistica è tale che si può considerare non solo arbitrario ma anche casuale. La stessa convinzione socratica che i legislatori, artigiani delle parole, avrebbero scelto le parole migliori in quanto sapienti rafforza più che confutare la tesi di Ermogene e, infatti, il dialogo stesso si chiude con la considerazione che, piuttosto che le parole, è preferibile conoscere la verità cui esse si riferiscono e di cui restituiscono un pallido riflesso.

René Magritte, La chiave dei sogni (1930)
Il linguaggio costituisce per ammissione stessa di Socrate un'immagine, infatti nelle ultime pagine del dialogo si giunge allo smussamento delle idee iniziali che vedevano da parte del filosofo l'affermazione dell'idea di un legame, anche minimo, fra i nomi e le cose, che si può cogliere, ad esempio, nel fatto che Omero nomini alcuni elementi con il nome con cui lo indicano gli dei (e quindi quello in qualche modo naturale) e quello attribuitogli dagli uomini; in effetti la critica omerica si è arrovellata parecchio nel tentativo di individuare i significati reali di significanti di cui Omero riporta solo il nome noto alle divinità (come nel caso del moly donato da Ermes a Odisseo come misura difensiva contro la magia di Circe). Ugualmente, sostiene Socrate, un dipinto sarà pure imitazione della realtà, ma viene realizzato con i colori esistenti in natura, segno che un qualche legame con la naturalezza esiste anche nell'arte. Eppure Platone non è benevolo né verso i poeti, la cui sapienza è sminuita e giudicata dannosa nello Ione, né verso gli artisti, in quanto fautori di imitazioni di oggetti sensibili, a loro volta imitazioni delle idee, quindi moltiplicatori delle apparenze.
Di fronte ad Ermogene Socrate sostiene anche una delicata argomentazione in cui tenta di distinguere la verità dal falso negli enunciati in cui si sostituiscano le parole, ma, di fatto, non giunge a dimostrare che le parole con cui esprimiamo il falso abbiano in sé, nella loro essenza, un elemento di naturalità che faccia risultare ontologicamente falso il discorso con esse prodotto. Del resto, anche nella lettera VII di Platone si legge che i nomi non hanno nulla di stabile e che le cose rette possono esser definite rotonde senza che per questo cambi la loro forma.
Quanto ai loro nomi, diciamo che nessuno ha un briciolo di stabilità, perché nulla impedisce che quelle cose che ora son dette rotonde si chiamino rette, e che le cose rette si chiamino rotonde; e i nomi, per coloro che li mutassero chiamando le cose col nome contrario, avrebbero lo stesso valore. Lo stesso si deve dire della definizione, composta com’è di nomi e di verbi: nessuna stabilità essa ha, che sia sufficientemente e sicuramente stabile. [Lettere VII, 343 a]
Dobbiamo dunque ritenere il Cratilo un'opera fitta di contraddizioni e priva di rigore argomentativo? Niente affatto, perché non va dimenticato che la filosofia socratica si basa sul metodo che giustifica la scelta stessa del dialogo, cioè la ricerca, la maieutica, l'arte dell'aiutare l'allievo a partorire pensieri che lo avvicinino alla conoscenza. Il filosofo deve essere dunque un mediatore, infondere il dubbio, allontanare dalle certezze anche quando indica un tracciato: così si spiega il finale aperto del Cratilo, con il suo invito a non smettere di interrogarsi sul linguaggio e sul rapporto fra le cose e i loro nomi... un invito che, fortunatamente, i linguisti hanno portato avanti e senza il quale, forse, non avremmo avuto nemmeno le teorie di Ferdinand de Saussure e il sistema filosofico che anche in relazione ad esse si è generato e che ha prodotto capolavori letterari e artistici.

C.M.

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