venerdì 30 agosto 2013

Owl Prize #4

Agosto vanterà ben due assegnazioni di Owl Prize: nonostante i congedi vacanzieri di molti blogger, infatti, non sono mancati molti articoli interessanti che voglio condividere con voi e, oltre ad aver apprezzato interventi di autori che già seguivo, ho scoperto nuove pagine meritevoli di attenzione!
Inoltre anche ad Athenae Noctua è arrivato un nuovo riconoscimento, quello di blog 100% affidabile, per il quale ringrazio Fragolina del blog Ricette Fuori Fuoco!
Gli articoli che ho selezionato per voi sono di argomento variegato:
  • L'insegnamento della Bauhaus è un articolo del blog Ripullulailfrangente in cui vengono spiegati in maniera sintetica ma esaustiva i principi del movimento artistico e artigianale che sta alla base del deisgn moderno e che si sviluppò in Germania fra il 1919 e il 1933, in coincidenza con la Repubblica di Weimar.
  • Con le Divagazioni d'autore, Maria di Start from Scratch ci suggerisce l'idea, derivante dal pensiero di Proust, che l'autore di un libro non sia un dispensatore di verità, quanto, piuttosto «una sorta di divinità onnisciente intenta a socchiudere le porte della conoscenza, lasciando a noi il compito di sbirciarne l'interno per capire il significato primo delle cose».
  • Su Scarabocchiarte trovate la descrizione e la storia della Tazza Farnese, un eccezionale reperto ascrivibile alla glittica ellenistica (la lavorazione delle gemme e dei minerali preziosi) conservato al Museo Archeologico di Napoli.
  • L'articolo I caffé, social network al tempo di Newton di Tom Standage presenta un originale parallelo fra il ruolo dei locali ottocenteschi sedi per definizione dei circoli culturali e delle conversazioni cittadine e la funzione dei moderni mezzi di comunicazione web; potete leggerlo su Ventolargo.
  • Minerva Jones prende spunto dalla mostra Geishe e samurai allestita a Genova (chiusa qualche giorno fa) per parlare ai suoi lettori degli acessori e degli abiti delle donne giapponesi nel post Sensuali ispirazioni dal Giappone ottocentesco.
  • Alle feste carnevalesche e al tema del Mondo alla rovescia con gli eccessi sociali che ne conseguono è invece dedicato un estratto degli studi di Bachtin riportato nel blog Studia Humanitatis.
  • L'articolo La tv parla di libri? pubblicato su L'amaca di Euterpe solleva un problema che sento molto, quello dello snobismo verso la letteratura di consumo, che non trova mai spazio nelle trasmissioni delle reti generaliste in cui si parla di libri.
  • Il problema dell'ambiguità del rapporto fra parola e oggetto, significante e significato è affrontato da Giuseppe del blog La cerchia di Minosse in un articolo dedicato all'artista-filosofo Magritte, intitolato Ceci n'est pas une pipe.
Se non mi fossi imposta il limite di otto articoli per volta, avrei altre pagine da consigliarvi: le conservo per il prossimo Owl Prize, che credo non sarà troppo lontano! Potete ovviamente suggerire anche voi gli articoli che ritenete meritevoli di condivisione, usando i commenti oppure linkandoli sulla pagina FB di Athenae Noctua.
Buona lettura!

C.M.

giovedì 29 agosto 2013

Paesaggi antichi

Pensate a qualche dipinto di paesaggio. Fatto? Ora ditemi: quanti degli esempi che vi sono venuti in mente appartengono all'antichità? Penso nessuno, ma è normale che sia così, perché conosciamo davvero molto poco l'elemento paesaggio nell'arte precedente il Seicento. È questo, infatti, il periodo in cui gli artisti (soprattutto del centro e nord Europa) riconoscono al paesaggio lo status di protagonista, di elemento che ha pieno diritto di dominare all'interno di una tela, sebbene la pittura di paesaggio non godesse di grande apprezzamento prima dell'Ottocento. Ma Greci e Romani non furono, a differenza di quanto si può pensare in conseguenza di queste considerazioni, del tutto disinteressati nei confronti della pittura di paesaggio, anzi.

Affresco proveniente dalla casa di Livia a Prima Porta

La rappresentazione del paesaggio non è un dato estraneo all'arte antica, ma ne abbiamo un campione ridotto a causa della deperibilità delle opere classiche: realizzate su pìnakes (tavole) di legno dai Greci, le pitture erano soggette ad un rapidissimo deterioramento. Alcuni soggetti di particolare fortuna, però, hanno goduto di trasposizioni più durevoli grazie alla loro riproduzione attraverso mosaici e affreschi. La pratica della copia (e questo vale anche per le sculture) era particolarmente in voga fra i Romani, fortemente inclini all'ellenizzazione culturale, e proprio per merito di questa tendenza oggi conosciamo i temi e le forme di dipinti greci perduti. Come per i moderni, il paesaggio poteva essere un accessorio, un particolare di sfondo oppure un elemento totalizzante, che troneggiava nella raffigurazione.

Mosaico di Alessandro (part.)

Un esempio di questa particolare modalità di conservazione delle opere greche è costituito dal Mosaico di Alessandro della Casa del Fauno di Pompei (I sec. a.C.), oggi esposto al Museo archeologico nazionale di Napol; il soggetto, lo schema, le figure e i colori sono probabilmente ispirati al dipinto di Filosseno di Eretria (IV-III sec. a.C.), raffigurante forse la battaglia di Isso (333). Sebbene si tratti di un mosaico/dipinto di soggetto bellico, in cui regnano protagoniste le cariche dei Persiani e di Alessandro Magno (nella parte purtroppo perduta), si può intravedere, alle spalle del condottiero macedone, un albero spoglio, segno probabile di un interesse anche solo marginale all'inserimento del paesaggio.
Le domus pompeiane sono una straordinaria risorsa per valutare lo stato delle conoscenze artistiche e la diffusione dei diversi soggetti e di dare alle diverse testimonianze delle datazioni abbastanza precise, avendo come riferimenti sia gli interventi architettonici e urbanistici, sia il termine limite del 79 d.C., anno in cui la città fu sepolta dall'eruzione del Vesuvio. A Pompei, infatti, sono stati trovati numerosi esemplari di affreschi che rendono conto del gusto artistico delle classi medio-alte ellenizzate del mondo romano.
Fra i dipinti di paesaggio, spiccano gli affreschi dedicati alle avventure di Ulisse, databili nell'ultimo secolo di vita della città. In questi esemplari i protagonisti del mito sono spesso raffigurati a dimensione molto piccola e calati in un paesaggio dominato dal mare, da rupi e scogliere, grotte e macchie boschive.

Ulisse e le sirene, conservato al British Museum

Un altro bellissimo esemplare di arte paesaggistica, anteriore ai due citati, è il mosaico di Palestrina (II sec. a.C.), in cui è raffigurato con dovizia di particolari un ambiente nilotico, con la diversificazione dei diversi ambienti: le montagne dell'Etiopia fra cui si muovono i cacciatori (nella parte alta), i templi e gli edifici cittadini (nel mezzo), le imbarcazioni e i giardini dei nobili (in basso). Il tema del mosaico è anch'esso ellenistico ed ellenistica è stata probabilmente la maestranza che lo ha realizzato: l'amore per il particolare, il preziosismo, la varietà di figure, ambienti e colori è una caratteristica dell'arte del III-II sec. a.C.

Mosaico nilotico del museo archeologico di Palestrina

Gli esemplari di pittura paesaggistica che più mi affascinano, però, sono quelli della villa di Livia, moglie di Augusto, a Prima Porta (nei pressi di Roma), oggi conservati nella sede di Palazzo Massimo del Museo nazionale romano e datati al I sec. Gli affreschi, montati nel museo secondo la disposizione originaria, occupano le quattro pareti di una sala che sembra affacciarsi su un variopinto giardino pieno di fiori, foglie, bacche e uccelli. L'allegria e i profumi della natura invadono lo spettatore, annullando la distanza di duemila anni che si frappone fra il pennello e lo sguardo.



I paesaggi antichi mancano, ovviamente, della prospettiva, ma ne presentano le basi, perché l'articolazione dello spazio, la sovrapposizione di piani, la collocazione di alcuni elementi dietro ad altri, come accade per l'albero nel Mosaico di Alessandro, per le rupi sullo sfondo delle avventure di Ulisse o per il muricciolo che separa l'aiuola del giardino dell'imperatrice romana dalla vegetazione lussureggiante, sono tutti segni della ricerca di profondità e tridimensionalità. Questi paesaggi lontani, insomma, sono la premessa dimenticata delle invenzioni dell'estro e del genio moderni, delle grandi vedute del Settecento, ma anche, considerando la tecnica di pittura compendiaria (cioè a macchie ravvicinate di colori diversi), di alcune delle più belle rappresentazioni impressionistiche.

C.M.

NOTE: Per approfondire un altro aspetto della pittura antica, vi invito a leggere anche il post La cena in bella mostra, dedicato alle nature morte e al loro perché.

martedì 27 agosto 2013

L'ultima ora di Venezia (Arnaldo Fusinato)

Marzo 1848, l'anno dei moti, della Prima Guerra di indipendenza italiana: Venezia vuole liberarsi del gioco austriaco imposto con il Trattato di Campoformio (17 ottobre 1797) da quello stesso Napoleone che aveva dato al popolo della Serenissima la speranza di costituire uno stato repubblicano basato sugli ideali della Rivoluzione francese.

Litografia raffigurante la proclamazione della Repubblica di San Marco

Il 17 marzo i Veneziani costituiscono un governo repubblicano autonomo guidato da Daniele Manin e Niccolò Tommaseo, decretando l'annessione al Regno di Sardegna. Dopo la sconfitta di Custoza (27 luglio), però, il sovrano sabaudo toglie il suo appoggio a Venezia e, sebbene la Repubblica di San Marco opponga una lunga e tenace resistenza, anche grazie al supporto dei volontari napoletani guidati da Guglielmo Pepe, il 22 agosto 1849, logorata dal blocco navale, dal colera diffuso in seguito alla scarsità di cibo e alle pessime condizioni igieniche dovute all'isolamento e dai bombardamenti austriaci, la Serenissima subisce un crollo definitivo.
Se Ippolito Nievo, nato veneziano, ci racconta questa drammatica fase della lotta per l'indipendenza nelle pagine de Le confessioni d'un Italiano, il poeta suo amico Arnaldo Fusinato dedica alla caduta di Venezia una ordinata ma struggente poesia, L'ultima ora di Venezia (nota anche come Bandiera bianca dall'immagine reiterata nel corso del componimento):

È fosco l'aere,
il cielo è muto;
ed io sul tacito
veron seduto,
in solitaria
malinconia
ti guardo e lagrimo,
Venezia mia!

Fra i rotti nugoli
dell'occidente
il raggio perdesi
del sol morente,
e mesto sibila
per l'aria bruna
l'ultimo gemito
della laguna.

Passa una gondola
della città:
- Ehi, della gondola,
qual novità? -
- Il morbo infuria
il pan ci manca,
sul ponte sventola
bandiera bianca! -

No, no, non splendere
su tanti guai,
sole d'Italia,
non splender mai!
E su la veneta
spenta fortuna
si eterni il gemito
della laguna.

Venezia! L'ultima
ora è venuta;
illustre martire,
tu sei perduta...
Il morbo infuria,
il pan ti manca,
sul ponte sventola
bandiera bianca!

Ma non le ignivome
palle roventi,
né i mille fulmini
su te stridenti,
troncaro ai liberi
tuoi dì lo stame...
Viva Venezia!
muore di fame!

Su le tue pagine
scolpisci, o storia,
l'altrui nequizie
e la sua gloria,
e grida ai posteri:
- Tre volte infame
chi vuol Venezia
morta di fame! -

Viva Venezia!
L'ira nemica
la sua risuscita
virtude antica;
ma il morbo infuria,
ma il pan ci manca...
sul ponte sventola
bandiera bianca!

Ed ora infrangasi
qui su la pietra,
finché è libera
questa mia cetra.
A te, Venezia,
l'ultimo canto,
l'ultimo bacio,
l'ultimo pianto!

Ramingo ed esule
in suol straniero,
vivrai, Venezia,
nel mio pensiero;
vivrai nel tempio
qui del mio core
come l'immagine
del primo amore.

Ma il vento sibila
ma l'ombra è scura,
ma tutta in tenebre
è la natura:
le corde stridono,
la voce manca...
sul ponte sventola
bandiera bianca!

A. Appiani, Venezia spera di unirsi all'Italia (1866)

C.M.

lunedì 26 agosto 2013

Sherlock Holmes. Uno studio in rosso (Conan Doyle)

Uno studio in rosso, pubblicato nel 1887, è il primo capitolo delle avventure di Sherlock Holmes, arcinota serie di romanzi frutto della fantasia di Sir Arthur Conan Doyle. Ammetto che, se non fosse stato per l'edizione Live della Newton Compton, che ha riproposto proprio l'esordio della serie, non avrei pensato di iniziare a seguire l'originalissimo protagonista e le sue indagini, poiché non ho mai apprezzato molto la letteratura poliziesca. Un'ottima occasione per cambiare i miei piani di lettura, insomma.

Tra le pagine di questo libricino breve, agile eppure molto particolareggiato, facciamo la conoscenza prima del Dr. Watson, poi dell'eccentrico investigatore che, però, non si presenta come tale. John Watson ha appena fatto ritorno dall'Afghanistan dopo un ferimento, e la ricerca di una sistemazione a Londra lo porta ad incontrare Sherlock Holmes, di cui inquadra immediatamente le abitudini sregolate (evidenzia la sua mancanza di cultura letteraria e scientifica, sospetta che assuma sostanze stupefacenti, non si capacita dell'alternanza di momenti di grande eccitazione con altri di immobilità e silenzio assoluti), ma senza riuscire a capire che professione egli svolga. Una cosa, però, si manifesta con fulminea chiarezza: Sherlock Holmes ha straordinarie capacità deduttive, sa interpretare i minimi particolare e ricostruire il passato di chiunque gli capiti di fronte, a partire dallo stesso Watson.
Dopo il trasloco nel leggendario appartamento al n° 221B di Baker Street, l'avventura non tarda ad arrivare: una lettera di Tobias Gregsont, ispettore di Scotland Yard, informa Sherlock Holmes che in un'abitazione abbandonata è stato appena ritrovato il cadavere di un uomo: si rende necessario il suo intervento. Holmes, che sa di godere già della stima del suo coinquilino e che desidera evidentemente far mostra del proprio acume investigativo, invita Watson ad andare con lui ad ispezionare la scena del crimine, dando inizio alla fortunata collaborazione che ha goduto di tante trasposizioni cinematografiche (Sherlock Holmes è il romanzo che in assoluto ha dato origine al maggior numero di pellicole), da ultima quella ironica, sgangherata e certamente esagerata che ha per protagonisti Robert Downey Jr. e Jude Law.


Avendo conosciuto Sherlock Holmes e il Dr. Watson attraverso i due film diretti da Guy Ritchie, sono rimasta piacevolmente sorpresa di come, tolte le dovute scintille d'azione hollywoodiane, gli aspetti caratteriali dei due protagonisti siano stati resi con fedeltà. Allo stesso modo, ho riscontrato una traduzione perfetta, attraverso i flash di immagini del film, del susseguirsi delle intuizioni di Holmes. Meno preparata ero invece alla particolarissima scansione narrativa del romanzo, diviso in due parti che ricalcano il procedere della logica di Holmes nella ricostruzione del caso, il metodo analitico e deduttivo che l'investigatore teorizza nelle ultime pagine del romanzo.
Devo impormi un arresto (termine particolarmente azzeccato, visto il genere del testo): elencare i punti di forza del romanzo e metterne in luce gli aspetti più affascinanti mi costringerebbe a riportare passaggi cruciali del libro, a rivelare elementi che solo una lettura nell'insieme può adeguatamente motivare e fare emergere nella loro completezza e con la loro forza narrativa.
D'altronde questa calorosa stretta di mano con il signor Holmes è veloce e piena di brio.

L'autore, Sir Arthur Conan Doyle (1859-1830)
«Be', svolgo una mia attività. Credo di essere l'unico al mondo. Sono un consulente investigativo, se può capire di che si tratta. Qui a Londra abbiamo una quantità di investigatori governativi e una quantità di investigatori privati. Quando questa gente è in difficoltà si rivolge a me, e io li metto sulla pista giusta. Mi fanno vedere tutte le prove di cui dispongono e in genere, grazie alla mia conoscenza della storia del crimine, riesco a trovarne il bandolo.»
C.M.

venerdì 23 agosto 2013

In origine era il capro

Scrive Aristotele che la tragedia greca nacque «da coloro che intonavano il ditirambo» (Poetica 49a, 10.), ovvero dai canti in onore di Dioniso eseguiti da due semicori che, in un meccanismo di botta e risposta, narravano le vicende del dio; gradualmente, il dialogo fra i due semicori si sarebbe trasformato in un dialogo fra un singolo e il coro (o un rappresentante del coro), dando origine alla forma originaria della tragedia che, appunto, vedeva un singolo attore interfacciarsi con un gruppo che cantava e danzava.
La forma che assunsero ad Atene le rappresentazioni tragiche reca evidenti tracce del legame fra il dramma e la divinità di Dioniso, sia nell'etimologia del genere (τράγος e ᾄδω, le due parole che compongono il termine, significano 'capro' e 'cantare', per cui 'tragedia' significherebbe 'canto del capro', in riferimento al corteo di Dioniso, composto proprio da satiri e capri), sia nell'inserimento delle recitazioni all'interno delle feste religiose in onore del dio del vino; lo stesso teatro ateniese, che sorgeva alle pendici dell'acropoli, era dedicato a Dioniso.

Ricostruzione del teatro di Dioniso ad Atene

Le Grandi Dionisie, feste religiose che si tenevano ad aprile e che si inserivano nel panorama generale delle feste primaverili comuni in tutto il mondo indoeuropeo, vennero fondate dal tiranno Pisistrato fra il 535 e il 532 ed ebbero fin da subito anche una connotazione civico-religiosa molto importante. Entro le celebrazioni, infatti, erano inserite tre giornate di agoni drammatici (ognuna dedicata ad un tragediografo), al termine delle quali si stabiliva per votazione l'autore vincitore. Ogni attore, che spesso era anche l'attore che dialogava con il coro, nonché il compositore delle musiche, portava in scena tre tragedie (inizialmente legate, poi sciolte una dall'altra) seguite da un dramma satiresco, ovvero un componimento che riprendeva i personaggi del mito oggetto dei testi precedenti, calandoli in un contesto basso, prosastico e umoristico e circondandoli di un coro di satiri; questo genere di composizione aveva lo scopo di rasserenare gli animi dopo le dure e cruente vicende delle tragedie.
Le modalità della gara e la strutturazione dei drammi subirono diverse modifiche nel corso del tempo: Aristotele attribuisce ad Eschilo l'introduzione di un secondo attore e la conseguente riduzione del ruolo del coro in favore del deuteragonista e a Sofocle la scelta di portare sulla scena un terzo attore e di curare le scenografie (Poetica, 49a, 15). Queste innovazioni andavano in direzione di una sempre maggiore specializzazione del ruolo degli attori (hypokrités), all'aumento delle parti liriche e individuali, alla focalizzazione sul dramma dei personaggi e alla riduzione degli interventi corali, che, sul finire dell'epoca classica, si ridurranno a semplici intermezzi senza alcun legame con la trama.
Gli agoni drammatici durarono quasi due secoli e si stima che in un tale periodo di tempo possano essere andati in scena (durante gli spettacoli ateniesi e le manifestazioni minori, anche delle aree coloniali) millesettecento fra tragedie e drammi satireschi, eppure ad oggi possediamo solamente trentuno tragedie e un dramma satiresco, uniti ad una grande quantità di frammenti, talvolta davvero esigui; i drammi sopravvissuti sono degli autori considerati canonici, Eschilo, Sofocle e Euripide. La più antica tragedia che leggiamo, che è anche l'unica che non inscena un episodio mitico, bensì una vicenda storica, è I Persiani di Eschilo (472 a.C.).
Esisteva una differenza fondamentale nelle rappresentazioni antiche rispetto a quelle odierne: ogni dramma veniva portato in scena una volta soltanto, poiché non esisteva la concezione del repertorio; l'uso di riproporre drammi significativi degli autori del passato si impose solo dal 386 a.C. Dal 487, inoltre, vennero ammessi all'agone drammatico anche cinque commediografi, che presentavano ciascuno una commedia in una quarta giornata di competizioni.

Eschilo, Sofocle ed Euripide

Un alto aspetto significativo della tragedia antica era l'importanza che ad essa veniva attribuita in termini di formazione religiosa e civica. Tutti i cittadini ateniesi dovevano assistere agli agoni, al punto che venivano loro retribuite la giornate di lavoro perse e, dalla fine del V secolo, quando il pubblico sembrava ormai disaffezionato al teatro, venne introdotto il theorikòn, un sussidio di due oboli per incentivare la partecipazione. La tragedia, infatti, era un'importante manifestazione civica, corredata da una serie di eventi che servivano a dimostrare il predominio politico e culturale di atene (venivano invitati a teatro anche ambasciatori e funzionari di città alleate) e aveva una funzione educativa (Aristotele scrive 'catartica') perché metteva in scena gli effetti disastrosi dell'esplosione della superbia di un singolo o di un'intera comunità, i danni derivanti dal tradimento delle leggi familiari, dalla diserzione, dal mancato rispetto delle autorità, dagli eccessi di furore e dall'affronto agli déi.
Il teatro tragico divenne dunque per gli ateniesi un vessillo culturale, un segno di una preminenza e di uno sviluppo che Atene si proponeva di estendere a tutto il mondo ellenico. Gli agoni drammatici riunivano aspetti religiosi, civili, etici e politici, dimostrandosi importanti occasioni di coesione sociale e di diffusione di un messaggio di egemonia.


C.M.

mercoledì 21 agosto 2013

Le confessioni d'un Italiano (Nievo)

Pensare di descrivere adeguatamente in un articolo di lunghezza adatta ad un blog questo romanzo è a dir poco riduttivo, ma farò il possibile per rendergli giustizia. Le confessioni d'un Italiano merita una presentazione, perché il testo di Nievo non è un romanzo risorgimentale, bensì IL romanzo risorgimentale nazionale. Si conclude, è ben vero, all'altezza della prima Guerra di Indipendenza (1848), ma il protagonista e voce narrante, Carlo Altoviti, ci guida nel percorso di maturazione della coscienza nazionale dai prodromi della Rivoluzione francese fino al fallimento del primo conflitto di indipendenza con l'Austria (1849) senza farci sentire la mancanza delle vicende seguenti, perché nelle sue parole, nei suoi pensieri, nei suoi atti patriottici tutto si tiene, passato, presente e futuro, e ogni avvenimento evoca e alimenta la storia successiva che ben conosciamo.

Scritto fra il 1857 e il 1858 e articolato in ventritré densissimi capitoli, il romanzo ci conduce per l'Italia e per l'Europa (ma anche, nelle ultime pagine, oltreoceano), illustrandoci le prime, fondamentali tappe del percorso verso l'unità della nostra nazione. Seguendo la crescita e l'invecchiare di Carlo Altoviti, appartenente ad una nobile famiglia di Fratta avviata ormai alla decadenza, assistiamo alla discesa in Italia di Napoleone e alla fondazione delle Repubbliche giacobine, alla caduta della Serenissima, alla cessione del Triveneto agli Austriaci col Trattato di Campoformio (17 ottobre 1797), alla breve esperienza della Repubblica romana, alla lotta per l'indipendenza Greca dai primi sussulti di libertà al Trattato di Adrianopoli (1829) e a tante altre vicende che compongono l'affresco del Risorgimento italiano ed europeo.
Trattandosi di un romanzo storico, di fronte ai nostri occhi di lettori sfilano in perfetta armonia i protagonisti di fantasia, Carlino, i parenti di Fratta, il medico Lucilio, il vicinato e nemici e amici di ogni tempo, e i grandi personaggi del panorama storico e letterario: Napoleone, i papi, Ludovico e Daniele Manin, Ugo Foscolo, Giuseppe Parini, lord Byron. Tutti costoro vivono, alimentano o subiscono i più importanti avvenimenti del proprio tempo, di cui Ippolito Nievo, vissuto fra il 1831 e il 1861, poteva ricordare solamente gli ultimi momenti. L'autore avrebbe forse avuto l'occasione di narrarci anche il proseguimento delle lotte risorgimentali e presentarci numerosi altri personaggi, se non fosse morto a soli trent'anni nel naufragio della nave a vapore Ercole, che lo portava a Napoli dalla Sicilia, dove aveva preso parte all'impresa garibaldina.

Alle vicende storiche si intrecciano dunque le vite private e pubbliche dei protagonisti, gli intrighi fra i nobili di Fratta, le concorrenze economiche e sociali, stupefacenti agnizioni tra fratelli, vicende di profonda religiosità, macchinazioni di tutori, seduzioni di nobildonne, momenti di grande miseria e fame e altri di prosperità, famiglie che si accrescono, pietose morti e azioni eroiche compiute da Venezia a Genova, da Bologna a Napoli. Su tutte queste piccole e grandi storie, però, si eleva quella del controverso ma totalizzante amore di Carlo per la Pisana, un affetto nato durante i giochi dell'infanzia e maturato nelle più pericolose avversità delle lotte per l'indipendenza. Divisi da due caratteri completamente differenti, dai continui capricci della Pisana e da ostacoli sociali incalzanti, i due amanti sono però uniti da un profondo amor di patria, che finisce per farli ritrovare anche nelle fortezze sperdute del meridione.
Le confessioni d'un Italiano costituisce l'epopea dell'Unità italiana, rende conto di ogni sussulto nazionalistico, ma, accanto ai grandi ideali, non disdegna di descriverci anche i grandi sacrifici che essi comportano e i controsensi che ne emergono. Sebbene non sia una lettura agevole e, anzi, per i primi capitoli risulti molto ostico, il romanzo di Nievo offre, al contempo, una storia intensa e commovente di persone comuni e un dettagliato resoconto delle vicende storiche che risulta mille volte più efficace e incisivo di qualsiasi manuale.
Nelle oltre novecento pagine che costituiscono questo capolavoro della nostra storia letteraria vediamo nascere l'Italia, ne riconosciamo le enormi risorse e i grandi problemi, trovandoci, talvolta, ad ammettere che poco è cambiato, molto spesso a riconoscere che molto di quello che siamo lo dobbiamo a tanti personaggi come Carlino Altoviti, addetto al girarrosto nelle cucine di Fratta, cancelliere, avogadore, organista, mercante, ma, prima di tutto, Italiano.
«Un popolo che ha grandi monumenti onde inspirarsi non morrà mai del tutto, e moribondo risorgerà a vita più colma e rigorosa che mai.»
C.M.

lunedì 19 agosto 2013

Il papa umanista

Pio II, al secolo Enea Silvio Piccolomini, eletto papa il 19 agosto del 1458, fu una figura straordinaria di uomo moderno, la perfetta sintesi dell'ideale umanistico del cittadino politicamente attivo e studioso della classicità. Si intende, l'ambito civile in cui si muoveva il Piccolomini era in realtà un contesto governativo ecclesiastico, ma, prima di essere papa, egli fu una personalità importante nell'assolvimento di diversi incarichi politici e diplomatici.

Pio II ebbe un ruolo fondamentale nella riconciliazione della Chiesa, lacerata dalla questione del rapporto fra il papato e il Concilio e della superiorità di uno sull'altro: si avvicinò al problema da semplice segretario di un aspirante cardinale e giunse ad una parziale pacificazione una volta eletto pontefice, sfruttando soprattutto i legami con il mondo tedesco contratti durante il soggiorno presso la corte imperiale di Federico III e spostando l'attenzione del mondo cattolico dall'interno all'esterno, nell'ottica di un'azione comune contro gli Ottomani freschi della conquista di Costantinopoli (1453), rimasta però poco più che un progetto ideale.
Enea Silvio Piccolomini era già poeta laureato quando divenne papa; erano apprezzate le sue poesie giovanili, che, però, con la salita al soglio pontificio, vennero quasi censurate in favore di una produzione storico-politica di ampio respiro.
Le sue opere più importanti, in un quadro molto ampio che comprende anche una commedia (Chrysis), alcuni epigrammi e scritti storici (fra cui l'Historia Bohemica, l'Historia rerum Frederici III imperatoris e diversi libelli riguardanti le vicende del Concilio di Basilea). sono la Storia dei due amanti (Historia de duobus amantibus), scritta nel 1444, e i Diari di eventi memorabili (Commentarii rerum memorabilium), redatti a partire dalle'elezione papale e fino alla morte, avvenuta nel 1464.

La Libreria Piccolomini, presso il Duomo di Siena,
voluta dal nipote di Pio II per raccogliere il patrimonio bibliografico dello zio

La prima delle due opere contiene la narrazione, condotta in forma epistolare, della vicenda amorosa della nobildonna Lucrezia e di Eurialo, funzionario dell'imperatore Sigismondo. Sebbene si tratti di una storia tragica (inevitabile sarà alla fine la separazione dei due amanti), la narrazione è costellata da una serie di episodi che attingono un po'al mito, un po'alla letteratura boccacciana, con il frequente ricorso alle beffe a danno del marito di Lucrezia. Oltre alla straordinaria scelta della forma epistolare, l'Historia presenta una modalità narrativa innovativa, fatta di sovrapposizioni di piani cronologici e di raffinate indagini psicologiche da parte dell'autore.
I Commentarii, invece, costituiscono un riassunto dettagliato degli accadimenti compresi fra l'elezione di Pio II e la preparazione della crociata contro i Turchi da lui voluta, ma miseramente fallita a causa della mancanza di coesione fra le forze coinvolte. In questo testo il Piccolomini svela gli aspetti più scomodi della vita ecclesiastica e dello svolgimento dello stesso conclave, parla della guerra angioino-aragonese per il possesso del meridione e presenta le proprie speranze sull'intervento militare contro gli infedeli. L'opera prende a modello Cesare nella scelta del diario e della narrazione in terza persona, ma aspira ad un legame con l'Eneide virgiliana nell'adozione del numero canonico dei dodici libri.
Pio II fu umanista anche nella concezione dello spazio, perché si impegnò attivamente nella realizzazione di una città ideale (commissionata a Bernardo Rossellino), massimo interesse degli artisti e architetti rinascimentali. Scelse di attuare il suo piano urbanistico nella cittadina senese di Corsignano di Val d'Orcia, suo luogo natale, che in onore del pontefice avrebbe poi preso il nome di Pienza. La piazza principale ricevette un impianto trapezoidale con il duomo sul lato corto (con l'abside rivolta alla valle), un colonnato sul lato lungo opposto e due palazzi (Palazzo Piccolomini e la sede del vescovo) sui lati obliqui. Il risultato è un ambiente piccolo e compesso, che spinge lungo i due corridoi laterali al duomo, che sboccano direttamente su un corridoio panoramico aperto sulla campagna circostante fino al Monte Amiata.


Enea Silvio Piccolomini fu, dunque, un papa umanista, una figura dimostratasi in grado di coniugare letteratura, impegno politico-religioso e arte: un compito che sembrava derivargli dai suoi nobili natali, che la mitologia familiare faceva risalire niente meno che all'Enea figlio di Venere cui Roma stessa doveva la propria fondazione.

C.M.

venerdì 16 agosto 2013

Siena, il Campo, il Pallium

Ogni anno la giornata del 16 agosto vede la disputa di una delle due gare note come Palio di Siena, un evento che raggiunge quest'anno il 386° e 387° appuntamento. Il tradizionale torneo, infatti, si disputa nella stagione estiva in due giornate, il 2 luglio e il 16 agosto, in onore, rispettivamente, della Madonna di Provenzano e dell'Assunta.


La corsa a cavallo era un intrattenimento caro già ai Greci, che competevano in gare sui carri (protagonisti delle pericolosissime corse erano gli aurighi) e ai Romani, i quali costruirono addirittura delle apposite strutture per accogliere questo tipo di competizioni: i circhi, così chiamati perché si correva circolarmente attorno alla spina centrale.
A Siena si ritrova, dunque, la continuazione di un uso antico, che, nel Medioevo era diventato un simbolo della cavalleria e dei suoi valori e che, nel particolarissimo contesto dell'Italia centro-settentrionale, costituiva una importante manifestazione dell'identità comunale.
Le origini del Palio risalgono all'età d'oro della Repubblica senese, fra la seconda metà del Duecento e il secolo successivo. Allora la gara aveva per protagonisti i soli cavalli, che correvano da una porta cittadina all'antica cattedrale alla lunga, attraversando la città. Il premio della contrada vincitrice era un pallium, ossia un drappo di lana lavorata che veniva posto nella chiesa del rione fino al torneo successivo.


Nel Seicento si stabilì che il palio si svolgesse alla tonda, nello spazio chiuso di Piazza del Campo e, nel 1656, l'evento assunse la forma attuale, con dedica alla Madonna. In quell'anno, secondo la tradizione, un soldato spagnolo ubriaco entrò nella chiesa della Madonna di Provenzano, facendo fuoco contro la statua della vergine, ma restando ucciso nell'esplosione dell'arma. Il miracoloso salvataggio dell'immagine sacra e la punizione esemplare dell'uomo sacrilego sono all'origine del palio della Madonna di Provenzano che si disputa il 2 luglio di ogni anno, mentre la corsa del 16 agosto si svolge in onore dell'Assunta, celebrata il giorno precedente.


Negli anni seguenti si definirono la procedura di selezione dei cavalli, che avviene a tutt'oggi alla tratta, cioè attraverso un'associazione casuale fra cavallo e fantino, la regola della cavalcata alla bisdossa (senza sella) e l'attribuzione della vittoria non al fantino ma al cavallo, dovuta forse alle numerose contestazioni fra i concorrenti. L'attuale regolamentazione risale al 1774.
Le competizioni e le ostilità fra le contrade, tuttavia, non cessarono, se è vero che ancora all'inizio dell'Ottocento vennero varate nuove norme per impedire le risse fra i fantini. Alla corsa dei cavalli, infatti, si legano fin dall'antichità specifici valori identitari: l'importanza delle dediche ai nobili vincitori apposte sulle statue votive e in testa a molte poesie greche d'età arcaica per commemorare le imprese sportive dei committenti dimostrano l'importanza di legare un trionfo di questo genere ad un'immagine pubblica; non a caso i personaggi menzionati erano spesso Greci di area coloniale, che, competendo in continente, lasciavano una traccia della loro presenza e del loro valore ai 'connazionali' più lontani. A Roma e a Costantinopoli esistevano delle squadre identificate dai colori (i verdi, i rossi, i blu e i bianchi), che rappresentavano interessi politico-economici differenti, e l'esito della gara poteva far scoppiare violente sommosse, tanto che, nel gennaio del 532, il pubblico dell'ippodromo della capitale orientale diede vita ad una rivolta contro Giustiniano (la cosiddetta Nika, dal grido con cui si incitavano i fantini) che distrusse edifici importantissimi della città.
Nonostante la scomparsa di episodi tanto violenti e il ridimensionamento della portata politica del torneo, lo spirito identitario esiste ancora, e l'appartenenza a una contrada è un valore che si acquisisce per ius solii o ius sanguinis, secondo un meccanismo fortemente corporativo, e tutti noi vediamo, anche solo seguendolo in tv, quanto entusiasmo il Palio generi ancora nelle tifoserie di questo o quel fantino.
A Siena, in una delle piazze più celebri del nostro Paese, si rinnova ogni anno un rito antico, ricco di storia, di valori e di forti emozioni.
«Il Palio è la visione di un poema ariostesco fatto realtà! Oh, Marchesa, pare di svegliarsi da un sogno e di aver vissuto un giorno in un'altra era!» (Margherita di Savoia alla sua dama d'onore nel 1887)
C.M.

mercoledì 14 agosto 2013

Lazarillo de Tormes, il primo dei picari

Pubblicato anonimo nel 1554 e tutt'ora non ascrivibile alla penna di un autore, il breve testo La vita di Lazarillo de Tormes e delle sue fortune e avversità è considerato il capostipite del romanzo picaresco, ovvero di quel particolare genere di narrativa che si diffonde nella seconda metà del XVI secolo e che ha la sua massima fioritura nel XVII, con la pubblicazione del Don Chisciotte di Cervantes (1605). Caratteristiche del romanzo picaresco sono l'adozione della prospettiva dell'autobiografia e il susseguirsi di avventure all'insegna della mediocrità, della bassezza, della disonestà e dell'immoralità.

I picari, dunque, sono personaggi senza particolari qualità, antieroi provenienti dagli strati sociali più poveri; tentano di vivere alla giornata, senza disdegnare di ricorrere a furti e inganni. Non si possono tuttavia tacciare di malvagità, perché il loro comportamento è la conseguenza della necessità di adeguamento ad un mondo crudele, che non guarda in faccia nessuno e in cui non viene regalata una sola briciola di pane. Manca infatti, in questa narrazione, condotta con toni amari e sarcastici, qualsiasi presa di posizione morale.
In questo senso, Lazarillo può far risalire i propri modelli comportamentali ai protagonisti dell'unico romanzo latino di cui ci rimanga traccia, il Satyricon di Petronio (I sec. d.C.), i cui protagonisti, Encolpio, Gitone, Ascilto ed Eumolpo passano attraverso una serie di vicissitudini sopravvivendo proprio grazie alla frode e ai sotterfugi più subdoli e disinibiti. Anche in questo testo non si avverte il giudizio dell'autore che, sebbene non sia del tutto sconosciuto, non è una personalità chiaramente identificabile: Petronius Arbiter, il cui nome si lega al manoscritto che ha tramandato il testo, non è con totale certezza il Petronius arbiter elegantiae ('maestro di eleganza') che Tacito descrive come membro della corte di Nerone suicidatosi per sfuggire alla condanna di questi; ci sono, tuttavia, molti elementi che lo fanno pensare.

Lazarillo racconta la sua storia in forma epistolare (scrive infatti ad un ecclesiastico), scandendola in sette capitoli che corrispondono a momenti di servizio presso sette padroni diversi: un mendicante cieco, un prete avaro, uno scudiero in miseria, un frate che vende false bolle papali, un cappellano, un alguacil e un arciprete al quale deve la sua ultima sistemazione e un matrimonio su cui aleggiano diversi pettegolezzi. Con candore, senza vergogna e senza timore di giudizio, Lazarillo ci mette al corrente di tutto quanto ha fatto per poter sopravvivere, dagli astuti furti di cibo al mendicante cieco che lo teneva alla fame, alla tacita collaborazione nel piazzamento delle false bolle di indulgenza, dall'occupazione abusiva della casa di un morto, alle rocambolesche fughe da folle inferocite dalle imprese dei suoi padroni.
Nel prologo Lazarillo ci informa che la messa per iscritto delle sue memorie muove dalla convinzione che vi sia qualcuno che possa trarne svago e divertimento. Nonostante si rivolga ad un uomo di chiesa, non fa alcun cenno al pentimento per le azioni disoneste che ha compiuto perché, come già detto, non c'è alcun intento di denuncia né di autoanalisi, così come non v'era censura o forma di condanna nelle pagine di Petronio.
Si intuisce, tuttavia, che l'autore di Lazarillo de Tormes, così come il suo precedente latino, ha una cultura molto vasta. Dobbiamo pensare, pertanto, che allo scopo primario e universale del diletto e dell'intrattenimento, in questo romanzo, al pari del Satyricon, si insinui un messaggio più elitario, collocato ad un livello profondo, che implica non un giudizio di biasimo per gli sfortunati picari, ma, piuttosto, una riflessione sulla società che li costringe ad essere tali.
Lazarillo de Tormes è un libricino agile e molto breve, scritto con brio e pieno di toni e situazioni che ricordano alcuni passi delle divertenti avventure boccacciane. Lo consiglio per il suo valore storico, per la possibilità di illuminare molti personaggi della letteratura mondiale successiva, da Manon Lescaut a certi risvolti del nostro Renzo Tramaglino, ma anche solo per trascorrere una piacevole ora di svago.
«Così vanno le cose a questo mondo; e io, che confesso di non essere più santo dei miei compaesani, questa cosetta da nulla, scritta, come vedete, in uno stile davvero grossolano, non mi dispiacerà se la conosceranno e ne ci si divertiranno tutti quelli che ci piglieranno gusto, e così vedranno che un uomo può vivere in mezzo a tante avventure, pericoli e avversità.»
C.M.

lunedì 12 agosto 2013

Dici donna, dici libro

È risaputo che la stragrande maggioranza dei lettori di romanzi è costituita dalle donne, ma è altrettanto noto che in passato per una donna era disdicevole se non impossibile coltivare questa attività. Per secoli, alle ragazze è stato proibito l'accesso ai libri e allo studio; persino nel mondo antico le attività culturali più in vista, quali il teatro e la filosofia, erano prerogativa maschile, ed è facile isolare ai soli nomi di Saffo e Corinna la produzione poetica femminile greca. Tranne che per pochi casi isolati (nel Medioevo si ricordano scrittrici di preghiere e inni religiosi), prima della fine del XVIII secolo la donna non accede alla cultura e alla lettura.

J.H. Fragonard, La lettrice (1776)
Col profondo cambiamento che investe la società sul finire dell'Ancien Régime (il periodo storico convenzionalmente datato fra la fine del Medioevo e la Rivoluzione Francese), cambia anche il ruolo della donna rispetto alla letteratura, sebbene con forti differenziazioni nelle diverse aree europee.
Negli ultimi decenni del Settecento, infatti, all'incremento dell'urbanizzazione, la crescita della borghesia e dell'attività intellettuale si assomma il mutamento della struttura familiare: in una società che, soprattutto grazie all'acquisizione di una mentalità più laica e alla necessità di garantirsi una stabilità economica, opta ormai per il controllo delle nascite, la donna non è più vista solo come madre. Si diffonde, inoltre, il nucleo familiare ristretto, a scapito delle famiglie allargate del periodo precedente, che permangono solo nelle campagne.

F. Faruffini, La lettrice (1864)

A Norregaard, Donna che legge alla finestra aperta (1889)

In un contesto prevalentemente cittadino e industrializzato, nonché più intimo, la donna, libera da molte delle occupazioni cui la obbligava l'economia domestica di sussistenza (filato, produzione del pane ecc.) e immersa in ambienti in cui l'alfabetizzazione è più elevata per entrambi i sessi, ha finalmente la possibilità di coltivare la lettura.
I paesi anglosassoni, in questo senso, si dimostrano all'avanguardia, soprattutto grazie alla diffusione capillare dei romanzi d'appendice, che portano nelle case di molti cittadini le storie a puntate che oggi leggiamo in tomi di mole considerevole; ma la ricorrenza del tema della donna lettrice nella produzione che va dalla seconda metà del Settecento alla Belle Époque ci dimostra che il mercato del libro ha decisamente amppliato il suo pubblico alle ragazze e signore di tutta Europa.

W. Orpen, Grace legge ad Howth Bay (1900)

W. Orper, La lettrice (1910)

G. Mascarini, Lettrice (1917)
Libere finalmente di leggere, le donne non sono solo fruitrici di letteratura, bensì, ne diventano protagoniste e autrici: ecco, allora, che emergono, sempre nella progredita Inghilterra le personalità di Jane Austen, delle sorelle Brontë e di Mary Shelley, ed ecco che i romanzi di tutta Europa si popolano di eroine femminili come Marguerite Gautier, Anna Karenina, Emma Bovary, che portano sulla carta stampata le loro passioni, i loro capricci, le loro ambizioni sociali.
Oggi le donne divorano romanzi, centellinano poesie e si lanciano su saggi e trattati, distinguendosi grazie alla loro capacità di attingere informazioni, filtrarle con la ragione e il sentimento e di formare giudizi e opinioni su tutto quanto leggono. Assistiamo, insomma, alla realizzazione di una forma di parità sociale che altri contesti non consentono ancora pienamente: sul lavoro e nella famiglia la donna ha ancora molti diritti da conquistare, ma in quel muto colloquio che ella può instaurare con un libro nulla ha da invidiare all'altro sesso. 
«Ogni mese veniva al convento, per otto giorni, una vecchia zitella ad accomodare la biancheria. [...] Spesso le educande scappavano dalla sala di studio per andare da lei. Conosceva a memoria certe canzoni galanti del secolo passato e le cantava a mezza voce mentre cuciva. Raccontava storie e novità, faceva commissioni in città a chi ne aveva bisogno, e prestava di nascosto alle ragazze più grandi certi romanzi che teneva sempre in tasca del grembiule, e dei quali divorava anche lei lunghi capitoli negli intervalli del suo lavoro. Non parlavano che di amore, di amanti e di innamorate, dame perseguitate che scomparivano in padiglioni fuori mano, postiglioni uccisi a ogni tappa, cavalli sfiancati in tutte le pagine, foreste tenebrose, cuori in tormento, giuramenti, singhiozzi, lacrime e baci, barche al chiaro di luna, usignoli nei boschetti, cavalieri coraggiosi come leoni, mansueti come agnelli, e virtuosi come nessuno, sempre ben vestiti e malinconici come sepolcri. Per sei mesi di fila, a quindici anni, Emma si imbrattò le mani con questa polvere di vecchie sale di lettura. Leggendo Walter Scott si appassionò più tardi ai soggetti storici, sognò forzieri, corpi di guardia, e menestrelli. Le sarebbe piaciuto vivere in qualche vecchio maniero, come quelle castellane dai lunghi corsetti, che passavano i giorni affacciate a una finestra a trifora, con i gomiti sulla pietra e il mento fra le mani, per veder giungere dal limite della campagna un cavaliere biancopiumato galoppante su un cavallo nero» (G. Flaubert, Madame Bovary, cap. 6).

C.M.

sabato 10 agosto 2013

X Agosto (Giovanni Pascoli)

La data di oggi, 10 agosto, ci è particolarmente familiare: San Lorenzo è per tutti sinonimo di 'stelle cadenti', sebbene gli scienziati ci dicano da anni che le naturali variazioni subite dal calendario rispetto ai ritardi minimi della rotazione terrestre facciano sì che la data della notte dei desideri sia ormai imprecisa. Ma c'è un dato che, al di là delle questioni astronomiche, leghiamo a questo giorno, perché tutti, da studenti e magari da appassionati, abbiamo letto la poesia di Giovanni Pascoli intitolata, appunto, X Agosto, tratta dalla raccolta Myricae.

X Agosto

San Lorenzo, io lo so perché tanto
di stelle per l'aria tranquilla
arde e cade, perché si gran pianto
nel concavo cielo sfavilla.

Ritornava una rondine al tetto:
l'uccisero: cadde tra i spini;
ella aveva nel becco un insetto:
la cena dei suoi rondinini.

Ora è là, come in croce, che tende
quel verme a quel cielo lontano;
e il suo nido è nell'ombra, che attende,
che pigola sempre più piano.

Anche un uomo tornava al suo nido:
l'uccisero: disse: Perdono;
e restò negli aperti occhi un grido:
portava due bambole in dono.

Ora là, nella casa romita,
lo aspettano, aspettano in vano:
egli immobile, attonito, addita
le bambole al cielo lontano.

E tu, Cielo, dall'alto dei mondi
sereni, infinito, immortale,
oh! d'un pianto di stelle lo inondi
quest'atomo opaco del Male!


I ventiquattro versi che compongono la poesia sono, a mio avviso, fra i più intensi e più commoventi della lirica mondiale, un esempio perfetto di quello che risponde alla mia idea di poesia: un connubio di esperienze personali, sentimenti e immagini coesi grazie ad una trama di simmetrie, echi e sonorità. 
La produzione poetica di Pascoli è, in generale, una parte della nostra poesia che amo molto, ma in questo brano, dove la vicenda biografica più traumatica dell'esistenza del poeta si intreccia e si confonde con un episodio della vita animale, avviene una sintesi perfetta fra l'io e la parola: non si avvertono i confini fra il poeta e l'espressione del suo dolore e il paragone fra l'uomo e la rondine ci ricorda senza pericolo di incorrere in semplificazioni infantili che l'essere umano è esposto alla sofferenza allo stesso modo in cui lo sono animali, che non ha un posto speciale nel mondo e che lo spezzarsi degli affetti è la disgrazia più grande che possa coinvolgere entrambe le specie.
La poesia descrive la morte del padre del poeta, ucciso in circostanze misteriose la notte di San Lorenzo del 1867, mentre tornava a casa portando in dono due bambole per le figlie. L'evento drammatico è messo in relazione alla morte di una rondine che, abbattuta e piombata fra i rovi, non può tornare al nido con il pasto dei suoi rondinini.
Il paragone col mondo animale, una delle note salienti della poesia pascoliana sia a livello di contenuti che da un punto di vista lessicale e fonosimbolico, è costruito in una maniera tale che una scena sfuma nell'altra: in entrambe la creature uccise rimangono supine con il dono per i figli teso verso un cielo indifferente al dolore della morte e della solitudine. La simbiosi più profonda, però, avviene nello scambio fra il tetto (sineddoche per indicare la casa al v. 5) cui torna la rondine e il nido (v. 13) verso cui si dirige Ruggero Pascoli: l'inversione fra le dimore dei due 'protagonisti' ci fa capire la nullità della distanza fra l'uomo e l'animale, creature ugualmente vittime di un atto violento e ugualmente destinate a lasciare una famiglia che su di loro faceva affidamento. Su tutto, quella inutile risposta del Cielo, una pioggia di lacrime dorate che cade su un mondo freddo e malvagio.


C.M.

mercoledì 7 agosto 2013

Owl Prize #3

La navigazione estiva mi ha portato anche questo mese ad attraccare in porti ricchi di contenuti interessanti, che oggi condivido con voi nella forma dell'Owl Prize, dandovi il benvenuto al terzo appuntamento della rubrica dedicata alla segnalazione dei post che hanno destato maggiormente la mia attenzione.

Gli otto articoli di cui vi suggerisco la lettura sono molto diversi fra loro ma tutti ugualmente meritevoli di attenzione:
  • Issun-boshi, articolo tratto dal blog The Obsidian Mirror, ci racconta la variante giapponese della favola di Pollicino, mettendone in luce le varianti e gli aspetti più curiosi.
  • I festival come operazione di marketing affronta la questione dell'aspettativa di vendita di libri come finalità degli eventi dedicati alla letteratura; la Lettrice Rampante mette giustamente in luce la legittimità di una doppia finalità, culturale e commerciale che si ascrive a questo tipo di manifestazioni, senza per questo svalutare il compito della divulgazione letteraria.
  • Ritratto di Signora #22: Lidia Lazzero e le donne della Resistenza è un profondo tributo di Tony per il blog Miki in the Pinkland alla figura di una partigiana e a tutte le donne che, sebbene poco citate quando si parla della lotta ai Nazi-fascisti in Italia, hanno avuto un ruolo fondamentale nel supporto al movimento di Liberazione.
  • Nati per leggere propone uno spunto di riflessione proposta da La Stamberga dei Lettori sull'utilità della lettura a voce alta ai bambini per educarli all'attività della lettura.
  • Il latino che parliamo, che potete leggere in Studia Humanitatis, offre una panoramica del latino parlato dal popolo, ben diverso dalla lingua corretta e sostenuta dei grandi autori e base dell'Italiano.
  • I giovani e la lettura è un articolo del neonato blog letterario Lapis in cui si dibatte l'annosa questione del rapporto fra le nuove generazioni e i libri, sottolineando la valenza della lettura nell'esercizio del linguaggio e del pensiero e la necessità di invitare e non obbligare i giovani a coltivare questo interesse.
  • Verona e #vivitalia, del blog La valigia sottosopra, raccoglie foto e descrizioni della mia città, mettendone in luce gli aspetti più affascinanti.
  • La calunnia di Apelle, di Botticelli è una bella divagazione mitologica e artistica, proposta da Marcella di Kokoro, sul tema della calunnia, soggetto particolarmente sfruttato dagli artisti del Cinquecento per questioni di attualità, ma risalente ad un originale pittorico greco di Apelle andato perduto.
Vi invito a leggere gli articoli segnalati, augurandovi una buona lettura!
Come sempre, ricordo che i blogger premiati e tutti coloro che lo desiderino possono replicare questa rubrica con il nome e le relative modalità di redazione, con la cortesia di citare Athenae Noctua come fonte dell'iniziativa.

C.M.

lunedì 5 agosto 2013

De codicibus servandis

Se incombesse una catastrofe e poteste scegliere di mettere in salvo con voi un solo libro, quale scegliereste?
Una domanda per noi puramente speculativa, dato che i Maya sembrano averci beffati alla grande, eppure spesso ci prestiamo a rispondere a questo quesito ludico. In passato, però, qualcuno che ha dovuto porsi seriamente il problema del salvataggio di un testo c'è stato, e in più di una occasione. Incendi, distruzioni di luoghi di cultura o il semplice il deperimento legato al trascorrere del tempo hanno più volte provocato la perdita di ingenti quantità di scritti antichi e medievali.
Ma, allora, perché leggiamo determinati testi e non altri? Può definirsi casuale il fatto che disponiamo di diverse copie di certi manoscritti ma di altri non ci resti nulla?
La risposta, ovviamente, è un sonoro e corale "No".

Rachel Wiesz interpreta Ipazia nel film Agorà

La storia della letteratura antecedente all'invenzione della stampa (1456), che ha permesso di velocizzare i tempi di replica del testo e di ridurne notevolmente i costi, è un continuo processo di selezione e attribuzione di priorità.
L'interesse alla trasmissione grafica dei testi è un'innovazione recente rispetto alla nascita della scrittura stessa, basti pensare che in Grecia il processo di fissazione scritta dei poemi omerici, tramandati oralmente per secoli, si data a partire dall'VIII secolo, sebbene la forma definitiva in cui li leggiamo oggi sia il frutto della selezione voluta, secondo la tradizione (Cicerone, De oratore III, 537.), da Pisistrato (561-527 a.C.) e dell'ordinamento imposto dai filologi alessandrini nel III-II sec. a.C.
Prima della rivoluzionaria innovazione di Gutenberg, l'unico modo per trasmettere un testo era copiarlo a mano. Sono ben intuibili i disagi legati a questo tipo di pratica, poiché conservare e trasmettere i documenti era molto complicato: all'elevato grado di logorabilità del papiro usato per i primi volumi e al costo non indifferente della pergamena si univa il rischio di combustione, comune ai due materiali: in un mondo in cui si leggeva alla luce delle candele, la distruzione di intere biblioteche in incendi anche involontari era un fatto per nulla raro.
Nell'antichità greca e romana biblioteche, musei e accademie garantivano una efficiente funzione culturale e un buon grado di accessibilità ai testi, al punto che, in età ellenistica, a tutte le città che disponevano di copie di documenti letterari, storici o scientifici veniva imposto l'obbligo di prestarle agli studiosi di Alessandria per realizzarne delle copie. A queste strutture si aggiungevano le scuole e i circoli di intellettuali, sede di produzione, fruizione e conservazione di volumi. Con la crisi del mondo antico, la caduta dell'Impero romano d'Occidente e l'imbarbarimento della società, lo studio, la lettura e la tradizione dei testi divennero appannaggio degli ecclesiastici ed entro i monasteri, piccole fortezze della cultura, sorsero studioli, biblioteche e centri di copia dei manoscritti.
Solo con l'Umanesimo e i suoi prodromi tardo medievali entro cui si inserisce, ad esempio, l'affannosa ricerca di Francesco Petrarca alla ricerca dei codici latini nelle biblioteche dei monasteri, i manoscritti escono da questi laboratori e divengono oggetto di un lavoro sempre più specialistico di ricostruzione, correzione e divulgazione, in un processo che raggiungerà le sue massime vette nel XIX secolo e che avrà una delle sue prime e principali applicazioni nell'ambito delle Sacre Scritture.


Un simile quadro ci aiuta a riconoscere tre ordini principali di cause di distruzione e perdita dei manoscritti e, quindi, tre motivi per cui ci sono pervenuti certi e non altri documenti.
Il primo, più o meno riconducibile al caso, è la devastazione delle biblioteche e dei centri di sapere antichi e medievali: il caso più eclatante è quello degli incendi della Biblioteca di Alessandria (prima nel 48 a.C., poi in epoca tardo-antica), ma non hanno avuto sorte migliore la biblioteca pubblica del portico di Ottavia a Roma (bruciata nell'80 d.C.), quella di Costantinopoli (saccheggiata e messa a ferro e fuoco durante la IV crociata, nel XIII secolo e nel 1453 nel corso dell'assedio turco) o gli studioli dei monasteri esposti per tutto il Medioevo a incursioni di briganti e milizie di varia provenienza.
In secondo luogo, ci sono stati motivi ideologici e religiosi, poiché accadeva spesso (ma non sempre) che i monaci amanuensi censurassero o eliminassero testi di ispirazione troppo marcatamente pagana o materialista: in questo senso, Il nome della rosa docet.
Il terzo criterio di selezione, anch'esso riconducibile a scelte deliberate, era il successo di un autore, il riconoscimento del suo valore esemplare, la consapevolezza di volerne salvaguardare le parole per l'alto livello dei contenuti o dello stile. Si decideva, insomma, di concentrarsi su determinati documenti a scapito di altri. Ad una simile operazione, cui ricorrevano già i filologi alessandrini, era sottesa l'elaborazione di un canone, cioè di una lista di autori notevoli che brillavano sugli altri come la luce del mitico faro della città.

Uno dei plutei (leggii contenenti manoscritti) della Biblioteca
Laurenziana di Firenze: le colonnine di testo lungo la panca
indicano i testi contenuti in ciascun pluteo

Guardando alla sola produzione drammatica dell'Atene del IV e V sec. a.C., cioè al momento di maggior fervore culturale della capitale del mondo greco, dobbiamo constatare che di circa 1700 tragedie che si stimano andate in scena dal 535 alla Guerra del Peloponneso, ne rimangono solamente 31 (quelle dei tre tragici 'canonici', Eschilo, Sofocle e Euripide), mentre di circa 600 commedie prodotte possediamo solo 11 testi di Aristofane. La sorte degli altri generi letterari non è migliore, se solo pensiamo che la più grande opera storiografica latina, Ab urbe condita di Tito Livio, importantissima già nell'antichità, è orribilmente mutilata.
Non potremo mai fare una stima precisa della quantità di libri perduti, né saremo mai abbastanza grati a Gutenberg per aver arrestato questo processo di deterioramento e devastazione. Non possiamo però fare a meno di chiederci cosa sarebbe del nostro mondo, del nostro sistema culturale e ideologico, delle nostre abitudini se al posto dei testi che ci sono pervenuti se ne fossero salvati altri. Saremmo poi così diversi? La storia avrebbe visto vicende radicalmente differenti? Il nostro modo di godere delle arti sarebbe lo stesso?

C.M.

NOTE: Ringrazio Valivi, del blog Acqua e limone, che, rispondendo ad un mio commento sul suo post dedicato al film Agorà, mi ha dato lo spunto per scrivere questo articolo. Il titolo del post, tradotto, è Sui codici da preservare.