lunedì 29 maggio 2017

La fine dei vandalismi (Drury)

Il Midwest, le contee, l'elezione dello sceriffo, le chiese, le auto degli anni '70 e la cultura degli anni '80-'90. Questa la cornice delle vite che si incontrano a Grouse County, l'immaginaria cittadina americana in cui è ambientato La fine dei vandalismi di Tom Drury, portato in Italia da NN editore nella traduzione di Gianni Pannofino. Si tratta del primo romanzo di una trilogia che prende il nome proprio da Grouse County e che costituisce la seconda iniziativa a tappe dopo la fortunata serie della Pianura di Kent Haruf, ma che già si distingue per la sua forte identità e per la capacità di costruire con il lettore un legame importante.
 
I protagonisti della storia di Tom Drury sono lo sceriffo Dan Norman, la fotografa Louise e il marito di lei Tiny Darling, in realtà ormai divorziati; Tiny, infatti, è un personaggio turbolento, sospettato dallo stesso Dan di diversi reati e particolarmente incline alle risse. Louise, dopo la partenza dell'ex marito, intreccia con Dan una storia che, a vario titolo, sembra coinvolgere tutti i cittadini, soprattutto quando Tiny, assunto in una particolare comunità per la lotta alla tossicodipendenza, diventa il braccio destro di Johnny White, che, oltre ad esserne il direttore, è anche il principale avversario di Dan nella corsa alla carica di sceriffo. Il racconto di Grouse County, però, non è la semplice intersezione delle vicende di questi tre personaggi, anzi, Dan, Louise e Tiny appaiono proprio come i tre centri da cui si irradiano storie di tantissime persone che sembrano potersi allontanare all'infinito dal nucleo per diventare autonome ma, con equilibrio e maestria, vengono svolte brevemente e poi ricondotte al nucleo da Drury. E così incontriamo Mary Montrose, la madre di Louise con la quale la protagonista è spesso in attrito, Perry Kleeborg, l'anziano fotografo che vorrebbe cedere l'attività a Louise, Joan Gower, che vive in una chiesa metodista che predispone per l'agognata adozione di un bambino e il neonato Quinn, trovato da Dan nel parcheggio di un supermercato e subito sommerso da un affetto e una solidarietà quasi soffocante in forma di coperte e cibi che di certo non può mangiare. Ma ci sono ancora tanti altri personaggi e, per chi temesse di non riuscire ad orientarsi in un simile gomitolo di esistenze, l'autore ha anche predisposto un elenco in ordine di apparizione che aiuta a rinfrescare la memoria o, magari, a spingerci a ricercare proprio quelle storie che, procedendo, magari si fanno sfuocate. Ognuna, virtualmente, potrebbe generare un libro a sé.
Si baciarono. Louise chiuse gli occhi. Non avrebbe saputo definire il sentimento che provava né cosa dire, se non che lo amava. E così gli disse, infatti. Le venne in mente che nella vita l’amore si intravede soltanto, lo si assaggia appena, a spizzichi.
La fine dei vandalismi è un romanzo piacevole, a tratti molto profondo e sempre onesto. Persino di fronte ad un personaggio come Tiny, per il quale all'inizio non è facile simpatizzare, si avverte un equilibrio che permette di coglierne anche i tratti positivi, superando l'immagine della testa calda che viene tracciata nelle prime pagine; lo stesso accade con Johnny White e con una campagna elettorale che sembra senza quartiere ma dietro alla quale appare un uomo capace di comprendere i limiti della battaglia. Poi, naturalmente, ci sono le sfaccettature del rapporto fra Dan e Louise, che deve affrontare ostacoli assolutamente comuni e altri che si spera di non dover mai conoscere: Drury, con il suo stile essenziale, con la sua scelta narrativa mobile, capace di seguire l'intreccio delle storie senza perderne appunto i centri di gravità e con una prosa che in certi momenti diventa dolce poesia, sa descrivere la gioia dell'amore e la tristezza della perdita, sa offrire i sentimenti senza indugiarvi, consegnando la loro presenza a brevissime frasi o all'inseguimento di un gesto.
 
 
Insomma, Grouse County è pronta ad accogliere il lettore e a farlo sentire uno dei suoi cittadini e la curiosità per gli sviluppi delle vicende della contea si fa già sentire. Secondo il suggerimento di quarta di copertina cui i lettori di NN sono abituati, La fine dei vandalismi «è per chi si trova a camminare verso la felicità a piccoli passi, come se stesse procedendo su un cornicione sospeso nel vuoto» e trovo che questa espressione condensi effettivamente le sensazioni smosse dalla lettura: non sappiamo cosa aspettarci nello sfogliare le pagine, ci auguriamo di poter gioire con i personaggi ai quali, inevitabilmente, finiamo per affezionarci e avvertiamo la precarietà di ogni piccola conquista, la paura che Louise e Dan non trovino ciò che desiderano e meritano e che, con loro, rimaniamo feriti anche noi, che ormai ci sentiamo parte di questa piccola comunità americana.
Camminarono tra gli alberi e lungo il fiume, sbucando sulla distesa erbosa che pareva dorata alla luce del sole. Quindi raggiunsero il lago Walleye e parcheggiarono sulla spiaggia, per poi restare a guardare il vento che soffiava sulla superficie dell’acqua. Non dissero nulla; si tennero soltanto per mano tra i sedili anteriori della Vega. I colori erano vividi e veri, ma in qualche modo loro due sentivano che stavano osservando il panorama senza più riuscire a farne parte.
C.M.

venerdì 26 maggio 2017

Concorsi «magmatici» e direttori bocciati, ma il problema non è nei musei

Ieri la stampa ha reso noto l'annullamento da parte del Tar del Lazio delle nomine di cinque dei venti direttori dei musei statali subentrati alla guida delle relative strutture con la riforma Franceschini del 2015. Nello specifico, si tratta dell'austriaco Peter Assmann, direttore del Palazzo ducale di Mantova, di Paolo Giulierini, a guida del Museo archeologico nazionale di Napoli, Martina Bagnoli, direttrice delle Gallerie Estensi di Modena, Eva degl'Innocenti, scelta per il Museo archeologico nazionale di Taranto e Carmelo Malacrino, alla testa del Museo archeologico nazionale di Reggio Calabria.
I motivi resi noti per cui le nomine risultano illegittime sono di duplice natura: da una parte l'illegittimità di nomina in un posto dirigenziale di una persona priva di cittadinanza italiana (fra quelli citati è il caso del solo Assmann), dall'altra la «magmaticità» dei criteri di valutazione dei candidati. Alla base delle sentenze 6170 e 6171 del 2017, come per ogni pronunciamento del Tar, c'è una procedura di ricorso intentata da candidati esclusi dalle nomine per cui concorrevano, quelle alla direzione di Palazzo Ducale e dei musei di Napoli, Taranto e Reggio Calabria.


Le sentenze hanno scatenato un'ondata di polemiche che, oltre alle ormai consuete battaglie politiche e partitiche, hanno ridestato il malumore sollevato già al tempo delle discusse nomine. Oggi c'è chi parla di trionfo dell'identità culturale italiana, appigliandosi all'argomento più scomodo della cittadinanza, che già nel 2015 aveva suscitato imbarazzanti discorsi pseudopatriottici. Sulla questione 'Direttori stranieri sì / direttori stranieri no' non mi voglio dilungare, se non per sottolineare che il grido «Prima gli Italiani» è alquanto superficiale e lontano dal concetto di cultura che associamo a strutture come biblioteche e musei. Ben vero è che troppo spesso ci rammarichiamo del mancato riconoscimento dei talenti nazionali in patria e dei successi che, migrando all'estero, i cosiddetti cervelli in fuga procurano ad altri Paesi, ma dobbiamo anche riconoscere che quegli stessi successi (tradottisi anche nella nomina di Italiani alla direzione di musei esteri) portano l'orgoglio nazionale nel mondo, rendendoci fieri del fatto che il nome dell'Italia sia sulle bocche di tutti. Ecco, per coerenza, dovremmo forse accettare che questo stesso processo si produca anche in senso opposto, con professionisti stranieri che si distinguono in Italia. Del resto, parlando di arte, per qualsiasi studioso del settore il nostro Paese rappresenta l'Olimpo, quindi non è così strano che oltre confine si aspiri alla direzione di siti archeologici e artistici della penisola. Poi è naturale parteggiare per i nostri connazionali, ma i toni dovrebbero essere pacati e non aprire battaglie nazionalistiche fini a se stesse.
La questione della cittadinanza è stata fondante per i ricorsi ma non ha prodotto da sola la clamorosa bocciatura, infatti il solo Assmann, fra i cinque direttori, è privo di cittadinanza italiana e, del resto, i più noti Eike Schmidt e Cecile Holberg, direttori, rispettivamente, della Galleria degli Uffizi e della Galleria dell'Accademia fiorentina, così come James Bradburne della Pinacoteca di Brera e Sylvain Bellenger del Museo e Real Bosco di Capodimonte non sono stati oggetto di alcuna sentenza similare. Esiste, comunque, un appiglio legale per contrastare la nomina di cittadini non italiani; essa è contenuta nel Testo unico del pubblico impiego (dlgs 165/2001), all'articolo 38, che regolamenta l'accesso al pubblico impiego dei cittadini degli Stati membri dell'UE:
I cittadini degli Stati membri dell'Unione europea e i loro familiari non aventi la cittadinanza di uno Stato membro che siano titolari del diritto di soggiorno o del diritto di soggiorno permanente possono accedere ai posti di lavoro presso le amministrazioni pubbliche che non implicano esercizio diretto o indiretto di pubblici poteri, ovvero non attengono alla tutela dell'interesse nazionale.
Alla base della contestazione della nomina di Assmann, dunque, c'è un vizio di forma ribadito anche da Fabio Mattei, presidente dell'Associazione nazionale magistrati amministrativi: per essere legittimo e non andare incontro a violazione del dlgs 165/2001, il bando concorsuale cui la procedura di nomina ha fatto riferimento avrebbe dovuto prevedere una specifica deroga all'articolo 38. Sembra un'inezia e come tale la stanno trattando sia il ministro Dario Franceschini che l'allora primo ministro Matteo Renzi, ma, data la portata dell'iniziativa, che il governo Renzi ha utilizzato come baluardo di propaganda inneggiando al cambiamento, si tratta di una gravissima mancanza.
Altrettanto grave, anzi, ben più preoccupante è il secondo motivo contestato, cioè quello della scarsa limpidezza nelle modalità di selezione e valutazione, con l'effettuazione dei colloqui selettivi a porte chiuse o, addirittura, via Skype e conseguente violazione dei requisiti di trasparenza che in un concorso pubblico vanno pretesi. Questo elemento aveva fatto discutere già nel 2015, ma occorrono le sentenze perché una qualsiasi denuncia si trasformi in una sanzione stabilizzata su carta. E, se nel caso della precedente infrazione si poteva parlare di superficialità, qui si sconfina nel dolo e in una forma di violazione che sembra essere ormai la norma, visto che la medesima mancanza di chiarezza e pubblicità nelle procedure selettive è emersa anche durante il concorso docenti del 2016, sovrabbondante di «errori tecnici», imprecisioni, ritardi e pecche nella pubblicazione degli strumenti e dei criteri valutativi, nonché nella loro applicazione. Anche in quel caso si è trattato di un'iniziativa presentata come la grande innovazione della scuola e gli elementi di criticità non sono mancati e infatti anche qui si vanno accumulando i ricorsi, più o meno legittimi ma con un comune denominatore a quelli che hanno spinto il Tar a pronunciarsi ieri: essi evidenziano la debolezza dei provvedimenti legislativi e l'incapacità nella gestione dei pubblici concorsi.


La tendenza a minimizzare i problemi e gli elementi di obiezione a determinati provvedimenti di legge accusando il sistema giudiziario di eccessiva complessità è ormai una costante. Come a dire che non è che le regole debbano essere osservate rigorosamente e che si debba essere scrupolosi, ma che tali limitazioni andrebbero, semplicemente, spazzate via. Così, mentre chi ha voluto la riforma dei musei sostiene che esibirne le evidenti lacune è dannoso per l'immagine dell'Italia nel mondo e che, semmai, l'emergere delle irregolarità è segno che anche il Tar che deve essere riformato, ci si chiede se la vera figuraccia non sia, piuttosto, nella pubblicizzazione di tanta inettitudine.
Il problema sollevato per l'ennesima volta dalle sentenze del Tar non è la riottosità al cambiamento. Il problema non è il nazionalismo o accettare o meno un direttore straniero. Il problema non è nemmeno nell'essere sostenitori o oppositori di un governo e delle relative battaglie. Il problema è chi è preposto alla stesura di un bando di selezione o di qualsiasi altro atto normativo dovrebbe avere una perfetta conoscenza dei principi basilari che entrano in gioco nella sua applicazione e che manca un rigoroso e saldo sistema di gestione delle selezioni e di garanzia della loro ineccepibilità formale. Se questa carenza strutturale non verrà colmata, resteremo sempre la Repubblica dei ricorsi, nelle pieghe della quale, oltre ai legittimi portatori di proteste, si infileranno sempre anche masse di opportunisti che conoscono le leggi meglio di chi le deve fare. E nella quale ci si rimpallerà all'infinito la responsabilità di gigantesche figuracce.

C.M.

mercoledì 24 maggio 2017

Caro scrittore, sii prima di tutto un lettore...

Questo post nasce da un periodo di inattività in rete durante il quale nella mia casella di posta si sono accumulate diverse comunicazioni di scrittori esordienti o autopubblicati. Alle riflessioni che sono nate dalla lettura di tali messaggi se ne sono aggiunte altre di carattere generale che hanno tutte un comune denominatore: l'impressione che, non sempre, chi scrive (una email, un messaggio informale, un libro) si dimostri disponibile a leggere.


La questione, si diceva, è generale: sappiamo benissimo, perché i media non fanno altro che ripeterlo, che in Italia si scrive tantissimo e si legge pochissimo, il che ribalta la proporzione fra offerta (scrittori) e domanda (lettori) di libri che ci si attende. Il punto è che, in tale abbondanza di scrittori, molti di coloro che, per scelta o per necessità, si fanno promotori del proprio libro, danno prova di un approccio unidirezionale. Almeno così è per diversi autori che scrivono alla casella del mio blog o di altri siti letterari che seguo, oltre che alle case editrici, come dimostra il fatto che alcune delle impressioni che ho avuto fin dai primi momenti e che nell'ultimo anno si sono rese decisamente più frequenti sono già state espresse dalla Leggivendola e nel blog di Las Vegas edizioni, sempre molto diretto e utile per qualche dritta sulle giuste modalità di comunicazione inerenti al lavoro letterario.
Perché sento il bisogno di invitare ogni aspirante scrittore ad essere, prima di tutto, un lettore? Semplicemente perché dimostrare di non esserlo, oltre che un pessimo biglietto da visita, è anche un atteggiamento per nulla professionale.
Fin da quando ho iniziato a seguire siti e forum che ospitavano aspiranti scrittori o realtà come Gamberi Fantasy (un interessante progetto ormai abbandonato che forse qualcuno di voi conosce), mi sono imbattuta in personaggi molto originali che, oltre ad impattare di petto contro qualsiasi critica, anche se mossa con garbo e argomentazioni oggettive, rivendicavano con orgoglio la scelta di non leggere. Per carità, leggere o non leggere è una scelta che va rispettata, ed è inutile che perdiamo il nostro tempo a compiangere coloro che si privano del piacere e dei benefici della lettura, stoicamente possiamo fare a meno di questa sofferenza. Ma che un aspirante scrittore pensi di poter intraprendere questa strada e, magari, essere acclamato per le sue opere (e talvolta si assiste a veri e propri deliri di onnipotenza) è grottesco quanto l'idea che un pittore, un cantautore o un giocatore di calcio possano praticare le loro attività predilette senza osservare la tecnica e la storia delle discipline in cui vogliono eccellere. Insomma: non solo non può esistere un bravo scrittore se, alla base non c'è un grande lettore, ma è decisamente scorretto da un punto di vista etico ritenersi così importanti da poter ignorare chiunque pratichi la stessa attività di scrittura. Se ci pensiamo, è anche un po'ipocrita. Anche se uno scrittore mirasse a decostruire la tecnica tradizionale e la storia letteraria, dovrebbe partire dalla chiara conoscenza di ciò che intende criticare e superare: non è che Saramago o Joyce non utilizzassero la punteggiatura perché ne fossero ignoranti. Gli scrittori che si inseriscono in questa categoria di visionari sono certamente una minoranza, ma molti altri sono i casi di peccati di lettura degli scritti altrui.


Il non-leggere spesso si traduce nella difficoltà nel trovare la casa editrice giusta. Ci sono mille motivi per cui un editore rifiuta un manoscritto proposto da un autore sconosciuto e alcuni di essi sono soggetti al gusto personale, bisogna essere pronti ad accettarlo. Tuttavia si deve prestare attenzione prima di tutto a non produrre dei clamorosi autogol. Come scrive Carlotta Borasio nel blog di Las Vegas (nell'articolo precedentemente linkato e in quest'altro) è quasi un dovere morale conoscere il progetto editoriale del quale si vorrebbe far parte e per conoscerlo, oltre che informarsi in rete anche solo attraverso i cataloghi degli editori, è il caso di leggere almeno un libro dell'editore al quale si propone l'opera. Anche qui, pretendere di essere presi in considerazione da un team di professionisti del libro al cui lavoro non si è dedicato un minimo di interesse è alquanto opportunistico. Siamo sinceri, si rischia di perdere il proprio tempo e di farne perdere ad altri: l'editore (e sapete che mi riferisco agli Editori che non chiedono denaro agli auotori per pubblicare i manoscritti) ha tutte le ragioni per non dare fiducia ad un autore che non si dimostra disposto a dargliene per primo. Senza contare che è piuttosto ridicolo far pervenire ad una redazione manoscritti del tutto estranei ai generi da essa pubblicati. Il consiglio non è diverso da quello che si offre per un qualsiasi colloquio di lavoro, nel quale è buona norma informarsi prima sulle caratteristiche del posto cui si aspira e della struttura in cui si inserisce, con la differenza che conoscere un editore è molto più facile, perché comunica attraverso i libri e, solitamente, è più che disponibile a farsi conoscere.
Abbiamo parlato dello scrittore che non legge altri scrittori e a quello che contatta gli editori senza avere idea di cosa pubblichino (una casistica non esclude l'altra,). Arriviamo ora allo scrittore che, avendo pubblicato il proprio libro con un editore, con una casa editrice a pagamento o in modalità di self-publishing, si propone ai blogger. Che, poi, è la casistica da cui è partito il post.
Nel mio piccolo, ricevo ogni settimana diversi messaggi di autori che mi chiedono di segnalare o di recensire i loro libri e che, non di rado, li inviano direttamente. Nulla da eccepire, se non fosse che, nell'apposita sezione Informazioni, si specifica quanto segue:
Non prendo in visione libri autopubblicati o pubblicati da editori a pagamento dietro richiesta dei loro stessi autori, non per mancanza di stima per gli scrittori che scelgono questi canali, ma perché per i primi non mi basterebbe una vita e l'editoria a pagamento va contro i miei principi. Sarebbe comunque buona norma, prima di avanzare una richiesta di segnalazione o di copia-incolla di comunicati stampa (che non rientra nel mio modo di intendere la conversazione sui libri), dare un'occhiata alle rubriche e alle tipologie di testi che recensisco: si noterà immediatamente che non tappezzo il blog di pubblicità ad autori esordienti e che non leggo young-adult né urban fantasy, tanto per fare un paio di esempi. In fondo, perché io dovrei leggere il libro di un autore sconosciuto (nel senso che non si è mai presentato al di fuori della richiesta di promozione), se questi non dedica nemmeno un minuto a leggere poche righe di Athenae Noctua prima di richiedere pubblicità?
Solo in due casi ho accettato proposte di lettura da parte di autori che si sono proposti direttamente e solo in un caso la lettura si è tradotta in una recensione, ma l'autore in questione non era né autopubblicato né ha pubblicato con editori a pagamento, inoltre ha presentato la sua opera con un messaggio che dimostrava una conoscenza almeno generale del blog, della sua organizzazione, dei generi recensiti nella rubrica La civetta sul comodino. Sì, perché molto spesso i problemi iniziano ancor prima che l'autore arrivi a dire che vuole segnalare o far recensire un libro autopubblicato, all'altezza dell'intestazione del messaggio. Le email che arrivano nella casella del blog sono indirizzate a generici gentilissim*, redazione, collaboratori et similia, per non parlare dei messaggi che si aprono senza nemmeno queste formule di cortesia e con i casi limite di chi scrive affermando di non essere riuscito a trovare il nome dell'autore o degli autori del blog. Ciò significa che non solo questi scrittori, bramosi di farsi conoscere, non hanno fatto lo sforzo di aprire la voce About del menù, ma non hanno degnato di uno sguardo fugace l'homepage o qualsiasi altra pagina abbiano aperto, dato che il mio nome compare fisso nella colonna di destra. Con simili esordi, non ci si può aspettare altro che di leggere proposte del tutto slegate dal progetto di Athenae Noctua e lontane dalle mie preferenze di lettura, che emergono esplicitamente scorrendo i titoli recensiti. 


Al di là di questa conoscenza superficiale, tuttavia, come per il caso degli editori, anche nei confronti dei blogger si dovrebbe usare una cortesia dettata dal buon senso, dedicandosi a leggere qualcosa di ciò che scriviamo, magari stabilendo prima un contatto disinteressato, manifestando, insomma, un interesse autentico e non circoscritto alla promozione della propria opera. In fondo, chiedendo di segnalare il loro libro, questi scrittori chiedono un favore e, di nuovo, è alquanto grottesco che vogliano far parte di un progetto del quale non sanno nulla e lo scambio cortese è l'unico carburante di cui vivono i blog.
Caro scrittore, sii prima di tutto un lettore. Dedicati ai libri, anche e soprattutto a quelli degli altri. Presta loro attenzione, almeno quanta vorresti che i tuoi lettori ne prestassero a te, ma di più sarebbe meglio. E anche quando scrivi una lettera per un editore o una email ad un blogger, sforzati di conoscerli tu per primo, di scoprirne i progetti, di capire se in essi c'è posto per la tua voce. Cerca i nomi, le storie e i sogni, offri un saluto e prendi parte ad una conversazione. Accogli le parole degli altri prima di imporre le tue. Leggersi è il senso.
C.M.

giovedì 18 maggio 2017

Il nano (Lagerkvist)

Risalendo verso la Svezia, tutto ci si aspetterebbe tranne che di ritrovarsi in una città dell'Italia rinascimentale, nel pieno di una guerra fra signorie e intrighi di corte di cui sono protagonisti personaggi dai nomi per nulla nordici. Ma, in fondo, fino a questo momento, nel variegato catalogo Iperborea, non ho trovato due volumi sovrapponibili, perché ciascuno riserva un'esperienza originale, peculiare e mai banale. L'ultimo scrittore in cui mi sono imbattuta è Pär Lagerkvist (1891-1974), autore de Il nano (1944), uno dei primi romanzi tradotti dalla casa editrice milanese, oggi ripubblicato nella nuova veste della collana Luci.
 
Il romanzo ha come voce narrante il nano che dà il titolo al libro, un personaggio cinico, gretto e che odia qualsiasi manifestazione dell'esistenza biologica e sentimentale dell'essere umano, che trova ripugnanti i rapporti fra le persone, osserva con sguardo sprezzante la morte che avviluppa i poveri e i malati e brama di sporcare di sangue la propria spada in battaglia. Egli è il leale servitore di un principe italiano di cui ammira la freddezza calcolatrice, sebbene non sempre gli sia facile comprenderne i disegni; odia, invece, Teodora, la sua sposa, una laida principessa lussuriosa, così come odia la giovane principessina Angelica, di cui in passato è stato costretto ad essere il compagno di giochi per via della sua statura e che ora lo fa inoridire con i suoi sospiri d'amore per il figlio di una casata rivale. Il nano è l'impietoso osservatore della vita di corte, dei suoi banchetti e delle guerre che attorno ad essa si combattono: è testimone degli scontri che lacerano il nord della penisola italiana nel XVI secolo, del dilagare delle truppe mercenarie e della loro volubilità, nonché della propagazione della carestia e della peste. Con la sua irritante malvagità, il nano è però il portatore di un pensiero e di una condizione comune: quella dell'essere umano che nasconde dietro al lusso, all'abbondanza di cibi e abiti appariscenti e agli slanci festosi una corruzione di fondo che lo porta a preferire il sangue, la distruzione del suo prossimo, la sofferenza di chi ha intorno. Il nano introduce la prospettiva straniata di chi osserva l'umanità dal basso, conferendole la somiglianza con il proprio sentire, o, per meglio dire, facendo emergere l'identità fra gli uomini e il nano, diversi solo per il fatto che quest'ultimo è sterile, mentre i primi potranno eternamente riprodurre, assieme a se stessi, anche la propria crudeltà.
 
Diego Velázquez, Sebastian de Morra (1645)
Quella di Lagerkvist è una narrazione estremamente radicata alle contingenze storiche in cui è nata: lo scrittore riflette qui sui temi della guerra e della violenza, senza poter evitare di sollevare nei confronti degli esseri umani un'accusa di barbarie e di odio senza fine quali comportamenti radicati nell'intimo del loro animo come il nano è incatenato al castello del suo principe. La corte in cui si svolgono le crude vicende de Il nano è una città senza identità che, proprio in quanto tale, rivela l'universalità delle piaghe che la attanagliano: in essa non c'è spazio per l'amore, per la gioia, per una sensualità genuina, per la bellezza, per le arti e per i nobili valori di cui l'umanità si fa portavoce. Siamo, al contrario, in uno spazio buio, sporco, sordido, pullulante di crudeltà, inganni, massacri e tradimenti, dove i morti di freddo e di fame vengono tolti dalle strade con la stessa indifferenza riservata ai ratti.
Il nano di Pär Lagerkvist è la storia di un'umanità che ha perduto il faro dei propri valori e sulla quale non veglia alcun dio. Con la costruzione di un ponte fra il XVI e il XX secolo, il romanzo sottolinea la scottante attualità della terribile situazione che in esso è rappresentata e che non è ancora estinta.
Che cos’è il gioco? Un insensato occuparsi di… niente, proprio niente. Uno strano modo di trattare per finta le cose. Non considerandole per quel che sono, non prendendole sul serio, ma solo facendo finta. Gli astrologi giocano con le stelle, il principe gioca con le sue costruzioni, le sue chiese, le scene della crocifissione e i campanili, Angelica gioca con le bambole: tutti giocano, tutti fanno finta di fare qualcosa. Solo io disprezzo la finzione. Solo io sono.
C.M.

martedì 16 maggio 2017

La storia e la tecnologia: la proposta del MAUTO

Nel 2013 il quotidiano inglese The Times lo ha incluso nei 50 migliori musei a livello mondiale: il Museo Nazionale dell'Automobile di Torino (MAUTO), la cui storia affonda le radici nel lontano 1932, è una struttura moderna, vivace, accattivante e ricca di stimoli per il visitatore. Appassionati e non di tecnologia e di motori possono ammirarne le immense sale, osservando direttamente più di 200 automobili di case diverse e pensate per i più diversi scopi, dal trasporto civile alle vetture da corsa, dai furgoncini delle vacanze degli anni '60 alle sperimentazioni elettriche.


Il MAUTO non solo ospita un'esposizione estremamente preziosa e curata, ma costruisce una vera e propria storia della mobilità, snodandosi in un percorso che inizia con le prime auto a motore per arrivare ai veicoli odierni, passando attraverso gli slanci futuristici d'inizio '900, il disastro bellico, il boom del dopoguerra e l'affermazione della società dei consumi. Si tratta di un percorso vario, interessante, magnetico, nel quale si possono cogliere le evoluzioni tecniche ed estetiche dei veicoli, scoprire episodi e aneddoti legati alla storia della locomozione su pneumatico, visionare gli strumenti della promozione pubblicitaria e immergersi gallerie e in originali rivisitazioni della componentistica dell'auto. 
Non occorre essere maniaci dell'automobile per apprezzare un simile percorso, in cui, a farla da padrone, è comunque la storia: una storia vista attraverso l'auto, certamente, ma che, oltre che raccontare l'auto, si racconta attraverso di essa. In questo senso, il MAUTO è uno dei musei che meritano una menzione speciale per l'inserimento armonico nel tessuto della città che lo ospita, sede nazionale dello sviluppo delle due grandi invenzioni del periodo a cavallo fra XIX e XX secolo, il cinema e l'industria automobilistica. Il Museo Nazionale dell'Automobile di Torino è inoltre potentemente interattivo: le sale sono ricche di materiali multimediali, istallazioni, video e touch-screen che rendono totale l'esperienza della visita, permettendone anche una certa personalizzazione e trasformando anche un passaggio ripetuto in un ambiente un'occasione per soffermarsi su ulteriori particolari. 


Fra le principali attrazioni c'è senza dubbio la mitica Itala 35/45 HP che nel 1907 ha trasportato il pilota Scipione Borghese, il meccanico Ettore Guizzardi e l'inviato del Corriere della Sera Luigi Barzini nel mitico raid di 16.000 km Pechino-Parigi (che fu vinto dall'Italia in 60 giorni con un vantaggio di ben 20 giorni sugli altri concorrenti), ma non possiamo tralasciare la sezione Follia, costituita da ambienti interamente montati con componenti automobilistiche e meccaniche, al punto che cucine e bagni sembrano delle vere e proprie officine e anche i contenuti dei piatti in tavola manifestano il delirio del maniaco dell'auto; non si può inoltre non restare colpiti dalla rassegna delle auto da corsa nell'ala che richiama alla mente le piste della Formula1, offrendo un nobile e silenzioso carosello dell'era contemporanea.


Avendo vissuto da insegnante in gita scolastica l'esperienza del MAUTO, non posso esimermi da un plauso pubblico alla particolare modalità didattica adottata in questa struttura: accanto alla tradizionale visita guidata, è possibile scegliere un percorso animato da attori ricco di sorprese, colpi di scena, divertimento e spunti di riflessione sui diversi momenti storici che nel museo si raccontano, in particolare sul significato e il costo del progresso, che ci richiede una presa di coscienza sulla sostenibilità della crescita tecnologica e sul rispetto dell'ambiente. Questo è certamente l'aspetto che più mi ha colpita, perché è raro che un percorso museale riesca a darsi un'identità tanto forte e che riesca a rendere il visitatore protagonista e creatore del suo stesso significato e invece proprio questo è accaduto per me e per la scolaresca che accompagnavo. Sebbene rappresenti un trionfo della tecnologia, il MAUTO è dunque un museo a misura d'uomo e a servizio dell'uomo e, pur attraverso spazi espositivi avveniristici, occupati da carrozzerie fiammanti e cerchioni luccicanti, da veicoli di lusso e da pezzi unici per il loro valore, ci ricorda che l'oggetto ci accompagna nella storia ma non può e non ci deve mai sostituire.


C.M.

giovedì 11 maggio 2017

Owl Prize #19

Che bello mettersi giù a scrivere qualcosina su quello che scrivono gli altri. Eh sì, il web assorbe una buona parte delle nostre energie e, fortunatamente, se si seguono i percorsi giusti, si riesce a farne un uso produttivo e se ne traggono delle soddisfazioni. Molte delle migliori riflessioni che si insinuano nelle mie giornate, infatti, provengono da angoli più o meno frequentati del web, ma tutti accomunati dalla loro qualità. Così è nata la rubrica Owl Prize, che anche oggi sottopone alla vostra attenzione una selezione di otto articoli meritevoli di lettura in cui mi sono imbattuta negli ultimi mesi.

  • Il primo di essi è un post di Davide per il blog collettivo Tre racconti (al quale è connessa una pregevole rivista dal medesimo titolo) che analizza il racconto Il Babau di Dino Buzzati, indagandone le particolarità e le simbologie. La segnalazione di questo pezzo è anche l'occasione per indirizzarvi al progetto web di cui fa parte, davvero ottimo e per nulla rivelatore della sua natura amatoriale.
  • Su Scratchbook, Maria (che è anche una delle redattrici del sopraccitato progetto di Tre racconti) affronta la questione del silenzio (perduto) del lettore, che ci porta a riflettere sulla spettacolarizzazione del rapporto con i libri e sull'importanza di coltivare la solitudine come una risorsa e non come un pericolo.
  • Di recente ho letto l'ultimo romanzo di Haruf, ma già nei giorni della sua uscita avevo seguito le vicende ad esso collegate, in particolare la presentazione del volume in Italia da parte di Cathy Haruf, vedova dell'autore: a parlarne in modo emozionante, facendoci vivere l'intensità di questo incontro, è stata soprattutto Elisa, la Lettrice rampante, che l'ha incontrata a Milano.
  • La scuola di oggi si fonda sul concetto di competenza, a dire il vero molto più complesso di quanto si possa pensare; a spiegarci in cosa esso consista interviene Didatticarte: illustrandoci l'efficace similitudine delle competenze come setaccio, Emanuela ci guida alla scoperta di un aspetto didattico che muove dalle conoscenze ma va ben oltre, trasformandole in qualcosa che deve contribuire alla consapevolezza del discente.
  • Grazie a Luz ho scoperto quell'originalissima forma d'arte e di culto del libro che è la fore-edge painting, una raffinata pittura sul profilo delle pagine nata per contrastare la serialità della produzione a stampa che ci viene descritta nel blog Io, la letteratura e Chaplin.
  • Molti lettori avvertono una certa difficoltà nell'approccio ai racconti e al loro non-detto: su Internostorie, Marina prova ad affrontare la questione con un azzeccato parallelismo fra il romanzo e le serie tv da un lato e il racconto e il film dall'altro.
  • Per restare in tema di rapporto fra lettori e libri, non possiamo negare di esserci trovati tutti, almeno una volta, in una fase di blocco del lettore: nel suo blog Il giro del mondo attraverso i libri, Claudia analizza le possibili cause di questo disturbo e, soprattutto, ci fornisce cinque consigli per superarlo.
Come sempre, vi auguro buona lettura, nella certezza che in questi blog possiate trovare di che soddisfare la vostra curiosità.

C.M.

martedì 9 maggio 2017

Lo sfaccendato (Atılgan)

Per la seconda volta in pochi mesi, grazie alla collana Calabuig della casa editrice Jaca Book, ho conosciuto un nuovo autore, anzi, per meglio dire, questa volta mi sono inoltrata in un terreno del tutto sconosciuto. Lo sfaccendato di Yusuf Atılgan, che il premio Nobel Orhan Pamuk considera il proprio maestro, mi ha portata in Turchia, a scoprire una narrativa per me inedita che, tuttavia, risente molto dell'influenza occidentale.
Questo romanzo, licenziato dall'autore nel 1959, ha un protagonista anonimo, C., un personaggio inquieto, cinico e impulsivo che vaga per la città di Istanbul alla ricerca di un amore, sebbene qualcosa gli impedisca di coltivarne realmente il sogno. Ha alle spalle un rapporto astioso con il padre e l'affetto per una zia che, staccandosi da lui, ha velato ogni suo incontro con le donne di un'inquieta malinconia. Convinto che la pittrice Ayşe lo abbia tradito, C. insegue gli sguardi delle donne che sfilano fuori dalle vetrine dei bar o dietro i finestrini dell'autobus, finché non si imbatte nella giovane Güler, anch'ella recentemente delusa da un uomo. C. la segue, la seduce, si propone di sostituirsi a qualsiasi altro essere umano che possa contendergli l'affetto della ragazza, sebbene non abbia intenzione di condividere le sue aspirazioni alla costruzione di una famiglia, che, anzi, decostruisce con freddezza. C. è possessivo e distaccato al tempo stesso ed appare convinto di poter trovare soltanto in una donna il modo per superare questa incapacità di relazionarsi con i propri sentimenti, dominato dall'ira e dal bisogno di un contatto talmente diretto da risultare, il più delle volte, invadente. Anche quando Ayşe, per una strana combinazione, rientra nella sua vita, C. è come separato da lei, incapace di identificarsi fino in fondo negli amanti sulla riva del mare che ella cala in un suo dipinto e di accettare i dubbi e il trasporto che fanno naturalmente parte dell'esistenza degli altri esseri umani.
Lo sfaccendato è un romanzo impegnativo, perché ci chiede, prima di tutto, di convivere con un protagonista decisamente irritante, egoista, rabbioso, che ha nei confronti delle sue potenziali amanti un atteggiamento che nessuno cercherebbe in un rapporto sentimentale. Allo stesso tempo, riesce difficile identificarsi nella facilità con cui Güler e Ayşe si invaghiscono di lui, quasi pronte a rinunciare a se stesse, se non fosse per l'intervento di apparizioni estranee. La stessa sintonizzazione con la prosa di Atılgan costituisce una sfida, specialmente nel primo capitolo, dove i frammenti del recente passato di C. si sovrappongono alla sua ricerca di una donna, conducendoci in vie mal frequentate, cinema ridotti a luoghi di incontri sessuali socialmente inaccettabili e strade trafficate. Siamo di fronte ad un romanzo che ci chiede di comprendere la difficoltà di un uomo solo nell'integrarsi nella vita di una città spersonalizzante, dove gli incontri sentimentali sembrano sempre celare qualche minaccia o scomodano insistentemente dei traumi sopiti, generando imbarazzi continui e incomprensioni. In un'atmosfera che ricostruisce i quartieri di Istanbul, i cibi e le bevande della tradizione turca e le passeggiate sul Bosforo, Atılgan introduce in realtà temi universali e ritmi narrativi che il lettore occidentale può facilmente riconoscere, con tanto di inserti molto particolari di flussi di coscienza.
Dopo questa incursione nella letteratura turca, è nata in me la curiosità di provare a percorrere il sentiero della narrativa della penisola e, in particolare, di Orhan Pamuk e Oğuz Atay, sebbene non sappia da dove iniziare a conoscere il primo. Certamente l'incontro con Yusuf Atılgan ha smosso un interesse che in precedenza non faceva parte del mio universo letterario e questo è già un grande traguardo per un romanzo.
 
Yusuf Atılgan (1921-1989)
Siamo tutti codardi. Amiamo perché abbiamo paura, viviamo perché abbiamo paura, e per paura uccidiamo. La cosa peggiore è che anche un leggero imbarazzo ci incute timore.
C.M.

giovedì 4 maggio 2017

Le nostre anime di notte (Haruf)

La notte è il momento in cui essere soli è più difficile. Lo sa bene Addie, la protagonista dell'ultimo romanzo di Kent Haruf, che ci riporta nella cittadina di Holt, in Colorado, in cui è ambientata la Trilogia della pianura, composta da Benedizione, Canto della pianura e Crepuscolo. Le nostre anime di notte (NN editore) è un romanzo dominato da un senso di urgenza, come scrive in calce al volume il traduttore, Fabio Cremonesi: siamo di fronte ad una storia breve, fatta di scene-lampo e di dialoghi rapidi, una storia che Kent Haruf ha voluto affrettarsi a raccontare prima di morire e della quale dobbiamo essergli grati, perché, in qualche modo, Holt ha preso vita nello spirito dei suoi lettori e Addie e Louis sono due figure che hanno molto da comunicare.
 
La proposta che Addie pone a Louis, anch'egli vedovo, in là con gli anni e con una figlia che ha ormai lasciato Holt, è molto semplice, eppure socialmente molto coraggiosa: se la notte è così lunga da trascorrere in solitaria, senza il respiro di una persona cara accanto, perché non unire le proprie solitudini e attraversare insieme la notte? Louis, inizialmente, tentenna di fronte a tale richiesta, perché, in qualche modo, alla solitudine ha fatto l'abitudine; essere avvezzi ad una condizione, tuttavia, non rende insensibili al bisogno di superarla, per questo l'uomo decide di fare un tentativo e, poco alla volta, nelle conversazioni che scambia con Addie sdraiato accanto a lei con la mano vicina alla sua, Louis scopre una piacevole intimità, un senso di benessere e di affinità che gli mancava da tempo. I due anziani scambiano riflessioni ed esperienze, in particolare ripercorrendo le loro esistenze, i loro matrimoni, le difficoltà incontrate con i figli. I giudizi dei pettegoli non tardano ad insinuarsi nel loro rapporto e a trasformarsi, nelle parole di Gene e di Holly, figli, rispettivamente, di Addie e di Louis, in velenosi rimproveri. Ma né Addie né Louis hanno intenzione di prendere ordini dagli altri, ora che hanno raggiunto un'età in cui rivendicare la libertà è un dovere verso se stessi e che nessun altro individuo ha il diritto di contrastare. L'arrivo in città di Gene con il figlio Jamie porta una ventata di giovinezza in più nelle vite di Addie e Louis, impegnati più che mai a far sentire al bambino l'affetto che Gene, troppo preso dalle difficoltà del rapporto con la moglie e dalle difficoltà lavorative, non sa garantirgli, eppure sarà proprio questo inaspettato allargamento della famiglia ad obbligare entrambi ad una scelta.
Leggendo Le nostre anime di notte si ritrovano le atmosfere già vissute entrando ad Holt attraverso la Trilogia della pianura: ci si riscopre immersi fra le esistenze di tanti personaggi, anche se, questa volta, la focalizzazione è molto più selettiva, essendo incentrata sulle figure di Addie e di Louis, che sanno stringere immediatamente un legame con il lettore. Familiare è l'atmosfera di una cittadina che ritrova la propria identità nella chiesa, nei campi, nelle strade, nella conformazione degli isolati e che sembra essere fatta solo di esistenze, perché i pensieri e i sentimenti dei personaggi, che Haruf non tratta però con prolissa insistenza, prevalgono sulle descrizioni e sugli oggetti; indirettamente, tuttavia, l'immagine di quel microcosmo esistenziale che è Holt si delinea con chiarezza nella mente del lettore, accogliendolo in una casa molto speciale, che è, in fondo, un luogo dell'anima.
Ciò che colpisce maggiormente di questo racconto è la grande delicatezza di Haruf nel raccontarci una storia intensa, intrisa di desiderio di affetto ma anche della malinconia del rimpianto, senza però nulla di lacrimevole. Gli incontri di Addie e Louis appaiono come il naturale sfogo di due esistenze che, date per concluse da molte persone che circondano i due protagonisti, hanno ancora molte emozioni da vivere, molti interrogativi e molte risposte da cercare insieme per dare un senso al passato e rilanciare il presente. Le nostre anime di notte parla di scelte coraggiose attraverso storie di persone comuni e manifesta la straordinaria capacità di Haruf di dare dignità letteraria all'ordinario, scoprendone le sfumature che altri avrebbero considerato prosastiche, immeritevoli di attenzione e narrazione.
 
Robert Redford e Jane Fonda nel film tratto dal romanzo di Kent Haruf
Sono arrivato a credere a qualche tipo di vita dopo la morte. Un ritorno alla nostra vera essenza, un’essenza spirituale. Abitiamo in questo corpo fisico finché non torniamo allo spirito.
Io non so se credo a queste cose, disse Addie. Magari hai ragione tu. Lo spero.
Vedremo, giusto? Non ancora, però.
No, non ancora, rispose Addie. Amo questo mondo fisico. Amo questa vita insieme a te. E il vento e la campagna. Il cortile, la ghiaia sul vialetto. L’erba. Le notti fresche. Stare a letto al buio a parlare con te.
C.M.

martedì 2 maggio 2017

Il cavaliere inesistente (Calvino)

Chi è Agilulfo Emo Bertrandino dei Guildiverni e degli Atri di Corbentraz e Sura, cavaliere di Selimpia Citeriore e Fez? Difficile affermarlo, perché lui stesso è alla ricerca della propria identità e, a ben guardare, non esiste: egli ha la forma dell'armatura candida dal variopinto cimiero che indossa, ma, al si dotto della ferraglia, non c'è nulla.

Agilulfo è il protagonista de Il cavaliere inesistente (1959), il terzo volume della trilogia di Italo Calvino I nostri antenati, che segue Il Visconte dimezzato (1952) e Il barone rampante (1957) e, come i personaggi degli altri romanzi, affronta l'importante tema dell'identità e dell'affermazione di sé, ispirandosi più che mai al mondo dell'Orlando furioso tanto amato dall'autore.
Siamo alle porte di Parigi, nel pieno della guerra fra i paladini di Carlo Magno e l'esercito dei Mori. La storia non è però quella di Orlando e dei suoi nobili compagni, che, a ben guardare, appaiono come una torma di millantatori di avventure e guerrieri che pensano più al cibo che alla spada, bensì di quest'armatura vuota, che, tuttavia, appare proprio ricolma di quei valori che i guerrieri franchi sembrano aver perduto. Agilulfo è il cavaliere senza macchia e senza paura che affronta la mischia a testa alta e ne esce senza ammaccature, che tira di spada come se danzasse e che segue una rigida deontologia anche in materia amorosa, decantando e praticando le arti dell'amor cortese. Egli non ha bisogno di mangiare, non conosce i bisogni fisiologici degli esseri umani ed è pertanto dedito completamente alla causa dell'eroe, che lo porta sovente a scontrarsi con i più pragmatici paladini, di cui depreca l'abitudine di raccontare fantasiosi resoconti di battaglie mai vissute. Eppure un giorno il suo stesso titolo, tutto ciò che, assieme all'abbagliante armatura fa di lui Agilulfo Emo Bertrandino dei Guildiverni e degli Atri di Corbentraz e Sura, cavaliere di Selimpia Citeriore e Fez, gli viene negato: il giovane Torrismondo nega che Agilulfo abbia mai protetto l'onore e la purezza della nobile Sofronia, atto in seguito al quale gli è stato concesso il titolo di Cavaliere di Selimpia Citeriore, in quanto egli è certo di poter dimostrare di essere il figlio di quella donna e di essere nato ben prima del suo salvataggio ad opera della bianca armatura. Per Agilulfo la negazione di questa identità, che è al contempo una grave onta per Sofronia, apre una crisi profonda ed egli, con il benestare di Carlo Magno (che, in realtà, non vede l'ora di levarsi dai piedi una figura dall'eroismo ingombrante), parte alla ricerca di Sofronia, ormai diventata monaca, per poter dimostrare l'infondatezza di tali accuse e ripristinare così il proprio onore. Torrismondo, a sua volta, dovrà dimostrare che suo padre è uno dei cavalieri del sacro Gral, per poter mantenere il titolo che possiede solo in quanto presunto figlio dei sovrani di Scozia e non essere trascinato nell'accusa di essere un figlio illegittimo a seguito di quella mossa ad Agilulfo.

Albrecht Dürer, Il cavaliere, la morte e il diavolo (1513)
Si mette così in moto il meccanismo tipicamente ariostesco dell'inchiesta: Agilulfo cerca Sofronia, Torrismondo cerca i cavalieri del Gral, Bradamante, indomabile guerriera cristiana, insegue Agilulfo, l'idea di cui è perdutamente innamorata, mentre il giovane Rambaldo, appena entrato nell'esercito dei paladini al solo scopo di vendicare il padre ucciso dall'argalif Isoarre, segue la bella Bradamante, della quale si è invaghito subito dopo aver scoperto che il valoroso guerriero che lo ha salvato da un agguato nemico è una bellissima donna. Nel rispetto della tradizione cavalleresca, la ricerca è labirintica, tortuosa e porta i personaggi sempre più lontano dal loro obiettivo: per trovare Sofronia, Agilulfo dovrà arrivare fino al Marocco, superando naufragi e insidie di ogni tipo assieme al suo scudiero, l'ingenuo Gurdulù. Anche lo scioglimento è intriso del pessimismo che domina l'inchiesta ariostesca, perché sia Agilulfo che Torrismondo troveranno, alla fine del loro viaggio, una meta ben diversa da quella che entrambi hanno atteso e immaginato.
A narrare le vicende di questi eroi moderni calati nel mondo dei poemi epico-cavallereschi è suor Teodora, confinata nello scriptorium del convento dalla badessa per placare i suoi slanci passionali attraverso la scrittura. I momenti in cui suor Teodora rompe la finzifone letteraria per parlare di sé e del suo compito ci fanno riflettere sul valore della scrittura, chiave per accedere alla meditazione su di sé e sulla vita e, allo stesso tempo, per narrarsi e per narrare quella vita stessa. La scrittura è lo strumento che ridona vivacità e ritmo alle avventure di figure dimenticate, che si anima dell'entusiasmo delle loro imprese e delle loro passioni e che diventa travolgente proprio quando è consapevole di aver agganciato quell'autenticità.
Libro, è venuta sera, mi sono messa a scrivere più svelta, dal fiume non viene altro che il rombo lassù della cascata, alla finestra volano muti i pipistrelli, abbaia qualche cane, qualche voce risuona dai fienili. Forse non è stata scelta male questa mia penitenza, dalla madre badessa: ogni tanto mi accorgo che la penna ha preso a scrivere da sola, e io a correrle dietro. È verso la verità che corriamo, la penna e io, la verità che aspetto sempre che mi venga incontro, dal fondo d’una pagina bianca, e che potrò raggiungere soltanto quando a colpi di penna sarò riuscita a seppellire tutte le accidie, le insoddisfazioni, l’astio che sono qui chiusa a scontare.
Il cavaliere inesistente è un libro sottile e dai capitoli brevi, eppure affronta tematiche complesse e articolate. Italo Calvino, del resto, sa sempre come racchiudere in poche pagine considerazioni e storie ricchissime, riuscendo a dire tutto con le parole essenziali, con l'ironia, con la fantasia e con dei raffinati rimandi intertestuali. Attraverso questo libro, assieme ai suoi personaggi, il lettore impara ad essere, riflette sul senso dell'identità, sul rischio che si corre a volersi mantenere sempre fedeli a se stessi, a cadere nell'orgoglio o, al contrario, a tentare di cambiare la propria natura e a darsi una veste nuova.
«Il mio nome è al termine del mio viaggio» dice Agilulfo a chi gli chiede chi sia nel pieno della sua missione di recupero di identità. Siamo di fronte al trionfo della ricerca: ciascuno di noi procede verso qualcosa, convinto di poter arrivare al punto in cui potrà definirsi senza alcun dubbio, eppure si trova proprio nella ricerca. Per questo il tema dell'inchiesta è, fin dalle origini dell'arte della parola, un motivo topico, che affonda le radici nella vicenda di Edipo, procede con Odisseo ed Enea, si evolve con Dante, diventa labirinto con Ariosto e crisi con Pirandello. E per questo lo stesso Calvino ha fatto della ricerca il carburante del suo sperimentalismo, scegliendo forme sempre nuove per interpretarla e arrivando a renderla capolavoro con il romanzo della ricerca per eccellenza, Se una notte d'inverno un viaggiatore (1979).

Carlo Carrà, Il cavaliere rosso (1913)
La pagina ha il suo bene solo quando la volti e c’è la vita dietro che spinge e scompiglia tutti i fogli del libro. La penna corre spinta dallo stesso piacere che ti fa correre le strade. Il capitolo che attacchi e non sai ancora quale storia racconterà è come l’angolo che volterai uscendo dal convento e non sai se ti metterà faccia a faccia con un drago, uno stuolo barbaresco, un’isola incantata, un nuovo amore.
C.M.
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