martedì 28 febbraio 2017

Golk (Stern)

Fa uno strano effetto pensare che negli anni '60, quando la televisione era ad un grado di sviluppo e diffusione nemmeno lontanamente comparabile a quello che avrebbe raggiunto nel giro di altri dieci anni (per non spingerci oltre), già se ne avvertissero gli eccessi, l'impatto sulla vita del cittadino comune e le dinamiche imposte al mondo dello spettacolo da questa scatola magica. Con il romanzo Golk (1960), Richard G. Stern dimostra di aver capito con largo anticipo il mondo che si sarebbe affermato in seguito al dilagare di questa forma di comunicazione di massa, rivelandosi, per certi aspetti, profetico.

Lo scrittore americano, molto apprezzato da colleghi connazionali come Philip Roth (che ne ha pronunciato l'orazione funebre), Bernard Malamud (il cui romanzo Il commesso è citato in Golk) e il premio Nobel Saul Bellow, torna nelle libreria italiane con questo suo primo libro, tradotto da Vincenzo Mantovani, nella collana Calabuig di Jaca Book, che nel 2015 ha pubblicato anche Le figlie degli altri.
Golk è il direttore della più moderna trasmissione televisiva, il demiurgo di un mondo che corrisponde all'immagine di esso che filtra attraverso gli schermi, colui che ha reso il cittadino comune protagonista di un grande show. Ma Golk è anche il nome dei filmati che ruba nelle strade, nei negozi, nei parchi e che viene rivelato all'ignaro attore-vittima con il roboante slogan «Siete in onda!» che fuoriesce dagli attrezzi di regia disseminati ovunque. Ed è, allo stesso tempo, un neologismo declinabile, al tempo stesso nome, aggettivo e verbo: Golk arriva a plasmare una nuova realtà, del tutto alternativa a quella quotidiana, anche se con essa coincidente. Il Golkismo è la nuova frontiera dell'industria dell'intrattenimento, una moda che affascina i telespettatori anche quando li ridicolizza, che strappa una liberatoria alla messa in onda a persone che sono disposte a mettersi a nudo pur di apparire nello schermo. Nel vortice di questo universo che fagocita la realtà, Golk trascina il trentenne Hondorp, che inizialmente si presenta come un inetto ma che trova nella televisione uno strumento di affermazione, e l'intraprendente collaboratrice Hendricks, con un passato di ribellione, esperienze stravaganti e un matrimonio affrettato e subito fallito. Insieme, Golk, Hondorp, Hendricks e la troupe lavorano per rendere sempre più estremi e realistici i Golk, sfidando le possibilità della televisione di rispecchiare la società e cercando di trasformare l'intrattenimento e la risata in un mezzo di satira e denuncia. In questo intento, che vede Golk preda di un vero e proprio delirio di onnipotenza, devono scontrarsi con i limiti imposti dalla produzione, dagli sponsor e dalla moda, perché anche Golk, come tutto ciò che offre al mondo un breve sogno, è destinato a tramontare.
Leggere questo romanzo è stata un'avventura nella quale si sono incrociate reminiscenze di 1984 e le riflessioni sulla vanità del mondo che contaminano la letteratura da secoli: fondendosi, queste due linee hanno restituito una narrazione che riflette molto della società occidentale della seconda metà del Novecento e del nostro tempo, con l'unica differenza che oggi il Golkismo ha un canale privilegiato nei social network. La sostanza, comunque non cambia: siamo sempre di fronte all'eterno sogno della fama dei cinque minuti e alle contraddizioni che esso fa emergere, unito ad una riflessione sul declino inevitabile di qualsiasi moda e sul potere di tendenze apparentemente banali di condizionare l'esperienza di molti con una sorta di dipendenza incontrastabile. Le telecamere di Golk sono ovunque e ovunque fa capolino il suo testone lucido, come uno spirito onnipresente che lascia avvertire la propria presenza anche quando dichiara di essere scomparso. 

Richard G. Stern (1928-2013)

A tutto ciò, inoltre, Stern unisce una riflessione sull'arte e sull'artificio come gli strumenti più autentici per cogliere la vita laddove si elimini la consapevolezza della loro presenza: se le telecamere non si vedono, se le azioni e le parole possono essere colte in modo inconsapevole, se non esistono copioni, la quotidianità, il carattere, le debolezze, le tentazioni e anche i comportamenti moralmente discutibili emergono spontaneamente, secondo il principio di una travolgente Candid Camera. Sembra una attualizzazione della visione pirandelliana dell'arte, una rivisitazione della riflessione alla base dei Sei personaggi in cerca d'autore e forse proprio queste affinità con la letteratura precedente quella di Stern ha dato ulteriore risonanza alla storia di Golk, rendendola molto piacevole, nonostante l'iniziale difficoltà di entrare in sintonia con lo stile di Stern e con l'intreccio di piani temporali, scene riprese dalla strada e digressioni: superato questo primo tentennamento, la lettura è scorrevole e attrattiva, magnetica come il mondo che Golk offre ai suoi spettatori, ma senza alcun inganno.
«Il curioso è questo: per idiota che sia, quando la golkiamo una cosa diventa tollerabile»
C.M.

venerdì 24 febbraio 2017

Big Eyes (Tim Burton, 2014)

Negli ultimi anni il cinema biografico ha ampiamente indagato le vite dei grani artisti: in pochi anni si sono susseguiti film dedicati a William Turner, a Frida Kahlo, a Pablo Picasso e, recentemente, a Claude Monet, solo per citarne alcuni fra i più noti. Grazie ad un film ho conosciuto la figura di Margaret Keane, alla quale si è dedicato Tim Burton, non senza introdurre un po'del suo carattere visionario in una pellicola essenzialmente biografica.
Amy Adams interpreta proprio la pittrice Peggy Hawkins, il cui nome d'arte, Margaret Keane, è legato soprattutto ai ritratti di bambini dagli occhi grandi (da cui il titolo del film). Sfuggita ad un matrimonio soffocante, Margaret si stabilisce con la figlia a San Francisco, dove incontra e sposa il pittore Walter Keane. Apparentemente unito a lei dalla comune passione per l'arte e dal sogno di riscattare un'esistenza piatta e mediocre attraverso il successo pittorico, Walter incoraggia la Margaret nella realizzazione di alcuni dipinti di bambini dai grandi occhi che, in breve, ottengono più attenzione e interesse dei suoi oli parigini, procurando alla coppia ingenti guadagni. Walter, però, lascia Margaret nell'ombra e, dopo averla convinta delle scarse possibilità di affermazione di un'arte a firma femminile, Walter inizia a spacciarsi per l'autore delle fortunate tele, approfittando del malinteso generato dall'abitudine di Margaret di lasciare su di esse il cognome da sposata, Keane. I dipinti di Margaret riscuotono un enorme successo, ma tutto il merito va a Walter ed ella è talmente irretita dall'arte affabulatoria del marito e dal timore di essere coinvolta, suo malgrado, in un'accusa di truffa assieme a lui che non riesce a ribellarsi e a denunciare il torto subito, finché, abbandonata la lussuosa casa acquistata con i proventi dei quadri, si stabilisce con la figlia ad Honolulu dove, finalmente, riesce a dire la verità, affidandola ad una trasmissione radio e trascinando in tribunale Walter.
Big Eyes è un film molto piacevole e scorrevole, apprezzabile anche per chi non conosca la realtà che si nasconde dietro la ricostruzione cinematografica. La pellicola ha inoltre il merito di far luce su un problema ancora molto attuale, cioè quello della difficoltà di affermazione dell'arte prodotta dalle donne, che spesso non ottengono la giusta visibilità o, semplicemente, non sono valorizzate come i colleghi maschi. Si tratta di una triste considerazione che è comune anche al mondo letterario, altro settore in cui le autrici stentano ad avere un riconoscimento che esuli dal loro essere donne (al punto che esiste la terribile etichetta di letteratura femminile o, peggio, di letteratura al femminile). Quella di Margaret Keane è la storia di una donna che è stata relegata nell'ombra da un uomo dalla personalità troppo invadente, dalle minacce o dal suo stesso senso di colpa o dalla convinzione indotta della propria inferiorità, e che con grande fatica o, addirittura, affrontando il rischio di conseguenze legali, ha cercato di affermare se stessa, riuscendoci. La sua è una storia che senza dubbio riflette quella di molte donne che non hanno espresso o non riescono tuttora ad esprimere la loro volontà e le loro aspirazioni.


A caricare questa interpretazione concorrono le performance di Christoph Waltz, perfetto nel ruolo del mellifluo Walter Keane, e di Amy Adams, che si rivela sempre più versatile, continuando la scalata iniziata con il film Disney Come d'incanto e impennatasi con American Hustle; l'attrice, ora candidata al Premio Oscar che insegue da anni per il suo ruolo in Arrival, ha conseguito per l'interpretazione di Margaret Keane il Golden Globe nel 2015 come miglior attrice in un film commedia o musicale.
Un'ulteriore nota di merito per Big Eyes è dovuta all'uso dei colori che un po'fanno avvertire il tocco fantasioso di Tim Burton, specialmente nello spazio dato alle tele della Keane e alla loro esposizione nello studio domestico della pittrice, un po'fanno rivivere le atmosfere degli anni '50 e '60. Il film si colora così di un tono favolistico che, però, è non maschera, anzi accentua l'amara situazione che Margaret deve superare per veder riconosciuto il proprio valore e il proprio diritto di firmare le sue tele e di sottrarsi al controllo del marito.

C.M.

lunedì 20 febbraio 2017

L'esclusa (Pirandello)

Periodicamente sento il bisogno di tornare alle pagine di Luigi Pirandello, di immergermi nella sua descrizione del contrasto fra la vita e la forma per smascherare con lui gli inganni, gli errori e le manipolazioni della realtà e a condurre una riflessione valida nel tempo dell'autore e ancora oggi.

L'esclusa, pubblicato a partire dal 1901 ma scritto nel negli anni '90 dell'Ottocento, precede i grandi capolavori narrativi dello scrittore siciliano, Il fu Mattia Pascal (1904) e Uno, nessuno e centomila (1926) e presenta una valida introduzione alla visione della socialità e delle maschere che in essi troverà piena affermazione, anche grazie alla pubblicazione del saggio L'Umorismo (1908). Originariamente intitolato Marta Ajala dal nome della protagonista, L'esclusa è il primo romanzo pirandelliano, una buona mediazione fra la narrazione di tipo verista e il nuovo romanzo del XX secolo, luogo della crisi di identità, dello smarrimento dell'io, dell'indagine psicologica e dello sconvolgimento della fabula in favore di un intreccio che riproduca i moti altalenanti di un animo frantumato.
Marta Ajala è una giovane donna siciliana su cui si è abbattuta una pubblica vergogna: Il marito, Rocco Pantàgora, l'ha scacciata di casa dopo averla trovata in possesso di alcune lettere d'amore di Gregorio Alvignani, nel frattempo divenuto deputato e trasferitosi a Roma. Marta è incinta, ma il figlio è di Rocco, poiché ella non ha mai accolto la seduzione dell'Alvignani, pur ammettendo fra sé e sé di essersi sentita lusingata dalle sue attenzioni; la sua unica colpa è quella di non aver ignorato le lettere e di aver preferito, per un eccesso di educazione e riguardo, rispondere con un rifiuto.
Delle frasi d’amore non s’era curata, o ne aveva riso, come di superfluità galanti e innocue. S’era insomma impegnata tra loro due una polemica puramente sentimentale e quasi letteraria, la quale era durata circa tre mesi, e di cui forse, sì, si era un po’compiaciuta, nell’ozio, nella solitudine in cui la lasciava il marito. […]
A ogni donna onesta, che non fosse brutta, poteva capitare facilmente di vedersi guardata con strana insistenza da qualcuno; e se colta all’improvviso, turbarsene; se prevenuta della propria bellezza, compiacersene. Ora a nessuna donna onesta, nel segreto della propria coscienza, sarebbe sembrato di commettere peccato in quell’istante di turbamento o compiacenza, carezzando col pensiero quel desiderio suscitato, un’altra vita, un altro amore… Poi la vista delle cose attorno richiamava, ricomponeva la coscienza del proprio stato, dei propri doveri; e tutto finiva lì… Momenti! Non si sentiva forse ciascuno guizzar dentro, spesso, pensieri strani, come sorti da un’anima diversa da quella che normalmente ci riconosciamo? Poi quei guizzi si spengono, ritorna l’ombra uggiosa o la calma luce consueta.
Rientrata nella casa di nubile, viene ripudiata dal padre, il quale decide di non uscire più in paese per non subire lo scherno della gente e per non apparire sfrontato: Marta, la sorella Maria e la madre Agata vengono obbligate a restare segregate in casa per non portare la vergogna al di fuori delle mura domestiche. Appare immediatamente chiaro che a nessuno (nemmeno al padre) importi sapere realmente se Marta sia colpevole del tradimento che le viene imputato, che nessuno è disposto ad ascoltare la sua voce, ad eccezione di Anna Rosa, in passato umiliata per essere rimasta incinta di un uomo con cui non era sposata. La pressione sociale e l'umiliazione pubblica cui Rocco e suo padre Francesco sottopongono Marta è così straziante che, dopo la morte del bambino durante il parto e la contemporanea scomparsa del genitore, ritiene una disgrazia l'essere sopravvissuta alla sua misera condizione. 
Ad un certo punto, però, Marta decide di trasferirsi a Palermo con quel che resta della sua famiglia, decisa a liberarsi dei soffocanti giudizi della gente e delle minacce di Francesco Pantàgora e a sottrarre a quella gogna Maria e Agata. Nella nuova città, che la accoglie con i profumi e l'aria frizzante della primavera, Marta si rigenera: non solo non ha più timore di uscire di casa, ma vince un concorso da insegnante. Ben presto, però, la maledizione dei Pantàgora si fa sentire e a Palermo si diffonde la notizia della vergogna di Marta, che viene così allontanata dal posto che si è legittimamente guadagnata per preservare l'educazione delle fanciulle e far posto ad una raccomandata. Marta, però, non si arrende e, determinata a riportare alla luce la sua personalità di ragazzina curiosa, volenterosa e amante dello studio, ottiene un posto da docente in un collegio femminile, dove tutto sembra andare per il meglio fino a che non si presentano nuovi tentativi di seduzione da parte di un collega e, soprattutto, dell'Alvignani, tornato in città per sottrarsi a certi disegni politici che non condivide.
Al lieto umore di Marta rispondevano in quei giorni i primi accenni in terra e in cielo della rinascente primavera. L’aria era fredda ancora, frizzante nel mattino, quand’ella si recava al collegio; ma era così limpido il cielo e così puro e saldo quel rigore del tempo che gli occhi erano felici di guardare e il seno d’allargarsi in larghi respiri. Pareva che l’anima delle cose, serenata finalmente dalla lieta promessa della stagione, si componesse, obliando, in una concordia arcana, deliziosa. […]
E andando così, senza fretta, Marta pensava alle lezioni da impartire, e dal benessere che sentiva, non solamente le idee sgorgavano spontanee, ma quasi le zampillavano le parole che avrebbe dette, i sorrisi con cui le avrebbe accompagnate.
Marta è di nuovo in crisi: si è lasciata alle spalle il marito e l'umiliazione seguite alla separazione, eppure avverte ancora, nel proprio animo, la coscienza dell'errore che commetterebbe cedendo a colui che già in passato è stato considerato il suo amante, il fautore della sua infamia. Come di fronte alle lettere sventurate, Marta si sente felice di quelle attenzioni ed è attratta dalla promessa di un nuovo amore, lontano da tutto e da tutti, in quella Roma in cui Gregorio la invita, ma l'improvviso arrivo a Palermo di Rocco e l'agonia della madre di lui, che i coniugi si trovano a vegliare insieme, acuisce il dramma di Marta, non certo convinta del suo amore per l'Alvignani ma incapace di accettare la richiesta di perdono di Rocco, pronto a riprenderla con sé proprio dopo l'effettivo tradimento.
«Oh, mia cara, quando io dico: “La coscienza non me lo permette», io dico: «Gli altri non me lo permettono, il mondo non me lo permette». La mia coscienza! Che cosa credi che sia questa coscienza? È la gente in me, mia cara! Essa mi ripete ciò che gli altri le dicono. Orbene, senti: onestissimamente la mia coscienza mi permette d’amarti. Tu interroga la tua, e vedrai che gli altri t’hanno ben permesso di amarmi, sì, come tu stessa hai detto, per tutto quello che t’hanno fatto soffrire ingiustamente.»
L'esclusa è un libriccino sottile, dai capitoli brevi e incisivi, sebbene condensi al suo interno così tanti avvenimenti e tante riflessioni affidate principalmente a Marta. L'autore si rivela abile indagatore dei moti della psiche della protagonista e riesce a portarne alla luce le contraddizioni, non senza sostenere una forte critica alla società che si arroga il diritto di giudicare persone e situazioni che non conosce, trasportata dalla voce di chi grida allo scandalo e da una mentalità fortemente patriarcale che nega alla donna non solo qualsiasi sospetto di innocenza, ma addirittura di potersi pubblicamente difendere.
Il romanzo di Pirandello, come accadrà con i titoli più celebri, ci mette già di fronte alla realtà delle maschere, al trionfo della forma che annienta qualsiasi germe di autenticità, adottando però la particolare prospettiva femminile, occasione per riflettere anche sulla condizione di maggior disagio che in questo rampollare di facciate devono vivere le donne. In questa scelta di indagine sociale e di messa a nudo dei meccanismi che condizionano la vita delle persone fino a travolgerli senza che questi possano opporvi resistenza, si coglie sia una nota verista: Maria ricorda un po'la Mena dei Malavoglia, che si priva dell'amore perché vittima di riflesso della vergogna gettata sulla famiglia dai comportamenti del fratello 'Ntoni e della sorella Lia, ma, nel passo falso di Marta, che, solo leggendo le lettere del suo corteggiatore, agli occhi degli altri non si mantiene salda ai valori del matrimonio, sembra di scorgere l'eco di quell'ideale dell'ostrica che regola l'esistenza dei Vinti verghiani. Allo stesso tempo, però nella scelta prospettica e nell'inseguimento delle ansie della protagonista nel passaggio dalla vecchia vita nella civiltà della vergogna (per usare un'espressione che Eric Dodds ha coniato in riferimento al mondo dell'epica omerica) ad una nuova esistenza in cui possa affermare se stessa e presentarsi anche ai nostri occhi come una donna molto intelligente, colta e curiosa che avrebbe desiderato, anziché sposarsi con un uomo che non amava, proseguire gli studi e trovare un appagamento professionale, si incontra una forma di attenzione narrativa estremamente moderna.

Emilio Longoni, Sola (1900)
Ma perché doveva essere una vittima, lei? Lei che aveva vinto? Una morta, lei che faceva vivere? Che aveva fatto, lei, per perdere il diritto alla vita? Nulla, nulla… E perché soffrire, dunque, l’ingiustizia palese di tutti? Né l’ingiustizia soltanto: anche gli oltraggi e le calunnie. Né la condanna ingiusta era riparabile. Chi avrebbe più creduto infatti all’innocenza di lei dopo quello che il marito e il padre avevano fatto? Nessun compenso dunque alla guerra patita: era perduta per sempre. L’innocenza, l’innocenza sua stessa le scottava, le gridava vendetta.
C.M.

venerdì 17 febbraio 2017

Libri come esseri umani: la biblioteca a e la «presenza viva degli autori»

Ogni lettore appassionato ha provato almeno una volta la sensazione di dialogare direttamente con l'autore del libro che stava leggendo, di stabilire un colloquio a distanza, di scoprire se stesso in qualcosa che è stato detto da una persona mai conosciuta che, però, si rivela improvvisamente come il miglior confidente. È un sentimento antico quanto il libro stesso, sorto e sviluppatosi laddove si sono manifestati bibliofili e filologi e che si è di conseguenza espanso illimitatamente con l'accesso pubblico a volumi cartacei e digitali.

Illustrazione: Olaf Hajek
Le manifestazioni più entusiastiche del piacere derivante da questo genere di colloquio scaturiscono dalla letteratura umanistica e rinascimentale, nella culla di quello spirito di ricerca e diffusione dei libri che genera gli studi filologici, le biblioteche pubbliche e la stampa. Non va dimenticato che biblioteche e studi di commentatori e copisti esistevano già nell'antichità, basti pensare alla biblioteca di Alessandria, grande tesoro culturale del mondo ellenistico o a quella di Asinio Pollione a Roma, la prima raccolta di testi pubblicamente accessibili nel panorama latino e di certo il Medioevo non ha del tutto abbandonato la strada del libro, se tanti salvataggi dobbiamo ai monaci degli scriptoria di tutta Europa. Tuttavia l'epoca umanistico-rinascimentale, che è già vitale nell'autunno del Medioevo nella forma del Preumanesimo, ha la particolarità di accingersi con una grande riverenza agli autori classici, con la missione morale di restituire loro la voce dopo secoli di silenzio o offuscamento. L'umanista, insomma, è il vero antenato dei bibliofagi di oggi, che trepidano per leggere i libri dei loro autori preferiti.
Della capacità degli autori di parlare all'interno delle biblioteche scrive già Plinio il Vecchio nel I secolo, all'interno del libro XXV della Naturalis Historia, nella sezione in cui si occupa delle arti figurative, a proposito di un vezzo tipico dell'aristocrazia romana ellenizzata che celebra gli scrittori amati non solo raccogliendone i volumi ma adornando le biblioteche private di ritratti.
Non est praetereundum et novicium inventum, siquidem non ex auro argentove, at certe ex aere in bibliothecis dicantur illis, quorum immortales animae in locis eisdem locuntur, quin immo etiam quae sunt finguntur, pariuntque desideria non traditos vultus, sicut in Homero evenit.
E non dimentichiamo la nuova trovata di dedicare nelle biblioteche statue non d'oro e d'argento ma di bronzo agli autori i cui spiriti immortali parlano in quelle stanze, al punto che vengono realizzati anche ritratti immaginari e la nostalgia inventa i volti non tramandati, così come accade con Omero.
Nell'uso del verbo loquor si coglie immediatamente il senso di questo dialogo a distanza: come una preziosa reliquia, il libro emana la sacralità dello spirito che ne ha generato il contenuto e la sua voce aleggia nelle stanze, sicché anche adornare quei luoghi con le immagini degli scrittori rende la biblioteca simile ad un luogo popolato di persone o ad un tempio in cui venerarne il genio.
Inizia qui quel processo di personificazione del libro che trova la sua massima espressione nella lettera che Poggio Bracciolini indirizza a Guarino Veronese il 15 dicembre 1416 per raccontargli della scoperta dell'Institutio Oratoria di Quintiliano (assieme ad altre opere quali Le Argonautiche di Valerio Flacco e i commenti alle orazioni di Cicerone) all'interno del monastero di San Gallo. Il documento epistolare è fondamentale per cogliere l'intimità dell'incontro con i classici, poiché Bracciolini descrive il rinvenimento del codice come l'incontro con un essere umano, paragonato ad un carcerato a causa delle cattive condizioni in cui il volume ha trascorso anni o secoli.
Un caso fortunato per lui, e soprattutto per noi, volle che, mentre ero ozioso a Costanza, mi venisse il desiderio di andar a visitare il luogo dove egli era tenuto recluso. V’è infatti, vicino a quella città, il monastero di S. Gallo, a circa venti miglia. Perciò mi recai là per distrarmi, ed insieme per vedere i libri di cui si diceva vi fosse un gran numero. Ivi, in mezzo a una gran massa di codici che sarebbe lungo enumerare, ho trovato Quintiliano ancor salvo ed incolume, ancorché tutto pieno di muffa e di polvere. Quei libri infatti non stavano nella biblioteca, come richiedeva la loro dignità, ma quasi in un tristissimo ed oscuro carcere, nel fondo di una torre, in cui non si caccerebbero neppure dei condannati a morte. Ed io son certo che chi per amore dei padri andasse esplorando con cura gli ergastoli in cui questi grandi son chiusi, troverebbe che una sorte uguale è capitata a molti dei quali ormai si dispera. [trad. dal latino di Eugenio Garin in Prosatori latini del Quattrocento (1952)]
Sebbene Bracciolini faccia riferimento esplicito al libro come oggetto della scoperta, la personificazione appare evidente nella metafora della prigione ad indicare lo stato di degrado del luogo in cui il manoscritto era conservato prima del ritrovamento. Alla visione del libro come oggetto di studio si sostituisce una lettura emozionale e affettiva del rapporto fra il testo e lo studioso, segno di una profonda affinità e familiarità.
Non diversa è la posizione di Francesco Petrarca, instancabile ricercatore e lettore dei testi antichi, insaziabile lettore e inesauribile studioso, che è in grado di scomodare gli eruditi di tutta Europa per procurarsi nuovi libri. Lo racconta personalmente nel proprio epistolario, ponendo grande attenzione «alla costruzione della propria immagine di lettore» (Lina Bolzoni). La più nota attestazione del bisogno di Francesco Petrarca di accumulare libri per perpetuare e ampliare questo dialogo è contenuta nell'epistola a Giovanni Anchiseo (Familiares III, 18).
Una inexplebilis cupiditas me tenet, quam frenare hactenus nec potui certe nec volui; michi enim interblandior honestarum rerum non inhonestam esse cupidinem. Expectas audire morbi genus? libris satiari nequeo. Et habeo plures forte quam oportet; sed sicut in ceteris rebus, sic et in libris accidit: querendi successus avaritie calcar est. Quinimo, singulare quiddam in libris est: aurum, argentum, gemme, purpurea vestis, marmorea domus, cultus ager, picte tabule, phaleratus sonipes, ceteraque id genus, mutam habent et superficiariam voluptatem; libri medullitus delectant, colloquuntur, consulunt et viva quadam nobis atque arguta familiaritate iunguntur, neque solum se se lectoribus quisque suis insinuat, sed et aliorum nomen ingerit et alter alterius desiderium facit.

Sono preda di una insaziabile brama, che fino ad oggi non ho potuto davvero né voluto frenare: infatti mi scuso entro di me col dirmi che la brama di cose degne non è da ritenersi indegna. Aspetti che io ti dica di che genere di malattia si tratta? Ecco: non riesco a saziarmi di libri. E sì che ne posseggo un numero probabilmente superiore al necessario; ma succede anche coi libri come con le altre cose: la fortuna nel cercarli è sprone a una maggiore avidità di possederne. Anzi coi libri si verifica un fatto singolarissimo: l'oro, l'argento, i gioielli, la ricca veste, il palazzo di marmo, il bel podere, i dipinti, il destriero dall'elegante bardatura, e le altre cose del genere, recano con sé un godimento inerte e superficiale; i libri ci danno un diletto che va in profondità, discorrono con noi, ci consigliano e si legano a noi con una sorta di familiarità attiva e penetrante; e il singolo libro non insinua soltanto se stesso nel nostro animo, ma fa penetrare in noi anche i nomi di altri, e così l'uno fa venire il desiderio dell'altro.
Anche in questa lettera i libri discorrono (colloquuntur è un composto del già visto loquor); in più, offrono consigli (consulunt) e stabiliscono con il lettore un legame di familiarità, ed è significativo che familiaritas sia proprio il termine che definisce l'amicizia e che è usato da Cicerone per indicare il legame che lo unisce ad Attico, suo più caro confidente, al momento della dedica del dialogo De amicitia. Petrarca, del resto, fa del suo autore più caro un vero e proprio interlocutore in una delle opere cui affida la descrizione del conflitto delle sue passioni: a dialogare con Francesco nel Secretum è Agostino, al quale sono affidate parole e situazioni analoghe a quelle da lui descritte nelle Confessioni che Francesco porta sempre con sé, come scrive all'amico Dionigi di Borgo San Sepolcro, narrandogli dell'ascesa al Monte Ventoso.

Charles Dana Gibson

Ma c'è un altro documento petrarchesco che ci offre questa immagine confidenziale di un colloquio con gli autori, sempre all'interno delle Familiares (XII, 8), laddove il poeta descrive il rigenerante ritiro in Valchiusa, laddove si sente solo la voce dello spirito e della letteratura che lo conforta, come un nuovo Elicona che si popola dei grandi scrittori antichi.
More meo nuper in Elicona transalpinum urbis invise strepitum fugiens secessi, unaque tuus Cicero attonitus novitate loci fassusque nunquam se magis in Arpinate suo, ut verbo eius utar, gelidis circumseptum fluminibus fuisse quam ad fontem Sorgie mecum fuit. [...] Delectari itaque michi visus est Cicero et cupide mecum esse: decem ibi nempe tranquillos atque otiosos dies egimus. [...] Innumeris claris et egregiis viris comitatus erat comes meus, sed (ut sileam Graios) ex nostris aderant Brutus Athicus Herennius [....]; aderat orator Hortensius, aderat Epycurus [...]; aderant Lelius et Scipio, cum quibus et vere amicitie et optime reipublice formam dabat...

Com'è mia abitudine, recentemente mi sono ritirato sul mio Elicona transalpino, fuggendo l'odioso strepito della città e insieme a me è venuto il tuo Cicerone che, stupito dall'eccezionalità del luogo, ha confessato, per usare le sue parole, di non essersi mai sentito nella sua proprietà di Arpino, cinta da torrenti freschi, più che in quel momento insieme a me presso la Sorga. [...] E mi è sembrato proprio che si divertisse e che fosse felice in mia compagnia: abbiamo trascorso in quel luogo dieci giorni tranquilli e spensierati. Con me c'era un gruppo di numerosi uomini eccellenti, ma, per tralasciare i Greci, dei nostri c'erano Bruto, Attico, Erennio, l'oratore Ortensio, Epicuro...
Ritroviamo qui il senso della lettura come un colloquio continuo che offre conforto e piacere, beneficio fondamentale per un uomo come Petrarca, costantemente teso al ritiro spirituale in compagnia di buone letture, al punto da prendere i voti minori per poterlo fare con la garanzia di una rendita che gli permetta di non esercitare alcuna professione. E chi fra gli accaniti lettori, anche oggi, non farebbe carte false per potersi dedicare tutto il giorno o, comunque, senza l'interruzione del quotidiano, ai propri autori preferiti?
Petrarca disprezza il mondo esterno perché in esso si sente incompreso: solo la letteratura gli offre il sostegno che cerca, permettendogli di sottrarsi al giudizio della gente e di dedicarsi a se stesso, conoscendosi attraverso le parole degli antichi che legge giorno dopo giorno e che si rivelano più attuali e familiari di quelle dei suoi contemporanei. Una delle Epistolae metricae scritte nel 1338 durante il ritiro in Valchiusa e indirizzata a Giacomo Colonna contiene una difesa dell'otium letterario del poeta e del suo atteggiamento di allontanamento dalla massa:
Questi uomini rozzi si meravigliano ch'io osi disprezzare le delizie ch'essi considerano beni supremi, e non comprendono né la mia felicità né quel piacere che mi dànno altri amici segreti, che da tutte le parti del mondo ogni età m'invia, amici illustri per lingua, ingegno, guerre, facondia; amici non difficili, che si contentano di un angolo della mia modesta casa, che nessuna mia domanda rifiutano, che premurosi mi assistono e non mi dànno fastidio, che se ne vanno a un mio cenno e richiamati ritornano. Ora questi, ora quelli io interrogo, ed essi mi rispondono, e per me cantano e parlano; e chi mi svela i segreti della natura, chi mi dà ottimi consigli per la vita e per la morte, chi narra le sue e le altrui chiare imprese, richiamandomi alla mente le antiche età. E v'è chi con festose parole allontana da me la tristezza e scherzando riconduce il riso sulle mie labbra; altri m'insegnano a sopportar tutto, a non desiderar nulla, a conoscer me stesso, maestri di pace, di guerra, d'agricoltura, d'eloquenza, di navigazione; essi mi sollevano quando sono abbattuto dalla sventura, mi frenano quando insuperbisco nella felicità, e mi ricordano che tutto ha un fine, che i giorni corron veloci e che la vita fugge. E di tanti doni, piccolo è il premio che mi chiedono: di aver libero accesso alla mia casa e di viver con me.
La letteratura conforta, perché costituisce un importante specchio per conoscere sé stessi, un catalogo di esempi che ci educano alla vita, un veicolo di divertimento, uno strumento di istruzione nelle più varie discipline. In cambio, i libri chiedono solo di essere posti nelle nostre case, di essere accolti e curati come le persone a noi più care, perché come esseri viventi in effetti si comportano. Tale idea di una convivenza con i libri-umani è ribadita da Petrarca nel De vita solitaria, vero e proprio monumento al ritiro nell'otium letterario (II, 14):
Libros preterea diversi generis et simul per quos aut de quibus scripti sunt comites gratos et assiduos, et promptos vel in publicum prodire vel ad arculam redire cum iusseris, paratosque semper vel tacere vel loqui, et esse domi, et comitari in nemora, et peregrinari, et rusticari, et confabulari, et iocari, et hortari, et solari, et monere, et arguere, et consulere, et docere secreta rerum, monimenta gestorum, vite regulam mortisque contemptum, modestiam in prosperis, fortitudinem in adversis, equabilitatem in actionibus atque constantiam: comites doctos, letos, utiles ac facundos, sine tedio, sine impendio, sine querela, sine murmure, sine invidia, sine dolo; interque tot commoda, nullo cibo interim, nullo potu et veste inopi et angusta domus parte contentos, cum ipsi potius hospitibus suis inextimabiles animi divitias, amplas domus, fulgidas vestes et iucunda convivia ac suavissimos cibos parent.

Mi procuro innanzitutto libri di genere diverso, che siano allo stesso tempo compagni graditi e assidui grazie a coloro che li hanno scritti e sempre pronti ad uscire in pubblico o a ritornare nel cassetto secondo gli ordini, sempre pronti a rimanere in silenzio o a parlare, a rimanere in casa, ad accompagnarmi nei boschi, nei viaggi, nelle campagne, a conversare, a scherzare, ad esortarmi, a consigliarmi, ad ammonirmi, a mettermi in guardia, a consigliarmi, ad insegnarmi i segreti delle cose, le grandi imprese, il modo di vivere e il disprezzo per la morte, la moderazione nella buona sorte, la temperanza nelle avversità, l'equità e la coerenza nelle azioni: voglio compagni istruiti, lieti, utili, facondi, che non mi arrechino noia e non siano costosi, non si lamentino, non brontolino, non provino odio e non ingannino; e per tanti benefici, si accontentano di una povera veste e di uno spazietto in casa, senza chiedere né cibo né acqua, mentre essi offrono a chi li ospita inestimabile ricchezza per l'animo, grandi case, vesti preziose, piacevoli banchetti e dolcissime vivande.
L'enorme contributo dei libri alle nostre vite è reso da questa metafora dell'ospitalità: chi accoglie in casa tanti volumi ricchi di voci di autori importanti non offre loro che uno spazio sugli scaffali, magari in un angolo della propria casa, eppure riceve in cambio dai suoi ospiti, grazie al potere che la letteratura ha sullo spirito, ricchezze paragonabili a quelle di un re. Una sensazione in cui, indubbiamente, ci rispecchiamo ancora. La personificazione è sempre più evidente, dato che Petrarca usa termini riferibili alle attività che di norma si praticano con gli amici, come passeggiate, conversazioni in casa, scherzi, scambi di consigli.
Lo stesso entusiasmo per la compagnia dei libri e per gli immensi benefici che derivano dal contatto con gli autori è evidente nel dialogo Theogenius di Leon Battista Alberti, nel quale l'architetto e umanista porta avanti un analogo panegirico della solitudine, addirittura richiamandosi ad Orazio e al suo ideale di aurea mediocritas caro anche ad altri personaggi del suo tempo, in primis Ludovico Ariosto. L'Alberti sente che proprio nei momenti di solitudine si trova nella migliore delle compagnie:
Sempre meco stanno uomini periti, eloquentissimi, apresso di quali io posso tradurmi a sera e occuparmi a molta notte ragionando; ché se forse mi dilettano e’ iocosi e festivi, tutti e’ comici, Plauto, Terrenzio, e gli altri ridicoli, Apulegio, Luciano, Marziale e simili facetissimi eccitano in me quanto io voglio riso. Se a me piace intendere cose utilissime a satisfare alle domestiche necessità, a servarsi sanza molestia, molti dotti, quanto io gli richieggio, mi raccontano della agricoltura, e della educazione de’ figliuoli, e del costumare e reggere la famiglia, e della ragion delle amicizie, e della amministrazione della republica, cose ottime e approvatissime.

Illustrazione: Emily Winfield
L'elenco dei benefici di questa colta compagnia, che significativamente mette in primo piano autori classici autori di commedie, romanzi ironici e satire e l'importanza del divertimento, prosegue elencando altre materie (come la filosofia), ma senza esplicitarne gli autori, sebbene sia evidente che dietro al tema dell'educazione sia celato il nome di Quintiliano e dietro a quello dell'amicizia e della politica Cicerone, mentre Catone o Varrone, citati anche dal Petrarca, si riconducono all'argomento dell'agricoltura. 
Questi, dunque, gli antichi che tengono compagnia a Leon Battista Alberti e che vengono inseriti in un testo che ricorda da vicino quella che è forse l'apoteosi della celebrazione del colloquio con gli autori, la nota lettera di Niccolò Machiavelli a Francesco Vettori, datata al 10 dicembre 1513. Relegato all'Albergaccio dopo la sua esclusione dalla vita politica fiorentina, Machiavelli si rivolge allo storiografo e diplomatico che in una precedente comunicazione gli ha descritto il lusso della vita alla corte di papa Leone X, spesa fra banchetti, amori e corse a cavallo. Ben diversa è la condizione di Niccolò, calato in una realtà prosastica fatta di discorsi di taglialegna, umili pasti e gioco d'azzardo; solo i momenti di lettura nel bosco, in compagnia dei testi amorosi di Dante, Petrarca, Tibullo e Ovidio, rendono sopportabile il fluire della giornata, ma è alla sera che si compie il miracolo, che offre al letterato una vera e propria occasione di metamorfosi, oltre alla possibilità di far sapere all'interlocutore che sta già lavorando al suo capolavoro, Il principe.
Venuta la sera, mi ritorno a casa ed entro nel mio scrittoio; e in sull'uscio mi spoglio quella veste cotidiana, piena di fango e di loto, e mi metto panni reali e curiali; e rivestito condecentemente, entro nelle antique corti delli antiqui huomini, dove, da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo che solum è mio e ch’io nacqui per lui; dove io non mi vergogno parlare con loro e domandarli della ragione delle loro azioni; e quelli per loro humanità mi rispondono; e non sento per quattro hore di tempo alcuna noia, sdimentico ogni affanno, non temo la povertà, non mi sbigottisce la morte: tutto mi transferisco in loro.
Torna qui, assieme al balsamo della lettura che storna la paura della morte già incontrato in Petrarca, la metafora della letteratura che parifica l'uomo umile e la sua umile dimora ad un personaggio nobile in un ricco castello: è questo l'abito di dignità che si confà ai grandi autori, agli antiqui huomini con i quali l'esule avverte una familiarità e dai quali riceve nutrimento. In mezzo ad essi si compie l'incanto della sera nella biblioteca, si avverte la «presenza viva degli autori» (Lina Bolzoni): iniziano dialoghi, scambi di consigli, conversazioni che fanno dimenticare ogni sventura e che annullano la distanza posta dal tempo fra l'autore e il lettore, riuniti per quattro ore in un luogo ameno e ospitale dominato dallo spirito della letteratura. 
E voi, cari lettori, provate mai questa sensazione di un dialogo con i vostri autori preferiti? A me accade spesso e sono curiosa di conoscere le vostre impressioni e di sapere con quali scrittori, in questo senso, andate più d'accordo: raccontate!

C.M.

NOTE: Come testo di approfondimento suggerisco il contributo di Lina Bolzoni Il piacere della lettura: il dialogo con gli autori da Petrarca a Tasso, originariamente pubblicato in «Rivista di letterature moderne e comparate» LVII (2004) pp. 287-301; inoltre consiglio un articolo di Michele Feo, Leggere, pubblicato nella rivista «Il ponte» LII, 9 (settembre 1996), pp. 83-97. I testi citati sono stati importanti fonti per l'ampliamento di questo articolo.

mercoledì 15 febbraio 2017

Il bambino con il pigiama a righe (Boyne)

La Shoah, nelle storie che hanno come protagonisti i bambini, risulta ancor più spaventosa. Non credo sia solo la tenerezza naturale che si prova per i più piccoli e che porta gli esseri umani ad avere per l'infanzia maggiori attenzioni e un più forte slancio protettivo; infatti c'è di mezzo anche il terribile divario fra l'ingenuità dei giovanissimi, che non possono concepire la violenza e il male e comprenderne i meccanismi, e la crudeltà di coloro che sembrano non essere stati mai bambini e che applicano gli strumenti di tortura e morte come se fossero la cosa più elementare e naturale del mondo.
Questo stridore, che già si avverte nelle lacrime del piccolo Didi, fratello della protagonista di Io non mi chiamo Miriam, si presenta anche alla lettura del romanzo Il bambino con il pigiama a righe, romanzo di grande successo di John Boyne (2006), da cui è stato tratto anche un film diretto da Mark Herman. Ho voluto leggere questo libro per avere uno spunto di lettura adatto ai ragazzi della scuola secondaria di primo grado, per farli avvicinare ad una tematica delicata in modo graduale, attraverso l'esperienza verosimile di personaggi coetanei.
Il protagonista della storia è Bruno Hess, un bambino berlinese che, all'improvviso, è costretto a lasciare con la famiglia l'immensa casa in cui vive perché il Furio (termine storpiato che identifica la carica di Hitler) ha scelto suo padre per un incarico molto importante in una zona della Polonia che bruno, incapace di pronunciarne correttamente il nome, chiama Auscit. La nuova casa è spoglia, piccola, inospitale e, soprattutto calata in un luogo deserto in cui non arriva nessun altro al di fuori dei soldati, come l'odioso tenente Kotler. Le uniche persone con cui Bruno riesce a stringere un legame sono Pavel, un inserviente che in passato esercitava la professione di medico, e un coetaneo che, però, vive dall'altra parte di un interminabile recinto di filo spinato, in mezzo al fango e alle baracche. Bruno non può sapere che sono due prigionieri luogo più terrificante che possa esistere sulla terra, che si trova proprio al di là del filo spinato e, quando l'egocentrica sorella Gretel gli spiega che sono ebrei e che, in quanto tali, devono essere separati dai non ebrei, non comprende comunque che quella separazione corrisponde ad una prigionia fatta di privazioni, torture, fame e sofferenze. Anche nei suoi dialoghi con Shmuel, che incontra lungo il recinto, nel punto in cui la rete si solleva abbastanza da permettere loro di stringersi la mano, Bruno dimostra di non cogliere il vero significato delle parole dell'amico, della foga con cui si getta sul cibo che gli porta di nascosto, dei lividi che gli appaiono sul volto: per Bruno tutto è un'avventura e la violenza che Shmuel sperimenta giorno dopo giorno appartiene ad un altro mondo, inconcepibile per un ragazzino il cui maggior problema è la nostalgia per gli amici rimasti in città.
Il bambino con il pigiama a righe è una lettura scorrevole, lineare e avvincente nel modo in cui intesse la trama e le avventure di Bruno e Shmuel. Estremamente ostico è, invece, il tema trattato, che, come sempre accade quando ci troviamo di fronte a queste narrazioni, mette a dura prova e, anzi, soverchia la nostra capacità di comprendere.


Mi sono chiesta come spiegherei ad un giovane lettore la storia di Bruno e Shmuel, come illuminerei il non detto risultante dalla mancanza di informazioni di Bruno, che, come si è detto, vive ingenuamente la sua amicizia col bambino che incontra oltre il recinto di filo spinato. Ci sarebbero eventi da narrare, frasi da sciogliere, oltre a un finale da costruire oltre ciò che ci dice Boyne. Credo che l'orrore dei campi di concentramento e delle persecuzione si riveli soprattutto in questi momenti: quando ci troviamo a dover dare una spiegazione ad una persona ingenua e inconsapevole, ad un bambino che non può sostenere (ammesso che un adulto possa invece farlo) la portata del male e le sue conseguenze estreme, che cosa siano stati in grado di fare degli uomini ai loro simili, nascondendosi dietro a pregiudizi ed esercitando una continua presunzione di superiorità unita al totale disprezzo del prossimo. Oggi, poi, il primo contatto con il concetto di genocidio e con gli eventi legati all'Olocausto avviene a tredici anni, mentre ricordo quanto sia stato impressionante venire a sapere dei campi di concentramento alla scuola elementare, attraverso il diario di Anna Frank che la maestra leggeva in biblioteca, attraverso la poesia Scarpette rosse, attraverso il film La vita è bella: tutte storie di bambini che parlavano direttamente a me che ero bambina e che sicuramente hanno lasciato un segno profondo in un momento cruciale della crescita in cui vanno definendosi, poco alla volta, il significato del bene e del male e la riflessione sul senso dell'uguaglianza, della convivenza e del rispetto del prossimo. Ecco perché penso che, se dovessi tornare ad insegnare nella scuola secondaria di primo grado, farei leggere questo libro e che, soprattutto, se avrò dei figli, cercherò di avvicinarli a Il bambino con il pigiama a righe prima che sia un manuale di storia a mostrare loro l'immagine di un Lager e le foto di tante vittime con quella stessa divisa che indossa il piccolo Shmuel.

C.M.

lunedì 13 febbraio 2017

Il re dell'uvetta (Sjöberg)

Chi è Gustaf Eisen? Sembra un biologo, eppure è anche un fotografo, un artista, un botanico, uno dei più cari amici dello scrittore Johan August Strindberg, nonché il fondatore del Sequoia National Park, in California. La verità è che la personalità di questo personaggio, vissuto fra il 1847 e il 1940, è inafferrabile, indefinibile, oltre che poco conosciuta, nonostante il suo nome si leghi al parco naturale più antico degli Stati Uniti dopo quello di Yosemite.

A Gustav Eisen è dedicato Il re dell'uvetta, l'ultimo libro dello scrittore svedese Fredrick Sjöberg, già apprezzato per L'arte di collezionare le mosche, anch'esso legato alla personalità di uno studioso di insetti, René Malaise. Questa nuova opera, edita, come la precedente, da Iperborea, fonde i caratteri di una biografia a quelli delle raccolte di curiosità, intrecciando la storia di Eisen a quella di Strindberg, Darwin e dello stesso autore, senza tralasciare quegli accenti lirici che hanno portato i volumi di Sjöberg ad essere annoverati anche nei reparti di poesia delle librerie.
Il risultato è una narrazione breve ed estremamente rilassante che, passando attraverso curiosità di ogni tipo, che spaziano dal mondo dei vermi a quello dei sirfidi, passando per le alghe e le sequoie, ci presenta un personaggio eclettico e originale, autore di un'enorme collezione naturalistica e di una grande quantità di scritti andati quasi interamente perduti nell'incendio seguito al terremoto di San Francisco del 1906 o per la confusione generatasi nella catalogazione dei risultati delle sue ricerche a causa delle diverse trascrizioni del suo nome. In realtà le vicende vere e proprie si perdono in un concentrato di aneddoti particolari e pillole di lezioni di storia naturale, ed è bene che il lettore sia preparato a questo tratto originale della scrittura di Fredrick Sjöberg (ma lo è di certo se l'ha già sperimentata con il ritratto di René Malaise).
Anche ne Il re dell'uvetta l'autore ritaglia, all'interno della digressione biografica su Eisen, uno spazio per sé, raccontandosi di una spassosa bravata giovanile, dell'acquisto della casa per la famiglia che si sta allargando e di come la sua collezione di sirfidi è approdata alla Biennale di Venezia nel 2009, dimostrandosi capace di gareggiare con l'arte prodotta dall'uomo. I due libri, del resto, vanno letti in continuità, tenendo presente che il collezionismo, anche e soprattutto se circoscritto a categorie molto particolari, quando, cioè, diventa pura bottonologia, è davvero arte.
La storia di René Malaise mi aveva incantata maggiormente, forse per la novità rappresentata da questo genere di storia e dal modo dell'autore di raccontarla, ma le avventure di Gustav Eisen si sono rivelate comunque molto interessanti. Alla riflessione sull'importanza di assaporare e gestire il tempo che Sjöberg affronta ne L'arte di collezionare mosche si sostituisce qui un inno all'ingenuità e alla curiosità che conduce Eisen, attraverso degli insetti apparentemente comuni, ad ampliare i propri orizzonti e ad imbattersi in nuovi interessi che aprono molteplici strade ed esperienze. Come scrive Fredrick Sjöberg, Eisen è come un bambino (nel senso positivo del termine), sempre teso a nuovi stimoli, instancabile ricercatore della conoscenza e di nuovi schemi per classificare la realtà che lo circonda, al punto di convincersi di aver trovato addirittura il Santo Graal.

Fredrik Sjöberg al Festivaletteratura 2016 (foto di Athenae Noctua)
Da questo punto di vista la collezione di mosche è un concentrato di felicità spensierata. Se ha qualcosa da dire, è che la libertà ha inizio quando si fa un passo di lato e, magari solo per un attimo, ci si occupa di qualcosa che è fine a se stesso, che non ha a che fare con una vana ricerca di rispetto, stima, potere, denaro, amore, fama… gloria.
C.M.

venerdì 10 febbraio 2017

La quarta candelina

Se quattro anni fa, quando decisi di aprire ufficialmente questo spazio virtuale, mi avessero predetto tutte le soddisfazioni che ne sono derivate, non ci avrei creduto. E, a dire la verità, non so se mi aspettassi, allora, di poter mantenere così a lungo l'entusiasmo per il blogging, soprattutto considerando che ho impiegato qualche mese per capire cosa volessi veramente da Athenae Noctua. Si potrebbe obiettare che non si dovrebbe iniziare un progetto senza aver chiaro l'obiettivo da raggiungere, eppure per me l'apertura di un blog ha trovato il suo senso proprio nella continua costruzione di una identità, al punto che non sbaglierei nel dire che, scrivendo qui, in questa modesta paginetta dell'infinito web, ho conosciuto di più me stessa, allargato i miei interessi e trovato un modo tutto mio per raccontarli. E poi Athenae Noctua c'era in quei momenti in cui ho iniziato a trasformare un semplice passatempo in un impegno serio mentre, in parallelo, mi specializzavo per diventare un'insegnante, trovando nella rete mille strumenti per migliorare le mie proposte didattiche con percorsi, collegamenti, idee di lettura e temi nuovi di discussione. Insomma, si può dire che quella civetta là, che di tanto in tanto ancora fa capolino qui nella campagna veneta, sia proprio diventata una specie di spirito custode.


Degli importanti traguardi raggiunti nell'ultimo anno ho già parlato nel post di addio al 2016, quindi non intendo ripetermi, se non confermando il mio entusiasmo per le tante novità letterarie che ho sperimentato in questo quarto anno di attività e ringraziando ancora i più assidui lettori e commentatori che mi seguono qui e su Facebook (lo so, dovrei essere più attiva anche sugli altri social, soprattutto dovrei far pace con il limite dei 140 caratteri di Twitter).
L'ultima novità è quella della grafica: ogni anno affermo di aver forse trovato la veste definitiva per il blog, ma quest'anno ho imparato la lezione ed eviterò di fare simili dichiarazioni. Ho lavorato alla nuova copertina e al restyling di qualche pagina durante le vacanze di Natale, con l'idea di far coincidere il cambio d'abito con questo compleanno, ma, dopo tante prove, ero talmente contenta di avere finalmente un'intestazione tutta mia che non ce l'ho fatta ad aspettare. Spero che la nuova copertina, che ha raccolto in sé il ramo d'olivo sparito dallo sfondo e una citazione tratta dall'amatissimo romanzo Memorie di Adriano, rappresenti l'identità del blog a 360°, nonostante senta già un po'di nostalgia per De Chirico.
Ho rinnovato anche il menù e aggiornato le pagine, in particolare quella dedicata al profilo e ai contatti, ora intitolata La civetta di Atena, e le raccolte tematiche, suddivise in Biblioteca, Cineteca e Galleria, per accedere direttamente alle raccolte di recensioni letterarie, cinematografiche e di raccolte su temi artistici.
Quest'anno mi risulta un po'difficile isolare gli articoli più letti: accanto all'indiscusso primato del post Ma che male vi ha fatto il liceo classico? (schizzato subito al primo posto fra gli articoli più letti del quadriennio, ché, si sa, noi classicisti siamo agguerriti quando si tratta di difenderci), ci sono gli articoli dedicati ai Cazalet e, più in generale, ai libri che ho letto e recensito l'estate scorsa, il periodo in cui, essendo libera dal lavoro e necessitando di una valvola di sfogo potente per stigmatizzare lo stress del concorsone, ho letto e scritto di più. I post più apprezzati fra quelli di questo periodo, a quanto mi dicono le statistiche, sono stati Assalti calviniani davanti agli scaffali e la recensione del La bella estate, che mi hanno permesso di dedicarmi a due giganti del Novecento ai quali concedo sempre maggiore attenzione, qui e a scuola. 
Attraverso questi interventi e molti altri e nelle mie incursioni nei blog amici (li trovate nel blogroll e vi consiglio di visitarli) ho imparato anche in questo quarto anno tante cose nuove e raccolto tanti consigli di lettura destinati ad allungare a dismisura la mia lista dei desideri librosi. Ma il bello della comunicazione e della condivisione è questo: avere sempre la certezza che quello che ci rimane da scoprire è comunque sempre più di quello che crediamo di aver appreso. Grazie a tutti voi e alla vostra partecipazione, questa convinzione si rinnova giorno dopo giorno, rendendo ogni occasione di connessione un momento pieno di emozione!

C.M.

lunedì 6 febbraio 2017

Lettere (Epicuro)

Spesso marginalizzato attraverso luoghi comuni che lui stesso si impegnò a decostruire e con l'inclusione del suo pensiero sotto la generica etichetta di 'filosofia ellenistica', Epicuro è conosciuto soprattutto grazie alla divulgazione di cui si fece carico il poeta latino Lucrezio con il poema didascalico De rerum natura (I sec. a.C.), dal momento che quasi tutte le sue opere sono andate perdute o rimangono solo per frammenti e citazioni indirette. Sono giunti tuttavia fino a noi i testi integrali di tre lettere che bastano a riassumere, come era nelle intenzioni del filosofo, le linee generale del pensiero epicureo: le lettere a Erodoto, Pitocle e Meneceo, rispettivamente incentrate su questioni di fisica, su fenomeni astronomici e sulla definizione della felicità e dei metodi attraverso i quali procurarsela, costituiscono una lettura veloce eppure completa perfetta per avvicinarsi ad un pensatore che ha fatto sentire la propria voce nei secoli successivi grazie alla straordinaria modernità del suo ragionamento.

Nativo di Samo, Epicuro (IV-III sec. a.C.) studiò sia la filosofia platonica che quella di Democrito, che si sarebbe rivelata fondamentale per la definizione di quella dottrina fortemente materialista tanto invisa alla cultura medievale. Aprì una sua scuola dapprima a Mitilene, poi ad Atene, scegliendo come sede un giardino in cui riuniva i propri discepoli, stabilendo all'interno del gruppo un legame basato sulla solidarietà. Epicuro scrisse un gran numero di opere e la summa del suo pensiero fu il trattato Sulla Natura, del quale sono emersi alcuni frammenti grazie agli scavi della Villa dei papiri a Ercolano, sede della scuola epicurea di Filodemo di Gadara. La riscoperta del pensiero di Epicuro e la consacrazione alla fortuna di epoca moderna si deve agli umanisti del XV secolo, fra i quali va ricordato Poggio Bracciolini, autore della scoperta del poema lucreziano.
I mondi sono infiniti, sia quelli uguali al nostro, sia quelli diversi da esso. Gli atomi, che, come si è dimostrato in precedenza, sono infiniti, percorrono infatti anche gli spazi più remoti; perché gli atomi da cui un mondo può avere origine o essere formato non si esauriscono nella costituzione di un solo mondo, e neppure di un numero infinito di mondi, siano somiglianti al nostro oppure diversi. Ne consegue che nulla si oppone all’esistenza di un numero infinito di mondi.
Fin dalla lettera a Erodoto appare chiara la base materialistica di questa filosofia: riprendendo la teoria di Democrito sugli atomi e sul loro moto (clinamen), Epicuro attribuisce al loro infinito modo di combinarsi la molteplicità del reale, deducendo che da infiniti incontri e legami possono aver ragionevolmente origine infiniti mondi. L'intero mondo sensibile è composto di atomi, unità indivisibili con forme e caratteristiche strutturali diverse, atte a innumerevoli costruzioni in virtù di tale varietà. Essi sono anche in grado di mobilitare la percezione, staccandosi dall'oggetto che costituiscono per colpire gli organi sensoriali e permettere quindi la conoscenza, che risulta, pertanto, subordinata alla presenza continua di un flusso di informazioni e immagini veicolate dagli atomi stessi, che prendono in questo caso il nome di simulacri (εἴδωλα). Anche l'anima è materiale, in quanto risultante dall'aggregazione di atomi: essa è in simbiosi col corpo e muore con esso, dissolvendosi dopo la morte affinché i suoi atomi possano costituire nuova materia, giacché nulla si distrugge (ne deriverebbe altrimenti l'annullamento del tutto).
L’anima è un corpo sottile, diffuso per tutto l’organismo, molto simile al respiro e dotata di una certa miscela di calore e somigliante sotto qualche aspetto all’uno e sotto qualche aspetto all’altro. C’è poi una parte che è per sottigliezza assai differente da entrambi gli elementi e per questo motivo può partecipare con particolare sintonia a ciò che il resto dell’organismo sente. Di tutto ciò sono prova le facoltà dell’anima, i sentimenti, i moti, i pensieri e tutto ciò la cui privazione determina per noi la morte. […] Finché rimane nel corpo, l’anima non perde affatto la capacità di sentire, anche se si distacca qualche altra parte dell’organismo: e qualunque parte dell’anima perisca con il corpo perché ciò che la contiene si distrugge tutto o in parte, finché essa permane, conserva la facoltà di sentire. Il resto dell’organismo, invece, sussista tutto o in parte, non possiede più la sensazione, una volta perduto quel certo numero di atomi che serve a costituire la natura dell’anima. Inoltre, se tutto il resto dell’organismo si dissolve, l’anima si disperde e non conserva più le proprie facoltà né i moti, cosicché perde anche la capacità di sentire. […] Vaneggia chi asserisce che l’anima sia incorporea: perché l’anima non potrebbe agire né subire, se fosse tale, mentre noi cogliamo chiaramente che l’anima possiede entrambe queste facoltà.
La lettera a Pitocle, invece, pur mantenendosi su questioni scientifiche e astronomiche nello specifico, è in realtà una dissertazione sull'importanza di un approccio di studio basato sull'esperienza e sulla considerazione di diverse ipotesi in merito ad uno stesso fenomeno in assenza di un assunto pienamente soddisfacente e comprovato dall'evidenza sperimentale. Questa seconda lettera, dunque, si risolve nell'applicazione della dialettica alla scienza, in una continua esortazione a rifiutare qualsiasi preconcetto o dogma in favore di un esercizio sull'ammissibilità di considerazioni e spiegazioni diverse sull'origine e il moto degli astri, sulle fasi lunari, sull'alternanza del giorno e della notte, sui movimenti delle correnti d'aria e su altre questioni legate al cielo. Leggendo l'invito rivolto a Pitocle, sembra che Epicuro anticipi quella lotta contro l'ipse dixit e per l'affermazione del metodo sperimentale che Galileo Galilei affronterà nel XVII secolo, in particolare con il Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo.
È compito della scienza della natura indagare le cause degli eventi più importanti e che la felicità, rispetto alla conoscenza dei fenomeni celesti, risiede proprio in questo e nel conoscere quali siano le nature che si scorgono nel cielo e quanto è affine a tutto ciò, per conseguire una piena conoscenza in merito. [...]
Non bisogna ragionare sulla natura per enunciati privi di riscontro oggettivo e formulazioni di principi teorici, ma in base a ciò che l’esperienza sensibile richiede.
La terza lettera è senza dubbio la più celebre, al punto che il nome del destinatario, Meneceo, evoca immediatamente il fulcro della dottrina etica epicurea, incentrata sul tetrafarmaco, cioè sulle quattro indicazioni fondamentali che fanno della vita dell'uomo un'esperienza di gioia, serenità e saggezza: l'uomo virtuoso e felice è colui che sa riconoscere l'autentico piacere e non annega in desideri impossibili da soddisfare, che non teme gli dei né la morte e che si rende conto della possibilità di sopportare il dolore. 

Abituati a pensare che la morte non è nulla: perché ogni bene e ogni male risiede nella possibilità di sentirlo: ma la morte è perdita di sensazione. Per cui, la retta conoscenza che la morte per noi è nulla rende piacevole che la vita sia mortale, non perché la prolunga per un tempo infinito, ma perché la libera dal desiderio dell’immortalità. Non c’è infatti nulla di temibile nella vita per chi ha la profonda convinzione che nulla di temibile vi è nel non vivere più. […] Ciò che non ci inquieta se presente, ci affligge infatti vanamente quando lo si attende. Il male, dunque, che più ci atterrisce, la morte, è nulla per noi, perché quando ci siamo noi non c’è la morte, e quando c’è la morte non ci siamo noi.
È proprio a Meneceo che Epicuro rivolge la nota massima sull'insensatezza della paura della morte ed è in questo stesso testo che il filosofo specifica la definizione di 'piacere', obiettando che si sbagliano tutti coloro che lo ritengono un cultore della vita dissipata (una visione estremamente superficiale che ancora oggi richiede di essere sfatata), in quanto la serenità e la felicità che l'uomo saggio persegue si traduce nell'assenza di turbamento, in una condizione di piena consapevolezza di sé e di appagamento nell'essenziale privazione di sofferenza, il cosiddetto piacere catastematico (o atarassia), tanto caro anche a Giacomo Leopardi, come dimostra la canzone La quiete dopo la tempesta.
Si deve poi ricordare che il futuro non è del tutto nostro, né del tutto non nostro, perché non ci illudiamo come se assolutamente si dovesse avverare, né perdiamo la speranza, come se non si dovesse avverare affatto. Analogamente bisogna credere che dei desideri alcuni sono naturali, altri vani; e di quelli naturali, alcuni sono necessari, altri solamente naturali; e di quelli necessari, alcuni sono necessari per la felicità, altri per il benessere del corpo, altri per la vita stessa.
In questi tre brevi documenti, dunque, si può leggere il concentrato della filosofia di Epicuro, espresso con semplicità e immediatezza: comprendere la logica del ragionamento del pensatore ellenistico è facile anche per i profani, che nelle lettere a Erodoto, Pitocle e Meneceo possono trovare certo più soddisfazione che in generici riassunti che, come si è detto, spesso peccano di superficialità. Non c'è nulla di meglio che avvicinarsi direttamente ad un'opera e al pensiero di un autore, specialmente se questo autore ci invita ad abbandonare qualsiasi complicazione e ad esercitare continuamente il dubbio non per complicarci l'esistenza, ma per rendere la nostra presenza nell'esistenza pienamente consapevole e significativa.
Anche per chi abbia già conseguito una compiuta conoscenza, la cosa più importante è proprio l’essere in grado di servirsi delle sue cognizioni con prontezza: impossibile questo se non si riduce il complesso della dottrina in elementi e definizioni semplici.
C.M.

venerdì 3 febbraio 2017

«Di retro a loro era la selva piena di nere cagne»: scene di caccia infernale

Fra le novelle più celebri del Decameron di Giovanni Boccaccio c'è quella di Nastagio degli Onesti (giornata V, novella 8), nella quale assume un'importanza notevole un elemento fantastico di ascendenza dantesca: la caccia infernale. Si tratta di un topos tipicamente medievale, che vanta, oltre all'Inferno dantesco, altre sedi di sviluppo e che, in qualche modo, raccoglie un'eredità antica.

Sandro Botticelli, Nastagio degli Onesti, episodio I (1483)

Nastagio degli Onesti è un giovane consumato dall'amore per la bella figlia di Paolo Traversari che, per trovare un po'di sollievo, decide, su consiglio di alcuni amici, di lasciare la città di Ravenna e di ritirarsi a Chiassi. Un venerdì di maggio, passeggiando per il bosco, Nastagio assiste ad una scena a dir poco sconcertante: una giovane donna completamente nuda corre fra gli alberi, inseguita da una muta di cani e da un cavaliere armato di spada. Nastagio cerca di soccorrerla, ma il cavaliere, di nome Guido degli Anastagi, glielo impedisce: lui e la donna stanno scontando un terribile contrappasso infernale, dal momento che Guido si è dato la morte con quella stessa spada perché incapace di sopportare la durezza della sua vittima e quest'ultima ha manifestato tale crudeltà fino alla morte. La condanna delle due anime è destinata a ripetersi eternamente ogni venerdì e a concludersi con Nastagio che apre la schiena della donna per estrarne il cuore e gettarlo in pasto ai cani, prima che ella si ricomponga e riprenda la sua fuga. Inizialmente sconvolto, Nastagio si avvede però che questo originale dramma potrebbe volgere a suo favore e decide di allestire nel bosco un sontuoso banchetto con i Traversari come ospiti e di mettere di fronte alla gelida amata un monito contro la crudeltà nei confronti dell'amante. Il piano di Nastagio va a buon fine: la giovane Traversari è talmente sconvolta dalla visione delle pene cui potrebbe andare incontro che il suo disprezzo per Nastagio si volge in amore, sicché il racconto si conclude con lo sposalizio dei due.

Sandro Botticelli, Nastagio degli Onesti, episodio II (1483)

Nel secolo successivo, la novella ispira una nota serie di tavole realizzate nel 1483 da Sandro Botticelli (con la collaborazione di Bartolomeo di Giovanni e Jacopo del Sellaio) su richiesta di Antonio Pucci per il matrimonio del figlio Giannozzo con Lucrezia Bini e oggi conservate al Museo del Prado. Botticelli realizza quattro tavole che misurano 82 x 142 cm, illustrando le quattro sequenze principali del racconto: l'apparizione di Guido degli Anastagi e della sua vittima, l'estrazione del cuore della donna, l'esibizione della caccia infernale al banchetto e il pranzo nuziale.
Il motivo della caccia è protagonista dei primi tre episodi, al punto che nelle rispettive tavole sono proprio la donna e il cavaliere (a cavallo nel primo e nel terzo pannello, chino su di lei nel secondo). Il primo episodio rappresenta l'arrivo nel bosco di Nastagio (con a fianco l'amico che lo sprona a cercare questo ritiro) e il tentativo del giovane di soccorrere la donna, impugnando un bastone contro i cani che le azzannano i fianchi. Si tratta di una scena carica di pathos, che raggiunge il suo culmine nel grido della donna, il cui volto straziato occupa il centro del dipinto. La scena riproduce fedelmente il racconto di Boccaccio, fatta eccezione per il cavallo di Guido, che non è nero come nella novella, e per lo stesso cavaliere, secondo Botticelli biondo e non bruno.
Davanti guardandosi vide venire per un boschetto assai folto d'albuscelli e di pruni, correndo verso il luogo dove egli era, una bellissima giovane ignuda, scapigliata e tutta graffiata dalle frasche e dà pruni, piagnendo e gridando forte mercè; e oltre a questo le vide a'fianchi due grandi e fieri mastini, li quali duramente appresso correndole, spesse volte crudelmente dove la giugnevano la mordevano, e dietro a lei vide venire sopra un corsiere nero un cavalier bruno, forte nel viso crucciato, con uno stocco in mano, lei di morte con parole spaventevoli e villane minacciando. Questa cosa ad una ora maraviglia e spavento gli mise nell'animo, e ultimamente compassione della sventurata donna, dalla qual nacque disidero di liberarla da sì fatta angoscia e morte, se el potesse. Ma, senza arme trovandosi, ricorse a prendere un ramo d'albero in luogo di bastone, e cominciò a farsi incontro a'cani e contro al cavaliere.
Sandro Botticelli, Nastagio degli Onesti, episodio III

Anche la seconda scena è ricalcata sul racconto del Decameron. In essa sono in realtà concentrati due momenti successivi, che lo stesso Boccaccio condensa in pochissime righe: in primo piano si vede Guido che apre la schiena della sua vittima e, sul lato destro, i due cani che dilaniano il suo cuore, mentre sullo sfondo, in tutte e tre le tavole chiuso da un ambiente idilliaco occupato da uno specchio d'acqua circondato dalle montagne e solcato da alcune imbarcazioni, si scorge la ripresa della caccia, che suggerisce l'andamento circolare del contrappasso. Di lato si trova Nastagio, preda dell'orrore, ma già in procinto di fare di quella paura un gioco d'ingegno.
Nastagio, udendo queste parole, tutto timido divenuto e quasi non avendo pelo addosso che arricciato non fosse, tirandosi addietro e riguardando alla misera giovane, cominciò pauroso ad aspettare quello che facesse il cavaliere. Il quale, finito il suo ragionare, a guisa d'un cane rabbioso, con lo stocco in mano corse addosso alla giovane, la quale inginocchiata e da' due mastini tenuta forte gli gridava mercè; e a quella con tutta sua forza diede per mezzo il petto e passolla dall'altra parte. Il qual colpo come la giovane ebbe ricevuto, così cadde boccone, sempre piagnendo e gridando; e il cavaliere, messo mano ad un coltello, quella aprì nelle reni, e fuori trattone il cuore e ogni altra cosa d'attorno, a' due mastini il gittò, li quali affamatissimi incontanente il mangiarono. Né stette guari che la giovane, quasi niuna di queste cose stata fosse, subitamente si levò in piè e cominciò a fuggire verso il mare, e i cani appresso di lei sempre lacerandola; e il cavaliere, rimontato a cavallo e ripreso il suo stocco, la cominciò a seguitare, e in picciola ora si dileguarono in maniera che più Nastagio non gli potè vedere.
Il terzo episodio rappresenta il banchetto della persuasione, bruscamente interrotto dall'irrompere dei due dannati che fa dilagare il terrore fra i commensali, in particolare fra la giovane Traversari e le altre donne, tutte convinte dall'esibizione spaventosa a mutare il loro cuore a più miti pensieri verso i loro amanti. Del resto, come dimostra la posa di Nastagio, sono loro le vere destinatarie del truculento messaggio.

David Ghirlandaio, Nastagio degli Onesti (1483-1525)

Oltre a Botticelli, anche David Ghirlandaio, fratello del più noto Domenico, realizza un dipinto che rappresenta la novella di Boccaccio, oggi esposto al Brooklyn Museum. Ancora una volta il risultato è una tavola dipinta a tempera, di certo posteriore a quelle di Botticelli e chiaramente influenzata da esse: ritorna la contrapposizione fra i due piani, ritornano alcuni elementi sullo sfondo (come le tende rosse, il fiume e le montagne e l'adozione della prospettiva aerea) e le pose dei personaggi, ma qui vengono fusi gli episodi primo e secondo di Botticelli e Guido degli Anastagi, che stavolta indossa un'armatura scura, ha i capelli bruni.

Giovanni Stradano, La selva dei suicidi (1587)
Quella di Boccaccio e Botticelli è senza dubbio la caccia infernale più celebre, ma non è di certo la prima. Altrettanto importante ma fagocitata dal più fulgente episodio di Pier delle Vigne, è la caccia di cui sono vittime gli scialacquatori nell'Inferno di Dante. Nel canto XIII, dove troneggia la figura di Pier delle Vigne, suicida la cui anima è intrappolata in un albero rinsecchito straziato dalle Arpie, sui rami del quale, dopo il Giudizio universale, sarà appeso, come un abito smesso, il corpo di cui si è disfatto volontariamente in vita, compaiono altri due personaggi: Lano da Siena e Iacopo da Sant'Andrea, che fuggono fra le sterpaglie della selva da una muta di cagne nere che proprio in mezzo agli arbusti fanno terminare la loro corsa, lasciandone i brani fra i rovi. La caccia, il cui racconto occupa i versi 115-129, oltre ad essere una punizione per coloro che hanno dilapidato le proprie sostanze, è anche un ulteriore motivo di strazio per i suicidi, devastati dalla fuga precipitosa.
Ed ecco due da la sinistra costa,
nudi e graffiati, fuggendo sì forte,
che de la selva rompieno ogni rosta.

Quel dinanzi: «Or accorri, accorri, morte!».
E l’altro, cui pareva tardar troppo,
gridava: «Lano, sì non furo accorte

le gambe tue a le giostre dal Toppo!».
E poi che forse li fallia la lena,
di sé e d’un cespuglio fece un groppo.

Di rietro a loro era la selva piena
di nere cagne, bramose e correnti
come veltri ch’uscisser di catena.

In quel che s’appiattò miser li denti,
e quel dilaceraro a brano a brano;
poi sen portar quelle membra dolenti.
Priamo della Quercia, La selva dei suidici (1441-1452)

La caccia dantesca è artisticamente fortunata quanto quella di Boccaccio. C'è innanzitutto l'immagine miniata di Priamo della Quercia (XV secolo) che, come nella seconda tavola botticelliana, concentra in una sola immagine i due momenti principali del canto XIII, ponendo l'episodio di Pier delle Vigne sulla sinistra, con Dante che, su indicazione di Virgilio, si china a strappare un ramoscello dell'arbusto, facendone stillare sangue, e affidando alla parte maggioritaria della tavola la descrizione dell'incontro con Lano da Siena e Iacopo da Sant'Andrea, ritratti nudi, ma inseguiti non da cagne nere, bensì da due demoni infernali che alzano su di loro delle fruste; nella parte superiore del dipinto, le Arpie costruiscono come una cornice che conferisce continuità all'insieme.
Gli scialacquatori sono invece posti a contorno dell'illustrazione di Giovanni Stradano, che assegna il ruolo centrale all'incontro col suicida. Mentre uno dei due dannati scappa verso il fondo dell'immagine inseguito da tre cani, l'altro è smembrato in più punti: un cane ne divora la testa proprio al di sopra della schiena piegata di Dante, mentre gli arti sono posti fra le zanne di altri due animali nella parte sinistra, come se stessero per uscire dal bordo inferiore.

Gustave Doré, Gli scialacquatori (1861)

E poi, naturalmente, c'è Gustave Doré, che in una delle incisioni realizzate per illustrare il canto XIII ritrae i due dannati che quasi si confondono fra gli alberi antropomorfi, rimanendo impigliati nei loro rami mentre, sullo sfondo, una muta di cani infernali con gli occhi fiammeggianti si getta all'inseguimento e una delle belve è già piombata nel cuore della selva. Fra i tre esempi, la versione di Doré è quella più concitata e terrificante, sebbene Stradano proponga un'immagine più cruda: come il grido della donna nella prima tavola di Botticelli sovrasta in pathos le altre due, anche qui sono le espressioni dei dannati a conferire forza emotiva all'incisione, non attraverso il dolore dei volti, ma con i corpi che si contorcono alla ricerca di un'inaccessibile salvezza.
Accanto all'importante modello dantesco, però, Boccaccio dispone di altri due testi che affrontano il topos della caccia infernale. Il primo è lo Speculum historiale di Vincenzo di Beauvais (XII-XIII secolo), che racconta del mito nordico della caccia selvaggia, diffuso in Scandinavia, in Britannia e nelle zone alpine. Di questi assalti, particolarmente cari all'arte romantica e, più in generale, ottocentesca, aperta alle rivisitazioni dell'immaginario medievale, è protagonista generalmente Odino, che guida torme di guerrieri e creature evocate dall'aldilà in rumorose scorrerie nel cuore dell'inverno. In alcune versioni di questo mito altri sono i capi di queste spedizioni, che non di rado accolgono esseri infernali, e non mancano casi in cui l'incursione ha come obiettivo la cattura di una creatura femminile.

Peter Nicolai Arbo, Åsgårdsreien (1872)

Il secondo è un racconto ispirato proprio allo Speculum historiale, opera di un domenicano fiorentino contemporaneo di Boccaccio, Iacopo Passavanti, che inserisce un episodio simile a quello descritto nel Decameron nello Specchio di vera penitenza, una raccolta di quarantotto exempla morali tratti dalle sue prediche, in una novella dal titolo Il carbonaio di Niversa. Essa, a differenza del racconto di Nastagio, si svolge in Francia e rappresenta una caccia che avviene intorno alla mezzanotte nei pressi della fossa dei carboni di un uomo molto povero. Agli occhi di questo sventurato spettatore appare una donna nuda e scarmigliata (come la vittima di Guido degli Anastagi), inseguita da un cavaliere su un cavallo nero; cavallo e cavaliere emanano fiamme dagli occhi, dalla bocca e dal naso e la donna, non appena giunge nei pressi della fossa, viene pugnalata al petto e gettata fra i carboni ardenti, per poi esserne tirata fuori dal suo stesso carnefice, pronto a riprendere la caccia ogni notte. Dopo tre repliche dell'ignobile spettacolo, il carbonaio manda a chiamare il Conte di Niversa, al quale il cavaliere demoniaco rivela il proprio mistero: egli è Giuffredi, cavaliere della contea e amante della donna che lo fugge, Beatrice; i due hanno peccato di un amore adultero e hanno ucciso il marito di lei, ma, essendosi pentiti in punto di morte, hanno ottenuto un contrappasso temporaneo nel purgatorio, trovandosi a ripetere ogni notte quella caccia selvaggia. Prima di congedarsi, Giuffredi chiede l'intercessione dei vivi, affinché le loro preghiere possano accorciare quel tormento. A differenza di Guido e della sua anonima amata, Giuffredi e Beatrice sono dunque anime del purgatorio punite non per eccesso di passione e crudeltà rispettivamente, ma per lussuria, tradimento e assassinio; inoltre la visione di Passavanti insiste molto sui particolari crudi e manifesta una forte ossessione per il male e il peccato, dal momento che il suo scopo è quello di fornire moniti morali.

Franz Von Stuck, Caccia selvaggia (1889)
Uscì fuori per vedere che fusse, e vide venire in verso la fossa correndo e stridendo una femmina iscapigliata e ignuda, e dietro le veniva uno cavaliere in su uno cavallo nero, correndo, con uno coltello ignudo in mano: e dalla bocca e dagli occhi, e dal naso del cavaliere e del cavallo usciva una fiamma di fuoco ardente. Giugnendo la femmina alla fossa che ardeva, non passò più oltre, e nella fossa non ardiva di gittarsi, ma, correndo intorno alla fossa, fu sopraggiunta dal cavaliere che dietro le correa: la quale, traendo guai, presa per li svolazzanti capelli,crudelmente la ferì per lo mezzo del petto col coltello che tenea in mano. E cadendo in terra con molto spargimento di sangue, sì la riprese per l'insanguinati capelli e gittolla nella fossa de' carboni ardenti: dove, lasciandola stare per alcuno spazio di tempo, tutta focosa e arsa la ritolse, e ponèndolasi davanti in su il collo del cavallo, correndo se ne andò per la via onde era venuto.

Cratere di Dolone, con Morte di Atteone (IV sec. a.C.)
Come si è detto, tuttavia, il motivo della caccia non è solo medievale. Del resto la scelta di questa particolare attività rispecchia le abitudini dei nobili di ogni epoca e luogo e di cacce famose è piena la letteratura, basti pensare alla battuta al cinghiale in cui Odisseo si procura, ancora ragazzo, la cicatrice che lo renderà riconoscibile alla fedele Euriclea. Ma la caccia è anche l'arte della dea Artemide-Diana, protagonista di un mito che si conclude proprio con l'uccisione di un uomo, Atteone; costui, reo di aver ammirato le nudità della dea durante un bagno o, secondo altre versioni, di essersi vantato di esserle superiore nella caccia, viene trasformato in cervo da Artemide e, inseguito dai suoi cinquanta cani, viene da essi dilaniato. Un'ulteriore variante narra che Atteone, avvicinatosi alla dea camuffato con una pelle di cervo, l'animale prediletto da Artemide, per violentarla, sia assalito dai cani aizzati dalla divinità; questa versione sembra confermata dalla ceramografia, che rappresenta Atteone in sembianze umane, mentre tenta di difendersi dall'assalto dei cani, e ha forse ispirato Tiziano, che nel XVI secolo rappresenta Atteone con un corpo di uomo, ma con una testa di cervo, come se indossasse un copricapo, mentre Artemide sembra scatenare gli animali con una freccia incantata.

Tiziano, La morte di Atteone (1562)

Dalla rassegna di cacce selvagge o infernali qui proposte appare chiara la presenza di un archetipo che trasforma un passatempo nobiliare in un motivo di terrore: un peccato estremamente grave o un enorme affronto ad una divinità possono scatenare una punizione nella quale l'uomo diventa un essere spaventato e braccato da dominatore e cacciatore che è nella vita normale. La caccia è il terreno in cui l'uomo prevale con la forza sull'animale, che diviene interamente suo succube, ma l'uomo teme di subire a sua volta l'azione di un braccio e di una lama più veloci e letali della sua, che non possono che piombare dall'alto, per volontà di un essere superiore.
C.M.