giovedì 30 giugno 2016

Deliziosa Verona #4: il complesso del Duomo

Nella zona di Verona più anticamente abitata all'interno dell'ansa dell'Adige, non lontano dalla Piazza delle Erbe e da Piazza dei Signori, sorge la Cattedrale di Santa Maria Assunta, che ingloba oggi diversi edifici risalenti all'epoca tardoantica e medievale. Infatti in quest'area occupata in età romana da lussuose abitazioni private, già nel IV secolo era stata eretta una basilica paleocristiana, consacrata dal vescovo Zeno in persona, ma tale struttura fu poi rimaneggiata, anche in seguito a crolli e incendi, fino alla costruzione, fra VIII e IX secolo, della chiesa di Santa Maria Matricolare, leggermente spostata rispetto alla collocazione originaria, oggi occupata dalla chiesetta di Sant'Elena.

Cattedrale di Santa Maria Assunta - facciata

Il complesso che vediamo oggi è il risultato di interventi di ogni sorta, dalla realizzazione del chiostro canonicale e dei protiri romanici ad opera della bottega di Pelegrinus (quello laterale, dal quale accedono i visitatori) e di Nicholaus (quello dell'ingresso principale), fra il 1117 e il 1139, all'arricchimento della decorazione interna ad opera di artisti quali Antonio Badile, Antonio Balestra, Angelo Sartori, Giambettino Cignaroli, Francesco Morone, Giuseppe Zamboni e Francesco Torbido (che lavorò su cartoni di Giulio Romano), assieme a molti altri.

Battistero di San Giovanni in Fonte
La facciata soverchia lo spettatore con un impianto monumentale che si riesce ad abbracciare soltanto dal fondo della piccola piazza che comprime l'edificio. Colpiscono i colori chiari, dall'ocra al rosato, nonché la policromia dei marmi e le diverse forme date alle colonne del protiro di Nicholaus, che si articola in due livelli; quello inferiore è quello più riccamente decorato, originale per la presenza di una lunetta con sfondo azzurro rappresentante la Madonna in trono col bambino e per le due sentinelle dell'ingresso armate di spada e scudo, identificate con i paladini Orlando e Uliviero. Tutta la facciata slancia la struttura verso l'alto, anche grazie alle due bifore allungate ai fianchi del protiro e ai pinnacoli. L'effetto di verticalità è accentuato dal campanile in marmo bianco, che nelle giornate di nebbia si perde fra il vapore; si tratta di un elemento non finito, al quale lavorarono diversi architetti, fra cui il celeberrimo Michele Sammicheli.
Il Duomo presenta una pianta basilicale, con un accenno di croce dato dall'innesto di due ampie cappelle non simmetriche che si fronteggiano nella parte antistante il presbiterio, la Cappella Memo, con pitture rialenti al 1762, e la Cappella della Madonna del Popolo, del XVI secolo (ma rimaneggiata successivamente). Il corpo dell'edificio è diviso in tre navate da due colonnati e movimentato da un otto cappelle, fra le quali va ricordata almeno la cappella Cartolari-Nichesola, ristrutturata nel XVI secolo da Jacopo Sansovino e occupata dalla pala dell'Assunta di Tiziano (1535), un dipinto suddiviso in due livelli, con Maria trasportata in cielo nella parte più alta e quello più basso occupato dal sepolcro della Vergine, attorno al quale si affollano gli apostoli, traumatizzati per averlo trovato vuoto. A catturare l'attenzione del visitatore che entri nella cattedrale è lo straordinario tornacoro realizzato dal Sammicheli nel 1534 con marmi policromi, a racchiudere il presbiterio e gli affreschi del già citato Francesco Torbido, sui quali spicca il dipinto della volta con la Nascita della Vergine e la Presentazione al tempio.

Scorcio del presbiterio dal tornacoro del Sammicheli

La parte più affascinante del complesso, però, rimane per me quella più antica, accessibile solo in certi periodi dell'anno attraverso l'atrio romanico sottostante uno dei due grandi organi dipinti. Grazie a questo passaggio, che permette di osservare gli scavi antichi, si accede a due ambienti spettacolari, che, da soli, valgono la visita al complesso cattedrale.
Chiesa di Sant'Elena
Uno di essi è la chiesa di Sant'Elena, risalente al IX secolo, un ambiente essenziale con un'unica navata e un presbiterio delimitato da una balaustra in marmo. Questo spazio è molto semplice anche nella decorazione, il cui elemento rilevante è il dipinto di Felice Brusasorzi dedicato alla Madonna con il bambino e i Santi Stefano, Zeno, Giorgio ed Elena (1573-1579). L'entrata nella chiesa di Sant'Elena infonde un'emozione speciale a chi, come me, vi è arrivato conoscendolo come il luogo in cui Dante Alighieri, già ospite di Cangrande della Scala, pronunciò la Quaestio de aqua et terra il 20 gennaio 1320 (l'evento è ricordato su un'epigrafe esterna alla chiesa).
E infine non si può rinunciare alla visita del Battistero di San Giovanni in Fonte, costruito intorno al 1123 in forme romaniche, il cui punto di forza è proprio la vasca ottagonale, ricavata da un unico blocco di marmo e scolpita con scene dell'infanzia di Gesù.
Non meno importante, anche se inaccessibile ai non addetti ai lavori se non per il salone dedicato agli eventi (con qualche eccezione per gli studenti della scuola secondaria di secondo grado accompagnati dai docenti e agli universitari autorizzati), è l'ambiente della Biblioteca capitolare, evoluzione dell'antico scriptorium ecclesiastico nato nel V secolo a.C.. Essa raggiunse il suo massimo splendore fra il 1200 e il 1400, attirando, grazie alle sue ricchissime collezioni, Dante Alighieri, Francesco Petrarca (che qui scoprì le lettere di Cicerone ad Attico, Quinto e Bruto, altrimenti sconosciute) e dagli studiosi del cosiddetto preumanesimo veneto, che fra Verona, Padova e Venezia contribuirono alla riscoperta dei classici, alla loro traduzione e allo sviluppo della produzione originale degli intellettuali umanisti. 

Dante Alighieri è stato qui

In questa biblioteca è inoltre conservato un importante documento che testimonia una delle prime forme di scrittura in lingua volgare, l'Indovinello veronese, risalente all'VIII secolo. Si tratta di un breve testo scritto da un amanuense all'interno di un libro liturgico mozarabico (tipico, cioè, della penisola iberica e scritto in caratteri visigoti), ma chiaramente di origine veronese: esso costituisce una sorta di ponte fra il latino e le nuove lingue diffusesi dopo la caduta dell'Impero, anche se non consacrate alla dignità della scrittura fino all'Alto Medioevo inoltrato. L'indovinello recita:
Se pareba boues alba pratalia araba et albo uersorio teneba et negro semen seminaba
Spingeva innanzi i buoi arava bianchi prati e teneva un aratro bianco e seminava un nero seme
Il chiostro dei Canonici

Cosa si celerà dietro questa apparente scena agricola? Molti di voi conosceranno già questo piccolo tesoro capitolare... e non è un mistero nemmeno che proprio a questa ricchezza culturale e allo spirito di Dante che aleggia in Sant'Elena vada il mio particolare sentimento nei confronti del Duomo (nella sua struttura più recente per me meno affascinante rispetto alla basilica di San Zeno) e del suo complesso ricco di storia, forme artistiche semplici e reminiscenze letterarie.

C.M.

martedì 28 giugno 2016

La lettrice scomparsa (Stassi)

Solo qualche mese fa scrivevo su queste pagine la mia recensione de L'ultimo ballo di Charlot di Fabio Stassi, senza dubbio una delle migliori letture del 2016 (e non c'era bisogno di arrivare alla metà dell'anno per poterlo dire). Ecco perché, quando ho saputo che Fabio Stassi avrebbe partecipato agli eventi del Salone del libro di Torino, speravo di poterlo incontrare. L'autore avrebbe presentato a Pinerolo il suo nuovo romanzo, La lettrice scomparsa; per me, che già per miracolo ero riuscita a ritagliarmi il tempo di essere al Lingotto, era impossibile partecipare, ma la fortuna mi ha assistita, conducendomi allo stand di Sellerio proprio mentre l'autore era presente per la firma delle copie.
Il solo potere taumaturgico che conosco è quello dell’amicizia. Consigliare un romanzo è un modo di voler bene a una persona.
La lettrice scomparsa è un breve romanzo giallo che punta a catturare tutti i malati di lettura, o, per meglio dire, tutti coloro che cercano avidamente nei libri una seconda esistenza, l'appagamento di un piacere o la cura alla noia o alla sofferenza. Infatti Vincenzo Corso, il protagonista e narratore della storia, è un insegnante precario che, messo alle strette dalla disoccupazione, si reinventa e inizia ad esercitare l'attività di biblioterapeuta, sperando che i libri possano aiutare le persone in crisi a risolvere i propri problemi o, almeno a dare loro un senso. Vincenzo è un po'psicologo, un po'un goffo consulente, ma nutre la fondamentale convinzione che i libri possano salvare le persone, anche per l'importanza che essi hanno avuto nella sua vita, a partire dai volumi lasciati dal padre mai conosciuto alla madre dopo il suo concepimento in un albergo di Nizza. Fra alti e bassi, Vincenzo esercita l'attività di Counselor della rigenerazione esistenziale nel proprio appartamento, in un palazzo romano che, all'improvviso, è segnato da un giallo: la signora Parodi scompare nel nulla e il marito viene accusato del suo assassinio. Per il professore-biblioterapeuta potrebbe trattarsi di uno dei tanti fatti di violenza, finché non viene a conoscenza delle ultime letture della donna, che sembrano suggerire la sua volontà di sparire e spingono Vincenzo ad improvvisarsi investigatore, nella certezza che le scelte letterarie della signora Parodi possano spiegarne la fine.
Ho letto questo romanzo in pochi giorni, trasportata dalla leggerezza dello stile di Fabio Stassi, che riesce ad essere limpido e piacevole come nella ricostruzione della vita di Charlot, sebbene in un contesto decisamente più quotidiano e meno ambizioso. Il risultato è una storia scorrevole, mai cervellotica e, soprattutto, intessuta di rimandi letterari diretti e indiretti; fra i primi rientrano i consigli di Vincenzo alle sue pazienti (sì, sono tutte donne) e le sue esplicite associazioni fra gli eventi narrati e qualche eco letteraria, mentre nel secondo caso sono i lettori a doversi fare un po'detective per cogliere rimandi ad altri romanzi, come i numerosi riferimenti al giallo gaddiano Quer pasticciaccio brutto de via Merulana. La lettrice scomparsa è un libro intriso di letteratura, un libro elevato ad una potenza grandissima, tanto più limpido nel suo disegno e nel suo significato quanto più il lettore conosce i testi citati, ma non per questo inaccessibile a chi non li abbia letti.

In occasione dell'incontro torinese, Fabio Stassi non si è limitato ad autografare la mia copia de La lettrice scomparsa, ma mi ha dedicato qualche minuto di conversazione: quando ha saputo che sono un'insegnante di Lettere (come il suo Vincenzo, ma spero con un filino in più di fortuna) abbiamo scambiato poche parole su questo mestiere e poi lui mi ha confidato la preoccupazione per le sorti di «questo libro appena nato», come lo ha definito nella dedica: una manifestazione di apprensione forse un po'scaramantica, ma per me del tutto normale per un autore che, nonostante il grande apprezzamento dei suoi lettori, ha una genuinità e una naturalezza che spiegano perché nei suoi libri ci si senta così a proprio agio, rassicurati. Ora che ho letto il libro posso rassicurare Fabio Stassi: La lettrice scomparsa è un testo da leggere e rileggere, magari arricchendolo progressivamente con i suggerimenti di Vincenzo.
A uno scrittore che ti racconta la sua vita non bisogna mai dare credito perché se è un vero scrittore rinnoverà a ogni rigo, fino alla fine dei suoi giorni, il patto di infedeltà con la realtà che ha stipulato all’inizio della sua carriera. Per un romanziere, la sua stessa autobiografia non sarà che un’altra occasione per inventare. Quello che conta, per lui, è solo il senso di fondo. Tutti gli scrittori sanno bene che per arrivare a farsi un’idea della verità devono attraversare un mare di bugie. È il loro paradosso.
C.M.

lunedì 27 giugno 2016

Attraversami (Mascheroni)

Come si potrebbe vivere in un mondo senza amore o, per meglio dire, in un mondo in cui amare è proibito e punibile con la morte? Attorno a questa domanda ruota il romanzo di Christian Mascheroni Attraversami (Las Vegas edizioni), una fiaba distopica ambientata nell'immaginaria Silence, un luogo in cui ad esercitare il potere è un invisibile forza che opera attraverso un esercito impegnato nell'esclusivo compito di proibire il più grande sentimento umano.

Protagonista del romanzo è Cljo, una studentessa che nel tempo libero dà una mano ai genitori, gestori di una libreria in città. Ad innescare il meccanismo narrativo è l'incontro di Cljo con un ragazzo da lei chiamato Husky per via dell'espressione dolce e malinconica simile a quella di questo animale. I due si innamorano, ma il loro sentimento è proibito e gli stessi genitori di Cljo, in particolare la made Julia, che un tempo ha fatto dell'amore per il marito il centro della sua vita, ma che ha dovuto iniziare a dimenticare tale affetto per poter salvare lui e la loro figlia, ostacolano il loro rapporto, che, comunque, è destinato ad una serie di fugaci apparizioni, perché lo stesso Husky sceglie di osservare e proteggere Cljo a distanza per non metterla in pericolo.
Attorno a questa vicenda essenziale ruotano tanti episodi secondari che sono segnali della stranezza di Silence e della rottura degli equilibri provocati dalla proibizione dell'amore: la caduta delle stelle che si polverizzano e ricoprono il suolo come neve, forti correnti d'aria che trasportano in cielo gli abitanti, esplosioni di pasta di pane che fanno lievitare una pagnotta per tutta la città fino a sommergere gli esseri umani, giornate senza sole né luce artificiale e alberi giganti che si levano nel cielo fino a perdersi fra le nuvole. In questi attimi di stravolgimento avvengono gli incontri fra Cljo e Husky, come se queste anomalie servissero proprio a mettere in guardia gli esseri umani sulla necessità dell'amore, a farli ancora meravigliare, a scuoterli dallo stato di torpore in cui li ha gettati l'apatia del regime.
Attraversami è una fiaba piacevole, con delle buone premesse (derivanti, più o meno coscientemente, dalla proibizione dell'amore e delle scelte nei rapporti umani presente in 1984) e in grado di rivelare la vena fantasiosa dell'autore, che si lancia in una narrativa visionaria quando descrive gli strani fenomeni che si abbattono su Silence. Tuttavia il romanzo manca del giusto ritmo, si dilunga in descrizioni ridondanti dei sentimenti di Cljo e Husky e dei loro incontri che, a lungo andare, soffocano la storia. Qualcosa potrebbe cambiare con l'inserimento del soldato del regime Renner e un approfondimento delle contraddizioni della fascinazione per Cljo e i suoi doveri militari, ma anche questo aspetto sembra un semplice ornamento alla storia principale, con la quale non si integra, come accade con le piccole vicende degli altri abitanti di Silence, ridotti a comparse di scarso spessore, forse per mettere in evidenza i protagonisti.
Insomma, Attraversami non ha fatto breccia e in qualche momento sono stata tentata di abbandonare la lettura. Poi arrivava qualcosa che mi incuriosiva e riaccendeva l'attenzione, perché i diversi quadri surreali delle avventure di Silence sono davvero affascinanti e pittoreschi. Ecco, forse il romanzo di Christian Mascheroni dovrebbe essere letto più come una raccolta di racconti con il filo conduttore dell'amore segreto fra Cljo e Husky che come un romanzo vero e proprio. Chi, però, fosse più sentimentale e aperto al lirismo nella narrativa, forse potrebbe apprezzare maggiormente anche le altre parti e la narrazione complessiva.
La ragazza della libreria chiuse il libro in un abbraccio, con la mano dentro, per tenere il segno. Il ragazzo trovò la cosa buffa e si innamorò di quella mano, desiderò spalancare il libro, farsi spazio fra le parole e prendere quella mano con la sua.
C.M.

venerdì 24 giugno 2016

Sull'oro delle spighe arriva l'estate

Vivendo in campagna si ha la possibilità di assaporare il ritmo della natura e il rapporto che con essa hanno le attività umane. Nel corso dell'anno si succedono le arature, con immensi stormi di uccelli che seguono i trattori per scovare gli insetti portati alla luce dagli attrezzi, la semina, lo sbucare dei primi ciuffi verdi dal terreno, la loro graduale espansione e colorazione.

Vincent van Gogh, La mietitura (1888)

L'estate, per me, si identifica con le tonalità dorate della campagna, prima quella del grano e poi quella del mais. Il periodo in assoluto che preferisco per godermi il passaggio delle stagioni è quello in cui il grano, per citare Gabriele d'Annunzio, «non è biondo ancora / e non è verde» (La sera fiesolana, vv. 25-26). Ma è sull'oro del frumento maturo e dei fasci recisi che arriva l'estate, infatti proprio in questi giorni le campagne si stanno spogliando dei campi di grano e popolando di covoni.

Vincent van Gogh, Limitare di un campo di grano
La raccolta del grano era nel suo massimo ardore. Il campo sconfinato d’un giallo luccicante era limitato, solo da una parte, dall’alta, azzurreggiante foresta. Tutto il campo era coperto di covoni e di gente. Nell’alto, folto grano si vedeva qua e là, sul campo mietuto, la schiena curva di una mietitrice, lo sbatter delle spighe, quando essa le prendeva tra le dita; una donna all’ombra e i covoni dispersi qua e là per la seminagione. Dall’altra parte contadini ritti sui carri affastellavano i covoni e sollevavano polvere sul campo arso, rovente. (Lev Tolstoj, La mietitura, incipit)
Jean-Francois Millet, Le spigolatrici (1857)

Mestiere contadino fra i più immortalati, quello della mietitura è quasi un rito del mondo naturale, una consacrazione del legame fra l'uomo e la natura che gli dà sostentamento, ma anche della ricompensa per i grandi sacrifici che il lavoro dei campi comporta. Non è dunque un caso che grandi artisti e scrittori abbiano dedicato tante energie alla rappresentazione di questa attività, mettendone in luce la durezza, ma anche una sorta di venerazione per un atto fondamentale per lo sviluppo della vita e tessendo quasi una lode della sua essenzialità. In questa chiave ne parla diffusamente in Anna Karenina Lev Tolstoj, che rintraccia nella sorta di comunione con le messi la possibilità di riscatto di Levin, che trova la felicità lontano dalla città e dalle sue formalità, adeguandosi al ritmo della natura e ad una semplicità che condivide con la sua Kitty.

Vincent van Gogh, La spigolatrice (1889)
Profondamente attento alla vita dei campi e incline alla narrazione in chiave epica di grandi affreschi popolari, Giovanni Pascoli non manca di dedicare alcuni dei suoi Nuovi poemetti al ciclo della semina e della raccolta del grano. Il poemetto La messe, articolato in tre quadri, descrive bene le azioni dei contadini, al punto che potrebbe fungere da elegante didascalia per le tele di Jean-Francois Millet, come Le spigolatrici (1857) o di Vincent van Gogh. Come è noto, van Gogh si ispira proprio a Millet, unendo alla lezione artistica del pittore realista l'esperienza della vita contadina in Olanda e approdando, durante il soggiorno francese, ad un esito che ha fra i suoi picchi espressivi i dipinti dedicati agli oceani di grano in cui le figure umane acquisiscono colori sgargianti in armonia con quelli naturali delle messi e del cielo, diventano sempre più piccole o spariscono completamente, come divorate dai vortici di colore.

Giovanni Pascoli, La messe (1909)

I due fratelli con le due sorelle,
stringendo il grano e le lunate falci,
mietean le spighe e ne facean mannelle
Torceano spighe, per legar, non salci.
E le stendeano. O vite, così stese
le carezzavi con l’ombrìa dei tralci.
L’erbe così, mentre fiorian, sorprese,
morìano al sole; onde alle bestie grata
si fa la paglia come fien maggese.
Passava il padre tutta la giornata
pei solchi, e ritte le mannelle in croce
ponea, se l’erba già vedea seccata.
Seguian nel campo l’opera veloce
lieti i fratelli e le sorelle accanto.
Ma non si udiva, o Rosa, la tua voce.
Un canto, sì, di lodoletta, o un pianto.

In ogni campo alzarono due tonde
mete di spighe. Posero per prime
quattro mannelle, le più grosse e bionde.
Posero il calcio in terra, alto le cime;
e poi, con le altre sopra quelle e intorno,
fecero una gran cupola sublime.
Mietean tre giorni. Sul finir del giorno,
era finita. Placida la sera,
erano i cuori placidi al ritorno.
«Il grano è bello, e, di verdugio ch’era,
secco sin troppo. Con quel sole, ha sete.
Oggi la spiga ci parea leggiera»
diceva il babbo, e soggiungea: «Vedrete!
Il gran che il sole ora ha stremato e franto,
poi si rifà la notte nelle mete,
e s’enfia e s’empie, e peserà più tanto»

Nere le mete: solo qualche lampo
facean le paglie, come se un tesoro
fosse disperso qua e là nel campo.
Diceano i grilli grazie mille in coro
a chi, tagliato, per lor agio, il grano,
gittò poi l’arma... La falciola d’oro
brillava in cielo e ricadea lontano.

Vincent van Gogh, Campo di grano con mietitore (1889)

Negli stessi anni in cui Pascoli consegna il suo poemetto, il pittore svedese Carl Larsson dedica al tema della mietitura uno dei suoi luminosi dipinti, nel quale i toni chiarissimi sembrano come replicare l'intensità dei raggi del sole riflessi e moltiplicati dalle fascine di spighe d'oro. Il falciatore è in primissimo piano e alle sue spalle si danno da fare le spigolatrici, in un insieme ordinato che rivela la presenza di un'iconografia comune. Questi contadini, infatti, attraverso van Gogh e Millet risalgono ai più celebri falciatori di Peter Bruegel il Vecchio (XVI secolo), che di certo tutti i pittori di spigolatrici e mietitori hanno tenuto presenti.

Carl Larsson, La mietitura
Rocco mieteva, mieteva. Passava la falce al piede del grano alto, con una frequenza uguale di colpi come se la stanchezza non gli vincesse il braccio mai. La terra ardeva sotto; le messi mandavano vampate soffocanti. Ed egli mieteva, con gli occhi abbarbagliati dal lampeggiare continuo della falce, con le mani che gli pareva volessero scoppiare. Non finiva mai quel campo: le spighe ricrescevano appena tagliate. Gli altri mietitori, qua e là si trascinavano innanzi taciturni, senza un canto, senza una parola. (G. D’Annunzio, Terra Vergine)
Estate Peter Bruegel il Vecchio, La mietitura (1565)

Vincent van Gogh, Il mietitore (1889)
Il brano precedente, tratto da una delle opere giovanili di Gabriele d'Annunzio pubblicate definitivamente con il titolo Novelle di Pescara, descrive l'attività contadina del protagonista di Terra Vergine, un testo profondamente influenzata dal Verismo di Giovanni Verga e dal desiderio dell'autore di riprodurre il mondo primitivo e ancestrale degli Abruzzi. Sebbene la prosa di D'Annunzio si distacchi ben presto dalla vena realista e dall'attenzione agli umili contadini, un brano come questo dimostra come anche agli spiriti più modernisti stia a cuore il canto delle origini e quella particolare lode della semplicità che è costituita dai quadri campagnoli. Infatti anche uno spirito innovativo e pulsante di cambiamento come Giovanni Papini, fra i fondatori della rivista espressionista La Voce (1908) e poi di quella futurista Lacerba (1913), manifesta il desiderio di un ritorno alla semplicità, così, accanto a fermenti di ribellione e interventismo, nella sua produzione trovano spazio anche momenti di ripiegamento e di alta lirica, come nella poesia Il grano

Giovanni Papini, Il grano

Il grano nella sua biondezza antica,
ardente e secco, chiede mietitura,
ché in cima alla sua gracile statura
porge a ogni bimbo una rigonfia spiga.
Lo vagheggia la madre contadina
ritta nell'ombra corta d'un pagliaio:
quanto penare prima che il mugnaio
gliela porti in morbida farina!
La cristiana alza gli occhi al sol feroce,
poi guarda i figli grondanti, il marito
gobbo nel solco e col suo nero dito
fa sopra il campo un gran segno di croce.
In questi versi emerge tutto il penare del lavoro contadino, della fatica cui un'intera famiglia deve sottoporsi per avere da mangiare: la brillante apertura, con l'immagine della spiga gonfia che si piega verso il fanciullo e simboleggia la vita, si contrappone alla chiusura di quel segno della croce che sancisce la precarietà dell'esistenza.

Vincent van Gogh, Campo di grano verde (1890)

Un altro spirito ribelle che affida ai suoi versi posizioni radicali riconducibili al dibattito politico della Sinistra storica è quello di Mario Rapisardi, che nel 1883 pubblica una raccolta poetica intitolata Giustizia, contenente versi sociali. In essa è contenuto il Canto dei mietitori, un inno che denuncia la durezza della vita contadina e che sembra esaltare l'orgoglio dei lavoratori, salvo imprimere una chiusa minacciosa che richiama sentimenti rivoluzionari.
Mario Rapisardi, Canto dei mietitori
La falange noi siam de’ mietitori
e falciamo le messi a lor signori.
Ben venga il sol cocente, il sol di giugno,
che ci arde il sangue, ci annerisce il grugno,
e ci arroventa la falce nel pugno,
quando falciam le messi a lor signori.
Noi siam venuti di molto lontano
scalzi, cenciosi, con la canna in mano,
ammalati da l’aria del pantano
per falciare le messi a lor signori.
I nostri figlioletti non han pane,
e chi sa? forse moriran domane,
invidïando il pranzo al vostro cane...
E noi falciam le messi a lor signori.
Ebbro di sole ognun di noi barcolla;
acqua ed aceto, un tozzo e una cipolla
ci disseta, ci allena, ci satolla.
Falciam, falciam le messi a quei signori.
Il sol ci cuoce, il sudore ci bagna,
suona la cornamusa e ci accompagna,
finché cadiamo a l’aperta campagna.
Falciam, falciam le messi a quei signori.
Allegri, o mietitori, o mietitrici:
noi siamo, è vero, laceri e mendici,
ma quei signori son tanto felici!
Falciam, falciam le messi a quei signori.
Che volete? Noi siam povera plebe,
noi siamo nati a viver come zebe,
ed a morir per ingrassar le glebe.
Falciam, falciam le messi a quei signori.
O benigni signori, o pingui eroi,
vengano un po’ dove falciamo noi:
balleremo il trescon, la ridda, e poi...
Poi falcerem le teste a lor signori.
Vincent van Gogh, Paesaggio con covoni e luna che sorge (1890)

Il fulgore dei campi di grano e le attività di mietitura, dunque, si connotano in maniera molto diversa, dall'esplosione di una lode alla natura alla definizione di una stretta relazione con le possibilità di sopravvivenza dell'uomo, fino ad arrivare ad un inno al lavoro e alla giustizia. Come a dire che, in un mondo attento al progresso, si dimentica l'importanza di lavorare i campi e, quindi, il valore che questa fatica comporta. Ecco, allora, che da forme di rappresentazione letteraria e artistica connotate in modo ideale (senza dimenticare le Georgiche di Virgilio), si approda gradualmente al realismo.

Vincent van Gogh, Raccolto in Provenza (1889)

Il denominatore comune a tutte queste letture rimane comunque uno solo: la vita dei campi e il rituale della loro coltivazione definisce il ciclo stesso della vita, che va dalla semina all'annerire dei campi dopo il taglio delle messi, preludio ad una nuova aratura del terreno. Per questo la campagna rappresenta ancora la vita e i suoi ritmi e per questo l'estate è la stagione della vitalità, la stagione dell'oro, quel momento di splendore e calore che Marc Chagall è riuscito a immortalare nel suo Campo di grano in un pomeriggio d'estate (1942), dove la falce fa appena capolino sopra le teste delle spighe, a suggerire un'eterna estate, il trionfo di una vita che aspira all'eternità.

Marc Chagall, Pomeriggio d'estate  (1942)
Si era al colmo dell’estate, quando il raccolto dell’annata in corso è già assicurato e cominciano le cure della semina per l’anno nuovo e si avvicina la fienagione; quando la segale grigioverde, tutta in spighe, ma non turgida, con la pannocchia ancora leggera, ondeggia al vento; quando le avene verdi, coi cespi d’erba gialla sparsa qua e là, spiccano fra le seminagioni tardive; quando il grano saraceno primaticcio già matura, ricoprendo il terreno. (Lev Tolstoj, Anna Karenina, parte III, cap. 2)
C.M.
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