lunedì 28 maggio 2018

Il pittore fulminato - C. Aira

Johann Moritz Rugendas, l'America meridionale e i suoi paesaggi mozzafiato: sono questi gli ingredienti del romanzo di César Aira, Il pittore fulminato (Fazi editore). Nel XIX secolo il pittore tedesco affrontò diversi viaggi in Brasile, Cile, Bolivia, Perù e Argentina, catturato soprattutto dalla vita nel continente oltreoceano, alla ricerca delle tradizioni locali, ma anche delle molteplici forme che sotto l'Equatore assume la natura.
Delle avventure di Rugendas, Aira seleziona solo una piccola parte, incentrata su un drammatico episodio: durante un temporale l'incauto pittore si è avventurato solo, a cavallo, per ispezionare il paesaggio desertico in cui lui, il compagno di viaggio e collega Robert Krause, si sono improvvisamente trovati. Il caldo è insopportabile, l'umidità soffocante, i cavalli sono ingovernabili e nemmeno le guide, mentre le nuvole nere si accumulano, sanno cosa fare. Rugendas decide di esplorare la zona, ma, nel pieno della galoppata, cavallo e cavaliere vengono colpiti da due fulmini. Sopravvivono, ma Rugendas, trascinato dal cavallo impazzito, non ha più un volto ed è destinato ad una vita in preda a incontrollabili scosse nervose e lancinanti emicranie che solo la morfina può sedare. Eppure non si arrende: il suo viaggio continua e l'entusiasmo della ricerca e della pittura si riaccendono quando, finalmente, si diffonde la notizia di un assalto di indios alle proprietà dei bianchi. È il malón, l'evento che Rugendas ha sempre desiderato raffigurare, anche in qualità di erede di una stirpe di pittori di guerra costretto dalla pacificazione del vecchio continente a volgere altrove i suoi interessi. Rugendas, mascherato con una mantiglia di pizzo, e Krause si lanciano all'inseguimento delle bande di indios e si accampano nelle fattorie prese d'assalto per rappresentare un evento catastrofico che, però, sembra essere ormai acclimatato nella routine delle popolazioni latine, che sanno di non poterlo prevedere come qualsiasi altro fenomeno naturale e che sono ben organizzate nella difesa, anche se questa non impedisce i furti e le uccisioni.
Il pittore fulminato è un brevissimo romanzo in cui la verità storica si amalgama all'invenzione. César Aira ha il merito di aver dato visibilità ad una figura molto particolare nel panorama artistico dell'Ottocento, che, per noi Europei, è il secolo del Romanticismo e di un genere di pittura che non contempla quello nel quale si è distinto Rugendas. La narrazione di questa sua vocazione alla descrizione della vita nei villaggi sudamericani è agile, semplice, arricchita di suggestive descrizioni e come volta alla costruzione di un ideale eroico molto particolare, quello di un artista che sfida i propri limiti, anche con una buona dose di incoscienza, per inseguire i suoi soggetti, per esplorare e raccontare attraverso la propria tecnica ciò che ha visto, anche quando il dolore, gli oppiacei e un sistema nervoso impazzito finiscono per trasfigurare ciò che ha davanti.
 
Johann Moritz Rugendas, Foresta vicino a Manqueritipa
Il clima aveva raggiunto il massimo della perfezione al termine dell’estate. I paesaggi acquisivano una plasticità infinita; secondo le ore, si avvolgevano nella luminosità della Cordigliera e diventavano trasparenti, in cascate interminabili di dettagli. La luce pomeridiana, filtrata dall’imponente muraglia rocciosa delle Ande, era un puro fantasma di luce, un’ottica intellettuale, abitata da tonalità rosa intempestive della sera incombente. I crepuscoli si prolungavano per dieci, dodici ore. E la notte, raffiche di vento riorganizzavano stelle e montagne lungo l’itinerario delle passeggiate dei due amici.
C.M.

venerdì 11 maggio 2018

Alla sacra montagna di Nikkō - P. Loti

Oggi vi devo confessare di avere una smisurata fascinazione nei confronti del Giappone, dei suoi paesaggi e della sua cultura... una passione che condivido con moltissime persone: magari anche voi avete deciso di leggere questo articolo per lo stesso motivo. L'arcipelago nipponico, che ha conquistato molti di noi fin dall'avvento dei manga e degli anime, per poi imporsi attraverso il cinema, la fotografia e la letteratura, è un'attrattiva sempre più forte, come dimostra il suo successo fra i turisti.

Da qualche anno, dunque, sono preda di un incantesimo che non avrebbe potuto far passare inosservata la nuova pubblicazione della collana Bambù di Lindau, Alla sacra montagna di Nikkō, un estratto del carnet de vojage di Pierre Loti (al secolo Julien Viaud, 1850-1923) dedicato alla descrizione del suo viaggio nella necropoli degli shōgun Tokugawa, un meraviglioso complesso architettonico immerso nelle foreste di cedri che l'Unesco ha dichiarato Patrimonio dell'Umanità nel 1999.
È sotto il manto di una fitta foresta, lungo le pendici della Sacra Montagna di Nikkō, tra cascate che producono il loro eterno rumore all’ombra dei cedri, che una serie di templi incantati, di bronzo e legno laccato e dai tetti d’oro, sembra apparsa come per magia tra le felci e il muschio, nella verde umidità, sotto la volta di fronde ombrose, nel cuore della natura selvaggia.
Nikkō appare così, come un fiabesco reame in cui le forme dei santuari, i torō e le sculture si fondono con la natura circostante e appaiono come fantasmi dalle nebbie mattutine. Pierre Loti racconta prima, brevemente, il suo viaggio in treno da Yokohama a Utsonomiya, poi lo spostamento, possibile solo su un carretto trainato da agili potatori, attraverso i sentieri di pietra che si snodano fra i boschi e portano nel cuore del complesso sacro di epoca Edo, che comprende anche il mausoleo Ieyasu Tokugawa, fondatore dello shogunato, morto nel 1617. Il cuore del libro è certamente costituito dalla descrizione del grandioso jinja, ma ciò che più colpisce sono le sensazioni suscitate dal viaggio stesso. Infatti, mentre si inoltra nelle foreste che separano la città dall'altipiano di Nikkō, l'autore si sofferma sulle impressioni che scaturiscono dall'incontro dei villaggi e dei loro abitanti, dalla scomparsa delle strade in sentieri fangosi e pieni di buche, dagli stupefacenti giochi della luce del sole che tramonta e conferisce ai luoghi visitati un'aura magica.  
«Di villaggio in villaggio, sembra che il carattere dell'antico Giappone si accentui sempre di più» scrive Pierre Loti mentre sobbalza sul carro. E il suo entusiasmo, la sua curiosità, il suo impeto sono tanto forti che non concede ai portatori nemmeno una notte di riposo. Abituato alle maniere dei Giapponesi di città, Loti appare immediatamente stupito dal fare cerimonioso degli abitanti del villaggio di Nikkō, dai loro inchini, dalla solerzia delle cameriere e dagli sguardi delle musmè, dal candore di stuoie e camere, dal profluvio di tazzine e piattini in cui è servita la cena. Egli, insomma, vive l'incanto della scoperta delle tradizioni autentiche della terra nipponica, esattamente come accade ogni giorno ai viaggiatori che si lasciano catturare dal fascino del Sol Levante.

Cascate Kegon nel Parco Nazionale di Nikkō

Dopo aver esibito lo speciale permesso ottenuto in ambasciata dal Mikado, Pierre Loti narra l'attraversamento di un ponte attiguo al ponte sacro in lacca rossa, con la musica eterna delle cascate in sottofondo: leggendo le sue memorie, sembra di entrare nelle immagini di Hiroshige.
La natura ingloba il complesso architettonico, ogni edificio è descritto con dovizia di particolari, con attenzione alle facciate, ai colonnati, ai rilievi con motivi zoomorfi o vegetali, agli elementi laccati in oro, alle sembianze delle divinità, all'intreccio dei rami degli alberi del giardino più singolare del mondo. E non mancano le descrizioni dei rituali dei bonzi e delle sacerdotesse, intenti a salmodiare in modo malinconico, sospirando ad ogni inchino scandito dal tamburo. 
Immerso in questo complesso templare, l'autore si sente nel cuore stesso del Giappone, «nel suo cuore vivo, nel pieno del suo agire artistico, rituale e religioso». Uno spettacolo di fronte al quale si potrebbe rimanere per giorni e giorni, che fa nascere nel lettore il desiderio di mettersi in viaggio a sua volta per provare quelle stesse emozioni, per saziarsi di tanta bellezza.
Alla sacra montagna di Nikkō è un piccolo gioiello narrativ oltre che uno scrigno di descrizioni mozzafiato, che rendono in maniera incisiva e struggente le impressioni dello scrittore e di ogni persona che, spinta dal desiderio di scoprire nuove culture ed esplorare luoghi sconosciuti e avvolti nel mistero della leggenda, si lascia guidare dal proprio entusiasmo e assapora ogni istante del suo percorso. Il diario di Loti ha reso ancor più forte la curiosità di visitare il Giappone, di viverne le tradizioni, di lasciarsi conquistare da una cultura completamente diversa, che, inevitabilmente, si finisce per paragonare alla propria, come fa l'autore, per individuare quei punti di riferimento che permettono di cucire il noto e il non noto e di essere a proprio agio anche nel respirare una cultura diversissima.
Anche se non visiterò Nikkō, è proprio questo che mi aspetto dal Giappone, ciò che spero di trovarvi l'estate prossima, quando volerò proprio in quella terra per il mio viaggio di nozze. Ecco svelato il segreto che mi rende ancor più caro l'arcipelago nipponico, del quale spero di scrivervi, in futuro, oltre che da lettrice di altrui memorie, da diretta testimone della sua grandezza.

La convivenza di muschi, felci, capelveneri e licheni, un po’alla rinfusa, ma con grazia, insieme alla lacca e all’oro, a delicati ricami di rame e bronzo appena intaccati dal tempo, è qualcosa che non si vede da nessun’altra parte. La comunione completa con la natura incontaminata è ciò che conferisce a questi edifici il loro aspetto magico, incantato.
C.M.