mercoledì 11 ottobre 2017

Casa per casa

Nella pittura di paesaggio fanno spesso capolino case isolate o caseggiati di varie dimensioni: possono emergere dalla neve, da una prateria battuta dal vento e dal sole oppure dall'abbraccio di una densa vegetazione. Spesso, comunque, queste case riescono ad essere più che semplici elementi di un panorama e si caricano di significati esistenziali. La casa, del resto, rappresenta di per sé un rifugio, un'estensione materiale dell'uomo, lo spazio che egli ricerca per rendere visibile l'area dedicata a se stesso e ai suoi affetti e si carica di un significato spirituale sia nell'arte che nella letteratura, basti pensare all'attaccamento dei Buddenbrook alla storica casa di famiglia o alla dimensione intima e dolcissima dell'abitazione delle sorelle March.

Edward Hopper, The Ryder's House (1933)

L'artista che per primo che ha fatto della casa un vero luogo dell'anima e che ha saputo integrarla nella natura e caricarla di espressioni interiori sia nel rappresentare gli interni che nel dipingere gli esterni è Vincent van Gogh, che anche nelle sue lettere dimostra attenzione per la rappresentazione di case. Sappiamo da un messaggio del 7 luglio 1874 che realizza per Betsy Tersteeg (figlia del commerciante d'arte Hermanus Gijsbertus Tersteeg) un disegno della casa di Londra in cui vive per un periodo con la sorella Anna, destinato ad essere incluso in un piccolo album. Ancor più significativo è leggere, in una lettera inviata il 2 luglio 1873, sempre da Londra, ad alcuni amici, che a Vincent è bastato trovare un posto in una piccola pensione per sentirsi già a casa e notare il suo pacere nel descrivere gli edifici in stile gotico e i giardinetti davanti alle abitazioni. Scrivendo al fratello Theo nel 1877 da Dordrecht, inoltre, Vincent descrive con grande trasporto una casa circondata dai pini che, alla luce della sera «brilla attraverso le finestre in modo così amichevole da sembrare un anziano personaggio» e moltissimi altri riferimenti si possono trovare nella vastissima produzione epistolare dell'artista. 

Paul Cézanne, Casa con albero (1874)

Vincent van Gogh, Case ad Auvers (1890)

A far da protagonisti in molti dipinti di van Gogh non sono però le case di Londra o Dordrecht, bensì gli edifici di campagna o delle piccole cittadine provenzali o di Auvers sur Oise. Nel dipingere Case ad Auvers (1890) il pittore sembra riprendere la tavolozza della Casa con albero di Paul Cézanne (1874), predisponendo un incontro fra verdi, azzurri, gialli e una lieve macchia di rosso-arancione, mentre nella Casa gialla, affettuosa rappresentazione dell'abitazione di Place Lamartine ad Arles in cui vive fra il 1888 e il 1889, sceglie un'ambientazione serale e dispone sulla tela anche dei segni di vita, dai passanti sulla strada, agli avventori nei locali, per poi porre sullo sfondo il treno in corsa.

Vincent van Gogh, La casa gialla (1889)

Passando al Novecento, i dipinti più noti dedicati alle case sono probabilmente quelli di Edward Hopper, sia che pensiamo a pure rappresentazioni di paesaggio sia che immaginiamo figure di uomini e donne all'interno di abitazioni o nei pressi di esse. La pittura di Hopper si concentra su elementi isolati e tali appaiono anche le case dell'artista americano. Sono edifici fortemente geometrizzati, regolari, levigati e perfezionati da una luce fredda, che sembra posarsi su forme di solidi abilmente combinati, anziché su luoghi animati di vita. Ne deriva un senso di solitudine e silenzio, nel quale le costruzioni manifestano un'armonia maggiore con il paesaggio in cui cromaticamente si fondono che con gli esseri umani che le dovrebbero abitare. Se La casa vicino alla ferrovia (1925) ha addirittura ispirato ad Alfred Hitchcock la struttura della casa del film Psycho, in dipinti come Casa vicino a Squam River a Gloucester (1926) e The Ryder's House (1933) sono emblematiche dei paesaggi delle piccole cittadine statunitensi che emergono dalle campagne e che rendono tanto speciali le atmosfere della narrativa americana alla Sherwood Anderson.

Edward Hopper, La casa lungo la ferrovia (1933)

Edward Hopper, Casa vicino a Squam River a Gloucester (1926)

Negli stessi anni, tuttavia, Hopper realizza anche un dipinto di casa molto diverso da quelli cui ha abituato il suo pubblico. Si tratta de Il tetto mansardato (1923), una composizione molto più mossa, consegnata al gioco delle luci e delle ombre e ammorbidita dalla penombra e dal tratto ondulato e sfumato del pennello.

Edward Hopper, Il tetto mansardato (1923)

Ispirate a Hopper sono molte opere del meno noto Charles Burchfield, per il quale le case sono elementi fondamentali, assieme agli alberi. Alcune tele ricordano gli edifici isolati o posti in schiera del suo modello, eppure a meritare particolare attenzione sono soprattutto gli abitati trasfigurati da forme surreali, bagliori e tinte così sfumate da essere appena rilevabili. Ne è un esempio Il canto delle cavallette in un mattino d'agosto (1917), dove i colori chiarissimi rendono la luce accecante del sole estivo e i profili degli edifici e degli alberi sembrano quasi ondeggiare nell'aria torrida.

Charles Burchfield, Il canto delle cavallette in un mattino d'agosto (1917)

Non troppo diversa dalle case hopperiane ma certamente più europea per la presenza di elementi Liberty è la Casa con veranda dipinta nel 1907 da Egon Schiele, che, però, si volge ben presto alla tensione espressionistica che caratterizzerà la sua arte fino alla prematura morte di spagnola. Infatti è ben più facile è attribuirgli Case con panni stesi (1917), nel quale si riconoscono la tipica tavolozza del pittore austriaco, i tratti irregolari e ondulatori e l'assembramento di tasselli che rendono la povertà degli abitanti del complesso dipinto e la condizione di sovraffollamento da cui scaturisce il disagio tipico del primo Novecento.

Egon Schiele, Casa con veranda (1907)

Egon Schiele, Case con panni stesi (1917)

Più rasserenanti appaiono le tele di un altro secessionista viennese, Gustav Klimt, il quale ritrae delle case immerse nella campagna che a stento si distinguono dalla vegetazione circostante, con la quale compongono un mosaico di colori. Che in Fattoria in Austria sia effettivamente presente un edificio è cosa che si nota solo dopo aver dipanato il caleidoscopio di colori verdi e gialli creato dal piegarsi delle chiome degli alberi sulla costruzione campagnola, mentre nel dipinto Villa lungo l'Attersee (1914) la casa appare sullo sfondo, ricoperta di rampicanti che quasi ne accecano le finestre e la vestono di un abito di gemme e introdotta da una distesa di fiori variopinti grazie alla quale l'effetto di un vorticante incastro di preziosi si moltiplica all'infinito.

Gustav Klimt, Fattoria in Austria (1911)

Gustav Klimt, Villa lungo l'Atterstee (1914)

Dal nord dell'Europa arrivano invece i giardini e le case di Carl Larsson, che sceglie come tecnica prevalente l'acquerello e che ama rappresentare soprattutto gli interni. La casa di campagna, come gran parte dei suoi dipinti, presenta le linee e i colori tipici delle illustrazioni di fiabe e avvanture dei libri per ragazzi e, allo stesso tempo, ha una chiarezza quasi fotografica nella descrizione delle architetture e delle foglie che si stagliano davanti ad esse.

Carl Larsson, Casa di campagna (1895 ca.)

Fiabesche risultano anche, per motivi molto diverse, le case di Marc Chagall e di Juan Mirò. Le loro sono visioni surreali molto diverse, ma ugualmente capaci di trasportare l'osservatore in una dimensione onirica, popolata di simboli e immagini accattivanti. L'artista russo-francese, come è noto, gioca soprattutto sul patrimonio della tradizione ebraica, nelle tele più famose ma anche in deliziose acquaforti come Casa a Vitebsk (undicesima tavola della serie Ma vie, realizzata su carta giapponese nel 1922). 

Marc Chagall, Casa a Vitebsk (1922)

Invece in Casa con la palma (1918) il pittore spagnolo opta per uno stile calligrafico, per una resa particolareggiata di elementi vegetali (i rami della palma, le pianticelle nell'orto) e nella costruzione di un'atmosfera onirica che potrebbe essere lo scenario perfetto di un romanzo improntato al realismo magico; l'edificio di campagna appare certamente secondario, ma la descrizione naturalistica e il gioco di linee e sovrabbondanze del mondo naturale non risalterebbe allo stesso modo, se non fosse in dialogo con la casa.

Juan Mirò, Casa con la palma (1918)

Una casa molto particolare, trattata con un approccio sperimentale, è quella realizzata da Paul Klee nel 1921. La sua Casa rotante si ispira alla teoria della scomposizione delle forme che lo stesso Klee porta anche nel Bauhaus. L'impianto è astratto e risponde proprio alla necessità di denudare i volumi e scomporre gli insiemi. I colori sono scelti per imitare quelli del mattone e delle tegole e fungono da elementi di delimitazione fra le varie parti della casa raffigurata. Per ottenere il risultato della rotazione, Klee focalizza l'immagine di riferimento della casa e proietta a raggiera fuori di essa gli elementi che, di logica, si trovano applicati alla sua superficie o intorno ad essa (come il vialetto che viene ribaltato verso l'angolo sinistro in basso). Lo sperimentalismo non è puramente tecnico e non si perde, in questa ardita rappresentazione di una casa, il senso del luogo spirituale: la cornice filosofica di riferimento è quella del costruttivismo, con il suo insieme di teorie cerca di rincorrere la frammentazione del reale e l'infinità di forme che dalla combinazione di tale varietà si può produrre. L'architettura non è più un sistema stabile e rigido, ma viene resa dinamica e caricata di possibilità, a costo di far rassomigliare il dipinto al disegno goffo e non realistico di un bambino. Era forse a qualcosa di simile che pensava Giacomo Leopardi quando, nello Zibaldone (256), immaginava, come un fanciullo proteso al sogno e alla fantasia, «una casa pensile in aria sospesa con funi a una stella»?

Paul Klee, Casa rotante (1922)

C.M.

mercoledì 27 settembre 2017

Tutto è possibile (Strout)

All'inizio di settembre è arrivato in libreria l'ultimo romanzo di Elizabeth Strout, Tutto è possibile, edito, come il precedente Mi chiamo Lucy Barton, da Einaudi (dopo i primi titoli usciti per Fazi) nella traduzione di Susanna Basso. Questi due libri sono tra loro legati proprio grazie alla figura di Lucy, che ha avuto successo come scrittrice dopo aver lasciato Amgash, la cittadina dell'Illinois in cui è cresciuta senza poter godere di felicità e spensieratezza. In questo secondo volume in cui compare Lucy, tuttavia, la sua figura rimane marginale, fa, per così dire, da leitmotiv fra i diversi racconti, ora grazie all'apparizione del suo libro in un negozio, ora in seguito ad una sua intervista in televisione, ora perché Elizabeth Strout decide di dar voce ai suoi fratelli e cugini, a chi l'ha conosciuta quando andava a scuola e alle persone che non l'hanno mai accettata.

Se Mi chiamo Lucy Barton non mi aveva inizialmente attratta, Tutto è possibile ha avuto invece un effetto calamita (complice anche la presentazione al Festivaletteratura). Sono stata però titubante al momento di iniziare questo libro, perché mi domandavo se non conoscere la storia di Lucy Barton potesse precludere il godimento o la comprensione di quest'altro testo. Non è stato così, anzi.
Tutto è possibile ricorda, nella sua struttura, l'amatissimo Olive Kitteridge: anche se qui la presenza di Lucy Barton non è, come accennavo, in primo piano alla pari della maestra di Crosby, basta l'evocazione del suo nome per comporre un armonico quadro di insieme fra le vicende di personaggi molto diversi che hanno in qualche momento intrecciato la loro esistenza con quella della giovane Lucy e della sua sfortunata famiglia (Lucy è protagonista di un solo racconto). Fanno così la loro comparsa Tommy Guptill, il bidello della scuola frequentata dai fratelli Barton, costretto a cambiare lavoro dopo l'incendio del caseificio in cui lavorava anche Ken Barton, padre di Lucy, Patty Nicely, alle prese con l'insolenza e le difficoltà di Lila Lane, nipote di Lucy, ma allo stesso tempo impegnata a conquistare Charly Mecauley, reduce della Guerra dei Vietnam incapace di aderire nuovamente alla vita dopo i traumi subiti durante il conflitto. Ma facciamo anche la conoscenza di Pete Barton, custode della casa di famiglia cui basta l'annuncio della visita della sorella per scatenare l'eccitazione delle grandi pulizie e dell'unico taglio di capelli dal barbiere, di una seconda Principessina Nicely, Linda, che ha deciso di tenere il cognome del primo marito pur essendosi risposata con un uomo che installa telecamere per spiare le ospiti della stanza data in affitto e di Dottie e Abel Blaine, cugini di Lucy, che a fatica si sono riscattati dal passato di miseria che li costringeva a cercare cibo fra gli avanzi della spazzatura.
Queste e molte altre vite si incontrano fra le pagine di Tutto è possibile, nelle quali Elizabeth Strout rivela ancora una volta la sua straordinaria capacità di sondare l'animo umano (e non solo, come si potrebbe pensare, quello femminile): lei sa analizzare con sensibilità i moventi che si agitano nel profondo, sa descriverne le conseguenze senza mai sacrificare la verosimiglianza, sa ascoltare la dignitosa sofferenza dei suoi personaggi e restituirla al lettore. Infatti Tutto è possibile appare più luminoso di Olive Kitteridge (anche se credo che non possa superarne il valore): in qualche modo, questa raccolta è ispirata al motivo del riscatto, al coraggio di iniziare una nuova vita, di scrollarsi di dosso i pregiudizi, anche concedendosi di spedire qualcuno a quel paese. Come Lucy - in questo più che nell'emergere del suo ricordo si concretizza il suo ruolo di collante - molti altri abitanti di Amgash hanno lavorato duramente per migliorare la propria condizione, hanno abbandonato la casa d'infanzia, rotto i legami con i genitori e con i figli, costruendosi un'esistenza nuova nel tentativo di inseguire la felicità, a costo di raccogliere la disapprovazione di molte persone.
Dicevo che il non aver letto Mi chiamo Lucy Barton non solo non ha ostacolato la lettura di Tutto è possibile, ma, semmai, ha avuto l'effetto opposto. Tutto è possibile mi ha infatti incuriosita in merito alla storia di Lucy, instillandomi il desiderio di conoscerla attraverso quel romanzo che non mi aveva colpita quando ne lessi la trama e le recensioni: l'interesse per Lucy e per la storia che scambia con la madre dal letto di ospedale, che di per sé non mi attirava, è nato così dall'interno, attraverso le voci di chi ha incrociato questo personaggio sul suo cammino. 

Il mio incontro con Elizabeth Strout al Festivaletteratura
Il mondo naturale era stato il suo primo alleato, pronto ad accoglierla a braccia aperte nella sua bellezza e a procurarle un entusiasmo che nient’altro le poteva dare. Aveva imparato i ritmi delle vite che la circondavano, il loro dove e il quando, e si intrufolava nei boschi più vicini all’abitato, o alle spalle della scuola, e lì, con dolcezza esultante, cantava una canzone che si era inventata anni addietro: «Che bello essere viva, che beeello essere viva...».
C.M.

venerdì 22 settembre 2017

Il mio Vietnam (Thúy)

Negli ultimi mesi mi sono appassionata alle atmosfere dell'estremo Oriente, alla sua storia e alla cultura di quella parte di mondo. Determinanti sono state la passione per il Giappone e la lettura de Il tramonto birmano di Inge Sargent, che mi ha spalancato le porte di un mondo di cui non sapevo nulla e mi ha permesso di cogliere alcuni snodi fondamentali degli eventi politici del Novecento e delle loro conseguenze sociali. Per questo motivo ho voluto leggere Il mio Vietnam di Kim Thúy (nottetempo), un romanzo strettamente dipendente dalla realtà biografica dell'autrice, costretta, come la protagonista, Vi, ad abbandonare il proprio Paese d'origine affidandosi alla disperata traversata dell'Oceano indiano e a cercare rifugio in Canada per fuggire alla repressione comunista a seguito della fine del conflitto fra il Nord e il Sud, nel 1975.
Il mio Vietnam si apre con un terribile presagio: i fratelli di Vi, ormai maggiorenni, sono destinati, come tutti i coetanei, al fronte, a combattere contro i Cinesi o in Cambogia; il prestigio e il benessere della famiglia, conquiste dal nonno paterno, a nulla valgono di fronte alla spietatezza degli occupanti, per questo Xuân, la severa e volitiva madre di Vi, prende contatti con chi organizza le traversate oceaniche. Così Vi, la madre, i fratelli e l'amica di famiglia Hà diventano boat people, cioè profughi che cercano una vita migliore lontano da Saigon; come gli altri vietnamiti che si affidano al mare, rischiano di essere catturati e brutalizzati dai pirati e, al loro arrivo in Malesia, vengono stipati in un campo di accoglienza in pessime condizioni igieniche e alimentari. Riescono poi a migrare in Canada, dove vengono accolti con affetto ed entusiasmo e dove Vi intraprende gli studi di lingue per passare poi a quelli di legge e ad una carriera che la porterà in giro per il mondo, ad incontrare l'amore e a rivedere il suo Vietnam, ormai profondamente cambiato.
In questo piccolo libriccino, Kim Thúy ha raccolto pagine vibranti di emozioni e colori differenti, tratteggiando vividi ritratti del bellissimo padre di Vi e di Xuân, decisiva nella salvezza della famiglia e tenacemente impegnata nella conservazione dell'onore familiare e delle tradizioni che, pur lontana da Saigon, non vuole perdere. Fra le pagine scritte da Kim Thúy e tradotte da Cinzia Poli si sente l'odore del caffè preparato a Đà Lạt e si può camminare per il mercato di Chợ Lớn a Saigon, ma si avverte anche il palpito doloroso dei fuggiaschi che corrono nelle foreste vietnamite e si ode il pianto delle madri che hanno perduto i figli. Non per questo la bella storia di Vi passa in secondo piano, anzi, emerge in tutta la sua vitalità, spesso in contrasto con le aspettative della madre: Vi diventa una donna di successo, con amici in ogni città in cui si sposta, con colleghi che la stimano e incarichi importanti, realizza chiaramente ciò che desidera, anche quando comporta grandi sacrifici, trova inaspettatamente il legame fra il passato lasciato in Vietnam e i presenti raccolti nei suoi viaggi, fra il modello di donna incarnato da Xuân e quello rappresentato da Hà, in rapporto ai quali si forgia il suo carattere.
L'aspetto più interessante de Il mio Vietnam è però la presenza di Kim Thúy e dei suoi ricordi in ogni parte del volume, aneddoti ed emozioni che sa raccontare con grande vivacità negli incontri con i suoi lettori, come in quello di lunedì 11 settembre a Verona, quando è stata accolta dal canapè rosso della libreria Pagina12. Ascoltando le sue parole, i racconti che compongono non solo Il mio Vietnam ma anche i precedenti Riva e Nidi di rondine acquisiscono tridimensionalità, anche e soprattutto quando la loro drammaticità viene avvolta dall'ironia e da un tono quasi leggendario. Perché Kim Thúy è così: genuina, diretta, spontanea nel raccontarsi e nel catturare l'attenzione e l'affetto di chi la ascolta o la legge, offrendo al suo interlocutore un pezzo di sé perché diventi anche un pezzo di lui e riuscendo a far apprezzare ogni momento dell'esistenza, anche quello che sembra intriso della più grande sofferenza, come un momento che vale la pena attraversare, perché anche al termine di un viaggio su un barcone sovraffollato può esserci l'abbraccio più accogliente, in grado di dare senso a ogni cosa.

Kim Thúy presenta Il mio Vietnam alla libreria Pagina12 di Verona
Durante i miei primi mesi di lavoro a Hanoi, mi affascinavano tanto la capacità dei bambini di sedersi sul portapacchi della bicicletta del padre senza mettere i piedi nei raggi, quanto le dormite che si facevano gli autisti sulla panca dei loro mototaxi. E ancora di più le sei declinazioni del verbo "adorare" in vietnamita: adorare alla follia, adorare al punto da restare impietriti come statue, adorare con ebbrezza, adorare fino a perdere i sensi, fino alla stanchezza, fino all'abbandono di sé.
C.M.

lunedì 18 settembre 2017

Lincoln nel Bardo (Saunders)

Quando ho saputo che fra gli ospiti di Festivaletteratura ci sarebbe stato George Saunders, ho subito iniziato ad immaginarmi l'incontro con questo personaggio. Di Saunders ho sentito parlare tanto e mi chiedevo da tempo se i suoi racconti potessero incontrare i miei gusti, ma, non appena trapelata la notizia dell'imminente uscita del suo primo romanzo, Lincoln nel Bardo, ho trovato una buona motivazione per iniziare a leggere qualcosa di suo. Del resto è bastato ascoltarlo a Mantova per rimanere subito colpita dal suo pensiero, dal modo in cui ha parlato di letteratura e dalla descrizione della genesi e dell'evoluzione dell'idea di questo libro.
 
Una lettura non certo facile e non sempre fluida, perché costruita in un modo che definire particolare sarebbe dir poco. Lincoln nel Bardo è strutturato su due piani di esistenza: quello della realtà storica della guerra civile americana, nel mezzo della quale, il 20 febbraio 1962, il presidente Abraham Lincoln viene colpito dalla morte dell'amatissimo figlio Willie, e quello del Bardo, uno spazio di sospensione fra la vita e la morte nel quale, secondo il Libro dei morti tibetani, le anime sostano in attesa di prendere consapevolezza della separazione dal corpo in vista di una rinascita. Ciò che accade nell'uno e nell'altro livello della narrazione è affidato a numerose voci: sono fonti storiche, lettere e testimonianze degli eventi nella casa presidenziale a descriverci il ricevimento durante il quale muore il piccolo Willie e il tormento del padre che si reca nel mausoleo per abbracciare il corpicino estratto dalla bara; sono invece le diverse anime sospese nel Bardo a narrare ciò che accade a Willie, l'intreccio di tante voci che ancora si illudono di poter rientrare nei loro corpi una volta che queste avranno lasciato le casse da malato in cui sono stati riposti e i diversi comportamenti di chi si ostina ad attardarsi in questo intermundia per aspettare una persona cara e chi, invece, comprende via via di doversi abbandonare alle creature che, di tanto in tanto, irrompono nel loro limbo per portarle via, assumendo per ciascuno diverse sembianze.
La figura di Abraham Lincoln è certamente importante nella storia che George Saunders ha tessuto, eppure il vero Lincoln cui fa riferimento il titolo è, più propriamente, Willie. Vero è che il corpo lunghissimo del presidente diventa in diversi momenti il luogo fisico in cui entrano le anime che vogliono influenzarne il pensiero o tornare a percepire le sensazioni della vita, ma è attraverso Willie, il trait d'union fra i diversi spiriti, che esploriamo il Bardo e la condizione di chi lo popola. Come Hans Vollman, che ancora attende di poter consumare il matrimonio con la giovanissima sposa e vaga come un novello Priapo nello stato di sospensione in cui è finito dal momento in cui una trave lo ha colpito mentre sedeva alla scrivania. O come Roger Bevins, un omosessuale suicida che è ancora convinto che l'emorragia di sangue dalle sue vene sia stata fermata in tempo. O il reverendo Everly Thomas, quello che prende più a cuore la sorte di Willie.
Sono queste le anime protagoniste, quelle che, memori del triste destino toccato ad un'altra giovanissima ospite del Bardo, la piccola Traynor, attardatasi nel Bardo e condannata a continue metamorfosi che, dalla fanciulla in abito colorato che era, la trasformano in una fornace, in un ponte crollato, in un avvoltoio e in tante altre forme imprigionate in una inferriata terribile, desiderano aiutare Willie ad abbandonare il limbo cui lo tiene legato il profondo dolore del padre, incapace di accettare il distacco. Attorno a loro chiacchierano e volteggiano personaggi diversissimi, da Jane Ellis, sempre ansiosa per le tre figlie che ha lasciato fra i vivi, ai tre Scapoli che anche da morti pensano solo a divertirsi, dal professor Edmund Bloomer, che, sebbene non ricordi in quale disciplina fosse tanto geniale, non si dà pace per il rogo dei suoi scritti pionieristici, al tenente Cecil Stone, perennemente ostile a Mr. Farwell, poiché non accetta che un nero faccia qualcosa di diverso dal sottomettersi ad un padrone bianco.
Seguire l'intreccio di tante storie e di tante voci non è certo facile: talvolta uno spirito si eclissa per molti capitoli e riappare all'improvviso, ai capannelli delle anime si alternano i passi dolorosi di Abraham Lincoln, le voci degli inservienti, i bollettini di guerra e le ondate di odio rivolte contro il presidente e l'abolizionismo, ritenuti le cause della guerra civile che sta insanguinando gli Stati Uniti e il cui dramma si riflette anche nel Bardo. Il risultato, tuttavia, è ammirevole, perché rende conto dell'infinità delle esperienze, dei molteplici motivi per cui uno spirito può essere bloccato e non maturare la necessità di separazione dal mondo. E, soprattutto, è commovente assistere al colloquio che intercorre fra Abraham e Willie Lincoln quando l'anima del bambino scende nel corpo per sedersi di nuovo sulle ginocchia del padre per ricevere i baci che lui regala al corpo, oltre che alle visite di un genitore che non sa darsi pace al luogo in cui giace suo figlio, animate da un ardore tale da spingere i morti, ciascuno con delle faccende in sospeso, ad accantonare i propri desideri troncati per garantire la felicità e la salvezza al loro giovane compagno.
Lincoln nel Bardo si è rivelato diverso da qualsiasi libro letto; mi ha impegnata per diverso tempo proprio per la difficoltà di gestire la sua costruzione complessa, ma l'impressione è stata decisamente positiva. Da appassionata lettrice della Commedia (di cui ho ritrovato la stessa smania delle anime di raccontarsi), sono particolarmente affezionata ai dialoghi fra i vivi e i morti, un tema letterario antico quanto la letteratura eppure rivisitato con originalità da George Saunders, che riesce qui a mescolare pagine di altissima solennità e momenti di ironia senza che si perda mai la direzione del racconto. Insomma, leggere Lincoln nel Bardo è stato il perfetto coronamento del colloquio intrapreso al Festivaletteratura con il suo autore e che credo possa ora continuare con una raccolta di racconti.
 
George Saunders al Festivaletteratura
Tutti quei momenti lieti, come abbiamo potuto scordarli?
           il reverendo everly thomas
Per restare qui, bisogna soffermarsi di continuo sul motivo principale per cui restiamo; anche a esclusione di tutto il resto.
           roger bevins III
Bisogna andare costantemente in cerca di occasioni per raccontare la propria storia.
           hans vollman
(E se non è permesso raccontarla, bisogna averla sempre in testa)
           il reverendo everly thomas
C.M.

mercoledì 13 settembre 2017

Bartleby lo scrivano (Melville)

Ho il dovere di avvisarvi che oggi, nel parlare di Bartleby lo scrivano di Herman Melville, svelerò molti particolari sulla trama, perché è davvero difficile provare a delineare lo sviluppo di questo racconto e una sua interpretazione senza chiamare in causa diversi momenti della vicenda e il suo finale.
Bartleby lo scrivano, pubblicato nel 1853, è uno dei racconti più celebri della letteratura non solo americana ma addirittura mondiale: si è scritto molto su questo libriccino, se ne sono date le interpretazioni più disparate, che hanno coinvolto analisi sociologiche e addirittura percorsi religiosi. Perché della storia di Bartleby, il giovane impiegato occupato a trascrivere documenti legali per un avvocato di Wall Street, non si riesce proprio ad essere soddisfatti, perché è davvero difficile penetrare l'animo del protagonista e dare una spiegazione logica del suo comportamento, capace di disarmare il lettore quanto il narratore, che non è altri se non lo stesso datore di lavoro di Bartleby.
 
In un ufficio decisamente poco felice per collocazione, con due finestre che affacciano soltanto sui muri degli altri palazzi, un avvocato decide di affiancare ai due scrivani Turkey e Nippers, lunatici ad orari alternati (il primo dopo pranzo, il secondo prima della pausa), e al garzone Ginger Nut un terzo collaboratore. Si presenta Bartleby, un giovane distinto che si getta a capofitto nella copiatura dei documenti. Il problema è che Bartleby è tanto solerte nella copiatura quanto contrario al compito di rileggere quello che scrive, sicché, alla richiesta dell'avvocato di svolgere quell'attività assieme a lui e ai due assistenti, lo scrivano risponde con una frase che diventerà una costante nelle sue giornate lavorative e sempre più anche oltre l'orario di lavoro: «Preferirei di no» (I would prefer not to). Spiazzato e innervosito, l'avvocato è talmente preso dall'urgenza del suo lavoro da decidere di non dar peso alla cosa, certo che si tratti di un'inerzia temporanea. Ma la preferenza di Bartleby a non ottemperare alle richieste diventa sempre più ostinata, finché lo scrivano rifiuta addirittura di presentarsi al suo datore di lavoro quando chiamato. L'avvocato è allibito, impotente di fronte all'opposizione di Bartleby, che rifiuta di lavorare con una determinazione pari a quella con cui elude le richieste di informazioni personali: egli è un muro impenetrabile, una pietra inscalfibile, una pianta che ha messo radici salde nell'ufficio al punto da eleggerlo a propria dimora. Ma perché l'avvocato, nonostante lo spreco dello stipendio di Bartleby, l'astio di Turkey e Nippers e le malelingue che circolano sul conto del suo impiegato e che rischiano di intaccare anche la sua immagine, non si risolve a licenziare Bartleby? Ebbene, la passività di Bartleby, il suo registro espressivo monotonale, il suo perdersi nel guardare oltre la finestra sebbene non ci siano che mattoni da osservare e, infine, la scoperta che il giovane vive nell'ufficio e non si concede nessun tipo di svago, colpiscono violentemente l'avvocato, che vede in Bartleby una persona sola che, tuttavia, rifiuta ogni proposta di aiuto. L'avvocato di Wall Street arriva addirittura a cambiare ufficio, dato che Bartleby non si rassegna al licenziamento e occupa ostinatamente i suoi locali, eppure, quando il nuovo affittuario gli chiede di far allontanare il suo ex impiegato, scopre di non poter più recidere il legame con Bartleby, di essere ineluttabilmente costretto a porsi di continuo interrogativi sulle ragioni di quella silenziosa e pacifica opposizione.
Con questo breve racconto, Herman Melville riesce a tenere avvinto il lettore agli stessi laceranti interrogativi che si pone il narratore, gli fa provare il senso di impotenza e un nervosismo che fa stringere i denti ogni volta che dalle labbra dello scrivano esce quella frase «Preferirei di no». Le pagine scorrono rapide nel tentativo di decifrare Bartleby, con la speranza che qualcosa della sua vita passata o presente venga finalmente alla luce, fornendoci una chiave di interpretazione. Io l'ho letto due volte di seguito per trovarla, eppure non credo di esserci riuscita, o, per meglio dire, ho potuto avanzare solo delle congetture cui Bartleby non darebbe né cenni di assenso né di negazione, perché preferirebbe non sciogliere i miei dubbi.
Si è detto che Bartleby rappresenta colui che si ribella alla società americana e alla sua visione del lavoro (e questo spiegherebbe perché il sottotitolo del racconto è Una storia di Wall Street); in tal senso, Bartleby sarebbe il rivoluzionario non-violento che cerca di scardinare la visione del mondo americana almeno insinuandovi il dubbio e il senso di colpa, anche se questo richiede il suo sacrificio; Bartleby è stato visto anche come l'anticipatore dell'impiegato inetto che si sarebbe imposto nella letteratura europea con Kafka, Pirandello e Svevo, perché appare alienato e incapace di trovare un ruolo e una sintonia con la realtà che lo circonda.
Io, però, ho voluto dar credito anche alle voci che il narratore riporta nell'ultimissima pagina, che potrebbero illuminare il passato di Bartleby e, quindi, il suo comportamento, ma che restano appunto voci, pettegolezzi privi di assicurazione. Ebbene, nella conclusione si immagina che Bartleby fosse impiegato all'ufficio lettere smarrite di Washington e, come tale, dovesse ogni giorno visionare e bruciare corrispondenze morte, intraprese e mai concluse da persone ormai morte a loro volta. Un'occupazione triste, che avrebbe messo Bartleby di fronte ad un memento mori giornaliero e che potrebbe averlo spinto a far proprio un senso di vanità annichilente, togliendogli la voglia di agire e portandolo a consumarsi a poco a poco. Ha forse cercato riscatto in un lavoro completamente diverso, ma non ha trovato conforto e ha deciso di lasciarsi spingere avanti dall'inerzia, fino ad un punto in cui nemmeno la compassione altrui ha più potuto salvarlo. Quello di Bartleby è uno scnovolgente rifiuto della volontà, che ri rivela nell'uso di forme verbali deboli, il condizionale e il verbo preferire, e nella mancanza di ripetizione del verbo nella quasi totalità delle occorrenze della sua frase «Preferirei di no». Bartleby non dice «Non voglio» o «Mi rifiuto di rielggere i documenti che ho copiato»: lesina le parole, omette i verbi che si riferiscono alle azioni, come se volesse negare le azioni stesse. La sua è una condizione esistenziale di solitudine e disorientamento, ma il vero protagonista, colui che davvero vive un conflitto è il narratore, perché se Bartleby, semplicemente, si pone nella condizione di opporsi pacificamente, è lui, l'avvocato, e siamo noi, i lettori, a struggerci perché non possiamo ammettere un comportamento tanto sconsiderato e non vogliamo accettare la convivenza con un uomo che mette in crisi la nostra capacità di raziocinio.
Lo guardai impietrito. Il suo volto era smunto e composto, gli occhi grigi tranquilli e velati. Non un segno di turbamento lo animava. Fossevi stata, nei suoi modi, la minima traccia d'inquietudine, di collera, impazienza o impertinenza; in altre parole, fossevi stato in lui alcun tratto d'ordinaria umanità, senza meno l'avei cacciato di forza dai miei uffici. Ma, per come stavano le cose, non mi sarebbe parso altrimenti che cacciar dalla porta il mio pallido busto in gesso di Cicerone.
CM.

lunedì 11 settembre 2017

Festivaletteratura 2017: a caccia degli autori internazionali

Quest'anno il mio Festivaletteratura è stato azzoppato da una novità, cioè il fatto di essere per la prima volta impegnata nelle attività scolastiche fin dal primo giorno di settembre (anziché dall'inizio delle lezioni) perché durante l'estate sono entrata in ruolo. Ho quindi dovuto escludere dai miei piani mantovani gli eventi della mattinata e del primo pomeriggio, ma ho trovato comunque degli incontri di mio interesse, che hanno reso speciale anche quest'altra edizione.

Piazza Sordello, il cuore di Festivaletteratura

La ritualità del Festivaletteratura inizia nel cuore dell'estate, con la proclamazione degli ospiti prima e l'uscita del programma poi. Aggiungo che, nelle ultime edizioni, alla curiosità di sapere chi avrebbe partecipato agli incontri letterari si è sommata quella per la grafica del programma, che quest'anno, nella ventunesima edizione, celebra alcuni illustri personaggi mantovani: nella cornice dei palchetti del Teatro Scientifico Bibiena Andrea Antinori ha inserito il poeta Virgilio, il filosofo Pietro Pomponazzi, il letterato Baldassar Castiglione e il cartografo Gabriele Bertazzolo, creando un'immagine così accattivante che ho ceduto anch'io al fascino della shopper di tela.
Ma veniamo a noi. Ho partecipato al festival nel pomeriggio di venerdì 8 e nella serata di sabato 9 settembre. Dei numerosi eventi puntati, ho dovuto selezionarne una manciata e, come al solito, fare in modo di prenotare alle 9.00 del giorno di apertura delle prenotazioni per i non soci, ché alle 9.05 già si rischia di trovare tutti i biglietti polverizzati. A tal proposito, sono rimasta sgomenta di fronte all'immediato esaurimento dell'evento con Elizabeth Strout, ma, se non altro, sono riuscita subito a prenotare gli incontri con George Saunders e Jan Brokken. Ecco, il sistema di accaparramento dei biglietti rimane una pecca del Festivaletteratura: oltre ad avere un costo non indifferente (dai 6 ai 15 euro a seconda degli eventi), che obbliga a fare un'accurata selezione in aggiunta a quella già operata dalle fisiologiche sovrapposizioni, la corsa genera un'ansia non indifferente, ma, soprattutto, l'obbligo di ritirare i biglietti prenotati entro due ore dall'inizio dell'evento rende non proprio agevole la serena partecipazione; sia lo scorso anno che in questa edizione ho dovuto recarmi appositamente a Mantova il giorno precedente per l'impossibilità di essere in loco con un tale anticipo il giorno stesso (poter acquistare l'ingresso al momento stesso della prenotazione non sarebbe male).
Passata l'ansia del ticketing, comunque, il Festivaletteratura è andato alla grande. Non ho potuto partecipare all'evento Stasera ti racconto le bambine ribelli con Francesca Cavallo, Elena Favilli e Federico Taddia di mercoledì pomeriggio, sebbene la raccolta di biografie Storie della buonanotte per bambine ribelli mi incuriosisca parecchio e ci tenessi a sapere di più sulla sua nascita e sulla selezione di pezzi (ma anche a farmene autografare una copia); ho dovuto poi farmi una ragione della rinuncia all'incontro La gente mi moriva attorno con Pietro Grasso e Giovanni Bianconi, che sarebbe stata l'occasione di dare un'impronta storico-sociale molto forte alla mia esperienza al festival, ma che cadeva nella mattinata di venerdì.
Ma insomma, vi chiederete, ormai spazientiti da questi miei rimorsi letterari, a quali eventi ho partecipato alla fine? Ebbene, ho operato una selezione a beneficio di ospiti internazionali che chissà mai quando mi sarebbe ricapitato di incontrare.

George Saunders

Gorge Saunders, innanzitutto. L'autore ha appena pubblicato con Feltrinelli il suo primo romanzo, Lincoln nel Bardo, e questa sua svolta narrativa mi ha convinto a conoscerlo meglio, perché non osavo buttarmi alla cieca nel mondo dei ruoi racconti. Inoltre l'evento di venerdì pomeriggio prevedeva la partecipazione di Marco Malvaldi nelle vesti di intervistatore e non potevo perdermi l'occasione di veder dialogare due scrittori con uno spiccato senso dell'ironia; se anche avessi avuto dei dubbi sulla scelta dell'evento, sarebbe bastato a convincermi il titolo: Scrivere è far parlare i fantasmi. Nel corso dell'oretta trascorsa nel cortile di Palazzo San Sebastiano, Saunders ha parlato della sua scelta di dedicarsi ad una storia di ampio respiro, della necessità di mediare i dati storici e le riflessioni sulla vita e sulla morte con qualche sano accento di ironia, con la conseguente creazione di due piani stilistici che si sovrappongono a due piani contenutistici, corripondenti alla storia di Lincoln e del lutto per la perdita del figlio e ai dialoghi delle anime confinate nel Bardo, un intermundia in cui gli spiriti devono prendere coscienza del loro nuovo stato. L'autore ha anche parlato dei suoi scrittori preferiti e dei libri che non gli piacciono, dell'uso delle fonti nella costruzione del suo Lincoln e del ricevimento che offre proprio nella notte della morte di suo figlio, della costante attenzione al lettore e al bisogno di non farlo annoiare, di porsi continuamente le domande giuste per rispondere al suo interlocutore come se lo avesse di fronte. E non ha fatto mancare un sorriso, una parola e una stretta di mano a tutti coloro che lo hanno raggiunto per farsi autografare il libro.

Jan Brokken
Subito dopo mi sono precipitata a Palazzo d'Arco per ascoltare Jan Brokken che dialogava con Bruno Gambarotta sull'argomento Il filo rosso degli uomini illustri, in relazione all'uscita del nuovo romanzo Bagliori a San Pietroburgo ma anche ai precedenti libri dell'autore olandese, in particolare il meraviglioso Anime baltiche, forse citato anche più di quello che doveva essere l'oggetto della presentazione. Se ero rimasta estasiata dalla capacità di Jan Brokken di raccontare la storia e la cultura dell'Europa settentrionale, poter sentire direttamente la sua voce e cogliere il trasporto delle sue parole (perfettamente fruibile anche grazie alla traduttrice) ha fatto nascere in me una sconfinata ammirazione per la cultura, la curiosità e la capacità di comunicare di questo scrittore, che si è dimostrato capace di passare dal racconto degli artisti perseguitati da Stalin e dei reduci dell'Olocausto alle sue esperienze di conoscitore del mondo e ai ricordi della giovinezza e dell'apprendistato da pianista con una naturalezza commovente. Si capisce che Jan Brokken non scrive per vendere libri, ma per un innato desiderio di raccontare e di raccontarsi, così forte da mettere sulla sua strada personaggi e luoghi ricchi di storie, come se essi avessero bisogno di farsi narrare e scegliessero la sua penna e la sua voce. Brokken ha raccontato (o ri-raccontato, perché già nei suoi libri ne parla) aneddoti sugli incontri con la comunità yiddish di Vilnius, sul suo particolare approccio a Dostoevskij, che lo ha portato a seguire i passi di Raskol'nikov nelle strade di San Pietriburgo, sulla sua passione per la musica.
Il terzo evento che non avrei voluto perdermi era quello, già nominato, con Elizabeth Strout, alla presenza di Lella Costa come intervistatrice e, anzi, conduttrice dell'evento. L'amica ritrovata, però, ha registrato il tutto esaurito appena aperte le prenotazioni, cosicché ho potuto soltanto tentare l'impresa di entrare approfittando di eventuali rinunciatari o dei posti in piedi venduti in loco. Dovevo provare a entrare in Piazza Castello, in caso contrario avevo già individuato l'intervento di Nicola Gardini Che me ne faccio del latino? in Tenda Sordello, che sarebbe stato comunque utile per riflettere sull'annosa questione che viene posta molti studenti (compresi quelli che il latino se lo sono scelto) e dai media.

Elizabeth Strout
Ma ce l'ho fatta: dopo una lunga attesa, ho guadagnato il mio posticino e mi sono goduta un'ora di dialogo frizzante, divertente eppure molto profondo fra Lella Costa ed Elizabeth Strout, nel quale non sono mancati dei piccoli reading nel quale è emerso il reale traspoto di Lella Costa, che Elizabeth Strout ha definito addirittura la sua lettrice ideale. L'incontro, dedicato principalmente alla presentazione del nuovo romanzo Tutto è possibile, ha naturalmente coinvolto tutti i romanzi della Strout (soprattutto il precedente Mi chiamo Lucy Barton e l'accalamato Olive Kitteridge), alla ricerca delle particolarità della sua tecnica narrativa, dell'intreccio delle storie, dei temi cruciali. Elizabeth Strout ha raccontato le apparizioni dei suoi personaggi, una scrittura che vuole essere la pura registrazione di storie che le vengono offerte e che lei non intende intaccare con giudizi morali o indicazioni etiche; questo bisogno di mettere nero su bianco delle esperienze nasce dalla curiosa insistenza della madre affinché, da bambina, scrivesse tutto quanto le capitava: ciò ha permesso all'autrice di maturare la sua peculiare attenzione ai particolari, alle sfumature, ai sentimenti, a personaggi diversissimi che vengono trattati come conoscenti reali. Si è discusso molto anche del carattere preattemente femminile di certe scelte (l'attenzione al rapporto madre-figlia, l'uso del pettegolezzo come espediente narratologico ma anche come veicolo per la comunicazione), ma anche della capacità della Strout di esplorare la condizione del dolore e dar voce alla dignità delle persone che sopportano la sofferenza. Si è parlato di storie amarie, intrise di rimpianti e di rimorsi, di rabbia, di esperienze difficili, eppure il sorriso di queste due donne, l'ironia, le battute e le emozioni hanno reso il colloquio indimenticabile.
Sarei tornata anche ieri per ascoltare Nicola Gardini parlare di Ovidio all'Archivio di Stato (Per tutti i secoli vivrò, per la mia fama) o, in alternativa, per l'incontro in Piazza Alberti con Fabrizio Illuminati sul confronto fra la fisica classica e quella quantistica, un argomento che mi ha stuzzicato durante gli Esami di Stato.
Finisco sempre per parlare di scuola, ma è inevitabile, perché Festivaletteratura è cultura e non solo cultura letteraria: lascia spazio alla storia, alle scienze, alle tradizioni, a questioni di legalità, tutti aspetti che per un insegnante dovrebbero essere estremamente stimolanti. Per questo motivo mi dispiace che Festivaletteratura si tenga proprio in settembre: certo, è un bel modo per chiudere l'estate, ma il periodo è certamente poco pratico per noi docenti che, comunque, appena possiamo corriamo ad affollare Mantova.

C.M.

giovedì 7 settembre 2017

Il sistema periodico (Levi)

Se c'è una materia che al liceo non sono proprio riuscita a digerire, ma nemmeno a masticare, ma nemmeno ad addentare, ebbene, quella è la chimica. Fin dalle basi, per me la conformazione dell'atomo, la valenza, la strutturazione delle molecole e i legami sono stati ingredienti messi a casaccio in un calderone. L'incompatibilità è stata totale fin dall'inizio, e reggere quattro ore settimanali a parlare dell'incomprensibile è stata dura.
 
Tuttavia la curiosità mi è rimasta, ché, se è vero che la mia affinità con le materie scientifiche è pari a quella che un pesce può avere con le nuvole, almeno lo stimolo a cercare di capire c'è sempre stato, anzi, si è acuito con la possibilità che ho avuto nell'ultimo anno di scambiare qualche riflessione con i colleghi di fisica e di ascoltare gli esami maturità di un liceo delle Scienze applicate. Ecco, mi è quasi venuta voglia di studiare queste materie e di saperne di più, soprattutto laddove mi si dipanavano collegamenti con la letteratura latina o la filosofia.
Confesso che è stato proprio in occasione dell'Esame di Stato che ho raccolto l'input decisivo per leggere Il sistema periodico di Primo Levi: uno dei candidati aveva inserito nel suo percorso di approfondimento (quello che volgarmente si chiama 'tesina') un riferimento al racconto Carbonio, che chiude la raccolta del 1975. Ora che l'ho letto, mi accorgo che per lo studente è stato un debole pretesto per inserire un riferimento alla letteratura italiana in un percorso totalmente scientifico, ma che avrebbe avuto tutte le potenzialità per diventarne il fulcro e per dipanare il profondo legame fra la materia e il pensiero.
Come è noto, Primo Levi (1919-1987) fu un chimico e questa sua competenza risultò fondamentale affinché, dopo la cattura e l'internamento nel campo di concentramenti della Buna, nei pressi di Auschwitz, fosse considerato utile e fosse risparmiato del trattamento riservato alla maggior parte degli ebrei. Il sistema periodico unisce dunque la professionalità dello scienziato all'abilità del narratore, che si dedicò alla scrittura di questa sorta di memoriale di un manipolatore della materia dopo che il mondo lo aveva già conosciuto come testimone della Shoah.
Il sistema periodico è un'antologia di ventuno racconti che, a vario titolo, si riconducono alla tavola di Mendeleev. Tutti quanti, infatti, recano il titolo di un elemento chimico, dall'argon al piombo, dal fosforo al carbonio e ripercorrono alcuni ricordi di Primo Levi, che utilizza gli elementi stessi come aggancio per raccontare episodi della sua infanzia, del periodo degli studi universitari, delle proprie esperienze professionali e di alcuni incontri particolari; solo i racconti Mercurio e Piombo possono considerarsi pure narrazioni di invenzione, ma la connessione con la chimica rimane evidente.
Incominciammo a studiare fisica insieme, e Sandro fu stupito quando cercai di spiegargli alcune delle idee che a quel tempo confusamente coltivavo. Che la nobiltà dell’Uomo, acquisita in cento secoli di prove e di errori, era consistita nel farsi signore della materia, e che io mi ero iscritto a Chimica perché a questa nobiltà mi volevo mantenere fedele. Che vincere la materia è comprenderla, e comprendere la materia è necessario per comprendere l’universo e noi stessi: e che quindi il Sistema Periodico di Mendeleev, che proprio in quelle settimane imparavo laboriosamente a dipanare, era una poesia, più alta e solenne di tutte le poesie digerite in liceo: a pensarci bene, aveva perfino le rime! Che, se cercava il ponte, l’anello mancante, fra il mondo delle carte e il mondo delle cose, non lo doveva cercare lontano: era lì, nell’Autenrieth, in quei nostri laboratori fumosi, e nel nostro futuro mestiere.
Fra le pagine de Il sistema periodico vediamo Primo che entra con l'amico Enrico nel laboratorio del fratello di quest'ultimo per mettere in atto un procedimento di elettrolisi (Idrogeno), segue le selettive lezioni del Professor P. (Zinco), affianca un Assistente dell'Istituto di Fisica Sperimentale che gli affida il primo incarico vero e proprio (Potassio) e si attiene al rigidissimo protocollo di una fabbrica che produce estratti ormonali (Fosforo); Il sistema periodico è anche il testo in cui Primo Levi ci racconta la sua esperienza di partigiano, la cattura e l'attesa della deportazione (Oro), l'esperienza dei lager e del tentativo di guadagnare del pane assieme ad Alberto attraverso il contrabbando di materiale sottratto a grande rischio dal laboratorio della Buna (Cerio). Ma il racconto più toccante, quello che più rappresenta la connessione fra il chimico e il sopravvissuto e, al contempo, fra il passato e il presente è Vanadio, che narra di un inaspettato incontro a distanza, della corrispondenza di Levi con uno dei suoi sorveglianti nel laboratorio del campo, uno degli altri che avrebbe dovuto dargli prova di meritare il suo perdono. E poi c'è il già citato Carbonio, un racconto intriso di riferimenti al postulato fondamentale di Lavoisier «Nulla si crea, nulla di distrugge, tutto si trasforma», ma anche alla teoria atomistica di Democrito, Epicuro e Lucrezio, uno spettacolare inno al mutamento della materia e all'infinità di forme che essa può assumere, fino all'inaspettato esito di una fusione fra lo Spirito - la grande conquista dell'astrattismo idealista - e il Materialismo.
Ritrovarmi, da uomo a uomo, a fare i conti con uno degli «altri» era stato il mio desiderio più vivo e permanente del dopo-Lager. Era stato soddisfatto solo in parte dalle lettere dei miei lettori tedeschi: non mi accontentavano, quelle oneste e generiche dichiarazioni di pentimento e di solidarietà da parte di gente mai vista, di cui non conoscevo l’altra facciata, e che probabilmente non era implicata se non sentimentalmente. L’incontro che io aspettavo, con tanta intensità da sognarlo (in tedesco) di notte, era un incontro con uno di quelli di laggiù, che avevano disposto di noi, che non ci avevano guardati negli occhi, come se noi non avessimo avuto occhi. Non per fare vendetta: non sono un Conte di Montecristo. Solo per ristabilire le misure, e per dire «dunque?».
Non sempre è stato facile cogliere pienamente le descrizioni delle operazioni strettamente afferenti al lavoro del chimico, tuttavia Il sistema periodico è una raccolta originale, in cui si intrecciano esperienze che Levi ha raccolto in diversi momenti della vita. Lo stile della narrazione è piano e conciso, realistico ma anche, a tratti, fantasioso e surreale, in una perfetta armonia che sembra richiamare quella che, subordinata alle leggi scientifiche, permette l'aggregazione degli elementi e della materia, ma anche del pensiero e dell'identità.
Il volume, inoltre, è impreziosito da un'intervista di Philip Roth a Primo Levi del 1986, che rappresenta l'occasione di conoscere meglio le intenzioni narrative di Levi e la loro trasformazione da Se questo è un uomo a La chiave a stella, passando per Il sistema periodico e il romanzo Se non ora, quando?. Roth suggerisce interpretazioni, letture, riflessioni, concentrandosi soprattutto sull'importanza che Levi sembra dare al continuo pensare e al continuo lavorare, due operazioni che rimandano ai campi, dove il lavoro era forzato e dove continuare a pensare era fondamentale per poter sopravvivere all'opera di annichilimento che i nazisti perpetravano, ma anche due operazioni che permisero a Levi di continuare a dare uno scopo alla propria vita, almeno fino al crollo che lo avrebbe condotto al suicidio.
 
Gli dissi che andavo in cerca di eventi, miei e d’altri, che volevo schierare in mostra in un libro, per vedere se mi riusciva di convogliare ai profani il sapore forte ed amaro del nostro mestiere, che è poi un caso particolare, una versione più strenua, del mestiere di vivere. Gli dissi che non mi pareva giusto che il mondo sapesse tutto di come vive il medico, la prostituta, il marinaio, l’assassino, la contessa, l’antico romano, il congiurato polinesiano, e nulla di come viviamo noi trasmutatori di materia; ma che in questo libro avrei deliberatamente trascurato la grande chimica, la chimica trionfante degli impianti colossali e dei fatturati vertiginosi, perché questa è opera collettiva e quindi anonima. A me interessavano di più le storie della chimica solitaria, inerme e appiedata, a misura d’uomo, che con poche eccezioni è stata la mia: ma è stata anche la chimica dei fondatori, che non lavoravano in équipe a soli, in mezzo all’indifferenza del loro tempo, per lo più senza guadagno, e affrontavano la materia senza aiuti, col cervello e con le mani, con la ragione e la fantasia.
C.M.