giovedì 22 giugno 2017

Comunque vada, sarà polemica: riflessioni all'indomani della prima prova di Maturità

Dieci anni fa affrontavo l'Esame di Stato di Maturità da studentessa, oggi lo affronto da Commissario. Il decennio trascorso mi ha dato modo di notare il continuo accumulo di polemiche e distorsioni in merito alla prima prova scritta, che, come è noto, è il tema di Italiano. Sono state contestate le tracce nel complesso (talvolta a ragione), si sono scatenate previsioni puntualmente disattese sugli autori protagonisti dell'analisi del testo con conseguente indignazione per lo scartato e il prescelto, si sono fatte grottesche rassegne-stampa sui documenti della tipologia B, si è detto che i temi generali erano troppo specifici o troppo vaghi. Francamente, questo fiorire di discorsi mi sembra sia sempre più effervescente e creato su misura per far rimbalzare nel web qualche commento sommario. Sì, perché spesso si parla dell'Esame di Stato e di ciò che dovrebbe testare senza andare oltre una reazione superficiale e talvolta piuttosto rozza di fronte ad una traccia gradita o non gradita.


Ieri, prima ancora che i ragazzi consegnassero le loro prove al termine di sei intense ore di lavoro, l'opinione pubblica era a conoscenza del generico contenuto delle tracce e la stampa già iniziava a giudicarle inadeguate. Nel profluvio di polemiche sulla scelta della poesia per la tipologia A (Versicoli quasi ecologici di Giorgio Caproni), dei documenti della tipologia B e dell'argomento del tema storico di tipologia C, sarebbe stato bello che prima o a fianco delle opinioni dei giornalisti fossero richieste quelle dei docenti e degli alunni e che si esprimessero giudizi nel quadro della situazione scolastica contingente.
Perché Giorgio Caproni sarà anche meno noto di Montale, ma non per questo si deve ritenere meno importante a fini formativi. E perché quest'anno, a differenza di sessioni passate, il problema dello studente poteva essere quello di scegliere la proposta di scrittura fra sette tracce interessanti e stimolanti e non quello di individuare la meno peggio. La scuola odierna, a parole, ha fatto propria la conquista di porre l'alunno al centro del proprio percorso di formazione e di adattare le proposte di apprendimento alle necessità e alla dimensione reale in cui è calato l'allievo, tuttavia lo spazio in cui i programmi incontrano l'individuo sono veramente difficili da ricavare: le Indicazioni nazionali e ciò cui si riferiscono, almeno scorrendo le sezioni relative agli insegnamenti di Lingua e letteratura italiana e Storia (materie principalmente coinvolte nella prima prova) e i ragazzi di oggi parlano linguaggi diversi ed è una sfida quotidiana portare avanti proposte didattiche che coniughino il rispetto delle direttive ministeriali e della cultura tradizionale (che non deve essere persa) con questa necessità di attualizzazione e avvicinamento. Non è un'operazione impossibile, ma molto complessa e per la quale sarebbero necessari anche cambiamenti strutturali... ma questo è un altro discorso. Il punto è che quest'anno le tracce ministeriali hanno offerto ai maturandi delle proposte di riflessione su questioni attuali, riuscendo a coinvolgerli in trattazioni multidisciplinari.
Ho letto su Internazionale un articolo di Christian Raimo nel quale viene contestata in primis la scelta di Caproni, autore «che praticamente nessun insegnante tratta» e, in particolare, di un testo «non particolarmente significativo né da un punto di vista formale né all’interno della produzione caproniana. Simile è il parere espresso su Il fatto quotidiano da Manlio Lilli, che afferma che, proponendo un autore che non viene studiato a scuola, il MIUR dimostra di non conoscere la scuola e il suo funzionamento (sarebbe stato bello che la stampa si interessasse di quanto il ministero conosca il lavoro scolastico anche al tempo delle assurdità richieste agli aspiranti docenti al concorso 2016, quando, invece, era troppo presa dal giudicare ignoranti i candidati, ma andiamo oltre); nel suo articolo, Lilli riporta il contenuto di un post pubblicato su facebook da Beatrice Dondi, che di mestiere fa la giornalista ma «conosce bene la realtà per motivi professionali e familiari». L'illuminante contenuto del post, la cui autorevolezza, evidentemente, non è minimamente compromessa dal fatto che chi lo ha scritto non sia un docente che quotidianamente lavora con i ragazzi, è il seguente:
Giorgio Caproni, impagabile traduttore proustiano, verrà interpretato dagli studenti come un’amplificazione dell’insulto di Sgarbi.
Si dà evidentemente per scontato che gli studenti siano una massa di ignoranti il cui orizzonte culturale è costituito proprio dalle trasmissioni in cui Sgarbi urla il suo famoso intercalare. Ebbene, trovo questa mancanza di fiducia e questa leggerezza quasi offensive per i maturandi che stanno affrontando in questi giorni le prove. Insomma, gli interventi che si leggono in queste ore anche nelle testate dei giornali sembrano la versione più raffinata del commento popolare che rimbalza nei social: «Ma Caproni chi?».
Vero è che questo autore viene marginalizzato nella trattazione scolastica, ma il fatto che non compaia nella maggior parte dei programmi svolti in quinta non significa che un autore non debba rientrare fra le proposte dell'esame di Stato. Questo è quanto prevedono le Indicazioni nazionali dei Licei in merito a poeti considerati coevi ad altre esperienze più incisive:
Dentro il secolo XX e fino alle soglie dell’attuale, il percorso della poesia, che esordirà con le esperienze decisive di Ungaretti, Saba e Montale, contemplerà un’adeguata conoscenza di testi scelti tra quelli di autori della lirica coeva e successiva (per esempio Rebora, Campana, Luzi, Sereni, Caproni, Zanzotto, …).
Nell'ambito dell'autonomia e della libertà di insegnamento legalmente riconosciute, ciascun docente è chiamato a tradurre questa indicazione di massima in una scelta: non gli viene concesso di saltare Ungaretti, Saba e Montale, ma può operare, a discrezione, delle selezioni da autori contemporanei, fra i quali, come si può notare, compare anche Caproni, comunque incluso in qualsiasi buon manuale.
Negli ultimi anni si è rafforzata la tendenza a proporre autori che, generalmente, non si studiano né fanno parte delle scelte di lettura condivise (Magris, Eco, Caproni stesso, se ammettiamo che spesso non lo si affronti), ma non bisogna dimenticare che la tipologia di scrittura A è genericamente un'analisi del testo, non di un testo letterario o scritto da un grande autore noto a tutti e che potrebbe anche trattarsi di un articolo di giornale o di una pagina di un saggio sulla diffusione dei social network o, perché no, del famoso discorso di Steve Jobs «Stay hungry. Stay foolish». Lo studente che affronta il tema di tipologia A è invitato ad analizzare un testo (neanche necessariamente scritto), indipendentemente dal fatto che possieda conoscenze tecniche sull'autore e sul suo contesto, ma cercando di ricavare tutte le informazioni di cui ha bisogno dal contenuto, dallo stile e da inferenze culturali, oltre che elaborando un pensiero critico. 
Dunque né il ministero ha sbagliato a proporre un autore 'che non si studia' né sbagliano gli insegnanti a non far studiare ciò che sembra si aspetti ultimamente il ministero, perché la competenza di analisi testuale non è immanente, legata a quell'autore o a quel testo, ma è trasversale e dinamica. Del resto, prima di lamentarsi del fatto che Caproni non si studi e dedurre quindi che sia il primo scribacchino che passa per strada, sarebbe bene chiedersi come sia possibile, in una scuola in cui le già citate Indicazioni prescrivono che il quinto anno sia dedicato allo studio della letteratura che va da Leopardi al Postmoderno (l'espressione ministeriale è, come abbiamo visto, «fino alle soglie dell’attuale»), studiare dettagliatamente tutti gli autori. Lo stesso dicasi per la Storia e quindi in risposta alle polemiche sul tema storico di tipologia C, incentrato sul recentissimo tema del miracolo economico, perché è vero che bisognerebbero studiare anche gli eventi e i fenomeni degli ultimi decenni, ma la scansione dei programmi scolastici non lo permette: il quinto anno, sia per la Storia che per la Letteratura, dovrebbe poter essere dedicato interamente al XX secolo per poterlo trattare, in tutto il suo svolgimento, con l'attenzione che merita. En passant, Giorgio Caproni compare in molte antologie del primo biennio superiore e non è che l'esame di quinta sia il coronamento del solo quinto anno. 


Per avere une elemento in più di valutazione dell'adeguatezza della prova di ieri, prendiamo come pietra di paragone proprio l'esame di Stato del 2007: il testo proposto era un estratto del canto XI del Paradiso, incentrato su San Francesco, un canto che si legge e commenta dettagliatamente in tutti i licei (o quasi) e sul quale, di conseguenza, moltissimi studenti avrebbero potuto lanciarsi senza troppi problemi, se non fosse stato per la domanda di approfondimento, dedicata alla predicazione da parte degli ordini minori e all'iconografia del Santo... una riflessione decisamente poco personalizzabile e per nulla vicina alla sensibilità di un adolescente. Il testo di Caproni di questa Maturità 2017, invece, è non solo molto diretto e attuale, ma anche adatto a sollecitare la riflessione sul rapporto fra l'agire umano e l'ambiente, oltre che a stabilire una sintonia con le nuove generazioni: quella che in queste ore è stata scambiata per banalità, è in realtà la cifra distintiva di Caproni e, se non vogliamo farci bastare la testimonianza del suo allievo e amico Antonio Debenedetti, che potrebbe anche essere influenzato dall'affetto quando dice che Caproni «è stato un maestro vicino ai giovani e alla loro sensibilità», vediamo come si parla del poeta nel manuale di letteratura supervisionato da Romano Luperini:
La poesia non deve tornare verso la vita fingendo di non essere letteratura, ma incarnando un tipo di letteratura che possa appartenere alla vita di tutti, che tutti possano riconoscere e sentire propria: e questa aspirazione (in cui si riconosce l'influenza di Saba) spiega il carattere semplice, e appunto popolare, delle forme di Caproni. Ciò che egli rifiuta è piuttosto la ricerca formale intellettualistica e raffinata, che gli pare un'astrazione fine a se stessa, lontana dalla realtà concreta, e perciò in qualche modo colpevole.
Ecco, trovo alquanto grottesco che, come sta accadendo ormai da 24 ore, persone che non hanno la minima idea di chi sia Giorgio Caproni e di quale genere di poesia sia rappresentante sostengano che la poesia scelta per la prova di maturità sia inadeguata, come a dire che ci si debba adeguare alla cultura delle masse e limitarsi ai pochi autori noti piuttosto che proporre agli studenti dei riferimenti alternativi ed esortarli a mettere alla prova le proprie competenze (maturate, ad esempio, sul Saba cui Caproni guada) su terreni nuovi. 
Anche i quesiti e dunque gli aspetti su cui i ragazzi dovevano concentrarsi sono risultati inopportuni, perché porterebbero ad esprimere delle riflessioni scontate. Mi vien da dire che saranno sempre meno ovvie di quelle di cui ci dilettano coloro che oggi si lanciano nelle Filippiche contro la prima prova. Negli anni scorsi molti maturandi evitavano l'analisi del testo per l'eccessivo grado di tecnicismi, che la rendeva quasi inaccessibile al di fuori dei licei, dove lo studio della letteratura è, generalmente, più approfondito e attento a questioni stilistiche e retoriche; ieri, invece, è stato proposto un testo piano, semplice, essenziale, che forse proprio la mancanza di sovrastrutture critiche indotte dai manuali, unita alla stringente urgenza del tema, ha reso meno distante: è così vergognoso proporre ai ragazzi un'idea di poesia che sia per loro più vicina rispetto a La pioggia nel pineto? O dobbiamo continuare a proporre solo testi criptici sui quali debbano sudare per comprendere gli accorgimenti retorici senza magari interiorizzare in alcun modo il messaggio? Sia chiaro, non sto proponendo di abolire d'Annunzio né caldeggiando la possibilità che ad ogni maturità siano proposte solo ed esclusivamente analisi di autori di più facile comprensione, ma penso che, forse, dovremmo ampliare la nostra idea di letteratura, comprendendo che 'più vicino' o 'immediato' non significano 'scadente'... del resto lo stesso Montale, che tanti attendevano ieri, ha sostenuto che, per poter sopravvivere nella società di massa, la poesia deve mutare profondamente le sue caratteristiche. Insomma, finalmente una proposta che non ha obbligato a citare contenuti e letture critiche già sentite e ipse dixit e ha permesso ai ragazzi di tirar fuori letture personali del testo: ancorché banali (ma attenzione, ché dire 'banale' del pensiero comunque personale di un adolescente la dice lunga sulla considerazione che si ha delle capacità dei giovani), saranno comunque riflessioni scaturite dalla diretta lettura delle parole dell'autore. Per lo stesso motivo quattro anni fa appoggiavo la considerazione di Valeria Sirabella secondo cui il tema è «uno spazio mentale dove non conta tanto quello che si sa ma quello che si pensa», in opposizione all'idea di Alberto Alesina che auspicava il rimpiazzo del tema di maturità con un macro-saggio su una lettura precedentemente assegnata.
In aggiunta alle critiche mosse alla traccia di tipologia A, ci sono state quelle relative ai documenti della tipologia B, cioè la scrittura documentata (in forma di saggio breve o articolo di giornale). Ciò che Raimo sostiene è che i documenti fossero pochi e poco autorevoli, perché presi da riviste non specialistiche e non da articoli accademici e che fossero troppo pochi. Le ragioni per cui a me questa scelta non sembra negativa derivano dall'osservazione diretta del lavoro degli alunni e sono principalmente due.
Una prima considerazione, più articolata, riguarda la natura delle fonti sulla base dei quali gli studenti devono costruire la loro argomentazione: ai pochi documenti citati nell'articolo di Internazionale voglio aggiungere che la proposta di ambito artistico-letterario La natura tra minaccia e idillio nell'arte e nella letteratura era interamente costruita su documenti letterari o iconografici molto autorevoli (Turner e Pellizza da Volpedo per la pittura, Leopardi, Pascoli, Montale e Foscolo per la letteratura), che uno dei documenti della traccia di ambito storico-politico Disastri e ricostruzione è un saggio (di Machiavelli, ma sempre di saggio si parla, anzi, di quel grande trattato che è Il Principe), che nella traccia di ambito tecnico-scientifico Robotica e futuro tra istruzione, ricerca e mondo del lavoro si affiancano ad un documento tratto da Il sole 24 ore un testo elaborato dalla Scuola Universitaria Superiore Sant'Anna di Pisa (poco importa se pubblicato nel web e non in un voluminoso libro per poche tasche o per soli addetti ai lavori) e un intervento tratto dal sito web di INDIRE, che non è proprio la prima organizzazione che capita bensì l'Istituto nazionale di documentazione, innovazione e ricerca educativa, fondamentale per il mondo dell'istruzione di cui si parla nella traccia stessa; infine non c'è bisogno di sdegnarsi del fatto che i tre documenti della traccia di ambito socio-economico siano tutte estratti di periodici a stampa o online, perché la particolarità di questo settore di scrittura è proprio quella di elaborare un quadro di fenomeni sociali ed economici con uno sguardo all'attualità e alla comunicazione che non deve escludere ma inglobare i media: gli studenti avevano tutte le opportunità per arricchire la trattazione con riferimenti alla meccanizzazione che hanno studiato come fenomeni storici dall'Ottocento in avanti o approfondito anche da un punto di vista pluridisciplinare, senza bisogno di vedersi imboccare ogni considerazione da esperti esterni che hanno scritto ponderosi tomi che nessuno di loro mai leggerà. A tal proposito, ricordiamo che i ragazzi si documentano proprio attraverso queste fonti di primaria reperibilità e che all'interno degli istituti si promuove, più o meno regolarmente, un'attività di lettura, commento e critica dei contenuti dei quotidiani. 


Quanto alla quantità dei documenti, invece, posso dire di essere rimasta io stessa inizialmente spiazzata dalla presenza di soli tre contributi per i tre ambiti più caldi (socio-economico, storico-politico e tecnico-scientifico), al confronto dei quali la traccia di ordine generale (D) sul progresso era tanto lunga da essere quasi sproporzionata. Poi, però, ho pensato che il maggior problema con i temi di tipologia B, siano essi saggi brevi o articoli di giornale, è la tendenza degli allievi a rifugiarsi nelle citazioni, riportando pensieri già espressi da altri per la fatica o la paura di esprimere una tesi propria: vedendo all'opera questi giovani scrittori ormai da qualche anno e confrontandomi con i colleghi, ho potuto notare che l'abbondanza di documenti è per molti di loro una fonte di sollievo perché permette di attuare dei collage più o meno mascherati senza far emergere un'idea del tutto personale. Ecco perché non direi che pochi documenti corrispondano a fuffa negli elaborati, per lo stesso motivo per cui non conoscere Caproni permette di non avere troppi condizionamenti superiori: a volte, per fare emergere un pensiero personale è necessario eliminare i paratesti, le auctoritates, i commenti di questo o quel professore... e lasciare che, finalmente, la reale competenza esca fuori e renda il tema un vero e proprio momento di affermazione dell'essere che apprende e usa ciò che sa in relazione a ciò che è.

C.M.

lunedì 19 giugno 2017

Cratilo (Platone)

Nella definizione del rapporto fra le parole e le cose la tappa fondamentale è costituita dagli studi di Ferdinand de Saussure (1857-1913), il quale ha sottolineato la totale arbitrarietà dell'associazione di un concetto ad una immagine linguistica, distinguendo il significato (la cosa, l'oggetto di cui si parla) dal significante (l'elemento verbale scritto o orale che costituisce il mezzo per indicare la cosa). Arbitrario non significa, beninteso, insensato, indica che il collegamento per noi normalissimo di una determinata parola ad un oggetto non ha alcun legame ontologico, ma è una pura convenzione.

Questa acquisizione sembra ormai scontata a noi che abbiamo appreso la grammatica, che abbiamo studiato le trasformazioni linguistiche e che, vivendo immersi in un contesto multiculturale nel quale ci muoviamo con una conoscenza di almeno due lingue (dialetti compresi), sappiamo che uno stesso oggetto può avere numerosi nomi non solo in lingue differenti ma anche in una stessa lingua. Eppure non è sempre stato così e, anzi, suscita ancora una certa curiosità l'idea che possa esistere una sorta di lingua naturale che si affermerebbe se non intervenissero gli infiniti stimoli culturali ed educativi che forgiano la nostra esistenza... quella che, per alcuni, è la lingua che ha preceduto Babele o dell'età dell'oro in cui gli uomini vivevano in armonia e comunione con gli dei.
Il primo testo in cui si affronta diffusamente il problema del rapporto fra significato e significante, in termini di una distinzione fra cose (πράγματα) e nomi (ὀνόματα) è il dialogo Cratilo, scritto dal filosofo Platone nel periodo dell'Accademia. Esso prende il nome da uno dei personaggi che si confrontano: Cratilo è un seguace della dottrina eraclitea secondo la quale l'essere è inafferrabile ma esiste un nome strettamente legato ad esso per natura, anche se esso non sempre coincide con quello che comunemente si utilizza. Il suo interlocutore è Ermogene, il quale, invece, sostiene che un legame naturale fra le cose e i nomi non esiste, ma che si tratta di una associazione arbitraria e convenzionale, basata su un patto finalizzato a rendere possibile la comunicazione. Il dibattere è tale che occorre l'intervento di Socrate, il quale, esercitando la maieutica, l'ironia e contorte analisi etimologiche e di composizione linguistica, mira a convincere Cratilo dell'esistenza di nomi naturali o, almeno, di germi naturali nei nomi in passato scelti da un legislatore illuminato in accordo con i sapienti.
A confrontarsi in questo complesso dialogo sono dunque due visioni estreme. Da un lato abbiamo Ermogene, portatore di una visione arbitraria e relativista dell'atto linguistico che si riconduce alla teoria di Protagora secondo cui l'uomo è misura di tutte le cose e la realtà si struttura e si rende conoscibile in base al pensiero e all'agire umano.
Non riesco a persuadermi che ci sia per i nomi altra norma all’infuori del patto e del consenso. Infatti a me pare che qualsiasi nome che uno ponga ad una cosa, questo sia il suo nome giusto; e che se uno, daccapo, glielo muti in un altro e non la chiami più con quello, il secondo non le si addica punto meno del primo […]. Perché, credo, non c’è nessuna cosa che abbia nessun nome da natura, ma dalla legge e dalla consuetudine di coloro che, per essercisi assuefatti, la chiamano a quel modo. [Cratilo, 384 c-e]
Dall'altra parte c'è la dottrina delle idee di Platone, basata sulla convinzione che, anche se la realtà sensibile corrisponde in effetti al flusso ininterrotto, mutevole e inafferrabile di eraclitea memoria (il celebre πάντα ῥεῖ), a fare da contraltare ad essa esiste un sistema metafisico in cui ad ogni rappresentazione sensibile corruttibile e imperfetta corrisponde un'idea perfetta e immutabile che è conoscibile soltanto attraverso l'esercizio della saggezza e della filosofia e l'ascesa dell'anima all'iperuranio.


Socrate, dunque, che come in tutti i dialoghi platonici è portatore delle idee dell'autore che ne è stato l'allievo, è impegnato a scardinare la visione relativista di Parmenide, ma entra in contraddizione con un altro caposaldo della dottrina delle idee, cioè quello secondo il quale ogni immagine o imitazione della realtà è inevitabilmente staccata dalla realtà stessa, in quanto non potrà mai riprodurla fedelmente e renderla conoscibile nella sua essenza.
Ebbene, se uno di ogni cosa potesse imitare proprio l’essenza attraverso lettere e sillabe, non esprimerebbe forse ciò che ciascuna cosa è? [Cratilo 423 e]
Nel tentativo di dimostrare l'esistenza di un legame risalente agli albori della storia del linguaggio (chiaramente nella sola e parziale prospettiva grecofona), Socrate si lancia nell'analisi etimologica di alcune parole, a partire dal nome degli dei, per arrivare a termini di uso comune come giorno, giogo, verità, piacere, movimento, fornendo una lunga rassegna (sono stati conteggiati più di centoquaranta termini) in cui, però, soltanto venti ricostruzioni risultano corrette. Il procedimento, non scevro di ironia, è alquanto contorto e si può risolvere solo ammettendo che all'etimo di presunta naturalità si siano aggiunti diversi elementi per motivi eufonici o per facilitare l'articolazione delle parole: il nome Poseidone (Ποσειδῶν), ad esempio, come si legge nei passi 403 e - 404 a, potrebbe avere alle spalle l'espressione πολλὰ εἰδότος τοῦ θεοῦ (il dio che conosce molte cose), ma può essere che il signore dei mari fosse chiamato ὁ σείων’ (colui che scuote) e che le lettere p e d siano semplici aggiunte o, addirittura, che il nome significhi ὡς ‘ποσίδεσμον’ ὄντα (dai piedi legati).
Permetti che dei nomi qualcuno si attagli a cappello, qualche altro no; e non volere per forza che abbiano tutte le lettere affinché ciascuno sia addirittura tale qual è l’oggetto di cui è nome; ma permetti che gli si aggiunga anche la lettera che non gli si addice; e se una lettera, anche un nome in una proposizione; e se un nome, anche una proposizione nel discorso, la quale non si addica alle cose; e niente meno si nomini e si esprima l’oggetto fino a che vi rimanda il tipo dell’oggetto di cui si ragione, come nei nomi delle lettere. [Cratilo, 433 d]
Ne deriva che, per forza di cose, anche ammesso che le parole abbiano una essenza naturale, il grado di manipolazione dell'immagine linguistica è tale che si può considerare non solo arbitrario ma anche casuale. La stessa convinzione socratica che i legislatori, artigiani delle parole, avrebbero scelto le parole migliori in quanto sapienti rafforza più che confutare la tesi di Ermogene e, infatti, il dialogo stesso si chiude con la considerazione che, piuttosto che le parole, è preferibile conoscere la verità cui esse si riferiscono e di cui restituiscono un pallido riflesso.

René Magritte, La chiave dei sogni (1930)
Il linguaggio costituisce per ammissione stessa di Socrate un'immagine, infatti nelle ultime pagine del dialogo si giunge allo smussamento delle idee iniziali che vedevano da parte del filosofo l'affermazione dell'idea di un legame, anche minimo, fra i nomi e le cose, che si può cogliere, ad esempio, nel fatto che Omero nomini alcuni elementi con il nome con cui lo indicano gli dei (e quindi quello in qualche modo naturale) e quello attribuitogli dagli uomini; in effetti la critica omerica si è arrovellata parecchio nel tentativo di individuare i significati reali di significanti di cui Omero riporta solo il nome noto alle divinità (come nel caso del moly donato da Ermes a Odisseo come misura difensiva contro la magia di Circe). Ugualmente, sostiene Socrate, un dipinto sarà pure imitazione della realtà, ma viene realizzato con i colori esistenti in natura, segno che un qualche legame con la naturalezza esiste anche nell'arte. Eppure Platone non è benevolo né verso i poeti, la cui sapienza è sminuita e giudicata dannosa nello Ione, né verso gli artisti, in quanto fautori di imitazioni di oggetti sensibili, a loro volta imitazioni delle idee, quindi moltiplicatori delle apparenze.
Di fronte ad Ermogene Socrate sostiene anche una delicata argomentazione in cui tenta di distinguere la verità dal falso negli enunciati in cui si sostituiscano le parole, ma, di fatto, non giunge a dimostrare che le parole con cui esprimiamo il falso abbiano in sé, nella loro essenza, un elemento di naturalità che faccia risultare ontologicamente falso il discorso con esse prodotto. Del resto, anche nella lettera VII di Platone si legge che i nomi non hanno nulla di stabile e che le cose rette possono esser definite rotonde senza che per questo cambi la loro forma.
Quanto ai loro nomi, diciamo che nessuno ha un briciolo di stabilità, perché nulla impedisce che quelle cose che ora son dette rotonde si chiamino rette, e che le cose rette si chiamino rotonde; e i nomi, per coloro che li mutassero chiamando le cose col nome contrario, avrebbero lo stesso valore. Lo stesso si deve dire della definizione, composta com’è di nomi e di verbi: nessuna stabilità essa ha, che sia sufficientemente e sicuramente stabile. [Lettere VII, 343 a]
Dobbiamo dunque ritenere il Cratilo un'opera fitta di contraddizioni e priva di rigore argomentativo? Niente affatto, perché non va dimenticato che la filosofia socratica si basa sul metodo che giustifica la scelta stessa del dialogo, cioè la ricerca, la maieutica, l'arte dell'aiutare l'allievo a partorire pensieri che lo avvicinino alla conoscenza. Il filosofo deve essere dunque un mediatore, infondere il dubbio, allontanare dalle certezze anche quando indica un tracciato: così si spiega il finale aperto del Cratilo, con il suo invito a non smettere di interrogarsi sul linguaggio e sul rapporto fra le cose e i loro nomi... un invito che, fortunatamente, i linguisti hanno portato avanti e senza il quale, forse, non avremmo avuto nemmeno le teorie di Ferdinand de Saussure e il sistema filosofico che anche in relazione ad esse si è generato e che ha prodotto capolavori letterari e artistici.

C.M.

giovedì 15 giugno 2017

Qualcuno cammina sulla tua tomba (Enriquez)

C'è chi viaggia inseguendo l'arte, chi per ammirare le bellezze paesaggistiche, chi percorre le vie del turismo enogastronomico... e chi, come Mariana Enriquez, gira per il mondo alla ricerca dei cimiteri più suggestivi, siano essi luoghi di sepolture monumentali come il cimitero parigino di Montparnasse oppure cripte decorate con ossa e teschi, come la Cripta dei Cappuccini a Roma.

Qualcuno cammina sulla tua tomba. I miei viaggi nei cimiteri (Caravan edizioni) è una sorta di diario di viaggio di questa esploratrice di cimiteri, fra le cui pagine sono raccolte ricche descrizioni delle necropoli che Mariana Enriquez ha visitato, aneddoti personali e storici ad essi legati e un breve memorandum su ulteriori siti di sepoltura che, per un motivo o per l'altro, suscitano l'interesse dell'autrice. Scopriamo immediatamente che la curiosità per i cimiteri nasce da una passeggiata fra le tombe di Staglieno, a Genova, nel 1997, con l'incanto suscitato dalle sensuali figure angeliche scolpite in onore dei defunti e da un incontro passionale. A questa escursione fanno seguito molte altre che portano la Enriquez all'interno delle necropoli più note del continente americano, d'Europa e d'Australia, percorrendo una storia che non si dipana in ordine cronologico ma che salta nel tempo e nello spazio.
Fra i capitoli più interessanti di Qualcuno cammina sula tua tomba c'è quello dedicato alla città messicana di Guadalajara, di cui ci vengono illustrati i particolarissimi rituali del Giorno dei morti, con la loro profusione di amuleti, dolciumi a forma di teschi (alfeñiquez) e rappresentazioni su cibi, quadretti e in forma plastica di Catrina, uno scheletro disegnato da José Guadalupe Posada agli inizi del XX secolo a denuncia della povertà e originariamente chiamato Calavera Garbancera, ma ribattezzato poi Catrina dal pittore Diego Rivera. Molto suggestiva è anche la descrizione della cultura vudù a New Orelans, città di 35.000 abitanti e 42 cimiteri le cui tombe sono tutte in superficie per evitare che le inondazioni facciano riemergere le bare; qui si vendono oggettini portafortuna e gris-gris, amuleti che contengono erbe, oli o pietre per tenere lontani gli spiriti maligni e si può visitare il cimitero di St. Louis n°1 dove è stata girata una scena molto discussa del film Easy Rider, proprio davanti alla tomba della Società italiana realizzata da Pietro Gualdi nel 1857. La Enriquez ci porta inoltre a Memphis, nel Tennessee, a visitare la tomba di Elvis Prelsey e a conoscere la storia del suo sfortunato fratello, al Cemeterio Presbítero Maestro di Lima, nei quartieri più pericolosi della capitale peruviana, di fronte all'angelo di Francisco Salamone che sorveglia l'entrata del cimitero di Azul, nella provincia di Buenos Aires e sulle tracce delle storie di fantasmi a Savannah, in Georgia. Ma le visite cimiteriali di Mariana Enriquez sono anche molte altre e molte altre si aggiungerebbero a questo diario, se venisse ristampato in futuro. 
Uno spazio particolare merita l'ultima delle storie di sepoltura, perché la protagonista del racconto è Marta Angélica la madre di una conoscente dell'autrice e la sua storia si intreccia con quella delle persecuzioni della giunta militare argentina e dei Desaparecidos: proprio attraverso la storia di una defunta che ha atteso decenni prima di trovare pace comprendiamo il reale significato del percorso di Mariana Enriquez fra le tombe: il suo non è un semplice vezzo morboso, né l'atteggiamento di una turista così impegnata nella ricerca di scatti o souvenir da non comprendere l'importanza di un luogo destinato al ricordo e della storia che esso porta con sé, ma un interesse che nasce dalla consapevolezza che ciascuno ha una propria storia, un'identità legata ad un luogo e il diritto di essere ricordato e protetto dopo la morte.

Portale del cimitero di Azul in Argentina

Collocato nel punto di intersezione fra il racconto diaristico autobiografico, la narrativa e l'etnografia, Qualcuno cammina sulla tua tomba si può anche gustare a piccoli brani e può fornire qualche interessante indicazione per individuare nelle grandi città che desideriamo organizzare un itinerario insolito, che includa non solo il percorso per le strade dei vivi, ma anche quello lungo i sentieri dei morti, dove si nascondono vere e proprie opere d'arte e molte curiosità. Leggendo il diario di viaggio della Enriquez, non solo ho riscoperto le suggestioni della visita al cimitero di Père Lachaise, ma ho imparato qualcosa di più su alcuni ospiti delle necropoli da lei visitate, come lo scrittore Julio Cortázar, il già citato Elvis Presley, il jazzista Buddy Bolden, Anne Rice o personaggi accusati di stregoneria, delirio e vampirismo. L'unico difetto che si può individuare in questo libro è che, per una piena immersione nel testo, è talvolta necessario un supporto visivo, se non altro per localizzare i siti e immaginarne le tombe: io ho consultato più volte la rete per ovviare al problema, ma non sarebbe male se il libro fosse corredato di qualche pianta cittadina o fotografia. Per il resto, la Enriquez ha confezionato una raccolta di racconti del tutto originale, a tratti molto solenne e in altri ironica, nella quale emergono diverse somiglianze fra le usanze funebri di popoli geograficamente molto lontani.
Come sono belli i cimiteri, penso, mentre, dal finestrino, guardo il cielo grigio. La mia amica Patrizia dorma accanto a me. "Dove si potrà leggere il suo epitaffio". Dove resta il nome, la data, e una voce che dice: ci sono stato, ero. Ormai forse nessuno sa più il mio nome, ma una volta qualcuno mi ha ricordato.
C.M.

martedì 13 giugno 2017

I libri per le vacanze

Sabato scorso si sono concluse le lezioni e, a malincuore, ho salutato la mia classe terza e il liceo in cui ho passato le migliori ore da insegnante e in cui mi auguro di poter tornare al più presto, magari in compagnia degli stessi alunni, per accompagnarli nel proseguimento del loro percorso. L'anno scolastico 2016/2017 è stato l'ennesimo anno pazzo, dato che è iniziato nel bel mezzo del concorso docenti con una supplenza alla scuola secondaria di primo grado ed è stato scandito dalle prove orali e dall'attesa delle graduatorie che preludono al ruolo; nel mezzo, dopo due mesi dall'inizio delle lezioni, è arrivato il passaggio al liceo, mio luogo d'elezione, dove ho potuto godere dell'immenso piacere di insegnare letteratura italiana e storia.


Non mi voglio dilungare nel racconto di un'esperienza personale, ma, semplicemente, prendere questi nove mesi di insegnamento come spunto per una riflessione sul rapporto fra il libro e la scuola, in relazione non solo alla grande letteratura che si analizza nel suo procedere nei secoli ma anche alle esperienze di lettura che si fanno al di fuori dello studio. Già nel primo periodo dell'anno scolastico vi ho parlato dell'atteggiamento positivo manifestato dagli alunni di prima media che, a gran voce, chiedevano di entrare quanto prima in biblioteca per scegliere i libri da portare a casa con sé, rallegrandomi di poter scardinare il pregiudizio secondo il quale i giovani rifuggono la lettura. Ho cambiato poi scuola, ma non la convinzione di dover continuare a promuovere la lettura, stavolta, però, con la responsabilità di indirizzare i ragazzi verso libri maturi, un gradino più in alto rispetto a quelli che tenderebbero a scegliere in libreria.
Non si tratta, beninteso, di snobismo verso la narrativa più leggera, anzi, in diverse occasioni mi sono trovata a discorrere con piacere anche di saghe fantasy o di manga, di cui ho incoraggiato la lettura. Tuttavia ritengo che il ruolo di un docente di materie letterarie sia anche quello di proporre delle piccole sfide, di spingere in una direzione che non consolidi ma allarghi gli orizzonti degli studenti. Analizzando la mia esperienza di lettrice, mi rendo conto che ricevere tanti stimoli diversi, molti dei quali da parte dei miei insegnanti, mi ha permesso di uscire dalla mia ristretta zona di confort e di avvicinarmi ad autori, testi e tematiche che, altrimenti, non avrei forse preso in considerazione. Proprio per imposizione scolastica ho incontrato Elsa Morante e letto Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar (che si è poi rivelato uno dei miei romanzi preferiti) e, anche se non sempre questi suggerimenti più o meno marcati mi hanno fatto apprezzare i libri, nella gran parte dei casi sono stati preziosi elementi di orientamento e spesso ho riletto e rivalutato anche i testi che erano stati indigesti.
Lungi dal pensare che un lettore sia una persona migliore di un non lettore, sono convinta che il compito di un docente sia quello di insegnare agli allievi a sintonizzarsi con se stessi e con l'ambiente culturale in cui sono immersi, aiutandoli a ricercare una loro identità, ad espandere il loro pensiero, a moltiplicare le prospettive e a migliorare le forme della comunicazione orale e scritta. Un docente di lettere può e deve farlo anche attarverso il libro, con l'umiltà di accettare che forse nessuno dei suoi allievi leggerà la Divina Commedia al di fuori di quelle pagine di cui si affronta lo studio e che buone esperienze di lettura si possano trarre anche da libri contemporanei, dalla narrativa di genere e, insomma, anche da tutto ciò che non è classico. Ecco perché, oltre ai testi che hanno compagnato i miei alunni per questioni strettamente legate al programma, quest'anno ho voluto proporre delle letture che spaziassero dai classici del Novecento alle ultime uscite, prima con una breve lista all'interno della quale ciascuno doveva scegliere un titolo e ora, per le vacanze, con una lista più lunga di semplici suggerimenti alla quale, al momento dei saluti, sono stati aggiunti altri consigli personalizzati a chi li ha richiesti oppure si è lasciato spazio alle segalazioni degli studenti ai loro compagni.
Ogni libro è in lista per un motivo preciso: alcuni sono classici che studieranno e che contribuiranno così ad arricchire il quadro culturale d'insieme, come I dolori del giovane Werther o Il fu Mattia Pascal, che mi hanno riportata alla lista delle mie vacanze fra la terza e la quarta, fatta esclusivamente di classici; altri affrontano questioni storiche che abbiamo approfondito, come Il nome della rosa e Q, che parlano di contrasto alla circolazione dei libri e della lotta alle eresie; altri ancora ospitano storie di passioni travolgenti, come Il conte di Montecristo o Il dottor Živago. C'è poi spazio per Antigone, la cui storia ha spesso fatto capolino leggendo l'Inferno, per il premio Nobel Saramago e per gli amanti dei gialli alla Sherlock Holmes... insomma, spero che ciascuno trovi almeno un titolo che sia di suo gradimento o che, negli anni, imbattendosi in uno di questi libri in una libreria o in una biblioteca, scopra il desiderio di capire perché un'insegnante bibliomane abbia pensato di suggerirlo.


Senza addentrarmi nelle polemiche sulla lettura coatta e sui compiti estivi, ho voluto proporre una lista, che, comunque, è fatta di suggerimenti e non di imposizioni. Ritengo che a volte sia necessario insistere nell'esercizio di lettura come in un esercizio di logica applicato alla matematica e che si debba tentare di esortare alla lettura come si invitano gli studenti ad apprendere le lingue straniere, a viaggiare, a svolgere attività sportive. Sono tutte esperienze importanti, che perfezionano l'identità, migliorano la comunicazione e ampliano il raggio delle possibilità. Ecco perché, anche se qualcuno dovesse completamente ignorare la lista, rimarrei convinta delle necessità di indicare la via dei libri. Ed ecco perché i libri che ho inserito nella lista, come sempre fanno i libri, mi ricorderanno per sempre una meravigliosa esperienza di insegnamento e saranno associati ai momenti trascorsi in compagnia dei miei alunni. Perché i libri creano relazioni.
«Il mal di grammatica si cura con la grammatica, gli errori di ortografia con l’esercizio dell’ortografia, la paura di leggere con la lettura, quella di non capire con l’immersione nel testo e l’abitudine a non riflettere con il pacato sostegno di una ragione strettamente limitata all’oggetto che ci riguarda, qui e ora, in questa classe, durante quest’ora di lezione, fintanto che ci siamo.» Daniel Pennac, Diario di scuola
C.M.

venerdì 9 giugno 2017

Don Camillo (Guareschi)

Ogni anno per almeno tre volte viene mandata in onda l'intera saga cinematografica di Don Camillo con Fernandel e Gino Cervi, un fortunatissimo ciclo di cinque film in bianco e nero ambientati nel paesino reggiano di Brescello, dove a farla da padrone sono gli scontri fra il parroco Don Camillo e il sindaco comunista Giuseppe Bottazzi, più noto come Peppone. Alle spalle delle pellicole stanno i racconti di Mondo Piccolo scritti da Giovannino Guareschi (1908-1968), riuniti in una serie di volumi che, però, non corrispondono alla scansione degli episodi cinematografici.
Il primo libro in cui debuttano la Bassa e i suoi personaggi (il nome di Brescello non viene mai citato, perché si parla, genericamente, di Bassa o di Mondo piccolo) è intitolato semplicemente Don Camillo ed è anticipato da tre brevi racconti che servono ad introdurre il lettore nel particolare microcosmo del paesino sulle rive del Po e al modo di vivere dei suoi abitanti. Dopo questa introduzione, si entra nel vivo delle peripezie del corpulento parroco armato di doppietta e del sindaco impegnato nella costruzione della Casa del popolo: i due si contrastano a vicenda giorno dopo giorno per affermare la superiorità della fede, degli interessi spirituali e delle idee conservatrici l'uno e la lotta animosa e radicale per il bene terreno e in nome della propaganda filosovietica l'altro. Ad intrecciarsi con questo filo conduttore intervengono però tante vicende: c'è la vecchia maestra del paese che si rifiuta di aiutare quell'asino di Peppone per i troppi guai combinati da alunno, ci sono gli scioperi e gli espropri per la realizzazione della ferrovia, gli interventi del vescovo, le contese tra famiglie vicine alle prese con ostilità di antica data, giovani innamorati costretti a sposarsi di nascosto, fantasmi di morti annegati nel fiume per i quali rintocca la campana della chiesa sommersa.
Coloro che amano i film di Don Camillo e Peppone non potranno che sorridere nel riconoscere nei racconti di Mondo piccolo i loro siparietti, le frasi di propaganda dei compagni, i dialoghi del parroco con Cristo e i bonari rimproveri di quest'ultimo dall'alto del crocifisso. Leggendo le avventure di Mondo piccolo ci si trova a ridacchiare, magari immaginando i dialoghi recitati da Fernandel e Gino Cervi: ciò che è certo è che la narrativa di Guareschi ha in sé tutto il brio che ha allietato gli spettatori e che si rivela divertente, leggera, accurata e profonda al tempo stesso. Mondo piccolo, infatti, non è solo una sequela di esilaranti gag, ma, anzi, contiene numerosi spunti di riflessione sull'Italia del secondo Dopoguerra e, più in generale, sui comportamenti umani. Guareschi mette in luce le assurdità di certi atteggiamenti e delle prese di posizione che portano allo scontro, si sofferma sui dettagli che caratterizzano l'identità delle persone, lasciandone intuire le sfumature pur senza descrizioni dettagliate, ma, semplicemente, caratterizzando la loro dialettica.
Procedendo nella lettura di Don Camillo, si coglie un graduale inspessimento della materia: se inizialmente prevalgono i momenti di ironia e i battibecchi irriverenti, verso le ultime pagine, che pure non mancano di qualche piccola follia, si impone un clima di inquietudine e di malinconia, che quasi conferisce al romanzo una sfumatura giallistica e una capacità di riflessione storica dalle quali scaturiscono le reazioni più solenni dei due protagonisti. Non va infatti dimenticata la grande ricchezza del rapporto fra i Don Camillo e Peppone, eterni rivali per questioni politiche eppure capaci di collaborare, di rispettarsi e di unire le forze quando si rende possibile conseguire il bene comune, sia esso dei fedeli o dei concittadini. Questa è senza dubbio una grande lezione: al di sopra delle credenze ideologiche, dei capricci e delle ostinazioni, sono possibili la stima e la condivisione, e se un'Italia appena uscita da una guerra civile è riuscita a ricomporle e a produrre una proposta di compromesso anche per la secolare questione dei rapporti fra il potere civile e la missione religiosa, senza dubbio dalla comunità di Mondo piccolo c'è molto da imparare.

«State in gamba, don Camillo, che, a forza di provocare, finirete male.»
«Nessuna provocazione» rispose calmo don Camillo. «Voi suonate le vostre trombe e noi suoniamo le nostre campane. Questa è la democrazia, compagno. Se invece deve essere permesso a uno solo di suonare, questa è dittatura.»
C.M.

mercoledì 7 giugno 2017

A Beautiful Mind (Ron Howard, 2001)

Capita spesso che persone con grandissime doti intellettuali soffrano di disturbi della mente, del comportamento, dell'apprendimento o nelle relazioni interpersonali e che il genio si accompagni a manifestazioni di crisi e a sfoghi anche violenti. Fra i personaggi del secolo scorso che hanno manifestato tale duplicità c'è il matematico John Forbes Nash (1928-2915), personaggio eccentrico e affetto da una grave schizofrenia che ha raggiunto notevoli traguardi nell'ambito degli studi economici e dell'algebra. Vincitore del Premio Nobel per l'economia nel 1994, John Nash, con la sua storia tormentata, ha ispirato nel 2001 il film A Beautiful Mind diretto da Ron Howard e interpretato da Russel Crowe e Jennifer Connelly.

Incontriamo John Nash (Russel Crowe) a Princeton, l'università del New Jersey dove il suo unico amico è il compagno di stanza Charles Herman (Paul Bettany); refrattario alla normale articolazione della vita dello studente universitario al punto da disertare le lezioni e procrastinare la stesura della tesi di dottorato, John Nash è introverso e mira a dimostrare gli errori della dottrina economica di Adam Smith, riuscendovi grazie all'elaborazione della teoria dell'equilibrio che porta il suo nome e ottenendo un posto come docente al Massachusetts Institute of Technology. Qui John Nash si lega ad una sua studentessa, Alicia Larde (Jennifer Connelly), e il suo talento matematico attira l'attenzione del Pentagono, che, in piena guerra fredda, gli affida incarichi legati ai codici criptati: è soprattutto William Parcher (Ed Harris) ad affidargli delicati e segretissimi compiti di individuazione e decifrazione dei codici che Mosca ha affidato ai giornali per comunicare con le spie in suolo americano e a dotarlo di un impianto sottocutaneo per il passaggio dei documenti. John Nash è apparentemente felice nel matrimonio con Alicia e nell'attesa del loro figlio, ma la presenza di Parcher si fa sempre più opprimente e lo espone a rischi che non è più disposto ad accettare, fino al giorno in cui un manipolo di agenti non lo preleva con la forza nel corso di una lezione. John si risveglia in un ospedale psichiatrico, dove viene ricoverato e sottoposto a terapie di shock insulinico per curare i disturbi di schizofrenia paranoide. Infatti non solo Alicia non è riuscita a rintracciare alcun William Parcher, ma a Princeton non risulta che Nash avesse alcun compagno di stanza e, per di più, i documenti che egli dice di aver depositato in una cassetta ad accesso segreto vengono ritrovati integri: i complotti di spionaggio, i compiti affidatigli dal Pentagono e le visite di Charles Herman e della sua nipotina si rivelano una fantasia della mente malata di Nash, condannato a sottoporsi a continue visite e ad assumere medicinali che inibiscono le sue facoltà fisiche e mentali, rendendogli impossibile lavorare. Grazie ad Alicia, che gli rimane vicino nonostante il pericolo che egli costituisce per la sicurezza sua e del bambino, John Nash diventa consapevole che ciò che gli è sembrato a lungo reale è soltanto un'allucinazione e affronta il decorso della malattia, desideroso di superarla e di tornare a studiare. La sua è una sfida titanica, che incontra diversi ostacoli e che non può essere vinta totalmente, ma nella quale John Nash si impegna per amore della moglie e nella quale si riconosce sempre più quando riprende a lavorare all'università, studiando nella biblioteca a contatto con gli studenti.


A Beautiful Mind racconta una versione rispettosamente epurata della storia di John Nash, omettendo alcuni particolari della sua storia personale, come il mancato riconoscimento del figlio avuto prima del matrimonio da Eleanor Stier o la temporanea separazione dalla moglie, e della sua malattia, della quale non si raccontano gli aspetti più eclatanti, sebbene del disturbo del matematico risulti un quadro comunque chiaro e molto grave. Tuttavia queste scelte appaiono comprensibili non solo per rispetto dei due protagonisti che, al momento dell'uscita del film, erano ancora in vita, ma anche per evitare che di John Nash fosse messa in luce soltanto quella che agli occhi dei più appare come follia, a scapito del suo talento matematico. Ron Howard ha deciso di romanzare la vicenda di Nash anche nella narrazione del suo rapporto con Alicia, conferendo una meritatissima importanza alla figura che è risultata determinante nella guarigione, anche nel periodo in cui egli non è stato più un marito ma un ospite di cui prendersi cura; ecco perché anche il commovente discorso della cerimonia del Nobel è in realtà un elemento di fantasia, dal momento che Nash non disse nulla al momento della consegna del premio. Questa libertà registica, tuttavia, non è fuori luogo, se pensiamo che proprio nel 2001 John e Alicia Nash si sono risposati e che nel 2015 sarebbero morti insieme in un incidente stradale. Del resto il film non ha la pretesa di costituire una biografia rigorosa, bensì, come è tipico dell'arte cinematografica, punta a creare sintonia con i personaggi e a trascinare lo spettatore attraverso l'emozione (questo spiega anche l'aggiunta del rituale della cerimonia delle penne a Princeton) e forse A Beautiful Mind ha avuto il grande merito di far conoscere anche ai profani di matematica la figura di John Nash e di farci riflettere sulle risorse che a volte vengono nascoste da forme di disabilità o da disturbi di vario genere.


Il film di Ron Howard ha riscosso grande successo ed è stato premiato nel 2002 con l'Oscar come miglior film, per la miglior sceneggiatura non originale e per la regia; Jennifer Connelly ha inoltre ricevuto la statuetta come miglior attrice non protagonista, mentre Russel Crowe, pure premiato con la collega con il Golden Globe, si è dovuto accontentare della sola nomination, anche se, probabilmente, il fatto che John e Alicia Nash fossero entrambi presenti alla cerimonia degli Oscar è stato un traguardo anche più significativo.

C.M.

lunedì 5 giugno 2017

La mitologia nel Furioso: Ruggiero, Angelica e l'orca

L'Orlando furioso, nel rivitalizzare la tradizione del poema cavalleresco, ha il grande merito di coniugare la materia bretone e carolingia con quella classica, assemblando nel particolare intreccio temi di ascendenza mitologica e situazioni che a molti lettori risultavano familiari attraverso i poemi omerici e, soprattutto, attraverso l'Eneide. A questo retaggio epico si riconduce anche la determinante influenza di un altro autore caro agli umanisti, cioè Ovidio con le sue Metamorfosi e con il caleidoscopio di racconti che il poema contiene.

Gustave Moreau, Perseo e Andromeda (1870)

Nel libro X del poema è inserito uno degli episodi che maggiormente risentono di questi influssi classici. Ruggiero, il saraceno amato da Bradamante e da lei liberato dal castello del mago Atlante e poi fuggito dall'isola di Alcina a cavallo dell'ippogrifo, giunge in volo nell'isola di Ebuda (chiamata anche «Isola del pianto»), dove si imbatte in una scena raccapricciante: una giovane nuda è incatenata ad uno scoglio per essere offerta in sacrificio ad un orribile mostro (definito «orca» ma ben lontano dalle fattezze dell'animale marino che conosciamo). Ruggiero, oltre ad un enorme valore guerriero, possiede anche lo scudo incantato di Atlante, che riesce ad abbagliare ogni nemico, e l'anello magico di Angelica, che, sottratto da Brunello, è stato conquistato da Bradamante e da lei ceduto alla maga Melissa affinché lo facesse pervenire a Ruggiero, in modo da salvarlo dalle grinfie di Alcina, smascherandone i sortilegi; il monile, infatti, può rendere invisibile chi lo tiene in bocca e bloccare qualsiasi incantesimo volto contro chi lo porti al dito o da questi scagliato. Grazie a questi strumenti magici, Ruggiero riesce a vincere l'orca, imbattibile se affrontata con la lancia, come dimostrano i vani attacchi del saraceno, che ad ogni assalto rimbalzano contro la dura pelle del mostro. 

Paolo Veronese, Perseo libera Andromeda (1560)
Il cuore dello scontro è narrato nelle ottave 100-110, che presentano la descrizione del mostro, di fronte al quale Angelica è terrorizzata (ottava 100), i tentativi di Ruggiero di colpirla con la sua lancia (ottave 101-104, con la 103 in cui una similitudine animale paragona l'assalto del guerriero a quello di un'aquila contro un serpente esposto al sole), le reazioni feroci dell'orca che tenta di azzannare Ruggiero come un mastino che vuole inghiottire la mosca che gli ronza intorno e che solleva l'acqua fino al cielo con i suoi movimenti rabbiosi (ottave 105-106) e, infine, la risoluzione del guerriero di ricorrere alla magia dello scudo di Atlante (107-110).
Ecco apparir lo smisurato mostro
mezzo ascoso ne l'onda e mezzo sorto.
Come sospinto suol da borea o d'ostro
venir lungo navilio a pigliar porto,
così ne viene al cibo che l'è mostro
la bestia orrenda; e l'intervallo è corto.
La donna è mezza morta di paura;
né per conforto altrui si rassicura.
Tenea Ruggier la lancia non in resta,
ma sopra mano, e percoteva l'orca.
Altro non so che s'assimigli a questa,
ch'una gran massa che s'aggiri e torca;
né forma ha d'animal, se non la testa,
c'ha gli occhi e i denti fuor, come di porca.
Ruggier in fronte la ferìa tra gli occhi;
ma par che un ferro o un duro sasso tocchi.
Ruggiero cede l'anello ad Angelica per non essere inibito nell'uso della magia e scatena con lo scudo un bagliore tale che sembra che un nuovo sole sia aggiunto al cielo (con chiaro riferimento alla moltiplicazione della luce descritta da Dante nei vv. 61-63 del canto I del Paradiso, al momento del passaggio della sfera del fuoco). L'orca non viene uccisa, bensì abbagliata e lasciata a galleggiare priva di sensi fra la schiuma delle onde, mentre Ruggiero afferra Angelica e la porta via con sé sull'ippogrifo.
Il modello della scena narrata in questo canto è duplice: da un lato Ariosto guarda al combattimento di Grifone e Aquilante contro il coccodrillo aizzato dall'immortale Orrilo (personaggio che proprio nel Furioso verrà abbattuto da Astolfo) nell'Orlando innamorato di Matteo Maria Boiardo; dall'altro ha sicuramente presente il celebre episodio della liberazione di Andromeda ad opera di Perseo, narrato nel libro IV delle Metamorfosi ovidiane (vv. 668-752). Lo scontro boiardesco è narrato nel canto III del libro III dell'Innamorato ed è evidente fin dalle ottave 3-6 che la situazione è similare: Grifone, che affronta inizialmente da solo il coccodrillo perché Aquilante è impegnato nel vano sforzo di tagliare in due Orrilo, non riesce a scalfire la dura pelle del coccodrillo, creatura anfibia, dalle forme di lucertola ma molto più grande, in grado di inghiottire vacche e cavalli interi.
Contai del cocodrilo in che maniera
da la torre de Orrilo a furia n’esce.
A meraviglia grande è questa fiera,
che molto vive e sempre in vita cresce;
ora sta in terra ed or nella riviera,
le bestie al campo, a l’acqua prende il pesce;
fatto è come lacerta, over ramaro,
ma di grandezza già non sono al paro;

Ché questo è lungo trenta braccia, o piue,
il dosso ha giallo e maculoso e vario;
la mascella di sopra egli apre in sue,
ed ogni altro animal fa pel contrario.
Tutta una vacca se ingiottisce, o due,
ché ha il ventre assai maggior de un grande armario,
e denti ha spessi e lunghi de una spana:
mai fu nel mondo bestia tanto istrana.

Ora Grifon, che lo vidde venire,
come detto è di sopra, a tal tempesta,
mosse con gran possanza e molto ardire
verso di quello e la sua lancia arresta.
Più bello incontro non se potria dire:
tra gli occhi il colse, a mezo de la testa.
Grossa era l’asta, e il ferro era pongente,
Ma l’uno e l’altro vi giovò nïente.

Fiaccosse l’asta come una cannuza
e poco fece il ferro alla percossa,
ché a quella bestia non passò la buza,
tanto era aspra e callosa e dura e grossa.
Ora apizata è ben la scaramuza,
e la fiera orgogliosa, ad ira mossa,
aperse la gran bocca; e senza fallo
integro se il sorbiva esso e ’l cavallo.
Gustave Doré, Canto X (1894)

Ariosto, tuttavia, predilige, anche nella costruzione stilistica dei suoi versi, la letteratura latina, così trae ispirazione direttamente dai versi delle Metamorfosi in cui è descritta l'impresa di Perseo che, dopo aver annientato Medusa e portandone con sé la testa, giunge in Etiopia, trovando che la principessa Andromeda, figlia della superba Cassiopea (rea di ritenersi più bella delle Nereidi) è in procinto di essere sacrificata ad un mostro. Anche questa scena è ambientata presso una costa rocciosa e tuttavia Perseo ha maggiore successo nella sua impresa rispetto a Ruggiero, Grifone e Aquilante, dal momento che il mostro non sembra dotato di particolari difese. Insomma, se l'argomento della dura corazza dell'orca sia di derivazione boiardesca, nella descrizione del volo di Ruggiero il modello è chiaramente Ovidio, tanto più che la stessa similitudine dell'aquila che attacca la serpe è presente nei vv. 714-720 del passo delle Metamorfosi. Similare è anche la descrizione dell'avvicinamento del mostro, da Ariosto paragonata ad un'imbarcazione che si spinge verso il molo (ottava 100) come per Ovidio si presenta «velut navis praefixo concita rostro / sulcat aquas iuvenum sudantibus acta lacertis» cioè «come una nave che solca la acque, col rostro proteso, spinta dalle braccia e dal sudore dei giovani», mentre, fisicamente, il mostro appare come una fusione fra le fattezze del coccodrillo di Boiardo e dell'animale marino ariostesco, poiché sa muoversi sulla terra così come nell'acqua. Vediamo i vv. 714-734 del libro IV del poema latino:
Come l'uccello di Giove, quando scorge in un campo aperto
una biscia che espone al sole il suo livido dorso,
l'assale alle spalle e, perché non si rivolti a ferire coi morsi,
le conficca i suoi artigli aguzzi fra le squame del collo,
così, precipitandosi con volo fulmineo nel vuoto,
l'Inachide piomba sul dorso della belva e nella scapola
le pianta il ferro, mentre si dibatte, sino al gomito dell'elsa.
Ferito gravemente, il mostro ora spicca balzi in aria,
ora si tuffa in acqua, ora si dibatte come un cinghiale selvggio
atterrito da una muta di cani che gli latra intorno.
Con un battito d'ali Perseo si sottrae a quei morsi rabbiosi
e dove trova un varco, vibra fendenti con la lama falcata,
ora sul dorso incrostato di conchiglie, ora in mezzo alle costole,
ora sulla schiena che si assottiglia in una coda di pesce.
Il mostro vomita sangue purpureo dalla bocca insieme all'acqua.
Gli spruzzi inzuppano, appesantendole, le ali di Perseo;
e lui, non osando più affidarsi a quei sandali imbevuti d'acqua,
avvistato uno scoglio la cui cima affiora quando il mare
è tranquillo, ma è sommersa quando questo è in burrasca,
vi si posa e, reggendosi con la sinistra alle sporgenze,
tre quattro volte senza tregua gli affonda la spada nelle viscere.
Anche il particolare secondo cui le ali che adornano i calzari di Perseo vengono inondate dall'acqua sollevata dal dibattersi del mostro è ripreso nel Furioso: anche Ruggiero, infatti, si trova in difficoltà perché le piume delle ali dell'ippogrifo vengono appesantite dalle ondate sollevate dall'orca fino al cielo, rendendo nel suo caso difficoltoso il volo e determinando la scelta di un cambio di strategia.
Sì forte ella nel mar batte la coda,
che fa vicino al ciel l'acqua inalzare;
tal che non sa se l'ale in aria snoda,
o pur se 'l suo destrier nuota nel mare.
Gli è spesso che disia trovarsi a proda;
che se lo sprazzo in tal modo ha a durare,
teme sì l'ale inaffi all'ippogrifo,
che brami invano avere o zucca o schifo.
Piero di Cosimo, Liberazione di Andromeda (1510)

Il racconto ovidiano termina con la morte del mostro e con un elemento di trasformazione della materia che spiega l'inserimento del racconto di Perseo nelle Metamorfosi, cioè il prodigio secondo il quale la testa di Medusa, riposta dall'eroe su foglie e giunchi per proteggerla dalla sabbia, le trasforma in pietra, generando il corallo. Non scorre invece sangue nel racconto di Ruggiero e Angelica, dal momento che l'orca verrà uccisa da Orlando; il paladino giungerà a Ebuda sulle tracce di Angelica e a sua volta salverà dal mostro una fanciulla (Olimpia, contessa d'Olanda), agendo con l'astuzia: si infilerà con una barchetta fra le fauci della creatura per ancorarne le zanne ad un'ancora e trascinarla poi a riva e la descrizione farà leva sulla similarità dell'impresa di Orlando con quelle dei pescatori di granchi di Comacchio che tirano le reti o dei tori domati con il laccio, elementi che non mancheranno di suscitare la curiosità di Italo Calvino. Tuttavia, a differenza di Perseo, che viene acclamato e premiato con la mano di Andromeda, Orlando diviene invece bersaglio dell'ostilità degli isolani di Ebuda, che non gli sono grati per averli liberati, bensì tentano di ucciderlo nella certezza di potersi così propiziare gli dei del mare, costringendo il paladino a difendersi a colpi di Durlindana e a compiere una strage.

Jean Auguste Dominique Ingres, Ruggiero libera Angelica (1819)

L'impresa di Perseo e quella di Ruggiero hanno avuto grande successo anche nelle arti figurative. La rappresentazione più nota è certamente quella di Piero di Cosimo che intorno al 1510 realizza La liberazione di Andromeda, un olio su tavola attualmente esposto agli Uffizi che quasi certamente fa parte delle fonti di suggestione ariostesche. Il dipinto fa coesistere due fasi della vicenda ovidiana: sulla destra vediamo Perseo che discende alle spalle del mostro, mentre il centro della tavola è occupato dall'attacco dell'eroe al mostro, fedelmente riprodotto dalle zanne alla coda, mentre Andromeda si ritrae sul lato sinistro; nella parte bassa possiamo invece vedere il tronco che richiama la mitica origine del corallo.
Verticalizzata da Paolo Veronese nel 1560 nella tela del Museo delle belle arti di Rennes, la scena si carica di un significato molto forte nel gioco di sguardi che si crea nel triangolo formato dalle tre figure di Perseo, che discende sulla testa del mostro, la creatura marina e Andromeda, che, differentemente da quanto accade nel dipinto di Piero di Cosimo, non si ritrae, ma assiste con curiosità e speranza allo scontro.

Tiziano Vecellio, Perseo e Andromeda (1562)

Due anni dopo allo stesso soggetto si dedica anche Tiziano. Gli studi condotti sulla tela commissionata da Filippo II di Spagna hanno messo in luce un ripensamento dell'artista rispetto alla versione originaria del 1557, forse incentrata sull'innamoramento di Perseo e non sul combattimento scelto alla fine. L'opera risulta ancora una volta fedele a Ovidio: Perseo impugna la spada falcata donatagli per mozzare il capo a Medusa e ai piedi di Andromeda si possono scorgere dei rametti di corallo.
Tralasciando le versioni di Iacopo Palma il Giovane e di Pieter Paul Rubens (quest'ultima dedicata alla descrizione della liberazione effettiva, con il mostro già stramazzato fra le onde in lontananza), il mito riemerge nell'Ottocento in una particolarissima versione di Edward Burne-Jones, esponente della confraternita preraffaelita, che presenta Andromeda e Perseo come esseri androgini, intrappolati in una raffigurazione fuori dal tempo, rigida, quasi iconica, dove emerge soprattutto il contrasto fra il nudo chiarissimo della fanciulla e la fusione bluastra dell'armatura dell'eroe con il corpo di serpe del suo avversario, che sembra quasi dover soccombere fra le spire del mostro.

Edward Burne-Jones, Perseus (1884-1885)

Nella tela di Gustave Moreau del 1870 si impone invece un'atmosfera fiabesca, surreale, che, quasi in esplicito contrasto con la ieraticità e la freddezza della scena di Burne-Jones, lascia spazio a colori caldi e a figure adagiate e quasi dissolte negli elementi naturali, nel rispetto dei dettami dell'arte simbolista: Perseo, che discende dall'alto, è come inghiottito dalla luce del sole, mentre Andromeda sembra quasi rassegnata nel suo adagiarsi alla prigione dalla quale non può liberarsi da sola.
Così come i brani del libro X del Furioso riecheggiano quelli del IV libro di Ovidio, le tele che rappresentano la liberazione di Angelica da parte di Ruggiero non possono prescindere dai modelli individuati. La rappresentazione delle ottave di Ariosto si afferma nel XIX secolo ed è fra i soggetti delle serigrafie realizzate da Gustave Doré per il poema nel 1894. A dedicarsi all'episodio sono anche Jean-Auguste-Dominique Ingres, che nel 1819 realizza una tela (oggi al Louvre) in cui la concitazione sembra placarsi in favore di una fotografia statica dominata dall'oro dell'armatura di Ruggiero e dal fulvo manto dell'ippogrifo, che forma quasi un tutt'uno con l'eroe.

Arnold Böcklin, Ruggiero libera Angelica (1873)
Quasi favolosa sembra invece la versione di Arnold Böcklin del 1873, conservata a Berlino. Ruggiero sopraggiunge dallo sfondo su un normalissimo cavallo e la scena è dominata quasi da una pacata attesa: l'incedere del destriero sembra pacato e Andromeda stessa appare tranquilla, come se l'orca ai suoi piedi non facesse altro che tenerla avvinta all'albero; in effetti, lo stesso mostro sembra docile, come intento a riposare, infatti non mostra le zanne che assumono il ruolo di protagonista nei racconti poetici e nei dipinti precedenti, ma, al contrario, avverte appena l'avvicinarsi del suo avversario.
La grande tradizione classica manifesta dunque un'eco duratura, in grado di tradursi in poemi nuovi e in forme d'arte alternative, sfuggendo ai versi e traducendosi in dipinti. Ovidio ha raccolto un motivo affidato soprattutto all'oralità e lo ha consegnato ai poeti successivi, assumendo nuova vita nelle briose pagine ariostesche e testimoniando così l'immortalità del mito.

C.M.

giovedì 1 giugno 2017

La morte di Ivan Il’ič (Tolstoj)

Fra i tabù più presenti nelle società umane c'è sicuramente quello della morte: ben poche civiltà, nonostante le elaborate mitologie dell'aldilà, sono state in grado di convivere serenamente con l'ignoto che attende ogni essere vivente e, se escludiamo il culto dei morti degli Egizi, ci rendiamo conto che sono sempre esistite delle nette fratture fra il mondo dei vivi e quello dei defunti e che le situazioni intermedie hanno sempre generato un forte imbarazzo e una comune sensazione di incomunicabilità, che si riflette anche nella letteratura della catabasi. 

Lev Tolstoj ha descritto questa difficile coesistenza nella narrazione degli ultimi mesi di Ivan Il’ič, un borghese impiegato come pubblico funzionario che, indaffarato fino al parossismo a rendere la propria esistenza (il lavoro, la casa, i riti sociali) conformi all'idea di ciò che è conveniente, rispettabile e ammirevole, piomba improvvisamente in uno stato di malattia per cui nessuno sembra in grado di reperire spiegazioni e cure efficaci.
Scoprì che l’unico interesse che la sua persona rappresentava per gli altri si riduceva alla scadenza, vicina o lontana, nella quale avrebbe sgomberato il posto, liberato i vivi dall’impaccio della sua presenza e liberato se stesso dalla propria sofferenza.
Dopo un capitolo introduttivo, il racconto è costituito da una articolata analessi che corre all'indietro fino alla formazione di Ivan Il’ič, ai suoi studi di legge e all'arrampicata che gli ha permesso di giungere, dopo momenti di forte amarezza, ad un impiego pagato 5000 rubli e all'acquisto di una casa ricca di tutti gli orpelli con cui i neoarricchiti affermano la loro presenza nella buona società. Ivan Il’ič è un ufficiale scrupoloso, che non lesina cortesie e attenzioni sul lavoro, un marito per nulla innamorato e, anzi, soffocato da una moglie che, a sua volta, si dimostra insofferente a lui e che, pure, riesce a fondare l'armonia famigliare sul comune amore per il benessere e un padre che non ha nei confronti dei figli altra aspettativa che quella di vederli integrati nella bella società in cui si è fatto strada. Eppure Ivan Il’ič non tarda a rendersi conto che la malattia basta, da sola, a smascherare la realtà delle relazioni sociali e della vita famigliare che lo circonda: comprende di essere un peso e che tutti sono in febbrile attesa della sua morte per liberarsi della pena di doverlo accudire, per non ascoltare più i suoi lamenti, per riscuotere un'eredità, per arraffare il suo posto di lavoro, anche se, certamente, non sarebbero disposti ad ammetterlo. Dal momento in cui alla sofferenza fisica si associa la convinzione di essere vittima dell'enorme menzogna della moglie e dei medici che gli promettono un'improbabile guarigione e fingono di non avere l'unico desiderio della sua rapida dipartita, Ivan Il’ič intraprende un lungo colloquio silenzioso con la morte, ora invocandola come una liberatrice, ora respingendola per il desiderio di tornare in salute, ora, di nuovo, temendo sia la morte che la vita perché l'una appare spaventosa ma l'altra si rivela, di colpo, un enorme fallimento.
Il tormento maggiore di Ivan Il’ič era la menzogna, quella menzogna da tutti accettata, secondo la quale egli era soltanto ammalato e non moribondo ed era sufficiente ch’egli se ne stesse tranquillo e si curasse, perché tutto tornasse come prima. Mentre egli sapeva benissimo che qualunque cosa facessero, non ne sarebbe venuto fuori nulla, tranne sofferenze ancora maggiori e morte. Questa menzogna lo tormentava, come pure l’ostinazione con cui gli altri non volevano ammettere ciò che sapevano, ciò ch’egli sapeva. Volevano continuare a mentire sulla sua orribile condizione e volevano costringerlo a partecipare a questa menzogna.
Pubblicato nel 1886, La morte di Ivan Il’ič si rivela non soltanto l'ennesimo tassello della polemica contro la società e la vita coniugale che Tosltoj ha affidato anche alle pagine de La sonata a Kreutzer e, in parte, ad Anna Karenina, ma anche una fulgida anticipazione di quel disagio che esploderà in Europa nella narrativa del XX secolo, in particolare ne La metamorfosi di Franz Kafka. Come Gregor Samsa, infatti, anche Ivan Il’ič, da impiegato abile al sostentamento di una famiglia, diventa improvvisamente un essere scomodo, del quale quasi i familiari si vergognano. Il nucleo familiare e i legami apparentemente più stretti si svuotano della naturale compassione che li dovrebbe animare e si rivelano rapporti intrisi di ipocrisia, menzogna e disprezzo. La continua erosione di quegli elementi sociali che hanno costituito per Ivan Il’ič i perni e i traguardi della sua esistenza e dell'ascesa economica approda alla sanzione di una sconfitta: il moribondo non tarda a comprendere che consegnarsi alla morte significa abbandonare la vita proprio nel momento in cui ne sono emersi gli errori. E allora l'incontro con il momento fatale diventa ancor più tormentato, rendendo lo stato di sospensione del malato impossibile da sedare anche ricorrendo ad oppiacei e assoluzioni religiose.

Edvard Munch, Al capezzale del morto (1893)

La morte di Ivan Il’ič è un racconto che mette in luce la più grande paura dell'essere umano, che non è, molto probabilmente, quella dello stato di morte in sé (che, come ricorda Epicuro, non si incontra mai con l'essere vivo che lo teme), ma quella del cammino verso la morte stessa, della coesistenza, nella condizione di un malato terminale, dell'ineluttabilità del processo ormai innescato.
In questo, Tolstoj offre una materia di riflessione che tocca le corde di ogni lettore e lo fa con una prosa breve, schietta, che in poche pagine sa trasmettere tutta l'ansia di una comune condizione. Non si può negare l'universalità e l'attualità del tema che Tolstoj tratta, se pensiamo alla difficoltà con cui, ancora oggi, si parla di malattie degenerative irreversibili, di assistenza ai malati terminali e di questioni legate all'accanimento terapeutico e al fine vita. Di fatto, la morte resta un tabù, un argomento che si desidera rimanga estraneo; in un certo senso, sebbene ci facciano inorridire, le reazioni della moglie e dei conoscenti di Ivan Il’ič non sono poi tanto lontane da certi comportamenti che ci portano a stigmatizzare la sofferenza altrui e a non voler pensare che, prima o poi, con il morire dovremmo fare i conti tutti quanti e per ciascuno di noi la soddisfazione di essere stati virtuosi come un primo violino in un concerto (la sensazione di apparente appagamento descritta proprio da Ivan Il’ič) potrebbe tradursi in rimpianti e rimorsi. Ma la Letteratura ha proprio questo compito: ricordarci anche ciò che tendiamo a lasciar fuori dalle nostre esistenze e infonderci lo slancio ad una maggiore solidarietà e compassione.
Gli venne in mente ciò che fino ad allora gli era parsa una totale assurdità, quella di aver vissuto la vita in modo sbagliato. Vide che questa poteva essere la verità. Gli venne in mente che i suoi timidissimi tentativi di ribellione contro ciò che la gente dell’alta società considerava buono, tentativi appena abbozzati, ch’egli si era sempre affrettato a reprimere, potevano essere quelli autentici, e tutto il resto un errore. Il suo lavoro, il suo modo di vivere, la sua famiglia, i suoi interessi mondani e professionali, tutto poteva essere stato un errore. Cercò di difendere tutto ciò davanti a se stesso, ma improvvisamente sentì l’assoluta debolezza di quello che difendeva. Non c’era niente da difendere.
C.M.