lunedì 16 aprile 2018

fiore frutto foglia fango - S. Baume

Solitamente evito i libri e i film che hanno per protagonisti dei cani e come tema quello del loro rapporto con gli esseri umani. Non riesco a sopportare il pensiero che possano essere storie malinconiche, che parlano di legami tanto profondi quanto solo chi ha avuto un animale domestico può comprendere. Il fatto è che ho sempre paura di impattare con un finale amaro, con la necessaria separazione dall'amico a quattro zampe, che è qualcosa di insostenibile per me, al punto che persino l'episodio del cane Argo nell'Odissea è ad ogni lettura più lacerante.

Con fiore frutto foglia fango di Sara Baume ho voluto correre il rischio. Di questo romanzo, recentemente pubblicato da NN editore nella traduzione di Ada Arduini, mi affascinavano già le poche righe di sinossi e la citazione in copertina e mi sembrava che la storia di due solitudini che si incontrano, quella di un uomo e di un cane, fosse un richiamo e, insieme, una sfida.
Il cane attorno al quale si dipana la vicenda è un randagio sopravvissuto allo scontro con un tasso dal quale è uscito guercio, destinato ad essere abbattuto. Lo sceglie, però, Ray, un sessantenne incapace di integrarsi con la società, emarginato, che vive di una routine piuttosto squallida, in una casa sporca e maleodorante sulla costa irlandese. Ray adotta Unocchio - questo il nome che gli dà - allo scopo di liberarsi dei topi che infestano la vecchia casa, ma questa motivazione lascia spazio ad un'amicizia del tutto originale fra un essere umano e un cane che si cercano a vicenda e che condividono tutto, dallo spazio agli odori. Quando Unocchio aggredisce un altro cane, Ray capisce che, per evitare che l'animale che ha salvato torni al canile e rischi di essere soppresso, deve abbandonare l'unico rifugio che abbia mai avuto: raccatta pochi oggetti, li getta in auto e si mette a vagare senza meta, col solo pensiero di salvare l'unico legame che sia riuscito a costruire dalla morte di suo padre.
In fiore frutto foglia fango, a ben guardare, la narrativa appare più un pretesto che una finalità. Sara Baume non ci racconta grandi avventure che hanno come protagonisti Ray e Unocchio, ma pone in risalto la sintonia fra questi due personaggi, entrambi soli, entrambi disadattati, entrambi rifiutati, entrambi oggetto di pregiudizi e scherno. Il libro è un lungo monologo di Ray, al quale basta una silenziosa compagnia, sonnecchiante o intenta a sbocconcellare le carcasse abbandonate sulla spiaggia, per affrontare i suoi pensieri, ciò che non ha modo di confidare a nessuno, perché bloccato in un passato segnato dal senso di inadeguatezza o perché contrario al comune senso del decoro. Ray, di fronte a Unocchio, non ha paura di apparire sudicio, non ha paura che la sua casa assomigli a una discarica né di dormire in un'auto parcheggiata ogni notte di fronte ad un diverso cancello, perché il suo amico scampato alla lotta col tasso è sempre accanto a lui, adagiato nella sua stessa routine, soddisfatto di essa. A volte i comportamenti fuori controllo di Unocchio spingono Ray a redarguirlo e a punirlo, ma nell'inquieto quadrupede l'uomo scorge subito dopo se stesso, una creatura che non può essere ingabbiata nelle comuni categorie di giudizio della gente.
Tornati a casa di mio padre, ti riposi vicino ai miei piedoni sul tappeto del soggiorno e io fumo arruffandoti le radici rosse del pelo. Adesso sei tornato tu. Quel tu che non si siede, non resta fermo, non si blocca e non sta al piede a comando, che non viene quando lo chiamo, che non sa camminare come si deve, proprio per niente. Eppure devo ammirare il modo in cui resti te stesso. Non voglio trasformati in uno di quei giocattoli a batteria che abbaiano e fanno la capriola quando premi l’interruttore. Ho sbagliato a dirti che sei stato cattivo. Ho sbagliato a cercare di importi un po’ della mia umanità, visto che il genere umano non mi ha mai portato niente di buono.
Solo con Unocchio Ray può comunicare: i dialoghi, in fiore frutto foglia fango, sono meno che essenziali, spesso le parole che Ray ascolta sfumano in ciò che lui ricorda o crede di aver udito, come le grida lontane della donna che minaccia di chiamare l'accalappiacani. Eppure a Ray le parole non mancano, anzi, conosce con precisione i nomi delle piante e sa descrivere con toni molto poetici il trascorrere del tempo. Solo che nessuno, se non il muto e scalmanato Unocchio, può instaurare con lui qualcosa di simile ad un dialogo.


Al termine della lettura di questo libro sono rimasta un tantino spiazzata, perché mi aspettavo una conclusione che non è arrivata. Il romanzo, del resto, è, come dicevo, una meditazione in prosa, una sequenza di spunti motivati dai gesti e dagli spostamenti dei due protagonisti. In fiore frutto foglia fango il lettore trova soprattutto una tenera rassegna di comportamenti che coloro che hanno avuto un cane non possono non riconoscere, dalla comicità di una testa che si piega nello sforzo della comprensione alla capacità di prevedere l'apparizione del più piccolo pezzetto di cibo; ma c'è anche e soprattutto una profonda riflessione sugli animali e sulla facilità con cui si accontentano di esseri umani imperfetti e incorreggibili, ricambiandoli con la loro spontaneità.
Vorrei essere nato con la tua capacità di stupirti. Non mi dispiacerebbe vivere meno, se la mia breve vita potesse essere intensa come la tua.
C.M.

lunedì 9 aprile 2018

All'ombra di Julius - E.J. Howard

Elizabeth Jane Howard non ci ha abbandonati: oggi, 9 aprile 2018, è una data che allieta gli animi di tutti coloro che si sono emozionati fra le pagine dei libri della scrittrice inglese, perché, a pochi mesi dall'uscita di Tutto cambia, ultimo capitolo della straordinaria Saga dei Cazalet, arriva in libreria All'ombra di Julius, pubblicato ancora una volta da Fazi editore, nella traduzione di Manuela Francescon. L'evento è celebrato anche dalla creazione di una shopper dedicata al romanzo, in omaggio nelle librerie aderenti con l'acquisto di due libri della Howard.

Le protagoniste di questo appassionante romanzo scritto nel 1965 sono tre donne: le sorelle Emma e Cressy e la loro madre Esme. Sono le tre donne della vita di Julius Grace, che le ha abbandonate per compiere una missione patriottica, scegliendo di rischiare la vita nel salvataggio dei soldati inglese nel cosiddetto miracolo di Dunkerque, nel 1940. Emma e Cressy erano due ragazzine, mentre Esme, al tempo, aveva una storia extraconiugale con Felix King, che potrebbe aver indotto Julius ad un gesto più disperato che patriottico. Ora, però, Cressy è rimasta vedova e non sa risolversi a troncare una relazione con l'ennesimo uomo sposato, Emma, concentrata sul suo lavoro editoriale, sembra completamente disinteressata al matrimonio, con conseguente apprensione della madre, ed Esme si crogiola nel ricordo dell'amore per Felix, valutando il peso della sua età nella relazione con l'uomo, molto più giovane, che ha annunciato una sua visita dopo vent'anni di lontananza. In un finesettimana degli anni Sessanta, nella casa di famiglia nel Sussex, le tre donne accolgono non solo Felix, ma anche il poeta Daniel Brick, che Emma invita d'impulso, senza badare al fatto di averlo appena conosciuto. Qui le storie delle tre donne si intrecciano ancor più indissolubilmente, inglobando nel loro tessuto le vite di Felix e Daniel e definendosi come esistenze all'ombra di un uomo che non esiste più: Esme, Cressy ed Emma sono condizionate da questo capofamiglia un po'eroe e un po'sprovveduto, l'una come moglie delusa dalle sue stesse aspettative, l'altra per il suo matrimonio avventato e l'altrettanto rapida scomparsa del marito, la terza per il suo rifiuto di legami sentimentali e la devozione al lavoro che era stato del genitore. Lo stesso Felix ha avuto una vita pesantemente condizionata dall'uomo con cui Esme era sposata, al punto da essere spinto dalla sua ingombrante figura ad un'esperienza altrettanto rischiosa, per la quale ha abbandonato la donna che amava. Felix e Dan, con la loro presenza e uniti ad altri due ospiti poco discreti che partecipano alla cena del sabato sera, obbligano le tre donne a fare i conti col passato e a pensare al loro futuro, ad interrogarsi su ciò che vogliono e a cercare di scrollarsi di dosso la pesante eredità di colui che, per tutti, è un eroe di guerra.
Parlare di questo romanzo senza svelare troppi particolari è un'impresa, perché Elizabeth Jane Howard ha disseminato piccoli indizi sul carattere e i segreti dei suoi personaggi in tutte le pagine, offrendoceli poco alla volta, come se Esme, Emma e Cressy si togliessero di dosso un velo di polvere capitolo dopo capitolo. All'ombra di Julius è un'altalena che oscilla fra il passato e il presente, ma che apre anche al futuro, quel dopo che ci è precluso e che si nutre delle possibilità su cui le tre donne riflettono, inevitabilmente confrontandole con ciò che si sono lasciate alle spalle.
All'ombra di Julius ci restituisce la travolgente vena narrativa della Howard, il suo gioco di svelamento psicologico, la sua capacità di descriverci gesti estremamente prosastici e i sentimenti più straordinari, quasi sfrontati. Chi ha amato i Cazalet, le loro storie tormentate, i loro barlumi di felicità, le atmosfere degli anni della seconda Guerra mondiale e del Dopoguerra e il talento di Elizabeth Jane Howard nel raccontare tutto ciò non potrà evitare di farsi trasportare anche da questo racconto, molto più breve ma altrettanto intenso, potente e lacerante. Un racconto dal quale, purtroppo, è difficile staccarsi e che con il suo finale apre più prospettive di quante ne contenga, facendo inevitabilmente emergere un moto di rivolta, quello che ci aggredisce sempre quando una grande storia giunge alla sua ultima riga.

Cressy sentiva che l’unico obiettivo da perseguire e poi mantenere con tenacia era l’amore; poi però le era stato d’intralcio il fatto di non avere le idee chiare su cosa fosse l’amore, e così si era ostinata a vederlo un po’ dappertutto, tanto per non sbagliare, o per sbagliare a colpo sicuro.
C.M.

venerdì 23 marzo 2018

L'arte della fuga - F. Sjöberg

Fredrik Sjöberg si è già imposto all'attenzione dei lettori italiani con i due particolarissimi libri L'arte di collezionare mosche e Il re dell'uvetta. Di nuovo con l'editore Iperborea l'autore ha trovato voce nel nostro Paese con L'arte della fuga, un romanzo/biografia che in parte riprende l'impianto dei due volumi precedenti, in parte se ne distacca. Ancora una volta, infatti, l'autore svedese ha seguito le tracce di un personaggio che ha ritenuto meritevole di attenzione, tuttavia ha abbandonato il mondo del collezionismo naturalistico e ha scelto di dedicarsi ad un artista.
Il protagonista de L'arte della fuga è il pittore Gunnar Widforss, acquarellista di Stoccolma che ha girato il mondo, fino a farsi apprezzare in America come pittore di paesaggi, soprattutto a seguito della sua frequentazione dei Parchi nazionali, come quello dello Yosemite, nel quale amava accamparsi. Sjöberg racconta di essersi appassionato a questo personaggio dopo essersi imbattuto in un suo dipinto in una casa d'aste e di non aver potuto porre freno alla sua voglia di sapere di più della storia dell'artista suo connazionale, cercando ovunque le sue lettere, a costo di scomodare figli segreti e ricchi imprenditori. Sjöberg insegue Widforss per tutto il mondo, fra i viaggi da lui compiuti e quelli solo sognati, dedicando ampio spazio al suo pellegrinaggio fra Nevada, Arizona e Colorado, nell'esplorazione di quel Gran Canyon nel quale, su un auto, Widforss trovò la morte.
L'arte della fuga è, ancora una volta, una testimonianza della particolare vena narrativa di Sjöberg, del suo interesse per aspetti minuti e marginali della storia culturale. Stavolta l'autore si muove in un terreno che, rispetto agli altri due testi, ha il comune denominatore del legame fra il suo protagonista e il mondo naturale, tuttavia spazia molto più nella biografia strettamente personale e in aneddoti di interesse secondario.
Il libro chiude la linea discendente che aveva già legato L'arte di collezionare mosche, che mi aveva colpita per la sua originalità, a Il re dell'uvetta, comunque ricco di curiosità ma meno avvincente: con questo terzo libro è mancata la sintonia, sebbene fossi molto più interessata alla biografia di un artista che a quella di due naturalisti. Purtroppo in questa lettura è mancato il ritmo e certi capitoli mi sono sembrati uno sfoggio di conoscenze poco produttivo, cosicché ho arrancato verso il finale. Spero che questa china negativa sia ribaltata da testi futuri, anche se, forse, mi aspetto da Sjöberg un cambio totale di direzione, affinché il suo estro letterario non si adagi in manierismo.
Sappiamo poco di tutto. È raro che sappiamo molto di qualcosa, e solo in casi eccezionali ne sappiamo più di tutti gli altri. Di solito si diventa migliori in un campo estremamente limitato e insignificante, è comunque già qualcosa ed è sorprendentemente facile riuscirci, in particolare se lo paragoniamo alla difficoltà di stare dietro a tutto il resto, alle cose di cui sappiamo poco o di cui sappiamo un po’ma non troppo.
C.M.

martedì 13 marzo 2018

Da duemila anni - M. Sebastian

Immaginiamo di camminare per strada e di imbatterci in un manifesto, in un proclama, in un motto urlato nel quale viene invocata la nostra morte. Non la morte di uno di noi come individuo, ma come appartenente ad una certa categoria di persone per religione, cultura, lingua, professione, vocazione. E immaginiamo che questo grido sia percepito come l'assoluta normalità, come qualcosa di scontato o, addirittura, ordinario.

La Romania descritta da Mihail Sebastian (1907-1945) è il teatro in cui, negli anni '30, emergono violente manifestazioni di antisemitismo, ribellione e fascismo. Il protagonista e narratore delle vicende di Da duemila anni, nel quale si riversa l'esperienza stessa di intellettuale ebreo del suo autore, è il testimone di un grande cambiamento che va dalla fine del primo conflitto mondiale all'affermazione del nazionalismo della Guardia di ferro prima e del regime di Ion Antonescu poi. Un cambiamento che investe sì l'assetto politico della Romania, ma che pervade ogni sua articolazione, con rigurgiti anticapitalisti che aprono una frattura fra il mondo contadino e quello di nuova industrializzazione. Nel 1934, mentre, in Germania, si consolida il regime hitleriano, un anno prima dell'emanazione delle Leggi di Norimberga, Sebastian affronta la questione ebraica nella prospettiva romena, indagandone le sfaccettature e i motivi per cui in Europa dilaga un odio che periodicamente sembra destinato a risvegliarsi.
Pubblicato da Fazi editore nella traduzione di Luisa Maria Lombardo, Da duemila anni è la storia di uno studente che costruisce il proprio futuro professionale nel pieno dell'ondata di pestaggi ai danni degli universitari ebrei di Bucarest, fra le comuni difficoltà di un giovane che deve sopravvivere lontano da casa e a malapena riesce a riscaldarsi nel gelido inverno della capitale e una vocazione al maledettismo e alle sregolatezze. Da studente di legge, si trasforma in un architetto e, fra le conversazioni con il professor Ghiţă Blidaru e la collaborazione col progettista Mircea Vieru, cerca di ritagliare lo spazio della propria identità in un mondo che si trasforma e che gli nega l'appartenenza alla nazione che chiama patria
Fra i conoscenti del narratore ci sono ferventi sionisti che egli disprezza per una vocazione esagerata al martirio e duri antisemiti, come lo stesso Vieru o Ştefan Pârlea, che invoca una rivoluzione cui è disposto a sacrificare ogni cosa. Attraverso le loro parole, si avverte l'ingigantirsi degli odi razziali in un'Europa che si avvia alla catastrofe e all'autodistruzione, ma l'autore ha la pazienza di analizzare la situazione, di spiegare quale sia la causa dell'antisemitismo e la dinamica del pregiudizio, mettendola sotto lo sguardo di chi li sostiene con orgoglio.
«Esiste ancora una questione ebraica che bisogna risolvere. Non è possibile sopportare un milione e ottocentomila ebrei. Se dipendesse da me, cercherei di eliminarne alcune centinaia di migliaia. [...] Cerca di capire. Io non sono antisemita. Te l'ho già detto e lo ribadisco. Ma sono romeno. E, in questa veste, tutto ciò che mi si oppone rappresenta per me un pericolo. C'è uno spirito ebraico irritante da cui devo difendermi. Nella stampa, nella finanza, nell'esercito, dappertutto percepisco la sua oppressione.»
Parole come queste sono pronunciate da Vieru, dalle persone più vicine al protagonista, come se fosse scontato che anche lui, ebreo e romeno, le debba accettare, che debba identificarsi con le ragioni nazionali, così come ci si aspetta che rimanga impassibile come tanti passanti allo sconcertante grido «Morte agli ebrei!» che risuona all'anglo di Bulevardul Elisabeta. Dietro alla figura di Vieru si intravedono due dei più noti intellettuali romeni, amici di Sebastian e di chiaro orientamento nazionalista: si tratta di Mircea Eliade e soprattutto di Nae Ionescu, maestro di entrambi e autore della prima, scandalosa prefazione al romanzo, grondante antisemitismo. 

Marc Chagall, Il violinista (1913)
Vieru rappresenta la frustrazione e l'ottusità che scaturiscono da profonde trasformazioni: nelle campagne di Uioara scoppiano rivolte contro i fabbricati per l'estrazione del petrolio, diabolico simbolo di un capitalismo che prosciuga la terra, mentre nelle città monta l'odio per gli affaristi e basta che alcuni di loro siano ebrei perché si torni, come nel 1300, a cercare fra i membri di questo gruppo sociale i capri espiatori del disorientamento, della paura, della crisi, sulla scia di spauracchi e campagne diffamatorie abilmente costruite. Eppure questi antisemiti non si pongono il problema fondamentale che in Germania e in Italia non sia sarebbero posti nazisti e fascisti: questi ebrei sono Romeni, Tedeschi e Italiani, hanno messo radici in quella che chiamano la loro patria, per la quale sarebbero disposti a combattere in prima linea. Ma per il loro senso di appartenenza sembra non esserci spazio e sono destinati, se non alla deportazione e alla morte, alla condizione di esuli in patria.
Probabilmente, mi sarà sempre impossibile parlare della "mia patria romena" senza un brusco sentimento di pudore, giacché non posso conquistare con la forza un diritto che non sono riuscito a conquistare con il paziente trascorrere del tempo, con la buonafede messa in dubbio, con la sincerità rinnegata. Ma parlerò della mia patria, e per lei affronterò anche il rischio di essere ridicolo, amando ciò che non ho il diritto di amare. Parlerò del Bărăgan e del Danubio come cose che mi appartengono non giuridicamente e in astratto, bensì fisicamente, in virtù dei ricordi, delle gioie e delle tristezze. Parlerò dello spirito di questo posto, della sua specifica intelligenza, della lucidità che ho appreso qui dalla bianca luce del sole di pianura e della malinconia che ho intuito nel paesaggio del Danubio, che giace pigro nella laguna, a destra della città.
C.M.

mercoledì 28 febbraio 2018

Un esercizio scolastico contro le fake news

Si fa un gran parlare, da qualche mese a questa parte, di fake news, cioè di notizie false o in cui si mescolano verità parziali composte di aneddoti presi un po'qui e un po'là e luoghi comuni di forte impatto emotivo. Lo scopo è talvolta quello di una presa in giro bella e buona, di uno scherzo costruito per vedere quante persone si lasceranno abbindolare (come per le famose teste di Modigliani), in qualche caso ci sono finalità di creazione di contenuti virali a scopo commerciale. Ultimamente, tuttavia, prevale la balla atta solo a fomentare l'animosità della rete, lo sdegno che produce in quantità industriali una bile che genera traffico diretto a siti che guadagnano con i numerosi click lanciati da dita vibranti di adrenalina.
Le fake news, inevitabilmente, proliferano con l'analfabetismo funzionale, cioè con quel preoccupante fenomeno per cui, in un'epoca in cui tutti sanno leggere e scrivere, molti non capiscono però il senso di ciò che leggono, perché non possiedono competenze basilari di comprensione del testo e analisi dei vari livelli della comunicazione. Per esempio, non si coglie l'esatto valore delle parti del discorso che conferiscono una certa consequenzialità ad un ragionamento o non si riesce ad accedere ad una stratificazione di messaggi, come ai significati impliciti o retorici di un testo. In casi estremi, non si riesce a compiere il fondamentale passaggio di lettura della notizia (anche la più basilare, per esempio il senso di una fiaba o l'individuazione delle sequenze di un racconto), che, si traduce nell'individuazione delle 5W (What, Who, When, Where, Why), concetti legati sì alla prassi giornalistica, ma in realtà propri della struttura di qualsiasi informazione degna di tale definizione.


Naturalmente questo disorientamento di fronte ad un testo può produrre conseguenze disastrose nella vita quotidiana, se pensiamo al rischio di sottoscrivere documenti non totalmente compresi o, appunto, di vagabondare in un mondo pervaso dai media e da messaggi che ci bombardano continuamente. Significa che tantissime persone sono disarmate, non hanno la capacità di filtrare questo flusso di informazioni, di comprenderne la validità e i rischi connessi alla loro manipolazione. Le fake news si radicano in quel limbo della coscienza in cui mancano le capacità e/o la volontà di sottoporre a verifica l'informazione, dalla basilare analisi del lessico e della sintassi all'approfondimento, per non parlare della verifica delle tesi e alla costruzione di possibili antitesi, che costituiscono già una competenza complessa. Sconsolante è la totale indifferenza al fact-checking, cioè al controllo di fatti e affermazioni attraverso il confronto o ad una sperimentazione attuabile anche solo attraverso il buon senso, mettendo da parte l'impulsività di un leone da tastiera.
In una simile situazione è palpabile l'urgenza di sensibilizzare all'analisi dell'informazione, perfezionando uno dei più tradizionali esercizi scolastici, quello della comprensione del testo. C'è un'allarmante connessione fra la superficialità con cui molti alunni approcciano il testo e i relativi questionari: fatta eccezione per qualche giovane coscienzioso desideroso di estrapolare le informazioni da ciò che legge, si è affermata la tendenza a ingoiare in fretta e furia anche il più semplice dei racconti e di togliersi il pensiero del compito disseminando crocette o frasi disarticolate nello spazio delle risposte e senza prestare troppa attenzione alla correzione e alle motivazioni della correzione stessa. Difficilissimo è far comprendere agli studenti che quei testi e quelle operazioni apparentemente ripetitive di ricerca sul vocabolario, di creazione di una risposta oggettiva o di una che inizia con «Secondo me», di messa a nudo della struttura del discorso, di la separazione delle parti costitutive di un documento, nonché il riscontro e la verifica del ragionamento attuato sono operazioni fondamentali non solo per lo studio di qualsiasi disciplina ma anche e soprattutto per orientarsi nel mare magnum del mondo dominato dai media.
La comprensione del testo è certo un'operazione molto dispendiosa per la mente, ma serve a sollecitare l'attenzione, la pazienza, la logica, l'abilità al confronto fra informazioni esplicite e altre sottintese. Essa richiede un atteggiamento del tutto opposto a quello dell'immediatezza, della fretta e dell'incuria cui ci hanno abituati prima gli sms e ora i post fulminei dei social network, terreno fertile per notizie parziali o del tutto false. Necessita di sacrificio, ma, come per il potenziamento dei muscoli, anche per sollecitare le abilità intellettive occorre un costante esercizio.
Nel pieno dello sviluppo cognitivo i bambini sono spesso parcheggiati in posteggi digitali e affidati ai media e tarano il loro grado di attenzione alla lunghezza e alle tempistiche di un messaggio lanciato in una chat, faticando di conseguenza a penetrare informazioni più complesse. La familiarità con il digitale non si traduce in una reale competenza, perché anche le semplifici funzioni di ricerca risultano deficitarie: gli alunni conoscono benissimo Google, sanno scrivere sulla tastiera a ritmi molto rapidi, eppure non riescono a selezionare i contenuti che rispondono alla richiesta, a soffermarsi sulle parole che non conoscono e a integrare i dati tratti da due pagine differenti. Operazioni che con le vecchie enciclopedie cartacee erano obbligatorie (chi non ricorda le ore passate a casa dei compagni a mettere insieme pezzetti diversi e a ricondurre i paroloni dei volumi a espressioni più facili da riferire agli insegnanti?), con il digitale sono inibite.
Non si sta dicendo, beninteso, che dovremmo censurare le nuove tecnologie in favore del ritorno dei tomi polverosi, ma che i nuovi strumenti di ricerca e costruzione delle informazioni richiedono molta attenzione, perché la loro accessibilità si può tradurre in un'eccessiva disinvoltura e in un appiattimento dell'operazione cognitiva: anche i neuropsichiatri infantili invitano ad un uso moderato e assistito dei supporti digitali e al recupero della dimensione fisica della scrittura e del trattamento dell'informazione. Al contempo, non va sottovalutata la pregnanza di compiti molto più tradizionali, perché, se è vero che la scuola deve abbracciare la modernità, non dobbiamo commettere l'errore di pretendere il totale abbandono delle buone pratiche.
La comprensione del testo è una buona pratica che sviluppa non solo le competenze di comunicazione, ma anche il processo-chiave dell'imparare ad imparare, che si traduce nella capacità di reperire informazioni, di verificarne la validità, di rielaborarle e di assumere quindi un ruolo attivo e critico nei confronti dei messaggi che riceviamo. Alla comprensione del testo si legano anche operazioni di produzione testuale (orale e scritta) che vanno dal confezionamento delle risposte al cambiamento dei punti di vista, dalla riscrittura del finale al ragionamento ipotetico, abilità che sono fondamentali nel contrasto alle fake news, ovvero nell'elaborazione del pensiero divergente e della capacità di argomentazione. 
Quando queste risorse mancano, gli autori delle fake news gongolano.

C.M.

lunedì 26 febbraio 2018

La manutenzione dei sensi - F. Faggiani

Cercare l'isolamento e manifestare un'indole introversa non sono mai state tendenze molto apprezzate: in passato erano marchi di diversità e motivo di diffidenza, mentre oggi, nell'era delle comunicazioni di massa e dell'esplosione dei fenomeni sociali dentro e fuori dalla rete, sono quasi equiparabili a diagnosi di sociopatia. Ad eccezione di pochi casi di interesse popolare e mediatico, cercare la solitudine e spogliarsi di tutti gli orpelli di cui comunemente si riempie l'esistenza sono considerate abitudini poco condivisibili.

Ecco perché mi sono affezionata ai personaggi de La manutenzione dei sensi di Franco Faggiani (Fazi editore), alle loro montagne, al loro modo di costruirsi un'esistenza che trova più appagamento nel contatto con gesti semplici e un po'abitudinari che nel rumore di una grande città, nella frenesia, nell'inseguimento della corrente.
Uno dei due protagonisti è Leonardo Guerrieri, uno scrittore vedovo che ha deciso di ristrutturare una vecchia baita a Cesana Torinese, sulle montagne piemontesi che scivolano verso la Francia. L'altro è Martino Rochard, un adolescente che Leonardo ha preso in affido temporaneo su proposta della figlia, Nina, che ha incontrato il ragazzo in una struttura in cui svolgeva il volontariato, la stessa in cui in passato aveva lavorato la madre, Chiara. Nina lo ha scelto per affetto, per il desiderio di cambiare un pezzetto di mondo facendo qualcosa per gli altri, ma di certo non è solo quello di aiutare Martino il suo scopo: Leonardo ha forse bisogno dell'affidamento più di quanto ne abbia Martino. Nina coglie immediatamente le affinità fra il padre e il fratellino acquisito, nei loro caratteri schivi, nelle loro difficoltà di comunicare i sentimenti, nella tendenza a sbrigarsela da soli e a limitare i contatti con gli altri per fare ciò che amano davvero. Mentre Martino frequenta la scuola media, però, il motivo di questo suo comportamento si rivela collegato ad una patologia neurologica, la sindrome di Asperger, che fa parte dello spettro autistico ma che non presenta compromissioni nello sviluppo e nella sfera cognitiva. Come conseguenza di questo disturbo, Martino ha delle difficoltà nelle relazioni sociali ed è molto selettivo nelle attività che è disposto a compiere, ma nessun cambiamento improvviso investe il rapporto di Leonardo e Martino, che, per motivi diversi, sono accomunati dalla ricerca di tranquillità, di pochi rapporti di amicizia vera e del contatto con la natura. In mezzo alle Alpi, i loro spiriti dialogano e maturano, curandosi a vicenda, mentre Nina studia a Boston e segue a distanza l'evoluzione di questo rapporto, affidando i due introversi familiari ai boschi, alla neve e all'esperienza del laconico montanaro Augusto, che diventa per Martino un vero e proprio mentore in grado di aiutarlo a ricavare il proprio posto nel mondo facendo leva sui tratti caratteriali che, agli occhi di molti, potrebbero sembrare dei limiti.
La manutenzione dei sensi è un romanzo che accompagna il lettore nelle giornate di Leonardo e Martino con una prosa pulita, essenziale eppure a tratti molto poetica, facendo respirare l'aria delle montagne e invitando a godere la bellezza di uno stile di vita appartato basato su valori autentici e rapporti veri. Franco Faggiani omaggia, nel suo racconto, l'antico motivo del contrasto fra città e campagna, facendo di Milano un luogo di ritmi serrati e obblighi e della baita l'oasi dello spirito in cui tutto ciò che è socialmente richiesto o preteso può essere dimenticato in favore dell'autenticità. Perfino dormire è un'attività da osservare con devozione, perché, come dice Martino, si dorme per sognare e i sogni sono importanti. 
In questo spazio dell'anima si consolidano i legami veri, di una famiglia che è legata da vincoli fortissimi anche se un suo membro, Nina, vive dall'altra parte del mondo, uno, Martino, sembra essere un ospite temporaneo e altri, come Augusto e suo figlio Daniele, non sono nemmeno parenti: l'autore, attraverso la storia di Leonardo e Martino, ci invita a ripensare al vero significato di casa e affetto, perché «la famiglia è quell'insieme di persone con cui uno vive una parte del tempo migliore della propria vita» e la felicità spesso è proprio nell'essere diversi, solitari, introspettivi, nell'accettare di fermarci ad osservare il cielo o ad attendere l'apparizione di un animaletto nel prato.

L. Harris, Il monte Robson visto da nord-est (1929 ca.)
L’isolamento a noi piaceva. Molto. Lo consideravamo protettivo, rassicurante. Martino aveva trovato quella parte di mondo più consona alla sua indole, e io avevo soddisfatto un desiderio rimasto troppo a lungo in sospeso. Facevamo entrambi quel che ci piaceva fare, eravamo come ci piaceva essere. Vivevamo defilati, comunque liberi e con quanto ci serviva davvero. Questo ci teneva a distanza da numerosi problemi. Molte cose, che in città sembravano indispensabili, qui, immersi nei boschi, spesso si erano rivelate superflue, ingombranti o, peggio ancora, inutili. Non avevamo mai molta gente intorno, ma non ci sentivamo per niente soli. Consideravamo i tramonti, le luci, i caprioli, l’odore dell’erba, la neve, i fulmini, gli scoiattoli accasati tra la legna da ardere, il volo acrobatico dei corvi, le forme delle rocce e degli alberi e la solitudine come elementi di un grande spettacolo riservato solo a noi e ogni giorno era diverso.
C.M.

martedì 13 febbraio 2018

Suite francese - I. Nemirovsky

Fu la guerra a impedire a Irène Nemirovsky di terminare il suo ambizioso romanzo Suite francese. La guerra e le leggi razziali che la trascinarono nel campo di concentramento di Auschwitz all'improvviso, ma non senza che il suo animo presagisse l'amaro destino che l'attendeva. Ed è la guerra, con i risvolti più o meno prevedibili dell'occupazione, la protagonista di quella che sembrava avviata ad essere una vera epopea del popolo francese dal giugno 1940.

Il complesso progetto di Suite francese si deduce dagli appunti che la sua autrice compose prima e durante la scrittura, a documentare giorno per giorno la trasformazione dei personaggi, il lavoro su di essi e sullo sviluppo della storia di ciascuno. Di Temporale di giugno, Dolce, Prigionia, Battaglie e La pace Irene Nemirovsky aveva ultimato soltanto le prime due parti al momento del suo arresto, il 13 luglio 1942, ma le note che Adelphi pospone alla coppia di movimenti consegnati dalla scrittrice suggeriscono un crescendo di drammaticità che avrebbe travalicato le risorse della narrativa per dar voce alla storia.
Nata l'11 febbraio 1903 a Kiev, Irène Nemirovsky non aveva ormai più nulla di ebraico quando venne arrestata: non solo la sua famiglia aveva precipitosamente abbandonato San Pietroburgo in seguito alla rivoluzione, ma ella si era addirittura convertita al cattolicesimo assieme al marito, Michel Epstein. Era già una scrittrice affermata (la fama era arrivata nel 1929 con David Golder) quando, nella Parigi occupata dai nazisti, le leggi razziali iniziarono ad ostacolare la sua attività professionale e le sole origini sovietiche bastarono a renderla indesiderabile alla pari di quelle giudaiche. All'arresto seguì la reclusione prima nel campo di Pithiviers, poi nel campo di concentramento polacco, dove morì di tifo il 17 agosto 1942. Qualche mese dopo il marito subì la stessa sorte e le due figlie furono messe in salvo per miracolo; con loro, conservato in una valigetta, sopravvisse anche Suite francese con l'insieme di appunti redatti dalla sfortunata scrittrice.
Sarà dura, pensavano i parigini. Aria di primavera. Una notte di guerra, l’allarme. Ma la notte svanisce, la guerra è lontana. Quelli che non dormivano, i malati nei loro letti, le madri con un figlio al fronte, le donne innamorate con gli occhi sciupati dal pianto, sentivano il primo soffio della sirena, ancora solo un ansito profondo simile al sospiro che esce da un petto oppresso. In pochi istanti il cielo tutto si sarebbe riempito di clamori. Che venivano da lontano, dall’estrema linea dell’orizzonte – senza fretta si sarebbe detto. Quelli che dormivano sognavano il mare che spinge davanti a sé i ciottoli e le onde, la tempesta di marzo che scuote la foresta, una mandria di buoi che galoppano pesanti facendo tremare il suolo con gli zoccoli; ma il sogno finiva e socchiudendo appena gli occhi gli uomini mormoravano: «È l’allarme?».
Temporale di giugno, la prima sezione del libro, narra della fuga dei parigini verso la Francia orientale: fra le pagine vediamo una fiumana di persone che cercano di sottrarsi al giogo dell'occupazione, chi per mettere in salvo gli affari, chi per cercare rifugio con i propri cari nella regione della Loira; fra questi la signora Péricand, che si dirige a Nîmes con i figli e l'anziano suocero, costretta a fare a meno del marito, che non può abbandonare il Museo Nazionale della capitale, e i Michaud, che, nella fuga che serve a conservare loro, oltre che la libertà, anche il lavoro, pensano costantemente al figlio Jean-Marie, ferito in guerra. L'apertura del romanzo è dedicata a tante storie di ritirata e disperazione innescate dall'entrata a Parigi della Wehrmacht nel giugno del 1940, alla narrazione della paura che attanaglia uomini e donne inseguiti dal tuono dei cannoni. Alcune di queste storie riaffiorano fra le pagine di Dolce e sarebbero poi proseguite nelle sezioni seguenti, già ampiamente immaginate dalla Nemirovsky.
Dalle finestre aperte si intravedeva un giardinetto illuminato dalla luna. Una luce scintillante e tranquilla si riversava sui ciottoli d’argento del vialetto, lungo il quale una gatta camminava adagio, e sui grappoli bianchi e profumati dei lillà. Nella sala da pranzo sfollati e gente del posto ascoltavano insieme i notiziari della radio. Le donne piangevano. Gli uomini chinavano il capo in silenzio. Non provavano una vera e propria disperazione; era piuttosto un rifiuto di comprendere, un attonito stupore del tipo di quello che si prova dopo un brutto sogno, quando piano piano si emerge dal sonno, si avverte che il giorno è vicino, tutto l’essere tende alla luce e si pensa: «È un incubo, adesso mi sveglio».
Irène Nemirovsky (1903-1942)
Il secondo movimento di Suite francese è infatti più statico, ma anche più appassionante. Esso è incentrato sulla figura della giovane Lucile Angellier, che, nella dimora di Bussy che divide con la rigida suocera da quando il marito Gaston, sposato solo per assecondare il desiderio del padre, è stato fatto prigioniero, è costretta ad ospitare l'ufficiale tedesco Bruno von Frank. Bruno si rivela ben presto un uomo come tanti e depone la maschera del nemico in una Francia nella quale, timidamente e non senza sensi di colpa, inizia a farsi largo il desiderio di ristabilire una vita normale. Gli occupanti tedeschi, visti da alcuni solo come sanguinosi nemici responsabili della morte e della cattura di familiari e amici, sono per altri nuovi concittadini, clienti, amanti, anch'essi trattenuti contro la loro volontà lontano dalle famiglie e dagli affetti e costretti ad eseguire degli ordini. Bruno ama la musica, ricorda con malinconia la patria, ma è anche portatore di una cortesia d'altri tempi, che rende difficile per Lucile disprezzarlo fino in fondo e la spinge ad amarlo e a sentirsi al contempo colpevole dei propri sentimenti. Un giorno il contadino Benoit, denunciato dalla viscontessa di Montmort per una subdola vendetta, uccide l'ufficiale Bonnet e Madeleine, sua moglie, convince Lucile a tenerlo nascosto, così ella deve dividersi fra le necessità di aiutare i compatrioti vessati e l'affetto che prova per Bruno, ben diverso dai tiranni che Benoit stesso descrive.
Suite francese è un romanzo che dà voce alle mille contraddizioni generate dalla guerra, mettendo in scena personaggi che antepongono l'interesse economico e stantii ideali classisti alla salvezza e alla libertà delle persone e le diverse relazioni fra vincitori e vinti in una situazione in cui essi sembrano avere più cose in comune fra loro che con le etichette nazionali cui rispondono. La Nemirovsky sembra suggerire che bontà e crudeltà non hanno uno schieramento definito, che la miglior nobildonna francese può essere meschina più di un soldato della Wehrmacht e far del male al proprio popolo più di uno straniero e che si può trovare più affetto in uno sconosciuto con una divisa nemica che in un marito che è tale solo di nome. Rimane la grande curiosità di sapere come sarebbe andata avanti la storia quando fossero stati introdotti nel racconto i prigionieri dei campi e fossero riapparsi Benoit e Jean-Marie dopo lo spostamento degli ufficiali nazisti nella disastrosa Operazione Barbarossa del 1941, eventi cui la Nemirovsky non ha fatto in tempo a dar forma e che la prova concreta degli eventi avrebbe forse mutato anche rispetto agli appunti.

Michelle Williams e Matthias Schoenaerts nel film di Saul Dibb del 2014

Le tornarono in mente i soldati dell’esercito francese che, un anno prima, sconfitti, nella loro fuga avevano attraversato il paese sporchi, stremati, trascinando nella polvere i logori scarponi. Mio Dio, questa era la guerra… Un soldato nemico non sembrava mai solo – un essere umano di fronte a un altro –, ma era seguito, premuto da ogni parte da una massa innumerevole di fantasmi, i fantasmi degli assenti e quelli dei morti. Non ci si rivolgeva a un uomo bensì a una moltitudine invisibile; pertanto nessuna delle parole pronunciate era detta semplicemente e semplicemente ascoltata; si aveva sempre la strana sensazione di essere soltanto una bocca che parlava per conto di tante altre mute.
C.M.

sabato 10 febbraio 2018

Un lustro di attività

Care Civette, rompo il silenzio cui mi ha obbligata il periodo degli scrutini scolastici per l'irrinunciabile celebrazione di un traguardo importante: il 10 febbraio 2013 iniziavo a scrivere su questo blog e già rintoccano i cinque anni di attività. 


Ogni tanto vado a rivedere i vecchi post, anche i primissimi, e non posso fare a meno di notare che dagli esordi ad oggi molto è cambiato nel mio modo di comunicare qui sul web, a partire dagli argomenti: all'inizio i libri erano solo uno dei tanti argomenti (neanche uno dei primi apparsi), poi sono diventati quello prevalente, assieme all'arte; spaziavo molto di più fra percorsi musicali e attualità, mentre in seguito si è andata definendo l'identità di uno spazio consacrato alla letteratura e alle sue contaminazioni con le diverse arti.
Confesso che qualche volta mi imbarazza notare l'essenzialità dei primi post, che si lasciavano scrivere in pochissimi minuti, perché ormai mi riconosco in articoli più corposi, approfonditi e nei quali posso riversare la mia voglia di scoprire, interrogarmi, confrontarmi. D'altra parte non ho il coraggio di eliminare le tracce di quel pulcino che era Athenae Noctua, perché ogni singolo pezzo, battuta dopo battuta, ha determinato la nuova identità di questo spazio e mi piace pensare che molte persone hanno dato fiducia alla goffa blogger che si affacciava alla rete affidandosi ad un'esperienza praticamente nulla. Insomma, è servito un annetto di riscaldamento (unito a qualche revisione grafica), ma ormai Athenae Noctua mi rappresenta pienamente e ne sono davvero felice.
Mi dispiace che il ritmo delle pubblicazioni si sia ridotto improvvisamente con l'avvio del nuovo anno scolastico, perché in queste lande internettiane ho sempre trovato un po'di ristoro e anche un'importante valvola di sfogo e non avere nemmeno l'energia per appuntarmi e condividere qualche bella pagina dei romanzi che leggo a volte mi rattrista. Tuttavia è bello sapere che questo spazio rimane, che qualcuno passa comunque, che anche grazie ai canali social posso mantenere in parte il dialogo a distanza con colleghi blogger e lettori in forme più rapide e immediate. Inoltre nei periodi di latitanza ho modo di spiare le statistiche dei post più letti fra quelli passati e di vedere cosa catalizza l'attenzione dei visitatori quando mancano degli articoli specificamente lanciati o riproposti da me, talvolta sorprendendomi.
Insomma, Athenae Noctua è ancora un'esperienza importante, alla quale non sono certo disposta a rinunciare e in questo compimento del primo lustro spero che continui ad esserlo per tanti altri anni. Grazie a tutti voi che ne fate parte.

C.M.

lunedì 29 gennaio 2018

Bagliori a San Pietroburgo - J. Brokken

San Pietroburgo è una la grande città del nord Europa che più di tutte vorrei visitare: evoca in me il ricordo della grande storia russa, della magnificenza dell'impero e la bellezza architettonica del rococò, per non parlare delle vicende rivoluzionarie, cui ho sempre guardato con grande interesse.

Era quindi naturale che, dopo essere rimasta estasiata da Anime baltiche, mi lasciassi attrarre dall'ultimo libro di Jan Brokken, Bagliori a San Pietroburgo (Iperborea), una raccolta di aneddoti biografici legati ad alcune delle più rilevanti figure di intellettuali vissuti fra il XIX e il XX secolo che ho avuto il piacere di sentir presentare a Mantova dall'autore stesso.
Il libro raccoglie le suggestioni dei viaggi di Jan Brokken a San Pietroburgo, la città cui si sente più legato fin da quando la visitò per la prima volta nel 1975. Nell'antica capitale dell'Impero russo, come scrive Brokken, ricordi e stimoli provenienti dalla letteratura e dalla musica sono una compagnia costante, quindi ricavarne un libro è stata l'operazione più naturale.
Fra le pagine di Bagliori a San Pietroburgo si susseguono appunto questi frammenti di incontri a distanza, innescati, di volta in volta, dalla visione di un luogo o di una statua o dall'ascolto di un brano musicale: basta che Brokken passeggi lungo il fiume Neva e alzi lo sguardo verso l'effigie di Anna Achmatova (l'indiscussa protagonista di questa galleria di ritratti) volto alla prigione di Krestij in cui le avevano imprigionato il figlio perché l'autore senta emergere nel proprio animo i versi della poetessa e l'amore per la sua raffinatezza. Inizia qui la presentazione della sua biografia, del legame con Iosif Brodskij, dell'incredibile aura che ella emanava e che impedì alle autorità sovietiche di arrestarla come fecero con tutti i poeti di cui era amica. 
Brokken racconta poi il tormento del poeta Sergej Esenin e della sua relazione con Isadora Duncan, il talento letterario di Aleksandr Solženicyn e il suo timore di fronte al prestigio di Vladimir Nabokov, che non ebbe il coraggio di incontrare. Curioso è il percorso alla ricerca della sede del Liceo imperiale Alessandro, nel quale studiò il barone Alexander von Wrangel, amico di Fëdor Dostoevskij dai tempi in cui fu procuratore di Semipalantinsk, la cittadina siberiana in cui lo scrittore scontò la sua pena (il rapporto è narrato da Brokken ne Il giardino dei cosacchi, ma se ne parla anche in Anime baltiche), con la difficoltà di convincere coloro cui chiedeva indicazioni che lo storico liceo in cui si era diplomato Aleksandr Puškin era stato spostato nel 1944 dal meraviglioso complesso di Carskoe Selo nel centro della città. Ma ancor più ammirevole è la passione per Dostoevskij che spinge Brokken in un vero e proprio pellegrinaggio fra le sue case pietroburghesi, fino all'appartamento al numero 5 di via Kyžnečnji in cui morì. 

Jan Brokken al Festivaletteratura 2017
Sono però molti altri uomini e donne che si espressero attraverso le arti ai quali Brokken lascia spazio, dalla pianista Marija Judina, che negli anni delle persecuzioni ordinate da Stalin si esibiva con una pistola sotto il vestito, al pittore Kazimir Malevič, che fu influenzato dal fauvismo e dal cubismo, non senza incursioni nella pittura futurista. In questa rassegna di intellettuali e artisti si fa notare un particolare ritratto, quello del principe Feliks Jusupov, che non assurse alla fama per motivi similari, ma per essere stato il pianificatore dell'assassinio di Grigorji Rasputin: Brokken fa luce sul movente dell'assassinio e sull'incredibile svolgimento di uno degli omicidi più famosi della storia.
Bagliori a San Pietroburgo, insomma, è il racconto di una città parlante, la cui voce si sprigiona dalle strade, dagli edifici, dai monumenti che la compongono.
Rispetto ad Anime baltiche - data la similarità dei due libri il confronto è inevitabile - Bagliori a San Pietroburgo è risultato però meno coinvolgente, sebbene la mia curiosità verso la città russa bastasse a rendermi propensa ad amare questa raccolta. Proprio la struttura della narrazione biografica, fatta di scorci e piccoli affondi in alcuni aneddoti della vita dei pietroburghesi illustri, ottiene l'effetto di frammentare l'attenzione, anche perché difficilmente le singole biografie sono pure, dal momento che alcune si dipanano lungo più capitoli, altre sono come dei cammei e si intersecano alle storie principali. Il risultato è complessivamente buono, perché la penna di Brokken ha una qualità innegabile e San Pietroburgo è una prodigiosa cornice unificante, tuttavia manca quell'approfondimento che prendeva ciascuna delle anime baltiche per mano fin dalla giovinezza e ce la presentava con dovizia di particolari, appagando qualsiasi curiosità del lettore. Ciò nonostante, come il precedente libro, anche quest'altro si presenta come un ottimo riferimento per sognare e magari pianificare un viaggio con la certezza di non perdere proprio nulla delle storie che hanno reso grande la cultura russa fra i due secoli.

Il Palazzo di Caterina, nel complesso imperiale di Carskoe Selo
Tutto è letteratura in questa città, tutto è musica. Anzi, sono la letteratura, la musica, l’arte figurativa, il balletto, il teatro a sprigionare il bagliore che emana questa città. 
C.M.

lunedì 22 gennaio 2018

Lawren Harris e la natura canadese

La pittura che preferisco è quella dedicata ai paesaggi e più nelle tele regna la natura, meno l'essere umano vi lascia traccia, più i dipinti mi piacciono. Quando, poi, la rappresentazione diventa quella di un luogo dell'anima, di una veduta fortemente spiritualizzata e sottoposta allo sperimentalismo che denota l'originalità e l'estro dell'artista, non posso che restare incantata.

L.S. Harris, Costa settentrionale, Lago Superiore (1926)

La natura dipinta nella quale ci avventuriamo quest'oggi è quella del Canada, fra le Montagne Rocciose e la regione dei Grandi Laghi, nel regno incontaminato che ha ispirato il primo movimento pittorico nazionale, quello del Gruppo dei Sette, che, così chiamato in riferimento al numero dei primi componenti, operò fra il 1913 e i primi anni '30. Esso nacque in casa di Lawren Harris e nel 1920 il gruppo iniziò ufficialmente la propria attività con una mostra alla Galleria d'Arte di Toronto; ne fecero parte, oltre a Harris, Franklin Carmichael, Alexander Jackson, Frank Johnston, Arthus Lismer, James MacDonald e Frederick Varley, ma fondamentale fu anche il contributo di Tom Thomson, che morì nel 1917. Il motivo per cui fra i primi contatti fra gli artisti e la loro prima esibizione trascorsero sette anni sono da ricondurre, oltre che alla scomparsa di Thomson durante un'uscita in canoa, all'intermezzo del primo conflitto mondiale, durante il quale alcuni di loro si dedicarono alla pittura di guerra.

L.S. Harris, Lago Superiore (1924)

Lawren Stewart Harris (1885-1970) fu il principale finanziatore del cenacolo artistico e l'organizzatore di molte delle escursioni che offrivano ispirazione al Gruppo dei Sette, noto anche come Scuola di Algonquin, dal nome del parco dell'Ontario meridionale (proprio quello in cui morì Thomson). Colpiti dall'arte nordeuropea nel corso di una esposizione a Buffalo che diede loro l'occasione di ammirare i dipinti di August Strindberg, Jens Ferdinand Willumsen e Gustaf Fjaestad, gli artisti del gruppo vollero cimentarsi a loro volta nella rappresentazione di una natura incontaminata, atemporale, spiritualizzata, staccandosi però dallo stile classico e accademico e ricercando un'espressività del tutto personale, un po'come fecero alcuni artisti del Vecchio Continente, fra i quali Edvard Munch. Sulle loro scelte stilistiche e cromatiche e sulla spiritualizzazione del paesaggio influirono inoltre le idee teosofiche di Emily Carr, che fu vicina al movimento.

L.S. Harris, Sole del pomeriggio sulla costa del Lago Superiore (1924)

Harris, come i suoi colleghi, esplorò più volte le zone più impervie e remote del Canada, riportandone immagini, schizzi, sensazioni e ricordi poi riversati nelle sue tele. Nella definizione del suo stile e, più generalmente, di quello del Gruppo dei Sette, ebbe un ruolo fondamentale la natura impervia, brulla e selvaggia del Lago Superiore e della sua vastissima superificie (la più ampia di acqua dolce sull'intero pianeta), che produsse una semplificazione delle forme e dei colori. A contatto con questi paesaggi, Lawren Harris elaborò una pittura inedita, affascinante, brillante e tersa e, nell'approfondire la tecnica, approdò ad esiti astratti.
Fra le località preferite ha Lawren Harris figurano indubbiamente quelle affacciate sul Lago Superiore, nella provincia dell'Ontario. Nel 1920 l'artista catturò i colori autunnali di Algoma Hill, calandosi all'altezza delle chiome ingiallite degli alberi e offrendo un trionfo di forme naturali, con le montagne e la loro vegetazione che spingono in alto un cielo che sembrerebbe servire soltanto a rimarcare il dominio della natura.

L.S. Harris, Algoma Hill (1920)

Nel 1923 in questo paesaggio apparve un edificio, una Ice house che sorgeva sulle rive del lago e serviva a conservare il ghiaccio prelevato dalle acque congelate. Questa tela, dipinta, come le altre, ad olio, manifesta già i segni della ricerca di Harris sulle forme, con la corresponsione fra il profilo tondeggiante del promontorio alle spalle della casa e la sua ripresa nel tratto di costa in primo piano, così come la superficie ondulata delle onde è replicata in quella delle onde; nell'insieme, la Ice house, con la sua forma artificiale e spigolosa, evidenzia questa armonia di curve naturali, suggerendo, appunto, che la vera protagonista del quadro è la bellezza del Lago Superiore.

L.S. Harris, Ice House, Caldwell, Lago Superiore (1923)

L'anno seguente Harris realizzò due straordinari dipinti di luce: Sole del pomeriggio sulla costa settentrionale del Lago Superiore e Pic Island, più vicina al calore e alle gradazioni tonali di Algoma Hill il primo, più soggetto a semplificazione e simbolizzazione il secondo. Se, infatti, in Sole del pomeriggio si nota un'attenzione particolare alla luce che irrompe dall'angolo in alto a sinistra e punteggia di riflessi le acque, in Pic Island Harris volge già all'estrema semplificazione dei dipinti successivi: la tavolozza si raffredda, cielo e terra si dividono più equamente lo spazio e l'insieme figurativo va verticalizzandosi con la china dell'isola che quasi si congiunge con la curva più bassa dell'ombra nuvolosa e la superficie luminosa dell'acqua che la spinge verso l'alto, facendola risaltare, inoltre le nubi sembrano la naturale copertura dell'isolotto, che ne riprende la forma.

L.S. Harris, Pic Island (1924)

L'attenzione alla verticalità e al suo contrasto con la dimensione orizzontale è presente, a ben guardare, già in Algoma Hill e in Sole del pomeriggio, con l'inserimento dei tre-quattro alberelli spogli che evidenziano la ricerca di essenzialità e sintesi formale, ma è con il grande tronco spezzato che si eleva nel centro di Costa settentrionale del Lago superiore (1926) che si avverte l'accentuarsi di questa scelta, destinata ad essere affinata nella descrizione delle vette montane.
Nella seconda metà degli anni '20, infatti, Harris partecipò a diverse escursioni nel Canada occidentale, esplorando i parchi delle Montagne rocciose, dal Jasper National Park al Parco del Monte Robson, e arricchendo i suoi schizzi dei complessi montuosi osservati; si spinse anche nell'area artica, dove le masse di ghiaccio e acqua portarono all'estremo della semplificazione le sue forme. A questo periodo e agli anni '30 risalgono la Veduta del Monte Robson da nord-est (1929), fra le province di Alberta e Columbia, nel quale a dominare è il contrasto fra la massa di neve e l'azzurro del cielo e la vetta innevata del Monte Lefroy, più spinta ad una geometrizzazione che si evince dalle scanalature del manto nevoso e dal calco degli spigoli della roccia.

L.S. Harris, Il Monte Robson visto da nord-est (1929)

Laddove è meno presente l'essere umano la natura trionfa e lo sguardo può analizzarla in tranquillità, cogliendone le forme essenziali e penetrando il mistero stesso dell'architettura della terra e questa scelta, un po'come accade per Kandinskij in Europa, determina una riflessione sul valore spirituale delle forme e dei colori che approda ad un esito in cui la tela ospita pure forme e puri colori, in una sintesi astratta alla quale Lawren Harris si abbandonò dagli anni '50, quando ormai l'esperienza del Gruppo dei Sette era lontana e le bellezze del Canada erano già state ampiamente illustrate in tutta la loro potenza evocativa.

L.S. Harris, Monte Lefroy (1930)

C.M.