lunedì 29 gennaio 2018

Bagliori a San Pietroburgo - J. Brokken

San Pietroburgo è una la grande città del nord Europa che più di tutte vorrei visitare: evoca in me il ricordo della grande storia russa, della magnificenza dell'impero e la bellezza architettonica del rococò, per non parlare delle vicende rivoluzionarie, cui ho sempre guardato con grande interesse.

Era quindi naturale che, dopo essere rimasta estasiata da Anime baltiche, mi lasciassi attrarre dall'ultimo libro di Jan Brokken, Bagliori a San Pietroburgo (Iperborea), una raccolta di aneddoti biografici legati ad alcune delle più rilevanti figure di intellettuali vissuti fra il XIX e il XX secolo che ho avuto il piacere di sentir presentare a Mantova dall'autore stesso.
Il libro raccoglie le suggestioni dei viaggi di Jan Brokken a San Pietroburgo, la città cui si sente più legato fin da quando la visitò per la prima volta nel 1975. Nell'antica capitale dell'Impero russo, come scrive Brokken, ricordi e stimoli provenienti dalla letteratura e dalla musica sono una compagnia costante, quindi ricavarne un libro è stata l'operazione più naturale.
Fra le pagine di Bagliori a San Pietroburgo si susseguono appunto questi frammenti di incontri a distanza, innescati, di volta in volta, dalla visione di un luogo o di una statua o dall'ascolto di un brano musicale: basta che Brokken passeggi lungo il fiume Neva e alzi lo sguardo verso l'effigie di Anna Achmatova (l'indiscussa protagonista di questa galleria di ritratti) volto alla prigione di Krestij in cui le avevano imprigionato il figlio perché l'autore senta emergere nel proprio animo i versi della poetessa e l'amore per la sua raffinatezza. Inizia qui la presentazione della sua biografia, del legame con Iosif Brodskij, dell'incredibile aura che ella emanava e che impedì alle autorità sovietiche di arrestarla come fecero con tutti i poeti di cui era amica. 
Brokken racconta poi il tormento del poeta Sergej Esenin e della sua relazione con Isadora Duncan, il talento letterario di Aleksandr Solženicyn e il suo timore di fronte al prestigio di Vladimir Nabokov, che non ebbe il coraggio di incontrare. Curioso è il percorso alla ricerca della sede del Liceo imperiale Alessandro, nel quale studiò il barone Alexander von Wrangel, amico di Fëdor Dostoevskij dai tempi in cui fu procuratore di Semipalantinsk, la cittadina siberiana in cui lo scrittore scontò la sua pena (il rapporto è narrato da Brokken ne Il giardino dei cosacchi, ma se ne parla anche in Anime baltiche), con la difficoltà di convincere coloro cui chiedeva indicazioni che lo storico liceo in cui si era diplomato Aleksandr Puškin era stato spostato nel 1944 dal meraviglioso complesso di Carskoe Selo nel centro della città. Ma ancor più ammirevole è la passione per Dostoevskij che spinge Brokken in un vero e proprio pellegrinaggio fra le sue case pietroburghesi, fino all'appartamento al numero 5 di via Kyžnečnji in cui morì. 

Jan Brokken al Festivaletteratura 2017
Sono però molti altri uomini e donne che si espressero attraverso le arti ai quali Brokken lascia spazio, dalla pianista Marija Judina, che negli anni delle persecuzioni ordinate da Stalin si esibiva con una pistola sotto il vestito, al pittore Kazimir Malevič, che fu influenzato dal fauvismo e dal cubismo, non senza incursioni nella pittura futurista. In questa rassegna di intellettuali e artisti si fa notare un particolare ritratto, quello del principe Feliks Jusupov, che non assurse alla fama per motivi similari, ma per essere stato il pianificatore dell'assassinio di Grigorji Rasputin: Brokken fa luce sul movente dell'assassinio e sull'incredibile svolgimento di uno degli omicidi più famosi della storia.
Bagliori a San Pietroburgo, insomma, è il racconto di una città parlante, la cui voce si sprigiona dalle strade, dagli edifici, dai monumenti che la compongono.
Rispetto ad Anime baltiche - data la similarità dei due libri il confronto è inevitabile - Bagliori a San Pietroburgo è risultato però meno coinvolgente, sebbene la mia curiosità verso la città russa bastasse a rendermi propensa ad amare questa raccolta. Proprio la struttura della narrazione biografica, fatta di scorci e piccoli affondi in alcuni aneddoti della vita dei pietroburghesi illustri, ottiene l'effetto di frammentare l'attenzione, anche perché difficilmente le singole biografie sono pure, dal momento che alcune si dipanano lungo più capitoli, altre sono come dei cammei e si intersecano alle storie principali. Il risultato è complessivamente buono, perché la penna di Brokken ha una qualità innegabile e San Pietroburgo è una prodigiosa cornice unificante, tuttavia manca quell'approfondimento che prendeva ciascuna delle anime baltiche per mano fin dalla giovinezza e ce la presentava con dovizia di particolari, appagando qualsiasi curiosità del lettore. Ciò nonostante, come il precedente libro, anche quest'altro si presenta come un ottimo riferimento per sognare e magari pianificare un viaggio con la certezza di non perdere proprio nulla delle storie che hanno reso grande la cultura russa fra i due secoli.

Il Palazzo di Caterina, nel complesso imperiale di Carskoe Selo
Tutto è letteratura in questa città, tutto è musica. Anzi, sono la letteratura, la musica, l’arte figurativa, il balletto, il teatro a sprigionare il bagliore che emana questa città. 
C.M.

lunedì 22 gennaio 2018

Lawren Harris e la natura canadese

La pittura che preferisco è quella dedicata ai paesaggi e più nelle tele regna la natura, meno l'essere umano vi lascia traccia, più i dipinti mi piacciono. Quando, poi, la rappresentazione diventa quella di un luogo dell'anima, di una veduta fortemente spiritualizzata e sottoposta allo sperimentalismo che denota l'originalità e l'estro dell'artista, non posso che restare incantata.

L.S. Harris, Costa settentrionale, Lago Superiore (1926)

La natura dipinta nella quale ci avventuriamo quest'oggi è quella del Canada, fra le Montagne Rocciose e la regione dei Grandi Laghi, nel regno incontaminato che ha ispirato il primo movimento pittorico nazionale, quello del Gruppo dei Sette, che, così chiamato in riferimento al numero dei primi componenti, operò fra il 1913 e i primi anni '30. Esso nacque in casa di Lawren Harris e nel 1920 il gruppo iniziò ufficialmente la propria attività con una mostra alla Galleria d'Arte di Toronto; ne fecero parte, oltre a Harris, Franklin Carmichael, Alexander Jackson, Frank Johnston, Arthus Lismer, James MacDonald e Frederick Varley, ma fondamentale fu anche il contributo di Tom Thomson, che morì nel 1917. Il motivo per cui fra i primi contatti fra gli artisti e la loro prima esibizione trascorsero sette anni sono da ricondurre, oltre che alla scomparsa di Thomson durante un'uscita in canoa, all'intermezzo del primo conflitto mondiale, durante il quale alcuni di loro si dedicarono alla pittura di guerra.

L.S. Harris, Lago Superiore (1924)

Lawren Stewart Harris (1885-1970) fu il principale finanziatore del cenacolo artistico e l'organizzatore di molte delle escursioni che offrivano ispirazione al Gruppo dei Sette, noto anche come Scuola di Algonquin, dal nome del parco dell'Ontario meridionale (proprio quello in cui morì Thomson). Colpiti dall'arte nordeuropea nel corso di una esposizione a Buffalo che diede loro l'occasione di ammirare i dipinti di August Strindberg, Jens Ferdinand Willumsen e Gustaf Fjaestad, gli artisti del gruppo vollero cimentarsi a loro volta nella rappresentazione di una natura incontaminata, atemporale, spiritualizzata, staccandosi però dallo stile classico e accademico e ricercando un'espressività del tutto personale, un po'come fecero alcuni artisti del Vecchio Continente, fra i quali Edvard Munch. Sulle loro scelte stilistiche e cromatiche e sulla spiritualizzazione del paesaggio influirono inoltre le idee teosofiche di Emily Carr, che fu vicina al movimento.

L.S. Harris, Sole del pomeriggio sulla costa del Lago Superiore (1924)

Harris, come i suoi colleghi, esplorò più volte le zone più impervie e remote del Canada, riportandone immagini, schizzi, sensazioni e ricordi poi riversati nelle sue tele. Nella definizione del suo stile e, più generalmente, di quello del Gruppo dei Sette, ebbe un ruolo fondamentale la natura impervia, brulla e selvaggia del Lago Superiore e della sua vastissima superificie (la più ampia di acqua dolce sull'intero pianeta), che produsse una semplificazione delle forme e dei colori. A contatto con questi paesaggi, Lawren Harris elaborò una pittura inedita, affascinante, brillante e tersa e, nell'approfondire la tecnica, approdò ad esiti astratti.
Fra le località preferite ha Lawren Harris figurano indubbiamente quelle affacciate sul Lago Superiore, nella provincia dell'Ontario. Nel 1920 l'artista catturò i colori autunnali di Algoma Hill, calandosi all'altezza delle chiome ingiallite degli alberi e offrendo un trionfo di forme naturali, con le montagne e la loro vegetazione che spingono in alto un cielo che sembrerebbe servire soltanto a rimarcare il dominio della natura.

L.S. Harris, Algoma Hill (1920)

Nel 1923 in questo paesaggio apparve un edificio, una Ice house che sorgeva sulle rive del lago e serviva a conservare il ghiaccio prelevato dalle acque congelate. Questa tela, dipinta, come le altre, ad olio, manifesta già i segni della ricerca di Harris sulle forme, con la corresponsione fra il profilo tondeggiante del promontorio alle spalle della casa e la sua ripresa nel tratto di costa in primo piano, così come la superficie ondulata delle onde è replicata in quella delle onde; nell'insieme, la Ice house, con la sua forma artificiale e spigolosa, evidenzia questa armonia di curve naturali, suggerendo, appunto, che la vera protagonista del quadro è la bellezza del Lago Superiore.

L.S. Harris, Ice House, Caldwell, Lago Superiore (1923)

L'anno seguente Harris realizzò due straordinari dipinti di luce: Sole del pomeriggio sulla costa settentrionale del Lago Superiore e Pic Island, più vicina al calore e alle gradazioni tonali di Algoma Hill il primo, più soggetto a semplificazione e simbolizzazione il secondo. Se, infatti, in Sole del pomeriggio si nota un'attenzione particolare alla luce che irrompe dall'angolo in alto a sinistra e punteggia di riflessi le acque, in Pic Island Harris volge già all'estrema semplificazione dei dipinti successivi: la tavolozza si raffredda, cielo e terra si dividono più equamente lo spazio e l'insieme figurativo va verticalizzandosi con la china dell'isola che quasi si congiunge con la curva più bassa dell'ombra nuvolosa e la superficie luminosa dell'acqua che la spinge verso l'alto, facendola risaltare, inoltre le nubi sembrano la naturale copertura dell'isolotto, che ne riprende la forma.

L.S. Harris, Pic Island (1924)

L'attenzione alla verticalità e al suo contrasto con la dimensione orizzontale è presente, a ben guardare, già in Algoma Hill e in Sole del pomeriggio, con l'inserimento dei tre-quattro alberelli spogli che evidenziano la ricerca di essenzialità e sintesi formale, ma è con il grande tronco spezzato che si eleva nel centro di Costa settentrionale del Lago superiore (1926) che si avverte l'accentuarsi di questa scelta, destinata ad essere affinata nella descrizione delle vette montane.
Nella seconda metà degli anni '20, infatti, Harris partecipò a diverse escursioni nel Canada occidentale, esplorando i parchi delle Montagne rocciose, dal Jasper National Park al Parco del Monte Robson, e arricchendo i suoi schizzi dei complessi montuosi osservati; si spinse anche nell'area artica, dove le masse di ghiaccio e acqua portarono all'estremo della semplificazione le sue forme. A questo periodo e agli anni '30 risalgono la Veduta del Monte Robson da nord-est (1929), fra le province di Alberta e Columbia, nel quale a dominare è il contrasto fra la massa di neve e l'azzurro del cielo e la vetta innevata del Monte Lefroy, più spinta ad una geometrizzazione che si evince dalle scanalature del manto nevoso e dal calco degli spigoli della roccia.

L.S. Harris, Il Monte Robson visto da nord-est (1929)

Laddove è meno presente l'essere umano la natura trionfa e lo sguardo può analizzarla in tranquillità, cogliendone le forme essenziali e penetrando il mistero stesso dell'architettura della terra e questa scelta, un po'come accade per Kandinskij in Europa, determina una riflessione sul valore spirituale delle forme e dei colori che approda ad un esito in cui la tela ospita pure forme e puri colori, in una sintesi astratta alla quale Lawren Harris si abbandonò dagli anni '50, quando ormai l'esperienza del Gruppo dei Sette era lontana e le bellezze del Canada erano già state ampiamente illustrate in tutta la loro potenza evocativa.

L.S. Harris, Monte Lefroy (1930)

C.M.

martedì 16 gennaio 2018

Gli interpreti - W. Soyinka

Quando ci si trova di fronte all'opera di un autore insignito del premio Nobel è difficile esprimere un giudizio obiettivo e tranquillo, dato due sono gli slanci spontanei: o si osanna il capolavoro, magari proprio per l'influenza del prestigioso riconoscimento, oppure si prendono le distanze da esso, limitandosi ad ammettere di non essere riusciti a capirlo, ché dirne male sarebbe quasi un sacrilegio.
 
Ecco, io mi trovo in questa situazione da quando ho terminato Gli interpreti di Wole Soyinka (1976), anzi, quasi dal momento in cui ho iniziato questo libro. Recentemente ripubblicato da Jaca Book nella collana Calabuig con la traduzione di Carla Muschio, questo romanzo è il primo dello scrittore nigeriano e ha non pochi legami con l'esperienza personale del suo autore. Infatti anche Soyinka, come i personaggi principali del libro, ha studiato in Inghilterra ed è poi ritornato nel proprio Paese di origine, peraltro scontando le dure conseguenze del suo impegno politico con il carcere, la persecuzione e una condanna a morte caduta solo con la fine della dittatura nello Stato africano; la biografia di Soyinka, inoltre, spiega perché il romanzo sia stato scritto per la prima volta in lingua inglese.
Gli interpreti cui allude il titolo del libro sono Egbo, un impiegato ministeriale, Bandele, professore universitario, Sagoe, un giornalista particolarmente incline all'alcol e alla filosofia scatologica (sì, scatologica) del Vuotismo, lo scultore e ingegnere Sekoni e l'artista Kola. Rientrati in Nigeria dopo la conquista dell'indipendenza nel 1960, i cinque giovani devono relazionarsi con una realtà sociale e culturale nella quale il passato delle tradizioni tribali, le loro aspettative nutrite in Occidente e i compromessi fra lo spirito africano e quello dei colonizzatori danno luogo ad una complessa commistione. Egbo oscilla fra l'accettazione del suo ruolo di burocrate, ma è al contempo incapace di ignorare lo stimolo costituito dall'eredità del nonno, un capovillaggio arricchitosi con il contrabbando; Sekoni non si è mai ripreso dalla delusione di essere stato coinvolto in un progetto per la realizzazione di un impianto elettrico volto soltanto alla promozione di uno scabroso gioco di appalti e corruzione; Kola è occupato a dipingere un moderno Pantheon per il quale ricerca affannosamente modelli. Attorno a questi personaggi si muovono comparse molto particolari, come Dehinwa, una donna di cui Sagoe critica i gusti estetici e che d'improvviso si ritrova la casa invasa dai famigliari che temono che si faccia mettere incinta dall'uomo di etnia sbagliata, Monica, la moglie europea di Ayo Faseyi, costantemente preoccupato della sua inadeguatezza rispetto alle tradizioni nigeriane che, infatti, ella infrange senza esserne consapevole, o il predicatore Lazzaro, con le cerimonie grandiose della sua chiesa e il progetto di redimere un giovane ladruncolo cui impone il nome biblico di Noè.
Gli interpreti non è, in realtà, un vero e proprio romanzo: la narrazione è frammentaria, fatta di episodi ambientati ora nelle periferie e lungo i fiumi percorsi in canoa, ora negli uffici e negli appartamenti degli intellettuali. I personaggi si affacciano a capitoli alternati, talvolta si incontrano e talaltra aprono nuove parentesi di racconto in cui sono spalleggiati da personaggi minori e che sembrano non avere una precisa funzione. Del resto, il loro è lo sguardo di chi cerca di dare un senso al contesto in cui si è calato, di interpretare, come dice il titolo, una situazione nuova, in cui fermenti di rinnovamento culturale e religioso si fondono con la permanenza di abitudini dure a morire. Ma interprete deve essere un po'anche il lettore, che deve destreggiarsi fra nomi, concetti della cultura nigeriana e un linguaggio molto difficile, simbolico, con metafore che rampollano le une sulle altre e lunghe sequenze di ricordi o visioni che intaccano il filo della narrazione.
 
Wole Soyinka
 
Proprio questa difficoltà ha determinato la mia freddezza di fronte al romanzo, che, pure, per diverse pagine è anche riuscito a incuriosirmi, ad esempio con la narrazione della passione del giovane Egbo per l'irraggiungibile Simi o nelle sezioni in cui i Fasenyi affrontano i loro dibattiti sull'incompatibilità fra alcuni comportamenti di Monica, le aspettative della società cui appartiene Ayo e la speranza della madre stessa di quest'ultimo che la nuora chieda il divorzio e si liberi dal fardello del loro rapporto. Però la curiosità non è bastata a farmi superare lo scoglio: forse anche per la distanza culturale, ho faticato molto a trovare un senso nella narrazione, che, comunque, Soyinka ha voluto complessa proprio per adeguarla alla materia trattata. Delle note più estese e approfondite e un'introduzione volta più al lettore comune che allo specialista dell'opera dello scrittore nigeriano avrebbero forse aiutato, ma Gli interpreti resta un romanzo estremamente impegnativo e arduo, che mi ha reso impossibile sentirmi a mio agio fra le pagine.
«È così impossibile sigillare il passato e lasciarlo perdere? Lasciamolo stare nella sua innocua anacronistica unità così da potervi attingere a piacimento e abbandonarlo senza impegno, senza imposizioni! Uno ne ha bisogno soprattutto quando il presente, altrettanto futile, si distingue solo per una mancanza di coraggio particolarmente abietta.»
C.M.

mercoledì 10 gennaio 2018

Il giardino di Elizabeth - E. von Arnim

Nell'indagine della condizione femminile e delle sue trasformazioni la narrativa ha talvolta un'utilità maggiore dell'analisi statistica, perché per secoli e secoli le donne non hanno fatto sentire la loro voce, se non in contesti molto elitari o letterari. L'espressione femminile, estrosa e ironica, era assecondata laddove poteva essere classificata come comunicazione di intrattenimento e tendeva ad essere, quindi, un prodotto di serie B; tuttavia, se non altro, in queste forme è sopravvissuta.
 
Il giardino di Elizabeth, opera d'esordio della scrittrice Elizabeth von Arnim (1966-1941) appena ripubblicata da Fazi editore, offre molti spunti per riflettere sulla condizione della donna, sui rapporti fra i sessi e anche sull'importanza di quello spazio di cui Virginia Woolf avrebbe parlato nel suo intervento Una stanza tutta per sé.
La casa, semisepolta dalla neve, era l’espressione della pace più pura. Ho attraversato di corsa tutte le stanze, ansiosa di riprendere possesso di quei luoghi, e mi sentivo come se fossi stata lontana per un’eternità. Quando sono arrivata alla biblioteca mi sono fermata… Ah, la mia stanza preferita, il luogo dove ho trascorso tanti momenti felici rovistando tra i libri, facendo progetti per il giardino, costruendo castelli in aria, scrivendo, sognando, in ozio!
Elizabeth Beauchamp nacque in Australia da una famiglia britannica; era cugina di Kathleene Beauchamp, meglio nota come Katherine Mansfield. Nel 1891 sposò in prime nozze Henning August von Arnim-Schlagenthin, un conte tedesco che la lasciò vedova nel 1910, ma con il quale non fu mai felice, nonostante i cinque figli nati da quell'unione. La sua vita privata fu segnata da una relazione con lo scrittore Hebert George Wells, da un secondo matrimonio terminato con una separazione e dalla morte di una delle figlie, in seguito alla quale lasciò l'Europa per gli Stati Uniti.
Scritto nel 1898 ma pubblicato inizialmente in forma anonima, Il giardino di Elizabeth è un testo in cui le sezioni descrittive e riflessive prevalgono nettamente su quelle narrative: definirlo un romanzo non è immediato, ma uno sviluppo di eventi esiste, sebbene sia finalizzato soltanto all'inserimento di splendide digressioni non solo sul ricco giardino cui la protagonista dedica tutto il suo amore e tutta l'attenzione di cui è capace ma anche ai paesaggi che circondano la sua casa in Pomerania, sui ricordi di un'infanzia felice e sulla condizione subordinata della donna.
Elizabeth è una donna tedesca dell'alta borghesia che, dopo cinque anni trascorsi in un appartamento cittadino a sprecare la propria vita, è riuscita a convincere il marito, noto solo come Uomo della Collera (un'espressione che l'autrice usava anche per indicare il primo marito), a trasferirsi nella villa di famiglia nei pressi del Mar Baltico. Qui Elizabeth trova quella che definisce il suo paradiso: un luogo tranquillo, immerso nella natura, lontano dal chiacchiericcio e dal falso perbenismo cui era obbligata dalla società tedesca: la protagonista, che è al contempo la narratrice, si ricrea in questo luogo, che riempie di fiori e che la nutre con colori, profumi e con i libri che abbondantemente raccoglie nella libreria affacciata sul giardino stesso. A Elizabeth basta potersi rilassare in compagnia di un libro, di un tè e della visione del giardino per potersi dire felice, in uno stato di amenità in cui la maggior parte delle persone che conosce si annoierebbe.
 
Elizabeth von Arnim
Le tre figlie di Elizabeth, chiamate solo la bambina di aprile, la bambina di maggio e la bambina di giugno, sono come delle comparse, mentre l'Uomo della collera viene attratto nel racconto solo per farne emergere la meschinità. È infatti significativo che le uniche figure dotate di nomi propri siano, oltre all'istitutrice delle bambine, le due ospiti di Elizabeth, l'amica storica Irais e Minora, una donna inglese che si documenta freneticamente su ogni aspetto della vita quotidiana dei Tedeschi. Le conversazioni fra Elizabeth e le sue ospiti offrono proprio l'occasione per riflettere sul bisogno di libertà delle donne, che si traduce in una emozionante gita in slitta sulla costa baltica battuta dal gelo, sulla possibilità di staccarsi dagli obblighi familiari, come ha fatto Irais, che, nel far visita ad Elizabeth, ha lasciato la direzione della casa per molto tempo e, soprattutto sulla disparità fra i sessi. L'attaccamento della von Arnim al tema è evidente dallo spazio decisamente ampio che dedica a due passaggi cruciali. Il primo è la visita, in novembre, alla casa d'infanzia di proprietà del padre; alla morte di lui, essendo presente una sola figlia femmina che non la poteva ereditare, è passata a dei cugini estranei: Elizabeth lascia il suo amatissimo giardino per il bisogno di rivedere i luoghi in cui è stata tanto felice, ma non riesce ad annunciare la propria presenza ai nuovi abitanti, così rimane ad osservare e ad abbracciare gli alberi e a inorridire per il modo in cui i cugini hanno deturpato le aiuole, per poi ritornare a casa con tanta amarezza.
Quando è arrivato il grigiore di novembre, sospendendo basse nuvole scure e soffici sui solchi bruni dei campi arati e sul verde smeraldo del grano invernale, quella pesante immobilità ha riportato il mio cuore a una sconsolata nostalgia delle cose piacevoli dell’infanzia, alla fede nella saggezza infallibile delle persone grandi, una fede che ti coccola, ti dà conforto, ti scalda. È un gran bisogno di qualcosa a cui appoggiarsi, una stanchezza profonda dell’anima di fronte al dover essere indipendenti e responsabili. Guardandomi intorno in cerca di sostegno e conforto mentre mi trovavo in questo stato d’animo transitorio, il vuoto del presente e la vacuità del futuro mi hanno riportato al passato e ai suoi fantasmi.
[...] Quasi mi veniva da piangere per la gioia di essere tornata nella casa dei miei avi, la casa che sarebbe stata mia se fossi stata un maschio, che adesso era mia in virtù di mille ricordi teneri, felici, orribili, che i proprietari non potevano nemmeno sognarsi di avere. Loro erano inquilini di casa mia. Ho abbracciato il tronco di un albero che grondava umidità: ne ricordo ogni ramo, per ognuna delle centinaia di volte che mi si cono arrampicata e sono caduta riempiendomi di lividi e tagli. L'ho baciato con un trasporto tale che mi sono macchiata di verde il naso e il mento senza che peraltro me ne importasse nulla.
Il secondo momento in cui emerge la volontà dell'autrice di spezzare la catena di discriminazioni è il lungo colloquio fra l'Uomo della collera e Irais, cui Elizabeth assiste quasi muta, ormai avvezza alle opinioni retrograde del marito. Ne risulta uno sconcertante dibattito fra il padrone di casa, che sostiene l'inferiorità della donna, paragonabile a un bambino o ad un folle per la sua frivolezza e per le illusioni romantiche di cui si nutre e del tutto incapace di opinioni razionali, di un pensiero critico, di capire alcunché di questioni pratiche e politiche. Sono le pagine più indisponenti del romanzo, ma anche quelle in cui il lettore si sente più vicino a Elizabeth e comprende a trecentosessanta gradi i motivi per cui ella si rifugia nella bellezza della natura, rifiuta le compagnie del mondo esterno (estensione di quello rappresentato dal marito), si sente disorientata quando è costretta ad allontanarsi da casa e si dedica anima e corpo ai suoi fiori, espressione dell'unica forma di vita che le permette di essere se stessa e di coltivare un talento, mettendosi alla prova e sentendosi protagonista di qualcosa di importante.
Non c'è da stupirsi della prolificità letteraria di Elizabeth von Arnim, che scrisse per tutta la vita romanzi di forte ispirazione autobiografica ed ebbe fra i suoi lettori più ammirati, Elizabeth Jane Howard, anch'ella protagonista e autrice di storie decisamente anticonvenzionali se rapportate alle aspettative sociali del Novecento.
 
Frederick Carl Frieseke, Il laghetto in giardino (1913)

Se letto con superficialità, Il giardino di Elizabeth può sembrare un romanzo disimpegnato, una rassegna botanica anche molto particolareggiata, un memoriale di piccole amarezze e piccole gioie quotidiane. Ma, se affrontato in un'ottica diversa, con un'attenzione particolare al pensiero di una donna che cercava di ritagliarsi un proprio spazio e di cercare se stessa al di là del ruolo sociale che le era stato assegnato, possiamo davvero guardare a questo libro come a un importante documento, peraltro estremamente gradevole e suggestivo per tutti gli amanti della natura e della tranquillità, sulla condizione della donna.
Che donna felice sono! Vivo in un giardino, con libri, bambine, uccelli, fiori e un sacco di tempo a disposizione per godermeli. Tuttavia, i miei conoscenti che vivono in città mi vedono prigioniera, sepolta in campagna e chissà cos’altro, tanto che, se toccasse loro una vita come la mia, si sentirebbero condannati e urlerebbero a squarciagola da mattina a sera. A volte mi sembra di essere più fortunata dei miei pari, perché so trovare la felicità così facilmente.
C.M.

lunedì 8 gennaio 2018

La prima mostra dell'anno: Secessioni europee

Chi si gode l'arte a Capodanno se la gode tutto l'anno: se il proverbio sulle attività di inizio anno fosse valido, il 2018 sarebbe un anno all'insegna delle mostre e della storia delle arti figurative. Il 1 gennaio, infatti, ho optato per una visita al percorso Secessioni europee - L'onda della modernità, allestito a Rovigo, nelle sale di Palazzo Roverella, che negli anni scorsi hanno ospitato le mostre L'ossessione nordica e I Nabis, Gauguin e la pittura italiana d'avanguardia.

Stavolta ero particolarmente curiosa, perché le Secessioni mitteleuropee, in particolare quella viennese, mi hanno sempre affascinata, soprattutto in quanto manifestazioni di un'esigenza di rinnovamento culturale a cavallo fra XIX e XX secolo.
Il percorso espositivo prende le mosse dal primo movimento secessionista, quello di Monaco, città in cui, nel 1892, Franz von Stuck fondò l'Associazione degli artisti monacensi, nucleo originario della nuova tendenza, cui aderirono, fra gli altri, Arnold Böcklin, Otto Eckmann e Carl Strathmann e che diede vita alla rivista Jugend (Gioventù), da cui Jugendstil, uno dei nomi assunti dal Modernismo. La ricerca di nuove forme espressive passa attraverso una commistione fra realismo e simbolismo, sicché molto vari sono i temi e l'ispirazione delle opere d'arte prodotte in questo contesto, ma è soprattutto l'idea di opera d'arte totale e di commistione fra pittura e arti applicate a sancire la vera novità, intuibile sin dalla prima opera esposta, un arazzo di Otto Eckmann, Cinque cigni (1896) o dal monumentale ritratto Maria di Strathmann, nel quale vengono riprodotti arabeschi, intarsi ed effetti smaltati.

Il contesto più spettacolare della cultura secessionista, al quale è dedicata la parte più ricca e interessante della mostra, è quello di Vienna: a Palazzo Roverella sono esposte opere di Max Klinger, Gustav Klimt, Egon Schiele, Wilhelm List (il cui dipinto, l'Offerta o Il miracolo delle rose, che rappresenta Santa Elisabetta d'Ungheria, è il nel cuore della mostra), Joseph Maria Olbrich e molti altri artisti che hanno animato il clima culturale della capitale dell'Impero austro-ungarico. Non solo si possono ammirare bozzetti dei più famosi ritratti realizzati da Gustav Klimt, ma anche i cartelloni delle Secessioni, fra cui spiccano quelli dello stesso Klimt e quello, incompiuto, di Schiele, alcune copertine della rivista del movimento, Ver Sacrum, il manifesto di Olbrich raffigurante l'emblematico edificio della Secessione da lui stesso progettato e uno dei bronzi di Beethoven realizzati da Klinger per la mostra dedicata a Beethoven nello stesso edificio, nel 1902. La Secessione di Vienna, del resto, fu anche quella più orientata alla fusione dei vari linguaggi artistici: basti pensare all'uso di smalti e oro da parte di Klimt, alla commistione di musica, pittura e scultura in occasione della già citata mostra dedicata al compositore tedesco e alla promozione delle lavorazioni artigianali e della grafica, espressioni cruciali dell'Art Nouveau.

Meno note e quindi interessanti da scoprire in questo contesto, sono le esperienze della Secessione di Praga e del gruppo Sursum, orientato alla riscoperta del misticismo e delle tendenze ermetiche e occulte. In particolare, emergono in questa sezione l'arte plastica di Jaroslav Horejc e i dipinti e le stampe di Jan Konůpek (formidabile la sua xilografia Aldilà - Caronte). 
Altrettanto peculiare è la Secessione romana (1912-1917), che, a differenza delle più uniformi tendenze d'Oltralpe, riuniva quegli artisti che non si riconoscevano nell'arte accademica e cercavano, con slanci in direzioni differenti (basti pensare che fra i secessionisti ci fu anche il futurista Giacomo Balla), di elaborare nuove forme espressive che guardano all'arte internazionale, ai Fauves e a Matisse e che producono opere originali come la Danzatrice genovese di Galileo Chini (1914) o la xilografia Visione - La città di Felice Casorati (1913).
La mostra Secessioni europee rimarrà aperta fino al 21 gennaio e ai visitatori di questi ultimi giorni verrà regalato un ingresso gratuito per ogni biglietto acquistato. Per parte mia, mi auguro che questo avvicinamento d'inizio anno alla grande arte secessionista preannunci, entro la fine del 2018, un viaggio a Vienna... chissà!

C.M.

giovedì 4 gennaio 2018

Wonder (Stephen Chbosky, 2017)

Il primo post dell'anno della rubrica La decima Musa è dedicato ad un film che ho visto proprio all'inizio delle vacanze di Natale, ma di cui ancora non ho avuto occasione di parlare. Si tratta di Wonder, pellicola diretta da Stephen Chbosky tratta dal romanzo omonimo scritto da R.J. Palacio, che affronta temi tanto delicati quanto presenti nella nostra società.

August Pullman (Jacob Tremblay), Auggie per gli amici, si appresta ad iniziare la prima media. Un nuovo ambiente, tante nuove persone intorno, la paura di non essere accettato. La situazione di Auggie sembra quella di un qualsiasi ragazzino di undici anni, che vive il trauma di un grande cambiamento e le difficoltà della crescita e della condivisione in un gruppo di amici. Tuttavia questa, per Auggie, è una situazione completamente straordinaria: non è mai andato a scuola, perché fino a oggi è stata la madre (Julia Roberts) a occuparsi della sua istruzione. Il bambino, infatti, è nato con una deformazione facciale e, nonostante i numerosi interventi, il suo viso suscita reazioni di spavento nella maggior parte delle persone e Auggie è terrorizzato dall'impatto con i compagni di scuola e, più in generale, con il mondo esterno, al punto che esce di casa solo con la sicurezza del suo casco da astronauta. La madre insiste perché Auggie affronti la scuola e i compagni, nella certezza che debba imparare ad accettarsi e a farsi accettare per ciò che è, facendo leva sulla sua simpatia, sulla sua bontà e sul suo talento, che si esprime soprattutto nello studio delle scienze; a sostenerlo ci sono anche il padre (Owen Wilson) e la sorella, Olivia (Izabela Vidovic), a sua volta alle prese con un contesto inaspettato, perché la sua amica del cuore ha tagliato improvvisamente i ponti e l'attenzione della madre è tutta catalizzata sui problemi del fratellino. L'impatto con la scuola è molto duro: Auggie si sente bersagliato dagli sguardi di tutti, viene emarginato e fatto oggetto di attacchi verbali da un bulletto, ma il supporto del preside e l'avvicinamento di Jack e Summer, due bambini che riescono a guardare oltre la diversità di Auggie, gli permetteranno di acquisire poco alla volta fiducia in se stesso.
Ho guardato Wonder in una duplice prospettiva, scorgendovi non solo una forte storia di affetto e coraggio, ma anche un amaro legame con molte situazioni che coinvolgono i bambini dell'età di Auggie nella nostra società. Lavorando a scuola e proprio a contatto con ragazzini delle medie, non ho potuto fare a meno di pensare alla difficoltà di gestire situazioni delicate come quella presentata nel film: l'inclusione di ogni bambino passa attraverso l'acquisizione (e non per la negazione) della diversità e del principio di equità che richiede a ciascuno di rispettare chi gli sta vicino e di contribuire al suo benessere come vuole veder tutelato il proprio. Bullismo o più sottili atti di discriminazione, talvolta inconsapevoli, possono avere effetti annichilenti e conseguenze di lunga durata e condurre a paradossali situazioni in cui si guarda all'altro non per valorizzarne i pregi ma per additarne i difetti. Auggie Pullman mi ha ricordato alcune situazioni, pur meno forti, cui mi trovo ad assistere e che, nella scuola, cerchiamo in ogni modo di contrastare, anche se molto lavoro deve essere fatto anche da parte dei soggetti esterni coinvolti a vario titolo nell'educazione, in modo che un handicap o anche solo un tratto caratteriale non diventino uno stigma di emarginazione. 
Un film come Wonder può aiutare, perché smuove riflessioni importanti e mostra cosa potrebbe accadere se riuscissimo a superare ogni genere di pregiudizio o paura della diversità. Ed è un film molto emozionante, un motivo che, da solo, basta a suggerirlo.

 
C.M.

martedì 2 gennaio 2018

Beren e Lúthien - J.R.R. Tolkien

Sono contenta che il primo post dell'anno sia dedicato a J.R.R. Tolkien e al suo fantastico universo. Tornare periodicamente nel mondo di Arda è, allo stesso tempo, un trauma e un sollievo: un trauma perché ogni volta si deve riallacciare il filo della geografia e delle genealogie dei moltissimi personaggi, cercando di ricordare chi è parente di chi, cosa ha fatto e in quale luogo è vissuto; un sollievo perché Arda ha una costruzione perfetta, grandiosa, paragonabile soltanto a quelle delle epopee antiche e medievali, che, a differenza del Silmarillion e di tutti i libri e racconti collegati, sono state prodotte da popoli interi. Non riuscirò mai a smettere di meravigliarmi della genialità, della precisione, della costanza e del talento narrativo di Tolkien, che ha tratto solo dalla propria testa le straordinarie avventure dei Valar, degli Eldar e delle razze mortali note soprattutto attraverso Il Signore degli Anelli.

Ciò che di solito colpisce il lettore de Il Signore degli Anelli e che, a primo impatto, lo può disorientare è il retroterra storico che Tolkien ha costruito per il suo grande romanzo e che rende affascinante l'epos della trilogia e la più fiabesca avventura de Lo Hobbit e che ha conferito spessore anche ai sei film ispirati alle vicende della Guerra dell'Anello. Le gesta della Prima e della Seconda Era (terminate, rispettivamente, con la sconfitta di Morgoth e con la vittoria dell'Ultima Alleanza su Sauron) riecheggiano nei canti e nei nomi degli antenati di Elrond, Aragorn, Galadriel, Legolas, Gimli, Thorin e di molti altri personaggi, rendendo ancor più avvincente il racconto.
Per conoscerle, è fondamentale affrontare il Simlarillion, ma anche alcune narrazioni che si intersecano con esso e che trovano maggiore sviluppo nei libri Beren e Lúthien e I figli di Húrin, pubblicati postumi a cura di Christopher Tolkien e con le belle illustrazioni di Alan Lee.
Beren e Lúthien è il libro che mi ha tenuto compagnia negli ultimi giorni dell'anno appena passato e che ha riacceso l'atmosfera magica ideale da gustare ai piedi dell'albero illuminato. Del resto, per me la letteratura fantasy ha un legame speciale con l'inverno e le festività. A differenza dei romanzi precedentemente letti di Tolkien, ho potuto apprezzare in questo libro anche l'attento lavoro di filologia affrontato e documentato dal figlio dell'autore (fra l'altro il suo immenso impegno mi ricorda un po'quello di Jacopo Alighieri con le opere del padre), che ha raccolto in questo volume le diverse versioni della storia di Beren e Lúthien e descritto l'intersezione della creazione di questo canto con il Silmarillion e con i Racconti perduti da cui esso è scaturito. Lo scopo di Christopher Tolkien, enunciato nella preziosa prefazione, era quello di rendere autonoma quella che suo padre considerava «la principale delle storie del Silmarillion» e di mostrarne l'evoluzione nel tempo, anche per dare spazio a «passaggi minuziosamente descrittivi o dall'immediata drammaticità che si perdono nello stile riassuntivo tipico di buona parte del Silmarillion».
L'effetto desiderato è stato raggiunto: chi, come me, si era già affezionato alle vicende di Beren e Lúthien e all'avventura del ratto del Silmaril attraverso il Simlarillion non può che rimanere ammirato di fronte al lavoro certosino di lavorazione di questo mito dei Tempi Remoti. Leggendo il libro si scopre perché la natura di Beren varia da quella di Gnomo a quella di Uomo ed Elfo (talvolta per un fatto puramente etimologico), quali vicende hanno condotto alla morte di Barahir, padre di Beren, e del suo amico e alleato Finrod Felagund (fratello di Galadriel), l'elfo Norldor, la cui lealtà era suggellata dal dono dell'anello che sarebbe poi stato trasmesso ai figli di Elendil. Si narra inoltre della morte di Fingolfin, madre di Finrod, nel duello contro Morgoth, del salvataggio del suo corpo ad opera del re delle aquile Thorondor e delle sorti del Silmaril sottratto da Beren a Morgoth stesso (Melkor nelle versioni più antiche della storia).
Il nucleo del racconto, attorno al quale si snodano tutti questi avvenimenti, è naturalmente l'amore fra Beren e Lúthien, in nome del quale il protagonista sfida Morgoth per sottrargli un Silmaril; bellissima figlia dell'elfo Thingol e della maia Melian, Lúthien segue Beren nella pericolosa impresa, fuggendo in segreto da Doriath e dai divieti del padre e utilizzando la magia ereditata dalla madre per irretire i seguaci di Morgoth e il Signore oscuro stesso. Con l'aiuto del fedele cane Huan, i due riescono a rubare il Silmaril, ma ancora molti pericoli li attendono e, soprattutto, i due innamorati dovranno affrontare la difficile scelta, da parte di Lúthien, fra la vita eterna e l'amore mortale.
Il filo principale delle vicende corrisponde al Lai di Leithian, che occupa la maggior parte del libro, ma si interseca con le informazioni che Christopher Tolkien ha raccolto dalle carte del padre. Molto interessante è, in particolare, la più antica versione del mito, con la coraggiosa impresa di Tinúviel (antico nome di Lúthien) di fronte al gatto Tevildo, che tiene Beren prigoniero per volere di Morgoth; l'episodio si è poi trasformato e indurito e Beren è diventato ostaggio di Sauron, che lo aveva destinato, assieme a Fingolfin e a tutti coloro che lo avevano accompagnato nella ricerca del Silmaril, ad essere divorato dai mannari.
Le ultime pagine narrano invece delle sorti del Silmaril e degli eredi di Beren e Lúthien, il figlio Dior e la figlia di lui Ewling: grazie a Eärendil, sposo di Elwing, e alla stessa mezzelfa, infatti, il Silmaril viene portato nelle Terre Immortali di Valinor e il loro figlio, Elrond, sarà determinante nella storia della Seconda e della Terza era.
L'attenzione di Tolkien padre e figlio per questa storia non si deve solo alla sua bellezza, ma anche ad un legame affettivo: si sa che il grande amore fra Beren e Lúthien è sempre stato la trasfigurazione di quello fra John Tolkien e sua moglie Edith, tanto che i nomi di questi due personaggi sono stati poi scolpiti sulle loro tombe. La storia vera di Tolkien è stata così immortalata e legata ad un racconto che gli appassionati del suo mondo non possono non conoscere.


«Rivolto a meridione era il sul volto, via dalla Terra
del Terrore da cui partivano solo sentieri maligni;
e solo i piedi degli uomini più audaci
oltrepassar potevano i freddi Monti dell'Ombra.
I loro fianchi volti a settentrione erano ricolmi
di dolore, di male e di nemici mortali;
i fianchi volti a meridione s'innalzavano
a picco in pinnacoli e terrazze rocciose,
le cui pendici erano intessute d'inganno
e bagnate da acque dolci e insieme amare.
La magia là indugiava, in baratri e in valli,
perché solo lontano, ben oltre la portata
di occhi che scrutano (se tu non eri
sulla vertiginosa torre che trafiggeva l'aria,
là dove solo vive e stride l'aquila)
si poteva scorgere, grigia e pur lucente,
Beleriand, Beleriand, ossia
i confini della terra fatata.»

C.M.