martedì 9 ottobre 2018

Cavalli di razza - J.J. Sullivan

Cosa può indurre una persona che non si è mai interessata all'ippica, che, anzi, ha sempre snobbato qualsiasi sport ad immergersi in un'appassionante ricerca sul mondo dei cavalli? Non una folgorante esperienza all'ippodromo, non il lavoro, bensì il desiderio di stabilire una comunicazione, un rapporto a distanza con il padre ormai defunto.
È quanto racconta John Jeremiah Sullivan nel suo libro Cavalli di razza, uscito il mese scorso per i tipi di 66thand2nd nella traduzione di Gabriella Tonoli. Trattasi di un breve ma accurato reportage del mondo delle corse, dei suoi retroscena e del significato culturale assunto dal cavallo dagli albori della domesticazione fino alla selezione maniacale che si realizza al giorno d'oggi nei circuiti delle gare.
Ad accendere in Sullivan la curiosità per uno sport che mobilita ingenti somme di denaro e smuove il fascino di appassionati ma anche di semplici curiosi che decidono di regalarsi un'esperienza all'ippodromo è il racconto che il padre gli offre da un letto di ospedale. Nel 1973 Mike Sullivan, giornalista sportivo che ha saputo raccogliere intorno a sé l'ammirazione di tanti colleghi, è al Kentucky Derby e assiste alla clamorosa performance di Secretariat, che, contro ogni pronostico, strappa la vittoria al favoritissimo Sham.
«Nessuno aveva mai visto un cavallo correre in quel modo»: bastano queste parole a spingere lo stesso John ad avventurarsi nella maggiore competizione ippica americana e negli anfratti della storia dei cavalli dalla nascita della razza fino alla distinzione delle varietà più prestigiose, dalle pitture rupestri preistoriche alle folgoranti apparizioni dei destrieri dei conquistadores nel Nuovo Mondo, dalla descrizione delle aste in cui si vendono i giovani yearling alla triste fine di molti purosangue ormai inservibili nelle corse. Sullivan alterna aneddoti e lunghe digressioni in un racconto che ha il valore di un documentario e, insieme, di un servizio giornalistico, soprattutto nelle pagine dedicate all'edizione del Kentucky Derby del 2001, che si svolge all'ombra della tragedia dell'11 settembre e vede come protagonista e trionfatore quel War Emblem che fa parte proprio della scuderia di un emiro saudita sul quale non tardano a concentrarsi sospetti di terrorismo.
Il risultato di questa indagine è un accurato resoconto dai ritmi altalenanti, che corre veloce laddove trovano spazio le curiosità e rallenta in corrispondenza delle ricostruzioni più accurate e puntigliose. Cavalli da corsa, però, non è, a discapito dell'accurata bibliografia e degli interessanti inserti fotografici, un libretto asettico, da leggere come una piccola enciclopedia del cavallo, né si riduce alla cronaca delle gare, che, pure, l'autore riesce a rendere con la concitazione degli speaker e con fotogrammi al rallentatore magistralmente costruiti attraverso le parole. Nulla della ricerca di John Jeremiah Sullivan avrebbe infatti senso senza le profonde rievocazioni di piccoli momenti di vita familiare e senza il costante riferimento a quella perdita che proprio attraverso la riscoperta della passione e dell'entusiasmo del padre per i cavalli permette all'autore di incontrare di nuovo, a distanza, il genitore. Del resto le più appassionate ricerche hanno spesso un seme in un legame affettivo che, in qualche modo, ha acceso una fiamma.

Franz Marc, I grandi cavalli blu (1910)
Non abbiamo mai capito con certezza se il cavallo significhi pace o guerra, vita o morte; dipende da quale cultura si esamini, nel corso dei secoli il simbolo oscilla, come una bussola al polo. Più i simboli divengono familiari, più acquistano polisemia: la giada significherà sempre la purezza, ma la mela può significare qualsiasi cosa. E nulla ci è stato più familiare del cavallo, fino a, beh, diciamo fino al 1913, quando Ford cominciò a usare parti intercambiabili, o fino ad ora in alcune parti del pianeta. Non è azzardato dire che chi conosce i cavalli, chi li conosce sul serio, capisce meglio dello storico più aggiornato cosa significava in passato essere umani.
C.M.

sabato 22 settembre 2018

La ricerca del tempo per leggere

Vorrei, ma non posso. Quante volte noi lettori abbiamo fissato il libro sul comodino - iniziato, da iniziare, quasi abbandonato, quasi finito - rammaricandoci di non trovare proprio il tempo o l'energia da dedicargli?
Ultimamente fisso gli scaffali (i pochi che già hanno fatto la loro comparsa nella nuova casa) con un acuto desiderio di consumare tutti i volumi che li affollano, spesso ripromettendomi di dedicare a uno di loro un po'di tempo, magari la sera, a conclusione di tutti gli impegni che piombano sulla giornata. Ma poi niente: la sera arriva e, con essa, il sonno.
Chi di voi si riconosce in questa situazione?
 
Illustrazione di Gürbüz Doğan Ekşioğlu
 
La ricerca del tempo per leggere è un'attività stimolante, che ci proietta verso la nostra grande passione, eppure, a lungo andare, se rimane inappagata, genera anche nervosismo. Sarà capitato anche a voi di leggere a singhiozzo, di lasciare un libro iniziato a impolverarsi accanto al divano e di riprenderlo poi con entusiasmo... rendendovi conto di aver perso completamente il filo o di non ricordare proprio nulla!
Il fatto è che, quando la mente è occupata e lo stress delle occupazioni quotidiane ci assedia, anche la concentrazione svanisce e la lettura non è un passatempo che ne possa fare a meno. E ci si innervosisce, perché si vorrebbe davvero abbracciare quello svago e quel piacere che sappiamo scaturire dalle pagine. In questo modo ci priviamo della nostra passione e rischiamo di trasformarla in un momento di tensione, in ansia da prestazione: riusciremo a leggere o la paura stessa di non arrivare in fondo alla pagina ci tratterrà dal prendere in mano un libro?
Ci sono periodi - come questo, in cui i cambiamenti sono tanti e i ritmi di lavoro incalzano - in cui la lettura diventa un miraggio e il tempo dedicato al desiderio di leggere supera quello effettivamente destinato ai libri. Se, poi, i libri fanno parte anche del lavoro, capire come coniugare le letture di dovere a quelle di piacere diventa ancora più difficile. In questi giorni dovrò rispolverare per bene I promessi sposi, oggetto delle lezioni del secondo anno di liceo, rivedere le letture che penso di condividere con i miei alunni durante l'anno scolastico e, naturalmente, esaminare a fondo i manuali scolastici. Le mie giornate, dunque, sono ricolme di parole stampate, ma le letture di svago passano inevitabilmente in secondo piano e, guardando indietro, credo il sacrificio del tempo per leggere di questi giorni sia paragonabile solo a quello dell'ultimo anno di liceo, quando la preparazione per la Maturità assorbiva ogni minuto e polverizzava il concetto stesso di lettura di piacere.
Occorre trovare qualche strategia per sostenere la frustrazione, ben sapendo e accettando stoicamente che non si possa vivere di soli libri (e per fortuna): un giusto mezzo per barcamenarsi fra lo stress e i suoi rimedi, che, personalmente, faccio fatica a impormi.
Voi, amici libromani, come ricercate il tempo per leggere e, soprattutto, come lo trovate o come resistete al fallimento della ricerca? Avete dei libri dai poteri così grandi da tenervi svegli quando le palpebre si fanno pesanti o da tenervi carichi fino alla fine della giornata o della settimana?
 
C.M.

lunedì 17 settembre 2018

Il paese delle nevi - Y. Kawabata

Catturata dall'influenza del Paese del Sol Levante, questa estate ho letto Il paese delle nevi, considerato il capolavoro dello scrittore Yasunari Kawabata, primo autore giapponese insignito del premio Nobel per la letteratura, nel 1968.
Definire questo testo e raccontarlo non è così facile: brevissimo e intenso, Il paese delle nevi, pubblicato nel 1937, è una storia pervasa di malinconia e costellata di descrizioni mozzafiato dedicate a interi paesaggi o a dettagli particolari. Una prova, insomma, della straordinaria concentrazione giapponese e della riflessione estetica che caratterizza la cultura nipponica.
Il paese delle nevi è una località termale sulle Alpi giapponesi, nell'area di Takayama, dove gli inverni imbiancano il suolo e le case come in nessun altra regione giapponese. Qui trascorre le sue vacanze Shimamura, un cittadino di Tokyo attratto dalla rilassatezza di questo lugo e desideroso, come tanti, della compagnia di una delle geishe che vivono in città e allietano le serate degli ospiti delle varie locande. Shimamura incontra Komako, una ragazza sfuggente che - si dice - ha iniziato la sua carriera di geisha per aiutare il figlio della sua ospite a curarsi, forse per amore, a suo dire in nome di quel senso del dovere che sembra spiegare ogni sua azione. I due si incontrano, stagione dopo stagione, senza che Shimamura riesca a rispondere all'inquietudine di Komako, che lo cerca ma che rimane da lui divisa per colpa di una forza inspiegabile, di un bisogno di abbandono che, d'improvviso, diventa ostilità e tronca qualsiasi possibilità di comunicazione. Shimamura, per parte sua, appare freddo, talvolta infastidito dalle attenzioni di Komako eppure quasi geloso che ella le offra anche ad altri, in altri momenti tiepidamente preoccupato per gli eccessi della ragazza nei confronti dell'alcol e triste di doversi separarare da lei.
Ma il desiderio di lei per la città era divenuto un sogno senza speranza, ammantato d’umile rassegnazione, nel quale si sentiva non tanto l’altera insoddisfazione di chi vive in esilio, quanto il sentimento dello spreco. Ella non sembrava considerare la propria situazione particolarmente triste, ma, agli occhi di Shimamura, qualcosa in lei appariva stranamente commovente. Se avesse voluto approfondire quella sua intuizione di energie sciupate, Shimamura sentiva che sarebbe stato trascinato in un gorgo di emozioni remote capaci di sciupare la sua stessa vita. Ma davanti a lui c’era il volto mobile e vivo della donna, colorito dall’aria di montagna.
Il rapporto fra Shimamura e Komako è teso a qualcosa che non giunge mai, eternamente inappagato; sembra nutrirsi più della bellezza ideale di una sensualità che si irradia anche dal paesaggio montano nel corso delle stagioni e, insieme, dal passare del tempo, che di reali incontri. Komako assomiglia ad uno spirito che appare e scompare, terrena eppure inafferrabile, sospesa fra il consumarsi dell'esistenza e il desiderio di sottrarsi a questo fluire del tempo e della vita; Shimamura l'uomo che tenta di penetrare un segreto, ma che, al tempo stesso teme il suo svelarsi, un uomo alla ricerca della bellezza, della perfezione insita nel sacrificio, che ritrova in Komako, aggrappata al suo dovere di geisha, così come nell'antica arte della lavorazione della pregiata tela Chijimi, attività svolta dalle fanciulle bloccate nei villaggi durante i lungi mesi invernali.
Scorrendo le pagine de Il paese delle nevi, il lettore può avere la sensazione di non assistere allo svolgersi di alcuna storia, di non progredire verso alcun senso. Invece quel significato inafferrabile e implicito gli si insinua nell'animo e rende quella di Kawabata una storia memorabile, potente e delicata insieme, che ha forse più i tratti di un poema o di una danza ma che non per questo risulta meno affascinante.

Utagawa Hiroshige, Mariko - Cinquantatré stazioni del Tōkaidō
Il paesaggio era scuro, severo. Il crepitio della neve che gelava sulla terra pareva rimbombare nelle sue profondità. Non c’era luna. Le stelle, troppe per sembrare vere, si affacciavano in cielo con uno scintillio così vivo che parevano precipitare nel vuoto. E più le stelle si avvicinavano, più il cielo pareva sprofondare nel colore della notte. Le vette della catena montuosa, confondendosi l’una con l’altra, si levavano massicce sull’orlo del cielo stellato in un’oscurità così greve e fosca che pareva partecipare del loro peso. L’insieme della scena notturna si fondava in una pura, serena armonia.
C.M.

giovedì 6 settembre 2018

Cambio di rotta - E.J. Howard

I lettori lo sanno: alcuni scrittori hanno il potere di generare attorno ai loro libri un'eccitazione incontenibile, che rende l'attesa della pubblicazione una lunga e fremente veglia. Elizabeth Jane Howard, la madre di tutti i Cazalet (ma non solo) è una di questi.
Cambio di rotta, che segue la fortunata saga dei Cazalet, nonché Il lungo sguardo e All'ombra di Julius, esce oggi per Fazi editore, tradotto ancora una volta da Manuela Francescon. Nessun modo migliore per iniziare questo nuovo mese e farsi una ragione della fine delle vacanze, che viene così addolcita dal piacere di incontrare di nuovo la Howard e la sua prosa raffinata.

La storia che ci regala l'autrice si regge su quattro pilastri, che sono i suoi protagonisti: il drammaturgo donnaiolo Emmanuel Joyce, alla ricerca di un volto per il personaggio di Clemency, sua moglie Lillian, resa fragile dalla malattia e dalla perdita della figlia, Jimmy Sullivan, collaboratore tuttofare di Em, e Alberta, la giovane segretaria appena assunta. I quattro hanno in programma un viaggio a New York per le audizioni, nel corso delle quali sperano di individuare la sfuggente Clemency e di poter avviare finalmente la preparazione dello spettacolo, ma i problemi di salute di Lillian obbligano Jimmy ad accompagnarla in un viaggio per nave, mentre Em e Alberta partono, come previsto, in aereo. Nella metropoli americana, Alberta si trasforma, uscendo dalla realtà provinciale e familiare cui è sempre stata abituata e lasciandosi incantare dai negozi e dagli abiti che Em le regala per accompagnarlo a cena, mentre attendono l'arrivo di Lillian e Jimmy per nave; il rapporto tra i due non è scontato quanto la situazione potrebbe far pensare, perché, se è vero che inizia fin da subito a suscitare l'interesse del drammaturgo, Alberta è attratta dall'universo cui appartiene Em, ma, soprattutto, dal personaggio apparentemente non-interpretabile di Clemency. Si mette a leggere il testo di Em e quando, dopo l'arrivo di Jimmy, le audizioni si concludono con nulla di fatto, è a lei che viene proposto di interpretare la parte. New York, però, è colma di distrazioni e anche Lillian ha bisogno di un'oasi di pace, così il viaggio riprende e porta i quattro su un'isoletta greca. Qui, fra le lezioni di recitazione di Jimmy ad Alberta, cene sul mare e nuotate notturne, le relazioni fra i personaggi si trasformano e si approfondiscono: ciascuno, di fronte al mare, affronta il proprio riflesso e la propria coscienza.
Cosa sono poi i miracoli? Sono eventi che le persone, pur beneficiandone, non possono capire. Se all’improvviso io mi ritrovassi sana, non saprei mai come sia potuto accadere. Saprei solo che il merito non può essere di qualche nuova medicina, perché nuove cure per la mia malattia non ce ne sono. Allora ho scoperto che sto vivendo nella speranza che le cose a un certo punto cambino; dentro di me sento di essere una persona destinata precisamente a quel cambiamento e sto aspettando che esso arrivi. Vivo, insomma, come se fossi qualcun altro.
Fra le pagine di Cambio di rotta esplode in tutta la sua intensità l'arte narrativa di Elizabeth Jane Howard, un'arte che, dopo la lettura di diversi romanzi, si potrebbe credere di conoscere, ma che rivela sempre qualcosa di nuovo, sorprendente. L'autrice scava nell'animo dei suoi personaggi con una delicatezza e un'attenzione che superano ogni prova già offerta, forse proprio per la possibilità di concentrarsi su pochi protagonisti e di liberarsi delle forti tensioni che hanno caratterizzato, per esempio, le relazioni fra i protagonisti di All'ombra di Julius. Il romanzo è scandito come un respiro profondo, come il moto del mare che Em, Lillian, Jimmy e Alberta attraversano più volte: i personaggi vivono esperienze e poi si adagiano a riflettere su di esse, sull'impatto che ciascuna ha sulla propria identità.
L'aspetto che più colpisce in Cambio di rotta è che nessuno di questi slanci introspettivi può essere indipendente dagli altri, dal momento che ognuno dei quattro componenti del gruppo si definisce rispetto all'altro, in un sistema di relazioni. Nessuno di loro si trasforma, nessuno cambia rotta se non per l'impulso dato dalla successione degli incontri con gli altri tre e questi incontri sono necessari, anche quando risultano traumatici, per innescare la trasformazione di cui ognuno di loro ha bisogno.
A costo di ripetere quanto già scritto sui libri di Elizabeth Jane Howard, Cambio di rotta è un grande romanzo. La sua storia è unica e l'autrice ne esplora tutte le sfaccettature con una prosa di livello irraggiungibile, che riesce ad adattarsi alla descrizione di un paesaggio così come ad illuminare le pieghe di un cuore tormentato o innamorato. 
Difficile staccarsi dalle pagine di questo romanzo, difficile rassegnarsi all'idea che, chiuso il volume, Em, Lillian, Jimmy e Alberta non facciano più parte delle nostre vite, che la loro rotta, ormai cambiata, prosegua, inevitabilmente, lontano dai nostri sguardi.

Senza saperlo, mi aveva mostrato il mondo fuori dal cerchio ristretto del mio ambiente. Era stato come quando si è di fronte al mare per la prima volta: si vede dove finisce la terra, ma quell’elemento nuovo e sconosciuto sembra non avere fine. Per me lui rappresentava il cambiamento, la creazione, l’esperienza, la libertà, e quest’associazione sarebbe rimasta valida anche se non lo avessi più rivisto: cullavo il ricordo di quei due incontri come un tesoro segreto, da ripercorrere ed esaminare mille e mille volte, in solitudine.
C.M.

mercoledì 22 agosto 2018

La famiglia Aubrey - R. West

Spesso le saghe familiari si caratterizzano per un'assenza o per una forte riduzione degli elementi di azione, dei colpi di scena: sembrano romanzi fatti di annotazioni, di registri manipolati dall'arte narrativa dell'autore, di pensieri e descrizioni che, mentre non ci mostrano nulla di chiaramente definibile, di ascrivibile ad un contorno, ad una precisa scena, ci lasciano scivolare fra le trasformazioni che investono i protagonisti. Terminata la lettura, magari non sappiamo dire cosa sia accaduto, ma ci rimane la chiara percezione che il punto di arrivo ci ha portati molto lontano da quello di inizio, perché, senza accorgercene, siamo diventati amici, confidenti dei personaggi, assumendo la loro prospettiva, cogliendo gli eventi senza intravvedere il disegno complessivo. Di solito è a questo che si legano il fascino e anche il senso di malinconia che caratterizza questo genere di libri.
 
Con La famiglia Aubrey, primo romanzo della trilogia firmata da Rebecca West (1892-1983) in corso di pubblicazione per Fazi Editore nella traduzione di Francesca Frigerio, questa sensazione si è già ripresentata e apre la strada a ottime aspettative in merito al proseguimento del racconto.
Questa è una delle cose peggiori della vita, che l’amore non ci regala il buon senso, anzi, è la strada più sicura per perderlo. Amiamo le persone, e diciamo che vogliamo dar loro qualcosa di più dell’amicizia, ma l’amore ci confonde al punto tale che in realtà facciamo molto meno, anzi, qualche volta quello che facciamo sembra quasi dettato dall’odio.
Seguendo la voce narrante di Rose Aubrey, una giovanissima pianista che, assieme alla sorella Mary, si prepara a diventare una concertista sotto la guida della madre, assistiamo alle altalenanti sorti dell'intera famiglia. Il padre, Piers, è un brillante e ammirato intellettuale, ma sperpera i soldi della famiglia nel gioco e in investimenti fallimentari. La sorella maggiore, Cordelia, si ostina a suonare il violino e a farsi spingere da un'insegnante piuttosto ottusa in concerti di livello mediocre con aspettative decisamente troppo alte, nel vano tentativo di guadagnare con la musica i soldi che mancano per sottrarsi alle umiliazioni. Clare, la madre, è disorientata, concentrata com'è sulla preparazione musicale delle figlie, sul ridimensionamento delle ambizioni immoderate di Cordelia e sulla strenua difesa di un marito che non comprende fino in fondo. Rose e Mary, in tutto questo, sono delle silenziose testimoni, affiancate dal fratello minore Richard Quin, che stempera i momenti più drammatici con un ottimismo fanciullesco.
Il quadro de La famiglia Aubrey è piuttosto lineare, dato dall'incontro di questi slanci estremamente quotidiani, pieni di disillusione e di duri impatti con la realtà. Non mancano alcuni passaggi lenti, apparentemente pleonastici, ma poi arrivano pagine con intense riflessioni sull'essere umano, sui suoi sentimenti, sui suoi sogni e sul confronto fra i desideri e la difficoltà di realizzarli. Ha scritto bene Alessandro Baricco: è come percorrere un fiume che scorre lento, incontrando, di tanto in tanto, una barca e ciò che il lettore può fare è soltanto cercare di comprendere questo ritmo e adattarvisi. 
La storia degli Aubrey è una storia comune, verosimile, condita con qualche elemento di fantasia - le apparizioni di un poltergeist nella casa della cugina, i cavalli immaginari che alimentano i giochi dei bambini - che le conferisce sfumature originali. 
Sempre Baricco scrive che Rebecca West «sembrava annotare le verità dei viventi come se fossero un elegante arredo alla falsità della vita. Non aveva l’aria di voler risolvere o svelare alcunché» e questo conferma la mia impressione sulla pseudo staticità della saga, nella quale molto avviene senza che ce ne rendiamo conto. Al punto che l'epilogo, nel quale la stessa Rose, che è stata per tante pagine e per tanti anni una voce neutra, un'attenta spettatrice delle vicissitudini dei suoi famigliari, risulta il momento più coinvolgente del romanzo, quello in cui sembra che, finalmente, ella trovi il suo posto in una storia che non l'ha mai messa nelle condizioni di fare la differenza, una storia nella quale sentiva di non esistere. Una considerazione che prelude ad un secondo, avvincente capitolo.
Oh, la musica parla della vita, suppongo, e specialmente di quello che della vita non riusciamo a comprendere, altrimenti le persone non si darebbero la pena di raccontarlo per mezzo delle note. Ma non sono in grado di dire a parole quello che intendo.
C.M.

lunedì 20 agosto 2018

Nel magico Paese del Sol Levante #5: Miyajima e Hiroshima

Siamo giunti alla conclusione del percorso dedicato al Giappone. Tokyo con Shinjuku, Shibuya, Asakusa e Akihabara, Takayama, Shirakawago, Kanazawa e Kyoto sono ormai alle spalle e non resta che l'ultima tappa del viaggio: Hiroshima con la sua baia e l'isola di Miyiajima. Partiamo proprio da quest'ultima, osservando l'ordine delle escursioni.
 
Miyajima, O-torii visto dal santuario Itsukushima
 
Miyajima, conosciuta anche come Itsukushima dal nome del maggior santuario shintoista sorge su di essa, è un'isola che è considerata Patrimonio dell'Umanità nella sua interezza dal 1996: non solo la principale area sacra con il suo celebre O-torii, ma anche il mare e la foresta del monte Misen determinano il prestigio e la bellezza di quest'isola del San-yo, l'area dell'Honsu occidentale affacciata sul Mare interno (Seto-naikai). Miyajima è perlopiù meta di escursioni giornaliere, ma noi abbiamo scelto di alloggiare in un ryokan, un albergo in stile giapponese fornito anche di onsen, cioè di una rilassante area termale affacciata direttamente sulla foresta e i ruscelli che discendono dal Misen.
 
Miyajima, ponte alle spalle del santuario Itsukushima
 
La maggior attrazione di Miyajima, come dicevo, è il santuario Itsukushima, dedicato alle tre dee Munakata, cioè Ichikishimahime, Tagorihime e Tagitsuhime, kami protettrici del mare e dei traffici, generati da Amaterasu tramite la spada di suo fratello Susanoo. Il santuario, risalente alla fine del VI secolo, comprende una cella principale dedicata ad esse, oltre ad una serie di santuari minori, tutti collegati tramite dei ponti sospesi nei quali confluisce l'acqua marina. Con l'alta marea, gli edifici compresi fra il grande O-torii di legno di canfora rosso, simbolo dell'isola, e la cella delle divinità, il santuario appare come uno spettacolare complesso di palafitte incorniciato dalla vegetazione insulare; quando, invece, il mare raggiunge il livello più basso, si può camminare quasi fino alla base del torii, che si eleva fino a 16 metri di altezza. Rimanendo sull'isola tutta la giornata si può ammirare la variazione della marea e della luce su questo angolo meraviglioso in cui si avvertono tutta la spiritualità e l'incanto del luogo.
 
Miyajima, uno dei tanti cerbiatti che bazzicano per l'isola
 
Ai due lati del santuario Itsukushima si elevano il santuario Hokoku, voluto da Toyotomi Hideyoshi nel 1587 in onore dei caduti di guerra e per conservare i sutra buddisti; l'edificio è dunque un esempio della fusione dei due maggiori culti giapponesi, infatti alle sue spalle sorge una pagoda a cinque piani, al cui colore rosso il santuario avrebbe dovuto uniformarsi, se Hideyoshi non fosse morto prematuramente. All'interno dell'Hokoku si estende un pavimento di 857 tatami e sono conservati gli shakushi, mestoli da riso che sono fra i simboli di Miyajima, offerti come tributo dai guerrieri per l'assonanza fra il verbo che significa 'prendere il riso' e quello che significa 'conquistare'. Il più grande shakushi è esposto nella principale strada dell'isola.
 
Miyajima, vista dal monte Misen
 
Passeggiando per Miyajima non solo si possono gustare tantissime prelibatezze, dagli spiedini di polpo e granchio ai cracker di riso, dalle ostriche fritte ai panini al vapore ripieni di carne, pesce o verdure, dal pesce fritto ai momiji (delle focaccine dolci ripiene di confettura di fagioli azuki a forma di foglia d'acero, pianta chiamata, appunto, momiji), ma si incontrano, perfettamente a loro agio fra i turisti, tantissimi cerbiatti selvatici, che discendono dalla foresta del parco Momijidani per rubacchiare cibo... e masticare vestiti!
Miyajima significa 'isola santuario' e questo nome è dovuto principalmente al santuario Itsukushima, ma tutta la sua superficie è costellata di edifici religiosi shintoisti o buddhisti; lo stesso percorso sul Misen, all'interno della riserva naturale, appare come una sorta di pellegrinaggio. Noi abbiamo raggiunto l'altezza di 430 metri con la funivia, ammirando nella salita le isolette che circondano Miyajima, per poi discendere (faticosamente) attraverso i sentieri che collegano la cima del Misen alle sue falde. Siamo così passati dal tempio Misenhondo, che custodisce la grande campana bronzea donata dal guerriero Taira Munemori nel XII secolo, dal santuario degli innamorati Reikado, in cui arde la fiamma eterna Kiezu-no-hi, dal tempio Sankido, dal quale si riversavano nel bosco i versi dei sutra, e da diversi altri piccoli santuari.
 
Miyajima, un piccolo Jizo in lettura
 
La discesa ci ha condotti direttamente al tempio buddista Daisho-in, fondato nel XII secolo; il complesso è circondato da aceri e alcuni ci hanno offerto un saggio della colorazione rossa che in autunno rende particolarmente suggestivo questo luogo. Nei pressi dei santuari e degli incroci lungo il percorso si incontrano diverse statue di Jizo Bosatsu, una divinità dalle sembianze di un monaco, spesso adornata di bavagli e berretti e affiancata da statue più piccole nelle pose più diverse, che i passanti hanno arricchito con occhiali e cappelli. Il motivo di questa particolare usanza è legato al fatto che Jizo rappresenta i voti dei genitori che hanno perso i loro figli e che, in qualche modo, hanno iniziato a trattare le sue statue come dei bambini di cui prendersi cura. La medesima abitudine si è riversata sulle 500 effigi di un'altra divinità buddista, Rakan, ciascuna delle quali presenta pose ed espressioni differenti: lungo il fianco del Daisho-in si può osservare questa immensa distesa di statue munite di berretti colorati, sulle mani delle quali turisti e pellegrini hanno depositato delle monete. 
 
Miyajima, statue di Rakan nel tempio Daisho-in
 
Il tempio Daisho-in è celebre anche per scalinata che sale fra il cancello Niomon, sorvegliato dalle statue del re guardiano, e il cancello Onarimon: il corrimano centrale è costituito da 600 rotoli che rappresentano i volumi del Dai-hannyako Sutra, che si ritiene portino fortuna a chi, percorrendo i gradini, li faccia ruotare con le mani. Sul fianco della scalinata, nello spazio intermedio fra questa e il cammino dei 500 Rakan, è collocata una campana che si può suonare per ricevere la protezione del dio. Il cuore del complesso ospita degli edifici dedicati alle diverse divinità associate al Buddha, il guerriero Namikiri Fudo Myo, cui Toyotomi Hideyoshi era devoto e al quale è dedicata una galleria di mille effigi, Kannon, Jizo e Amida Nyorai, divinità della luce, oltre che, naturalmente, dello stesso Buddha, colto nel momento del Nirvana. Purtroppo non siamo riusciti a visitare ogni anfratto di questo complesso templare, anche perché il traghetto per Hiroshima ci attendeva.
 
Miyajima, complesso del tempo Daisho-in
 
A Hiroshima ci siamo concentrati sul Parco della Pace, creato nei pressi dell'unico edificio che la bomba atomica ha parzialmente risparmiato nell'area dell'esplosione: il padiglione delle esposizioni commerciali progettato dall'architetto ceco Jan Letzel e ormai noto come Cupola della bomba atomica (Genbaku Domu) o come Memoriale della Pace. Abbiamo tutti nella mente questa struttura, soprattutto l'intelaiatura metallica della sua cupola, che i libri di storia ci hanno abituato a riconoscere. Eppure trovarsi lì davanti, in un parco che, pur essendo immerso in una città trafficata, è silenzioso, dà una sensazione terribile, perché si avverte chiaramente che quel sito non avrebbe dovuto attirare la nostra attenzione, che non sarebbe dovuto essere altro che una costruzione come tante.
 
Hiroshima, Genbaku Domu
 
Dalla Genbaku Domu, di fronte alla quale una targa motiva la nomina a Patrimonio Unesco nel 1996, si apre un percorso luttuoso, all'insegna della memoria ma anche della speranza che al valore della memoria stessa si lega e che ho visto rappresentato nella scena di un padre che cercava di spiegare alla figlia qualcosa di inspiegabile.
Erano le 8.15 del 6 agosto 1945 quando Hiroshima fu sconquassata dalla deflagrazione dell'ordigno statunitense Little Boy. Il 9 agosto una seconda bomba fu sganciata su Nagasaki. Le vittime delle esplosioni e delle radiazioni propagatesi successivamente ammontano a circa 200.000. Il Parco della Pace serve a ricordare la tragedia e ad ammonire l'umanità sugli orrori della guerra.
 
Hiroshima, Campana della Pace
 
Accanto alla cupola si incontra il primo di tantissimi monumenti che sorgono in quest'area, dedicato agli studenti mobilitati durante la guerra, ma il parco vero e proprio si estende dall'altra parte del fiume Motoyasu. Qui, nei pressi di un museo, un disco di pietra rappresenta un orologio fermo sulle 8.15, a indicare l'ora in cui tante vite sono state spezzate. Fra i numerosi monumenti che si possono qui osservare vanno segnalati la Campana della pace, che tutti i visitatori sono invitati a suonare in segno di preghiera, il cenotafio per le vittime e lo stagno che lo separa dalla cupola, che crea, grazie alla prospettiva della costruzione, un collegamento fra ciò che la bomba ha lasciato e ciò che ha distrutto. Nel mezzo dello stagno, fra i due elementi-chiave del parco, arde Heiwan-to, la fiamma della pace accesa con il fuoco di Kiezu-no-hi di Miyajima e che verrà spenta solo quando l'ultima arma nucleare sarà stata distrutta. 
 
Hiroshima, Monumento dei bambini per la pace
 
L'elemento che, però, produce l'emozione più forte è il Monumento dei bambini alla pace, sulla sommità del quale è rappresentata Sadako Sasaki, miracolosamente sopravvissuta all'esplosione ma morta di leucemia nel 1955, prima di completare la realizzazione di mille gru di origami che le avrebbe permesso di esprimere e veder realizzato il suo desiderio di guarigione e di pace.
 
Hiroshima, cenotafio per le vittime della bomba atomica
 
Dopo il pomeriggio di raccoglimento nel parco di Hiroshima, abbiamo ripreso il treno in direzione di Osaka, che abbiamo raggiunto in serata e che è stata poco più che un appoggio per l'ultima notte in Giappone, in attesa di riprendere l'aereo. La mattinata che ci ha separati dal volo, infatti, è bastata appena per visitare il castello di Toyotomi Hideyoshi, interamente adibito a museo, per assaggiare quella parte di storia che documenta l'avanzata di Tokugawa Ieyasu e le battaglie da lui combattute contro il clan Toyotomi. La visita è poco appagante per i visitatori non giapponesi, in quanto solo una parte dei reperti esposti, perlopiù documenti di corrispondenza, presenta delle didascalie; notevoli sono gli esempi di armature dei samurai, tuttavia non basta questo a rendere proporzionale il costo del biglietto, giustificabile forse per il godimento della vista sulla città, cui abbiamo rinunciato perché ormai abbattuti (abbattuta io, ad essere sincera) dal caldo e dalla fatica.
 
Osaka, castello
 
Si conclude qui il mio diario di viaggio, ma vorrei dedicare al Giappone un ultimo post, così da condividere dei consigli e delle indicazioni per chi si appresta a visitare questo splendido Paese, e per tenerli a mente io stessa, se mai avrò la possibilità di ritornarci.
Dōmo arigatō.

C.M.

lunedì 13 agosto 2018

Nel magico Paese del Sol Levante #4: Kyoto

L'antica capitale del Giappone è stata una delle tappe più affascinanti e ricche di attrattive di tutto il viaggio. Dopo le due giornate a Tokyo (di cui raccontavo qui e qui) e quelle trascorse fra Takayama e Kanazawa, abbiamo raggiunto Kyoto con lo Shinkansen e immediatamente ci siamo resi conto che due giorni non sarebbero bastati per vedere nemmeno un quarto di ciò che questa città aveva da offrire, con i suoi 17 patrimoni Unesco e le ulteriori attrattive culturali.

Kyoto, panorama dal Kiyomizu-dera

Rispetto a Tokyo, il viaggiatore ritrova in Kyoto una città che ha conservato molti più tratti tradizionali sia nelle architetture e nell'urbanistica che nella tipologia di prodotti che si possono trovare nei negozi, molti dei quali sono dedicati ai ventagli, alle ceramiche e alle stoffe. Con quasi duemila edifici religiosi fra templi buddisti e santuari shintoisti, quartieri con case in legno e due palazzi di enorme valore storico, Kyoto è comunque anche una città estremamente moderna, che offre locali, rumorose sale-gioco, chioschi e una fitta rete di servizi di trasporto che rende estremamente agevoli e rapidi i collegamenti. 

Kyoto, Giardini dell'antico palazzo imperiale

Il centro di Kyoto, che si struttura in modo regolare intorno al corso del Kamogawa, è costituito dal parco dell'antico palazzo imperiale, ma i principali punti di interesse portano il turista in un moto centrifugo ipoteticamente senza fine. Avendo a disposizione due giorni, su consiglio della guida che ci ha accolti in Giappone, ne abbiamo dedicato uno al centro e all'area nord-occidentale e l'altro all'area sud-orientale, mettendo già in conto il sofferto sacrificio della passeggiata nella foresta di bambù di Arashiyama e del Museo internazionale del Manga, che, pure, era a due passi dal nostro hotel, ma osservava orari incompatibili con i notevoli spostamenti.

Kyoto, vista lungo il Kamogawa dal quartiere di Gion

Per darci la carica, la sera del nostro arrivo ci siamo fiondati nel quartiere commerciale di Kawaramachi, fra i numerosi negozi, per una cena veloce in un chiosco specializzato in gyoza, favolosi ravioli al vapore ripieni di verdura, carne o crostacei e abbiamo concluso la cena con una golosa crépe giapponese farcita di gelato, senza però resistere alla tentazione di un taiyaki, una tortina di waffle a forma di pesce farcita a piacere (noi in Giappone ci siamo letteralmente assuefatti alla confettura di fagioli azuki, usata anche per i celebri dorayaki).

Kyoto, Castello Nijo - particolare del portale d'ingresso

La mattina seguente ci siamo avventurati nel parco dell'antico palazzo imperiale, nel quale abbiamo visitato, in modo totalmente gratuito, la dimora della famiglia Kan-in-no-miya, una delle quattro famiglie imperiali, il piccolo santuario Munakata e, naturalmente, l'edificio che ospitò gli imperatori e i loro ospiti fino al 1869, quando la capitale fu trasferita a Tokyo. Nonostante Kyoto sia diventata sede del potere imperiale già alla fine dell'VIII secolo (prima il centro politico era Nagoya e, prima ancora, Nara), solo dal 1331, con l'incoronazione di Tsuchimikado Higashintōin-dono, divenne ufficialmente la sede del regnante. L'edificio che oggi possiamo ammirare copre un'area di undici ettari, ma, a causa dei numerosi incendi susseguitisi negli anni, è il frutto di un intervento operato nel 1855. Il percorso di visita, che è limitato agli spazi esterni, si snoda attraverso i locali predisposti per il ricevimento degli ospiti e i giardini, passando per lo Shishinden, cioè la sala delle cerimonie, che, pur essendo un edificio recente, fu costruito nello stile del periodo Heian (VIII-XII secolo) ed ebbe l'onore di essere la sede da cui l'imperatore Meiji avviò la restaurazione del potere imperiale, con l'emanazione del Giuramento della carta (1868).

Kyoto, Shishinden dell'antico palazzo imperiale

Poco lontano dal Palazzo imperiale sorge il Castello Nijo, voluto dallo shogun Ieyasu Tokugawa nel 1603, ufficialmente per ospitarlo nelle sue visite a Kyoto, in realtà anche per ostentare la sua ricchezza di fronte all'imperatore, privato ormai del suo potere dalla casta militare. Il Castello Nijo, patrimonio Unesco dal 1994, è una tappa impedibile per il visitatore di Kyoto in quanto testimonianza dell'arte e della storia del periodo Edo (1603-1868): passeggiando fra i sei blocchi che lo compongono, camminando a piedi nudi sul legno e sul tatami, si possono ammirare eccezionali pareti dipinte a motivi naturali, comprendere le modalità degli incontri fra lo shogun e i daimyō, ma, soprattutto, ascoltare il suono dei pavimenti usignolo (uguisu-bari), costruiti appositamente per emettere un suono simile al verso di questo uccello anche al passo più leggero, in modo da rivelare prontamente l'eventuale presenza di ninja inviati a spiare o uccidere lo shogun.

Kyoto, Castello Nijo - ingresso

Spostandosi in autobus a nord-ovest del Castello Nijo si raggiunge un'area religiosa che ospita ben tre templi dichiarati Patrimoni dell'Umanità dall'Unesco: il Kinkakuji, il Ryoanji e il Ninnaji; per motivi di tempo (in Giappone i cancelli dei templi si chiudono fra le 16.30 e le 17.00) abbiamo dovuto sceglierne uno e abbiamo optato per il suggestivo Kinkakuji, il Tempio del padiglione d'oro. In origine l'edificio era una villa a tre piani costruita per volontà dello shogun Ashikaga Yoshimitsu (1358-1408), ma divenne un tempio zen dopo la sua morte e fu ricostruito dopo l'incendio appiccato da un monaco nel 1950.

Kyoto, Tempio Kinkakuji

Da un santuario è invece partita l'escursione del secondo giorno a Kyoto: il Fushimi Inari Taisha, situato a sud-est della città, ai piedi del Monte Inari. Il complesso è la testa di oltre trentamila santuari giapponesi dedicati al dio del riso, della prosperità, degli affari e del commercio ed è notevole per il percorso sulla collina attraverso diecimila torii rossi donati alle aziende in segno di voto, preghiera e ringraziamento. Simbolo del sito, oltre al torii rosso, è la volpe bianca, considerata messaggera di Inari, raffigurata con delle spighe di riso o una chiave fra le fauci.
Anche nei pressi del Fushimi Inari, come vicino al tempio di Asakusa a Tokyo, si snoda un sentiero costellato di negozietti e chioschi che ci hanno ristorati dopo la lunga camminata fra i torii; proprio qui abbiamo assaggiato i mochi, delle palline di riso morbide arrostite su spiedi e serviti con salsa di soia.

Kyoto, Fushimi Inari Taisha

Non lontano dal Fushimi Inari sorge il Sanjūsangen-dō, un tempio buddista notevole non tanto per la sua architettura o i suoi giardini, quanto per le mille statue dorate della divinità buddista Kannon, disposte in una lunga galleria interrotta solo da uno spazio dedicato alla grande statua del Buddha, anch'essa dorata. Le statue, tutte nella medesima posizione stante e in preghiera, sono di legno di cipresso ricoperto d'oro; 124 di esse risalgono alle origini del tempio (XII secolo), mentre le rimanenti furono realizzate dopo la ristrutturazione del XIII secolo, a seguito di un incendio. Davanti ad esse, distribuite lungo la galleria, ci sono le ventotto effigi di altre divinità guardiane e alle due estremità della galleria compaiono gli spiriti delle forze naturali, il dio del tuono Raijin e quello del vento, suo fratello Fūjin.

Kyoto, Fushimi Inari Taisha

Per chiudere una giornata che è sembrata quasi un pellegrinaggio religioso, ci siamo spostati nel quartiere di Higashiyama, ricco di templi e santuari. Accedendo in corrispondenza del cimitero Nishi-Otani, abbiamo avuto il tempo di visitare soltanto il Kiyomizu-dera, un altro tempio dedicato alla dea dalle mille braccia Kannon, così antico da essere stato costruito prima della nascita della stessa Kyoto, nel 778. Dalla sommità dell'area templare si gode di una vista mozzafiato sulla parte più antica della città, in direzione del Kamogawa e del quartiere dei divertimenti di Gion, celebre per la presenza, discreta e rara da scorgere, delle geishe.

Kyoto, Kiyomizu-dera

Dopo questa frenetica e bollente scarpinata per Kyoto, non mi resta che raccontarvi dell'ultima tappa del viaggio, fra Hiroshima e l'isola di Miyajima che sorge nella sua baia.
Dōmo arigatō.

C.M.

martedì 7 agosto 2018

Nel magico Paese del Sol Levante #3: da Takayama a Kanazawa, passando per Shirakawa-go

Lasciata alle spalle Tokyo con le sue scarpinate fra Shinjuku, Shibuya, Asakusa e Akihabara, ci siamo avventurati nella parte occidentale dell'Honsu centrale, nell'Hokoriku, fra le montagne e le valli che preludono allo sbocco sul Mar del Giappone, la terra in cui Iasunari Kawabata ha ambientato il romanzo Il paese delle nevi. Era il momento di testare i famosi Shinkansen, i treni proiettile che permettono di raggiungere in poche ore le principali città del Giappone e, in raccordo con le linee locali della Japan Railways, offrono un accesso a qualsiasi punto del Paese. La nostra prima tappa è stata la cittadina di Takayama, che ci ha anche offerto la base per un'escursione nel villaggio di Shirakawa-go sulla strada per la città di Kanazawa.

Shirakawa-go, villaggio Ogimachi

Il viaggio merita un racconto a sé, perché dimostra la straordinaria efficienza dei servizi nipponici. A causa di una frana provocata dalle piogge monsoniche, un tratto della linea ferroviaria che percorre la prefettura di Gifu era interrotto in due punti; abituati agli enormi disagi della rete ferroviaria italiana, alla notizia abbiamo tentennato, ma in men che non si dica gli impiegati della biglietteria ci hanno consegnato un foglio con descrizione del percorso alternativo, già organizzato in tutti gli scambi fra treni locali e autobus, per aggirare il punto del disastro in attesa del pronto intervento. Ecco, la leggendaria operosità dei Giapponesi non è affatto leggenda: da Nagoya a Takayama il viaggio, pur con questo inconveniente, è stato più agevole e rassicurante che su tanti percorsi nostrani.

Takayama, torii del santuario Sakurayama Hachimangu

Takayama, il cui nome significa 'Alta montagna', si trova fra le Alpi giapponesi ed è una cittadina caratterizzata da numerose botteghe artigiane, da un vivace mercato mattutino e, soprattutto da un quartiere interamente dedicato a templi e santuari, chiamato Teramachi. L'impressione, avventurandosi in questo centro in cui le attività commerciali chiudono presto la sera e aprono tardi al mattino, è di un centro montano che vive soprattutto di passeggiate turistiche e pellegrinaggi spirituali ed è piacevole percorrerne i sentieri ascoltando il fluire delle acque dei fiumi Miyagawa ed Enako, che si incontrano proprio nell'area del mercato.

Takayama, strada fra le antiche dimore storiche

Qui abbiamo gustato un fenomenale piatto chiamato okonomiyaki, una sorta di frittata servita con salse agrodolci e farcita di ingredienti che variano a seconda della tipologia, un po'come le pizze: si va da quelle vegetariane con verdure e germogli a quelle ipercaloriche con uova, bacon e maionese; in alcuni locali viene servita sulla piastra teppan direttamente al tavolo degli avventori.
Takayama è tutta un santuario, infatti ogni quartiere e quasi tutti gli incroci ospitano dei piccoli capitelli con tanto di torii in miniatura e piccoli lavacri per la purificazione in cui l'acqua scende attraverso una canna di bambù. Nei pressi di alcuni di essi, inoltre, si possono ammirare le bambole votive sarubobo, ciascuna delle quali assume un valore diverso a seconda della sua colorazione e rappresenta dunque un differente tipo di preghiera; si tratta di oggetti di valore religioso, ma, come talismani, si possono acquistare in qualsiasi negozio di souvenir.

Takayama, bambole sarubobo

Prima di giungere nel Teramachi, è consigliabile un passaggio attraverso il quartiere delle antiche dimore storiche, particolarmente suggestivo di sera o al mattino presto, quando gli unici suoni che si sentono sono quelli delle campanelline che vibrano nel vento, per raggiungere il santuario Sakurayama Hachimangu; vi si accede passando attraverso un grandissimo torii e salendo una scalinata piuttosto imponente ed è notevole sia per il chōzuya che riceve l'acqua sacra dalle fauci di un drago sia per il complesso di piccole celle che si è creato tutto intorno. Da questo punto e poi in tutti il Teramachi si incontrano alberi cinti di shimenawa, corde di paglia di riso o di canapa adornate di shide, cioè stringhe di carta a forma di saetta: questi elementi, che decorano molto spesso anche i torii e altri elementi dei santuari, sono simboli sacri, che denotano, nel caso delle piante, la loro appartenenza allo spirito (kami) del luogo; chi ha visto Il mio vicino Totoro capirà bene a cosa mi riferisco.

Takayama, chōzuya del santuario Sakurayama Hachimangu

Takayama, santuario Hachimangu

Dato il poco tempo a disposizione, nel Teramachi abbiamo visitato solo alcuni dei templi e dei santuari, avventurandoci di qualche passo anche fra le tombe che rampollano alle spalle di questa area, dalle più antiche a quelle di pochi anni fa. Lungo il percorso abbiamo privilegiato il Tempio Kyushoji e il santuario Higashiyama-Shinmei, i maggiori del complesso sacro. Dopo un rapido passaggio nel cortile della Residenza storica dei governatori e fra le botteghe vicine allo storico Ponte Nakabashi, ci siamo diretti alla stazione degli autobus per raggiungere la nostra seconda tappa.

Takayama, Ponte Nakabashi

Shirakawa-go ospita Ogimachi, un villaggio rurale composto di più di cento fattorie tradizionali con il tetto in paglia; gli edifici in legno sono immersi fra le risaie e separati da ruscelli che scorrono tutt'intorno, alcuni sono ancora abitati, altri sono adibiti a negozi, bar o musei. Passeggiando in questo luogo si avverte la sensazione di andare indietro nel tempo e non si può non chiedersi come sarebbe visitarlo in pieno inverno, con i tetti coperti dalla neve (soprattutto mentre si cerca di refrigerarsi a colpi di kakigori, la soffice granita insaporita da sciroppi colorati). Questo complesso storico, il cui nucleo vanta quasi trecento anni, ha valso a Shirakawa-go il titolo di Patrimonio Unesco nel 1995 e offre una vivida testimonianza della comunità rurale nipponica. Consiglio, in particolare, una visita alla casa Kanda, le cui proprietarie offrono un'accoglienza calorosa, invitando gli ospiti a sorseggiare un buonissimo tè giapponese.

Shirakawa-go, villaggio Ogimachi

In meno di due ore in autobus da Shirakawa-go si raggiunge la città di Kanazawa, roccaforte dei daymio Maeda, che conquistarono il castello cittadino nel 1583, a seguito di un successo militare a fianco di Toyotomi Hideyoshi, facendone poi in epoca Edo la quarta città del Giappone. In passato era un fulgido esempio di città-castello, pensata per radunare attorno alla rocca i nobili e i samurai e poi, a raggiera, le botteghe e i quartieri artigiani.

Kanazawa, il castello nei pressi dell'ingresso Ishikawamon

Kanazawa, castello

Il castello che si ammira oggi è il frutto di una ricostruzione a seguito dei numerosi incendi subiti dall'edificio originario, di cui sopravvivono solo gli ingressi Ishikawamon e Sanjikken Nagaya, quest'ultimo a collegamento del complesso palaziale con il rigoglioso giardino Kenrokuen, uno dei più famosi del Giappone, spettacolare per i suoi giochi d'acqua e gli intrecci degli alberi maestosi. Il castello e il giardino possono essere visitati con un biglietto cumulativo o con due biglietti separati, ma, dovendo scegliere, è preferibile dedicarsi al Kenrokuen, dal momento che il castello è interessante soprattutto per la descrizione dei metodi costruttivi adeguati a sopportare le scosse sismiche, ma è totalmente moderno.

Kanazawa, giardino Kenrokuen

Nelle vicinanze del castello meritano almeno un passaggio il mercato Omi-cho, nel quale arrivano prodotti freschi, soprattutto ittici, e ai cui ingressi sono collocati dei grossi blocchi di ghiaccio per refrigerare gli avventori, e il santuario Oyama, il più grande della città, accanto al quale sorge la statua equestre di Maeda Toshiie.

Kanazawa, santuario Oyama

Kanazawa, ingresso del santuario Oyama

Dopo questa intensa escursione, da Kanazawa abbiamo ripreso lo Shinkansen, diretti a Kyoto, la città dei diciassette beni Unesco... ma di questa spettacolare città vi racconterò nel prossimo appuntamento con il mio diario di viaggio.
Dōmo arigatō.

C.M.

venerdì 3 agosto 2018

Nel magico Paese del Sol Levante #2: Tokyo - fra Asakusa e Akihabara

La città di Tokyo è immensa: i due giorni che io e mio marito vi abbiamo trascorso sono stati intensi e frenetici, perché abbiamo cercato di vedere il maggior numero possibile di luoghi, ma sapevamo fin dall'inizio che ci saremmo lasciati alle spalle molte attrazioni di grande valore. 
Dopo la prima giornata trascorsa fra Shinjuku e Shibuya, abbiamo dedicato il tempo restante a due quartieri che segnano forse i due estremi dell'evoluzione della capitale giapponese: Asakusa, l'antico cuore della città, che conserva alcune delle atmosfere più caratteristiche e tradizionali, e Akihabara, il modernissimo centro della cultura otaku (il termine nipponico che, in un certo senso, corrisponde al più familiare geek). Visitate nel giro di poche ore, queste due aree segnano uno stacco così netto che sembra impossibile la loro coesistenza, una accanto all'altra.

Tokyo, Akihabara

Sulla riva occidentale del fiume Sumidagawa, Asakusa ospita sia la Skytree tower, la torre più alta al mondo, sia alcune tracce dell'epoca Edo, con i suoi quartieri di negozi di artigianato e le piccole locande che servono piatti a base di tempura quasi sulla strada, anche nelle torride giornate estive. Il cuore di Asakusa è però il Tempio Sensoji, il più antico di Tokyo, il cui nucleo risale al VII secolo. Si tratta di un imponente complesso buddista, cui si accede attraverso Nakamise, una strada caotica costellata di botteghe di souvenir e dolcetti, che si apre subito oltre il Kaminarimon, il grande cancello su cui pende una gigantesca lanterna rossa di carta. Si narra che la sua fondazione sia dovuta al voto di tre pescatori, che, trovata nelle reti una statua della divinità Kannon, avrebbero ricevuto in sogno la richiesta di erigere un edificio sacro; quanto si vede oggi, tuttavia, è il frutto della ricostruzione postbellica. 

Tokyo, Asakusa - Tempio Sensoji

Il tempio è maestoso e affollato di pellegrini e turisti e alla grande frenesia contribuiscono sia il continuo lancio di monete seguiti dalle preghiere rituali accompagnate dal battito delle mani sia la celebrazione dei rituali, con il continuo salmodiare dei bonzi ritmato dai tamburi. Intorno al tempio, dal Kaminarimon fino al braciere in cui brucia l'incenso con il cui fumo cui i visitatori si cospargono il capo, si muovono orde di selfisti e giovani vestiti con lo yukata e non è facile godere pienamente dell'osservazione di ogni punto dell'area sacra; per questo motivo gli elementi più apprezzabili sono la pagoda a cinque piani e il vicino giardino che ospita il monumento eretto in onore di tre maestri della poesia haiku del XVII secolo, Nisiyamasoin, Matsuo Basho ed Enomoto Kikatu e la tomba del poeta waka Toda Mosui.

Tokyo, Asakusa - La lanterna del Kaminarimon al Tempio Sensoji

Tokyo, Asakusa - Tempio Sensoji

Sul fianco del tempio Sensoji si trovano una stradina costeggiata di chioschi che vendono spiedi di pesce grigliato, granchio e carne e che precedono un'altra area religiosa, stavolta del culto shintoista, l'Asakusa jinja. Avvicinandoci al santuario ci siamo sorpresi di trovare due sposi nei loro abiti tradizionali, pronti a lasciare il luogo in cui avevano celebrato il matrimonio a bordo di un risciò preceduto da tedofori: lo sposo indossava un kimono scuro e cercava di ristorarsi con un ventaglio mentre la sposa, completamente vestita di bianco, col volto bianco anch'esso e un'elaboratissima acconciatura, riceveva le attenzioni di tutti gli invitati.

Tokyo, Asakusa - chioschi presso il Tempio Sensoji

Tokyo, Asakusa jinja

A nord del tempio Sensoji si apre il quartiere vecchio, nel quale è incastonato il più antico parco di divertimenti della città, chiamato Asakusa Hanayashiki, le cui montagne russe, inaugurate nel 1953, corrono direttamente sulla testa di chi passeggia per la strada.
Nel pomeriggio è arrivato il momento del nostro pellegrinaggio otaku: per chi è cresciuto negli anni '80 e '90 gli anime sono stati una compagnia costante e non avremmo mai potuto rinunciare ad Akihabara, il regno della cultura geek. Il quartiere è caotico, pieno di gente ma, incredibilmente, mi ha catturata più della storica area di Asakusa: i colori dei grattacieli e delle loro insegne, i manifesti con i personaggi di manga, anime e videogiochi appesi ovunque, le buffe cameriere che invitano a frequentare i Maid cafè nelle loro uniformi in pieno stile manga, le rumorose sale-gioco, i negozi di elettronica e dei più disparati gadget ispirati a fumetti e film animati costituiscono un caleidoscopio folgorante.

Tokyo, Akihabara

Corroborati da un gustosissimo tonkatsu, la cotoletta accompagnata da riso bianco, zuppetta di miso e da una gustosa salsa di soia, ci siamo lanciati nell'esplorazione di Akihabara, perdendoci fra le teche ricolme di modellini ispirati a Sailor Moon, One Piece, Dragonball, Sword Art Online, Il mio vicino Totoro e molti altri cartoni animati di successo. I negozi otaku di Akihabara sono un vero tempio dei collezionisti e dei manga-dipendenti, che possono qui trovare ogni genere di oggetto ispirato alla serie preferita, dai calzini alle gomme da cancellare, dalle figurine agli asciugamani.
Prima di rientrare in albergo e riuscirne per una cena a base di takoyaki (delle eccezionali polpette di polpo servite con alghe e salse, rigorosamente servite in numero di otto), ci siamo concessi una fugace visita al mercato dei libri usati di Kanda, a nord del parco del Palazzo imperiale. Essendo domenica, molti negozi erano chiusi, ma abbiamo avuto un piccolo assaggio dei quasi duecento esercizi che vendono libri e fumetti, oltre ad aver visitato una bella libreria per ragazzi, la Book House.

Tokyo, Kanda - negozio di libri usati

Tokyo, come ho detto e come si può immaginare sulla base della sua estensione, aveva molto altro da offrire, dall'Ochanomizu Origami Kaikan, dedicato alla celebre arte della piegatura della carta, al Museo di arte moderna, dai panorami mozzafiato delle tre torri che svettano sulla capitale alle escursioni nelle vicine località di Nikkō e Kamakura, dalla Baia con il tipico mercato del pesce al parco di Ueno, ma abbiamo scelto di vedere anche altre aree di questo meraviglioso Paese.
Vi do quindi appuntamento al prossimo post, dedicato all'esplorazione della regione di Hokuriku, nella parte occidentale dell'Honsu centrale, precisamente ai centri di Takayama, Shirakawa-go e Kanazawa.
Dōmo arigatō.

C.M.