lunedì 31 dicembre 2018

Bilanci di fine anno

Salutare il 2018 è un po'strano: questi 365 giorni sono trascorsi in fretta, mi sembra di aver scritto appena l'altro giorno l'ultimo post del 2017. L'anno che sta per chiudersi è stato ricco, intenso, una corsa emozionante. Il 2018 mi ha portato tanti abbracci, una nuova casa, l'insegnamento al Liceo sognato per anni, un meraviglioso viaggio in Giappone e il matrimonio. Da gennaio in avanti sono stata sempre molto occupata fra compiti da correggere, anno di prova da documentare, scadenze lavorative, sopralluoghi al cantiere domestico, appuntamenti in banca, in atelier, negli uffici comunali, nei ristoranti e in agenzia di viaggio, eppure, nonostante gli indimenticabili momenti in cui si è sfiorato (e forse non solo) il crollo nervoso, c'è sempre stato qualcosa o qualcuno che ha riattivato le batterie e che mi ha permesso di arrivare tranquilla e serena alla conferma in ruolo, al magico 8 luglio, all'aeroporto, al primo giorno del nuovo anno scolastico e a queste festività.
Nulla da rimpiangere, dunque, nel calo fisiologico del ritmo delle letture e della cura del blog: ho avuto un anno spettacolare, uno di quelli che fanno un po'temere che il successivo possa apparire deludente, incerto o anche solo sottotono. Ma, a ben pensarci, è sciocco soffermarsi su queste sensazioni, perché servirebbe solo a guastare i momenti passati e a sottoporre a inutili pressioni quelli che verranno.
Quello che porterò con me del 2018 saranno le meravigliose esperienze che si sono succedute nei momenti privati e in quelli lavorativi. Fra queste spicca il mio incontro con la cultura del Sol Levante, dodici giorni di immersione in un mondo completamente diverso, sospeso fra la più travolgente modernità e un ammirevole attaccamento alle radici storiche e spirituali: ho assaggiato cibi prima visti soltanto nelle fotografie, attraversato i confini sanciti dai torii, ascoltato le preghiere dei bonzi, ammirato sfilate di yukata, ammirato le architetture di giardini zen nel cuore di metropoli ipermoderne.
Il mio anno di libri è stato condizionato da questo soggiorno nipponico, che mi ha portato a conoscere il premio Nobel Yasunari Kawabata attraverso Il paese delle nevi e a godermi il singolare resoconto di Pierre Loti Alla sacra montagna di Nikkō, oltre a spingermi a inserire nella lista dei desideri diversi romanzi giapponesi. Ho però anche riscoperto, per ragioni di lavoro, alcuni testi che avevo già amato, come Il barone rampante e Il fu Mattia Pascal, o che da alunna avevo detestato, come I promessi sposi, di cui sto scoprendo sfumature e dettagli che, se non bastano a rendermi sopportabile Lucia Mondella, almeno mi permettono di assaporare la tecnica narrativa di Manzoni.
Ma veniamo ai titoli che si sono guadagnati un posto particolare nelle mie memorie di lettrice nel 2018. Quest'anno ho letto 26 libri, molti meno rispetto a quelli che mi ero prefissata, infatti ho più volte aggiustato il tiro della mia Reding Challenge su Goodreads; sono stati libri molto diversi tra loro; nessuna lettura è risultata particolarmente sgradevole (qualcuna, magari, poco avvincente) e alcuni libri hanno lasciato il segno. Rigorosamente in ordine cronologico, ecco i titoli che mi hanno conquistata.


Alla sacra montagna di Nikkō di Pierre Loti: come ho già detto, la letteratura giapponese si è guadagnata una particolare attenzione e questo libriccino, in realtà estratto dai diari di viaggio dello scrittore francese, mi ha fatto pregustare le atmosfere del Giappone e del periodo Tokugawa che avrei poi personalmente vissuto. Mi ha anche fatto pentire di non aver inserito Nikkō fra le tappe del viaggio, ma, del resto, tanti piccoli gioielli sono stati sacrificati, come sempre accade quando ci si propone di visitare un grande Paese.

In viaggio contromano di Michael Zadoorian è senza dubbio il miglior romanzo che abbia letto quest'anno, una storia emozionante, commovente, ironica, divertente e strappalacrime insieme, una meravigliosa incursione in una relazione amorosa e nel significato più struggente dell'amore. Qualche settimana fa ho anche visto Ella e John - The Leisure Seeker, girato da Paolo Virzì e interpretato da una fenomenale Helen Mirren assieme a Donald Sutherland; sebbene con qualche variazione, anche il film è risultato molto piacevole, anche se meno travolgente dal punto di vista emozionale.

Cambio di rotta di Elizabeth Jane Howard, dopo i romanzi della saga dei Cazalet, è il titolo della scrittrice britannica che più mi ha colpito e ha in più il pregio di essere un volume autonomo, in sé concluso, anche se legato ai caratteristici temi cari all'autrice. Questo libro mi ha coinvolta così tanto da riuscire a farmi riscoprire la sensazione di non potermi staccare dai suoi protagonisti e il fastidio di doverli abbandonare al termine della lettura.

Elmet di Fiona Mozley, come ho scritto a suo tempo nella recensione, è stata una piacevole compagnia che ha reso prezioso il poco tempo che ho avuto per leggere: nella sua brevità, il romanzo ha saputo concentrare tante emozioni, una storia avvincente, dei personaggi davvero ben riusciti e un ritmo avvincente, qualificandosi come una lettura da riprendere negli anni avvenire.

Lettere da Babbo Natale di J.R.R. Tolkien è stata invece la lettura che mi ha accompagnata verso le feste con un pizzico di magia, divertimento e anche quella malinconia che si affaccia sempre quando si leggono fiabe che raccontano di sogni fanciulleschi destinati a diventare semplici ricordi con la crescita.

Naturalmente, ogni volta che ripenso ai libri che he ho letto e che mi hanno fatto emozionare, mi prende l'entusiasmo e la curiosità per quelli che attendono sugli scaffali (a proposito, la casa comincia a popolarsi di spazi adibiti ad asilo per i libri) e per quelli che affollano la lista dei desideri, la quale, con tutti i bilanci delle colleghe blogger, sta lievitando sempre più. Penso, comunque, che il 2019 mi imporrà ancora una certa moderazione dei ritmi di lettura, anche se spero di poter gustare qualche pagina in più e di sostituire la compagnia degli amici di carta con almeno un altro viaggio in una meta sognata... chissà!
Per il momento auguro a tutti voi una fine d'anno lieta e spensierata e un nuovo anno ricco di soddisfazioni, sogni, libri e fantasia! A rileggerci dopo il brindisi!

Buon anno nuovo!

C.M.

giovedì 27 dicembre 2018

Il panettone non bastò - D. Buzzati

Ho un ultimo post da dedicare al Natale, a conclusione di un piccolo ciclo di riflessioni toccate già con le Lettere da Babbo Natale di J.R.R. Tolkien, con il profetico Natale di Marcovaldo e con il film La vita è meravigliosa. Fino a qualche giorno fa speravo di terminare il libro di cui mi accingo a parlare prima delle feste, così da scriverne in anticipo, ma, progredendo nella lettura, mi sono resa conto che il momento migliore per leggere e apprezzare pienamente tutte le sfaccettature dell'antologia di Natale di Dino Buzzati è proprio nei giorni successivi al 25 dicembre.
Il panettone non bastò, infatti, si presenta come una riflessione sui rituali natalizi, sulle attese spasmodiche della Vigilia, sulla frenetica corsa ai regali (e sul riciclo degli stessi), sul tentativo di creare uno scorcio di natività anche laddove le circostanze sembrano impedirlo. Ma, soprattutto, è una raccolta di aneddoti a posteriori, su ciò che il Natale si lascia alle spalle, sull'improvvisa dissoluzione delle speranze e degli entusiasmi, sui bei festeggiamenti dell'infanzia e sulla convinzione che la magia fiabesca che li costellava non sia più ripetibile. Il panettone non bastò parla di un rituale che va logorandosi, di un insieme di circostanze in cui la magia cozza con la prosastica dimensione del commercio, di consuetudini che si svuotano poco alla volta.
 
Sul Natale sono state dette fiumane di parole, scritte centinaia di libri, migliaia di racconti e di poesie. A prima vista sembra che, per parlarne ancora, ci voglia una bella dose di coraggio. Ma non è vero. Non se ne parlerà mai abbastanza. Il Natale ritorna ogni dodici mesi, allo stesso giorno 25, con precisione matematica, non è quindi una cosa molto rara. Tutti sanno come è fatto, tutti potrebbero descrivere in anticipo nei minuti particolari quello che accadrà nelle case rispettive. Eppure se ne resta sempre sbalorditi.
Compongono Il panettone non bastò trentatré racconti dedicati da Dino Buzzati al Natale, nati come articoli per Il Corriere della Sera (alcuni scritti nel periodo della corrispondenza di guerra) o per altri giornali, in parte già pubblicati nell'antologia Lo strano Natale di Mister Scrooge e altri racconti; c'è poi un singolare pezzo dal titolo Fiaba di Natale, una sorta di riflessione per immagini, a ricordare la sempre viva vocazione artistica dell'autore. Si tratta di testi differenti per tecnica e prospettiva, ma nei quali è ben chiara una comune filosofia di fondo, che ha le sue fondamenta in due temi: la condanna del consumismo e degli atti puramente formali che soffocano lo spirito del Natale e il desiderio che quella dimensione fiabesca e immaginifica che alimenta la mitologia del Natale e di cui fanno parte Gesù Bambino, Babbo Natale, gli angeli, apparizioni spettrali e fenomeni soprannaturali sia salvaguardata.
Fra i racconti più intensi figurano quelli redatti nel periodo del secondo conflitto mondiale e nel decennio successivo. Presepio in locale 20 è un brevissimo aneddoto del 1940 nel quale Buzzati racconta di come l'equipaggio di un incrociatore abbia ricavato un piccolo presepe nel vano di un armadietto che, al solo aprirsi, getta un'aura magica in un ambiente altrimenti fatto solo di porte a tenuta stagna e tubi di ferro. Il panettone non bastò (1952) ci presenta un dentista che sfida la sorte per procurarsi, a caro prezzo, tutto l'occorrente per mettere insieme una cena di Natale, nel vano tentativo di tener chiusa fuori di casa la guerra che, tuttavia, continua a farsi sentire con le sirene anti-bombardamento: vana è la speranza di chi crede che la guerra si fermi nella notte della Vigilia. C'è spazio anche per una riflessione straziante sulle famiglie spezzate dalla guerra, per le quali il Natale non sarà più lo stesso, nella novella rimasta senza titolo in cui si attende non la venuta di Gesù ma il ritorno di un figlio disperso in guerra.
La morte, che nel pezzo di cronaca Atroce Natale Buzzati definisce l'antitesi del Natale, è uno dei motivi più presenti nella raccolta: se ne parla in riferimento al lutto causato dai conflitti di inizio Novecento, alla sciagura di un disastro aereo, alla scomparsa della madre dell'autore stesso, ricordata nell'autobiografico Mio fratello aprì un pacchetto, ispirato al primo Natale in casa della sorella, che si è incaricata di proseguire il rituale della cena materna. Il momento di gioia è, dunque, associato alla memoria di coloro che sono scomparsi, perché il bagliore delle luci e della tavola imbandita fa avvertire con più forza la malinconia di un posto vuoto. Ed è per questo che i racconti più emozionanti sono quelli della tata Clementina nel racconto Una torta e una carezza e della signora Ambrogetti, titolare di un negozio di antiquariato la cui vetrina stessa prende la parola ne Lo stacco di Natale: due storie malinconiche di tradizioni e usi che vanno consumandosi nel progredire dell'indifferenza altrui.
L'elemento di forza della narrativa di Buzzati rimane, come sempre, nella sua vena fantastica e surreale, che lo porta a far convivere ritratti di estremo realismo con rivisitazioni di celebri personaggi letterari, come il signor Scrooge, che nel 1965 è il titolare di supermercati e discount negli Stati Uniti, e con apparizioni e entità impalpabili, come quella di Dio, che l'ingenuo don Valentino insegue dopo la sua fuga dalla chiesa per portarlo alla presenza dell'arcivescovo ma che si affretta a svanire ovunque si manifestino egoismo e superficialità (Lunga ricerca nella notte di Natale) o degli animali del presepe, che lamentano il rumore del traffico, il consumismo, la febbre di acquisti e auguri vuoti, rimpiangendo la serenità, la pace e il silenzio della loro notte di Natale (Troppo Natale!). Ed è proprio la difesa di questa atmosfera onirica ad alimentare Bonifica di Natale, una vera e propria invettiva a difesa del diritto dei bambini alla fantasia e contro l'utilitarismo della razionalità asettica e angosciosa, e Il problema del Bambino Gesù, un racconto dedicato al mistero dell'apparizione dei regali sotto l'albero e al merito che i fanciulli, ormai incapaci di credere alla magia dei doni, attribuiscono unicamente ai genitori, che guadagnano affetto ed entusiasmo senza aver fatto nulla per procurarseli. Per finire, merita un cenno la singolare novella La casa senza: quale impronunciabile segreto fa sì che un modernissimo condominio in posizione invidiabile e con tutti i confort si venda a prezzi stracciati? E in che modo un affare edilizio si relaziona al Natale? Questo è forse il racconto che rende più riconoscibile lo spirito di Buzzati, perfettamente in linea con le pagine più spiazzanti e sinistre de La boutique del mistero, altrettanto incisivo e rivelatore.
Il panettone non bastò è dunque un multiforme libriccino sul mistero del Natale e sulla sua dissacrazione, un invito a rendere preziose le festività e a non tralasciarne i paradossi per non dare maggior peso all'ammucchiare pacchetti e pacchettini che a ricavare un posto speciale per una persona cara. Questa antologia si presta ad essere centellinata o gustata, come un cenone di tante portate, in un'unica esperienza di lettura, ma permette anche di essere percorsa in più direzioni, all'inseguimento di temi e personaggi, di ambienti e sfumature. E poi Buzzati è sempre un narratore che ha molto da offrire ai lettori di ogni età, anche se non gode ancora della considerazione che merita.
Ahimè cadono già le saracinesche della vigilia, domani tutto sarà chiuso, quello che è stato è stato. Non faremo più in tempo? Quanti pentimenti nelle ultime ore, adesso che è troppo tardi.
No, non è tardi, o amici. Appuntamento nel buio, stasera, nel posto che sapete. Però dopo non trovate pretesti. Le luci delle vetrine saranno spente, nei negozi i più stupendi regali abbandonati qua e là nello struggente abbandono di un carnevale interrotto, perduta la città dentro una nebbia gialla che ha odore di montagna e di fumo. Attraverso questa nebbia voi verrete, sperando ancora in ciò che adesso sembra non ci sia più: no, non c'è più la felicità di una volta, e voi scuotete il capo, nei magazzini spettacolosi di lumi, e nemmeno nello stentato tepore della vostra casa e neppure negli sguardi di coloro che vi stanno vicini nella vita. Eccoci qui perciò riuniti con l'indefinibile commozione di queste ore che non si sa donde venga e che si chiama comunemente Natale.
C.M.

lunedì 24 dicembre 2018

La vita è meravigliosa e altre tradizioni di Natale

Nel periodo di Natale, si sa, si affacciano alcune abitudini che trasformano quello che sarebbe un pugno di giorni qualsiasi in un vero e proprio rituale: ciascuno ha acquisito, negli anni, più o meno consapevolmente, una serie di gesti e simboli che hanno dato vita a particolari tradizioni, dal modo e dai tempi di addobbo dell'albero di Natale alle ricette che si riscoprono proprio in occasione delle feste. E poi ci sono i profumi e i colori, una particolare gradazione di luce, le canzoni, un caleidoscopio di dati sensoriali che annunciano anche a coloro che non si fanno trascinare nei festeggiamenti che i giorni più scintillanti dell'anno (e magari i giorni delle agognate ferie) si stanno avvicinando.
Libri e film, in questa costruzione di miti del Natale, fanno la parte del leone. I consigli di lettura (magari finalizzati alla scelta dei regali) fioccano come la neve, le antologie di Natale affollano gli scaffali, fiabe ambientate nel mezzo di paesaggi imbiancati pizzicano la fantasia, il signor Scrooge gareggia in celebrità con Gesù bambino e Babbo Natale. Sugli schermi televisivi viaggiano gli immortali film di animazione Disney, dai più datati come ai più recenti, decine di versioni di A Christmas Carol e l'immancabile Una poltrona per due a traghettare gli irriducibili dei film di Natale direttamente alla mezzanotte.
 
 
Tra i film che hanno inciso il loro significativo solco nelle tradizioni del Natale c'è La vita è meravigliosa, girato da Frank Capra nel 1946. Per me questo titolo è rimasto tale fino a ieri sera, quando ho deciso di vederlo con mio marito e una generosa porzione di popcorn.
Protagonista del film è Geogre Bailey (James Stewart), il titolare di una società di prestiti e costruzioni che, sull'orlo della bancarotta per un banale equivoco, proprio la sera della vigilia di Natale medita di togliersi la vita. A vegliare su di lui, che si è sempre distinto per una straordinaria generosità e una instancabile vocazione a sacrificare i propri desideri e ad impegnarsi con tutte le sue forze per il prossimo, ci sono degli angeli e le preghiere di tutti coloro cui George ha fatto del bene. Dal cielo, in suo aiuto, viene mandato Clarence, un angelo di seconda classe desideroso di guadagnarsi una promozione e le immancabili ali con una buona azione di grande significato: a questo particolare aiutante viene così mostrata tutta la vita di George, da quando, bambino, ha salvato la vita del fratellino Harry, a quando, da garzone di un droghiere, ha impedito la consegna di un veleno in luogo delle medicine destinate ad un bambino, rimediando all'errore causato dallo sconvolgimento del suo datore di lavoro per la morte del figlio, per poi proseguire fino alla sua scelta di sacrificare il desiderio di frequentare l'università e di viaggiare per accollarsi la direzione della società di prestiti del padre e impedire che coloro che a Bedford Falls sognano una casa cadano nelle mani dello spregevole riccone Henry Potter, pronto a strozzare qualsiasi debitore con interessi folli e ricatti. Ai desideri del suo prossimo George si dedica anche dopo il matrimonio con Mary (Donna Reed), che cede di buon grado la somma destinata al viaggio di nozze e al loro futuro da sposi per sostenere la gente prostrata dalla chiusura della banca cittadina a seguito del crollo della borsa e ricava il nido di famiglia in una vecchia casa diroccata che rimette in sesto, anno dopo anno, con le proprie mani. Il benessere è vittima dei capricci del caso e le difficoltà si fanno sempre più grandi, soprattutto con l'arrivo di quattro bambini, ma George non perde mai l'ottimismo, al punto da rifiutare la proposta di Potter di lavorare per lui con la prospettiva di un lauto stipendio e di vacanze da dedicare ai viaggi. Proprio alla vigilia di Natale, però, lo zio di George, Billy, incaricato di depositare in banca gli ottomila dollari necessari ad onorare un pagamento per conto della società, perde il denaro, che finisce nelle mani di Potter, il quale si guarda bene dal restituirlo, pensando di poter tenere in pugno la società che gli impedisce di avere il controllo totale di Bedford Falls. Il fatto guasta una vigilia apertasi con i migliori auspici alla notizia che Harry Bailey, tornato dalla guerra, ha ricevuto la medaglia d'onore per il salvataggio dell'equipaggio di una nave americana da un attacco kamikaze. 
Venuto a sapere dell'ingente ammanco, George cade in una profonda crisi e si sente un fallito, perché teme le conseguenze del suo arresto per bancarotta per la propria famiglia e per tutti coloro che si sono affidati a lui per costruire il proprio futuro. Medita così il suicidio, ma, proprio mentre sta per gettarsi da un ponte nel fiume, un vecchio lo precede, spingendo George a tuffarsi per salvarlo. Poco dopo, nel cubicolo del guardiano del ponte, il vecchio si rivela Clarence e dice di essere accorso per impedire a George di compiere un folle gesto; quando, però, George, in preda allo sconforto, esprime il desiderio di non essere mai nato, Clarence lo cala in una Bedford Falls alternativa, che ha assunto il nome di Pottersville e nella quale nessuno ha mai conosciuto George, non essendo lui mai venuto al mondo. A Pottersville tutti sono succubi del vecchio avaro che ha dato il nome alla città, i quartieri residenziali costruiti grazie al lavoro della società Bailey non esistono, Harry è morto e così i militari che egli avrebbe potuto salvare in guerra, il vecchio droghiere è un ex carcerato emarginato da tutti per aver avvelenato un bambino e tutti coloro che George considerava brave persone e amici risultano incattiviti, rissosi, impoveriti; perfino Mary e la madre sono rimaste sole e sono incapace di riconoscerlo, i suoi figli non sono mai esistiti. Afflitto dal terrore di perdere tutto ciò che ha reso preziosa la sua esistenza, George matura che la vita è meravigliosa e che, sebbene stia vivendo un momento terribile e il futuro si presenti oscuro e incerto, il suo ruolo è stato importante per tante persone. Esprime così il desiderio di riappropriarsi del dono che stava per gettare via...
La vita è meravigliosa è un classico film di Natale, che ha avuto un considerevole influsso sulla cultura cinematografica e televisiva: tanto per citare alcune contaminazioni, ne I Simpson abbondano le citazioni, nella serie NCIS è uno dei film cult di Anthony Dinozzo e la sequenza del primo bacio fra George e Mary è stata inserita da Giuseppe Tornatore nella famosa scena finale di Nuovo Cinema Paradiso. A sua volta, però, questo film ha alle spalle un racconto di Philiph Van Doeren Stern intitolato The Gratest Gift, che si inserisce nel solco delle fiabe di Natale direttamente ispirate al Cantico di Natale di Dickens: ancora una volta, infatti, siamo di fronte ad una storia che definisce una dialettica fra una forma superficiale di successo, legata agli affari, e ai successi privati, misurabili in affetti e altruismo, ma, soprattutto, abbiamo è un'altra storia di fantasmi che assumono il ruolo provvidenziale di illuminare la coscienza dei protagonisti. Bailey e Scrooge sono innegabilmente molto diversi, ma hanno entrambi bisogno di qualcuno che apra loro gli occhi e insinui nelle loro anime la consapevolezza del valore di ciò che di prezioso hanno offerto o possono offrire agli altri.
Ed è dunque con un suggerimento cinematografico che vi saluto in questa Vigilia, chiedendomi se, d'ora in poi, La vita è meravigliosa diventerà l'ennesimo tassello delle mie tradizioni di Natale. Dopo il 25 dicembre tornerò con un suggerimento di lettura che avrei voluto anticipare, ma che si sta rivelando forse più adatto per riflettere sul Natale a posteriori.
 
 
Passate un sereno Natale, rilassatevi e non dimenticate che, scartati o non scartati i regali, quello che veramente conta sono la convivialità, gli abbracci e le risate.

Buon Natale!

C.M.

sabato 22 dicembre 2018

L'ultima profezia di Marcovaldo: I figli di Babbo Natale

Quando le città iniziano a punteggiarsi di lucine e lucette, quando nelle vetrine appaiono alberelli, festoni, angioletti e stelline, quando nel calore della casa si diffonde l'aroma del cioccolato, della cannella e del burro, anche nell'animo cambia qualcosa: che si avverta o meno il significato religioso del Natale, per la gran parte delle persone i giorni delle feste rappresentano un momento di tranquillità, l'affacciarsi di un sentimento che rompe la consuetudine. C'è però anche una grande insidia in questa atmosfera affascinante: è facile confondere l'opportunità di serenità e condivisione che essa offre con una sfrenata corsa al consumismo, con gli sprechi alimentari, con i regali di facciata, con le chincaglierie che offrono solo l'ennesimo apparato esteriore.
Siamo ormai assuefatti al delirio dell'acquisto natalizio (che, poi, non si limita a questo periodo dell'anno), ma è singolare e anche un tantino inquietante notare che esso era già stato profetizzato nella nostra letteratura: è del 1990 il racconto Ce n'è troppo di Natale di Dino Buzzati, incluso nella raccolta Lo strano Natale di Mr. Scrooge e altri racconti, ma già nel 1963 Italo Calvino raccontava, nella singolare antologia Marcovaldo ovvero le stagioni in città, di inverni dominati dalla corsa agli acquisti.


Dalla frenesia commerciale delle feste scaturisce l'ultimo racconto, I figli di Babbo Natale, nel quale l'autore, attraverso il suo tipico registro umoristico, mette a nudo le contraddizioni insite nelle feste, occasione per le aziende di farsi pubblicità e di innescare nella gente il desiderio di elargire buoni sentimenti e contanti. Contanti, soprattutto. Lo si capisce fin dalla sintetica affermazione iniziale:
Non c'è epoca dell'anno più gentile e buona, per il mondo dell'industria e del commercio, che il Natale e le settimane precedenti.
Le aziende della città fanno a gara nel distribuire doni e gadget, comprando le une i prodotti delle altre e selezionando ciascuna il proprio Babbo Natale, da spedire nelle case dei clienti e dei partner e nei negozi a consegnare le strenne. Naturalmente alla S.B.A.V. il compito spetta a Marcovaldo, l'unico che presenta i requisiti adeguati, ché non ci sarebbe gusto a scegliere un dipendente anziano, perdendosi il piacere di agghindarlo per bene.
Fu comprata un'acconciatura da Babbo Natale completa: barba bianca, berretto e pastrano rossi bordati di pelliccia, stivaloni. Si cominciò a provare a quale dei fattorini andava meglio, ma uno era troppo basso di statura e la barba gli toccava per terra, uno era troppo robusto e non gli entrava il cappotto, un altro troppo giovane, un altro invece troppo vecchio e non valeva la pena di truccarlo.
Marcovaldo si assume volentieri l'incarico, pregustando l'avvicinarsi del pagamento dello stipendio, della tredicesima mensilità e dello straordinario.
Con quei soldi, avrebbe potuto correre anche lui per i negozi, a comprare comprare comprare per regalare regalare regalare, come imponevano i più sinceri sentimenti suoi e gli interessi generali dell'industria e del commercio.
Entusiasta del compito ricevuto, Marcovaldo decide di passare da casa prima di iniziare il suo giro di distribuzione dei regali aziendali, pregustando la reazione stupita dei suoi bambini. Questi, però, smontano subito la sua euforia: lo hanno riconosciuto, proprio come hanno fatto con tutti gli altri Babbo Natale, molti dei quali truccati anche meglio di lui. Il primo passo verso il crollo delle fantasie natalizie è compiuto: l'illusione dei fanciulli è stata sovraccaricata e soppiantata da una deludente realtà iperpopolata di vecchi barbuti vestiti di rosso.
Era capitato che agli Uffici Relazioni Pubbliche di molte ditte era venuta contemporaneamente la stessa idea; e avevano reclutato una gran quantità di persone, per lo più disoccupati, pensionati, ambulanti, per vestirli col pastrano rosso e la barba di bambagia. I bambini dopo essersi divertiti le prime volte a riconoscere sotto quella mascheratura conoscenti e persone del quartiere, dopo un po' ci avevano fatto l'abitudine e non ci badavano più.
Deluso a sua volta, Marcovaldo si interessa di ciò che sta catturando l'attenzione dei suoi figli, che hanno individuato sul libro di lettura una missione importante da compiere in occasione del Natale, quella di fare un regalo ad un bambino povero. Lo scenario diventa grottesco:
Marcovaldo stava per dire: "Siete voi i bambini poveri!", ma durante quella settimana s'era talmente persuaso a considerarsi un abitante del Paese della Cuccagna, dove tutti compravano e se la godevano e si facevano regali, che non gli pareva buona educazione parlare di povertà, e preferì dichiarare: - Bambini poveri non ne esistono più!
Marcovaldo mette a tacere l'obiezione che gli sorgerebbe spontanea, considerando i mille sacrifici che è costretto a fare per mantenere la famiglia: è talmente invischiato nella frenesia natalizia e abbagliato dal proprio costume rosso, che perfino le stringenti necessità del resto dell'anno cedono e vengono minimizzate. Perfino di fronte alla domanda di Filippetto e Michelino, che gli chiedono perché, in quanto Babbo Natale, non abbia portato dei regali anche a loro, Marcovaldo risponde con un paradosso: non è il Babbo Natale delle Risorse Umane, ma quello delle Relazioni Pubbliche, ergo, per potersi permettere i regali, i dipendenti devono prestarsi a straordinari come quello che sta svolgendo lui stesso.
Ormai pronto ad iniziare le consegne, Marcovaldo decide di portare con sé Michelino nel suo giro, tuttavia la città pullula di Babbi Natale e ormai la gente è stufa di aprire la porta all'ennesimo fattorino rosso vestito.
Per le vie della città Marcovaldo non faceva che incontrare altri Babbi Natale rossi e bianchi, uguali identici a lui, che pilotavano camioncini o motofurgoncini o che aprivano le portiere dei negozi ai clienti carichi di pacchi o li aiutavano a portare le compere fino all'automobile. E tutti questi Babbi Natale avevano un'aria concentrata e indaffarata, come fossero addetti al servizio di manutenzione dell'enorme macchinario delle Feste.
[...] Ogni volta, prima di suonare a una porta, seguito da Michelino, pregustava la meraviglia di chi aprendo si sarebbe visto davanti Babbo Natale in persona; si aspettava feste, curiosità, gratitudine. E ogni volta era accolto come il postino che porta il giornale tutti i giorni.
Ad un certo punto Marcovaldo e Michelino bussano alla porta di una casa lussuosa. Neanche il tempo di esibire la formula di augurio rituale a nome della S.B.A.V., che Marcovaldo si sente dire che il suo è il trecentododicesimo regalo che viene recapitato. Il pacco è destinato Gianfranco, un bambino annoiato e apatico che siede nel mezzo di una stanza addobbata come un salone da ricevimento.
Entrarono in una sala dal soffitto alto alto, tanto che ci stava dentro un grande abete. Era un albero di Natale illuminato da bolle di vetro di tutti i colori, e ai suoi rami erano appesi regali e dolci di tutte le fogge. Al soffitto erano pesanti lampadari di cristallo, e i rami più alti dell'abete s'impigliavano nei pendagli scintillanti. Sopra un gran tavolo erano disposte cristallerie, argenterie, scatole di canditi e cassette di bottiglie. I giocattoli, sparsi su di un grande tappeto, erano tanti come in un negozio di giocattoli, soprattutto complicati congegni elettronici e modelli di astronavi. Su quel tappeto, in un angolo sgombro, c'era un bambino, sdraiato bocconi, di circa nove anni, con un'aria imbronciata e annoiata. Sfogliava un libro illustrato, come se tutto quel che era lì intorno non lo riguardasse.
Marcovaldo recapita il suo regalo, ma Michelino scompare e solo una volta rientrato a casa il padre riesce a scoprire dove sia andato. Michelino ha scambiato Gianfranco per un bambino povero, infelice come gli era apparso, così lui e i fratellini hanno provveduto a consegnargli dei regali, che erano poi tutto ciò che avevano potuto trovare in casa: un martello, un tirasassi e dei fiammiferi. Felicissimo dei doni ricevuti, Gianfranco li ha messi in opera, utilizzandoli per distruggere prima i giocattoli e gli addobbi dell'albero, poi i lampadari e i mobili, fino ad incendiare l'intera abitazione.
Marcovaldo è allibito e non si aspetta altro che il licenziamento, eppure il giorno seguente, al lavoro, di quella che per lui è stata una catastrofe si sta parlando con un'eccitazione senza limiti.
- Presto! Bisogna sostituire i pacchi! - dissero i Capiufficio. - L'Unione Incremento Vendite Natalizie ha aperto una campagna per il lancio del Regalo Distruttivo!
- Cosi tutt'a un tratto... - commentò uno di loro. Avrebbero potuto pensarci prima...
- È stata una scoperta improvvisa del presidente, - spiegò un altro. - Pare che il suo bambino abbia ricevuto degli articoli-regalo modernissimi, credo giapponesi, e per la prima volta lo si è visto divertirsi...
- Quel che più conta, - aggiunse il terzo, - è che il Regalo Distruttivo serve a distruggere articoli d'ogni genere: quel che ci vuole per accelerare il ritmo dei consumi e ridare vivacità al mercato... Tutto in un tempo brevissimo e alla portata d'un bambino... Il presidente dell'Unione ha visto aprirsi un nuovo orizzonte, è ai sette cieli dell'entusiasmo...
Marcovaldo è disorientato, ammutolito dalla logica perversa del consumismo: il regalo che distrugge il regalo, la gioia di un bambino che gode nell'eliminare quello che doveva rappresentare un gesto di condivisione, l'ingenuità dei figli che, nel compiere un disinteressato atto d'amore verso un coetaneo viziato, hanno invece suggerito una grottesca strategia di marketing.
A Marcovaldo non resta che uscire dalla città illuminata a giorno, a cercare ai margini del bosco gli ultimi segni di un ciclo vitale che ha ancora il suo senso, laddove la neve ricopre le tane dei conigli e il lupo attende invano la preda.
C'è ironia nelle poche pagine che compongono il racconto I figli di Babbo Natale, un umorismo amaro, che, tuttavia, proprio nel ridicolizzare la follia consumistica delle feste, ricorda quali sono i veri gesti che danno valore al Natale: Michelino e i suoi fratelli, con la loro purezza, non pretendono nulla, non danno per scontata la felicità di Gianfranco per il solo fatto che è immerso in una reggia sfavillante, perché la sua espressione triste lo rende la vittima stessa della sovrabbondanza in cui vive. Michelino ha notato l'espressione infelice di Gianfranco e, ignaro delle conseguenze del suo gesto, ha compiuto un autentico gesto di affetto.
E il compito è nostro: sta a ciascuno di noi dare valore alle piccole cose, a noi far sì che una manifestazione di affetto non si trasformi in un vuoto rituale finalizzato ad oliare la macchina dei consumi ma possa innescare un circolo virtuoso di condivisione, calore e gioia.

C.M.

NOTA: questo articolo è apparso per la prima volta sul blog Impressions chosen from another time come parte del progetto del Calendario dell'Avvento letterario 2018.

giovedì 20 dicembre 2018

Lettere da Babbo Natale - J.R.R. Tolkien

Il Natale ha ispirato grandi pagine della letteratura mondiale: da A Christmas Carol di Charles Dickens, racconto di cui costituisce il grande protagonista, la sua influenza nella narrativa non ha cessato di farsi sentire, anche solo in forma di brevi apparizioni. Uno dei più singolari testi dedicati al Natale esce direttamente dalla penna di J.R.R. Tolkien: a trasformare una particolare corrispondenza privata in un fantasioso romanzo epistolare è stata un'operazione postuma firmata da Baillie Tolkien, la seconda moglie di Christopher Tolkien, terzogenito dello scrittore.
 
Grazie a questo singolare lavoro è arrivato fino a noi Lettere da Babbo Natale, una raccolta delle originali lettere che ogni anno Tolkien faceva recapitare ai suoi figli in risposta alle loro missive per il vecchio barbuto. Per oltre vent'anni il creatore di Arda ha curato una tenera corrispondenza per conto di Babbo Natale, inventando per i figli John, Michael, Cristopher e Priscilla le rocambolesche avventure del signore rossovestito e dei suoi collaboratori.
Anno dopo anno, dal 1920 al 1943, i giovani Tolkien venivano informati dei preparativi del Natale, dell'immagazzinamento dei regali, delle operazioni di simistamento e scrittura dei biglietti, dei disastri combinati dal goffo e pigro Orso Bianco del Nord alle diaboliche trame dei goblin intenti a scavare le loro tane sotto la casa di Babbo Natale. In breve tempo Babbo Natale e la sua allegra combriccola erano diventati una sorta di famiglia di lettera, giacché spesso Tolkien immaginava che anche Orso Bianco e l'elfo Ilbereth scrivessero a loro volta parte delle lettere, sostituendo la loro grafia (quella di Orso Bianco incerta, sgrammaticata e in cerca di un nuovo alfabeto) a quella tremolante del vecchio Babbo Natale.
Miei cari ragazzi,
quest'anno tremo più del solito. Colpa dell'Orso Bianco del Nord! È stata la più grande esplosione del mondo e il fuoco d'artificio più incredibile che si sia mai visto. Il Polo Nord è diventato tutto NERO, le stelle si sono sparpagliate in gran disordine, la Luna si è rotta in quattro pezzi... e l'Uomo che abita su di essa caduto nel giardino sul retro di casa mia. Si è divorato parecchi dei miei cioccolatini natalizi prima di dire che si sentiva meglio e di arrampicarsi su per riparare la Luna e rimettere le stelle al loro posto.
Il risultato è un vivace carteggio che, pur mancando delle lettere dei giovani Tolkien, pure ci dice molto delle loro vicende, dai progressi nella lettura alla crescita che, inevitabilmente, li conduce, poco alla volta, sempre più lontano dal vecchio abitante del Polo Nord. L'autore de Il Signore degli anelli non si limita, però, a inventare le storie di Babbo Natale: elabora la sua grafia e si tiene ad essa fedele, aggiunge dei disegni colorati che illustrano i racconti per renderli più chiari ai bambini, immagina che Orso Bianco intercetti le missive e aggiunga commenti finalizzati a giustificarlo o a ridicolizzare il vecchio e punteggia il tutto di ironia, come quando, per il Natale del 1937, fa dire a Babbo Natale che aveva pensato di inviare ai giovani Tolkien degli Hobbit di seconda ristampa, ma che si era poi ricreduto, immaginando che per casa ne avessero già qualche copia. Non mancano, tuttavia, pagine malinconiche, concentrate negli anni fra il 1939, durante il quale anche gli abitanti del Polo Nord devono affrontare una decisiva battaglia contro i goblin, con Orso Bianco che diventa un eroe, e il 1943, l'anno dell'ultima, commovente lettera a Priscilla.
Mia carissima Priscilla,
sono contentissimo che anche quest'anno tu non ti sia dimenticata di scrivermi. Il numero dei bambini che mantengono la corrispondenza con me sembra diventare sempre più piccolo: credo proprio che sia a causa di questa guerra orribile; così, una volta terminata, le cose torneranno a migliorare e io sarò di nuovo occupato come sempre. In questo momento, però, c'è un numero davvero enorme di persone che ha perduto la propria casa, oppure che è stato costretto ad abbandonarla; sembra che metà del mondo abiti nel posto sbagliato.
 
Leggendo Lettere da Babbo Natale si torna un po'bambini: inevitabile sorridere delle disavventure del vecchio portatore di doni, impossibile non sbellicarsi di fronte alle pazzie di Orso Polare e difficile è anche non stare in agitazione per quest'ultimo quando, messosi all'inseguimento dei goblin, si perde nelle caverne. Questo piccolo libriccino trasmette l'immenso attaccamento di Tolkien all'universo fantastico e ad una forma di scrittura che, lungi dal farlo apparire come il grande autore che il mondo conosce, lo presenta qui come un padre che vuole nutrire di sogni e avventure i suoi figli, senza per questo celare loro che, al di fuori dell'ovattata realtà dei loro vagheggiamenti natalizi, molti loro coetanei vivono situazioni complesse e pericolose. Le storie di Babbo Natale parlano di allegria, di fatica, di sacrificio, di amicizia e di affetti, ma preparano i giovani Tolkien anche al distacco e alla consapevolezza, prima o poi, arriva il momento in cui le belle favole sono destinate ad essere archiviate come tali.
In questi giorni di attesa delle feste Lettere da Babbo Natale è una compagnia calda e preziosa, adatta a ristorare lo spirito, a far brillare gli occhi dei piccoli e a far sopportare gli ultimi giorni di lavoro ai grandi che attendono di potersi godere qualche giorno di riposo.
 
Mia cara Priscilla,
auguri per un Natale davvero felice! Penso che quest'anno appenderai la tua calza per l'ultima volta; spero proprio che lo farai, dato che mi sono rimasti ancora alcuni regalini per te. Dopo questa lettera dovrò dirti più o meno "addio"; voglio dire che ovviamente non mi dimenticherò di te. Qui noi conserviamo sempre i vecchi numeri dei nostri vecchi amici e così le loro letterine; e più avanti negli anni speriamo di tornare una volta che loro saranno cresciuti e avranno delle case tutte proprie con dentro dei bambini.
C.M.

martedì 4 dicembre 2018

Elmet - F. Mozley

Quando si ha poco tempo per dedicarsi alla lettura, trovare libri che facciano sentire quanto quel poco sia ben speso è confortante: Elmet di Fiona Mozley mi ha dato, di recente, questa sensazione. Romanzo di esordio di una giovane scrittrice inglese che studia per conseguire un dottorato in Storia medievale, Elmet porta nel mondo contemporaneo una storia che sembra trasportata nel mondo contemporaneo dal passato e che, allo stesso tempo, al passato è saldamente radicata.
«Elmet è stato l'ultimo dei regni celtici indipendenti d’Inghilterra e in origine si estendeva lungo la valle di York... Ma ancora durante il XVII secolo quella stretta gola e i suoi bordi laterali, sotto le brughiere glaciali, continuavano ad essere “terra di nessuno”, un rifugio per chi scappava dalla legge.»: così recita un brano poetico di Ted Huges, tratto da I resti di Elmet. E, in effetti, l'ambientazione del racconto evoca proprio questa idea di una regione abbandonata, in cui imperano i prepotenti e i disperati cercano di iniziare una nuova vita.
 
Siamo in una terra selvaggia dello Yorkshire; alle soglie di un bosco che offre tutto quando è necessario per sopravvivere, il possente John costruisce una casa per sé e per i suoi figli. Desidera iniziare una nuova vita, lontano dalla tecnologia, dalle complessità sociali, tirando avanti con la forza dei suoi muscoli, la sua abilità di cacciatore e il suo profondo rispetto per la natura. Sceglie di tenersi lontano da tutti, o quasi, consapevole che dal prossimo non può ricavare altro che disprezzo, pregiudizi o, peggio violenza. Non sono in grado di smentirlo né gli insegnanti dei suoi figli né i grandi latifondisti come il signor Price, che si impongono con la voce grossa di chi possiede denaro, proprietà che costituiscono l'unica fonte di occupazione per i manovali e bande di tirapiedi picchiatori. Tutto ciò che John vuole è offrire qualcosa ai suoi figli, la grintosa Cathy e Daniel, il narratore delle vicende, perciò prende possesso di una vecchia proprietà della madre dei due ragazzi, sparita da tempo; qui, potendo contare solo sul sostegno di Vivian, che diventa per i ragazzi una singolare insegnante, costruisce una casa di legno, ma si imbatte immediatamente nelle minacce e nei ricatti di Price, che rivorrebbe John e i suoi pugni al suo servizio. Uno dei figli di Price, inoltre, prende di mira Cathy, molestandola e perseguitandola, mentre i lavoratori, vessati e sfruttati, cercano un modo di rivendicare i propri diritti.
Elmet è una storia di violenza e lotta per la dignità che sembra rivitalizzare scenari di quel mondo feudale che si è trasformato in un mondo capitalista e che, nonostante l'apparente progresso, non ha abbandonato le prepotenze né superato le iniquità: quella di Elmet è lo stessa realtà in cui si muovono Renzo e Lucia, tampinati da don Rodrigo, un mondo fatto di oppressione e di tentativi di riscatto. Tuttavia John, a differenza degli umili protagonisti del romanzo italiano, è un uomo che sa usare a sua volta la forza, che non accetta morali consolatorie e che è disposto a lottare con le unghie e con i denti. E poi c'è Cathy, una ragazzina ossuta che ha imparato a sopravvivere adottando quella stessa violenza con la quale altri cercano di piegarla.
Di fronte a tutto questo, Daniel è poco più che uno spettatore, un ragazzo innamorato dell'eroismo che ai suoi occhi rappresenta il padre e incantato dalla durezza e dalla determinazione della sorella. Lo incontriamo in un momento in cui qualcosa di drammatico - lo si capisce fin dall'inizio - è già accaduto: Daniel sta cercando Cathy, l'ha persa in qualche luogo senza nome per un motivo che non ci è dato sapere. Di qui, intervallato dalle pagine che descrivono la ricerca, si dipana un lungo e affascinante flashback che racconta l'arrivo di John e della sua famiglia nello Yorkshire, in questo luogo popolato di miti, il tentativo di costruirsi una nuova vita e di ribellarsi agli aguzzini. Di qui una narrazione sulla quale aleggia una sensazione di pericolo e di dissoluzione e che, pure, ci fa lottare assieme ai protagonisti.
Pubblicato da Fazi editore nella traduzione di Silvia Castoldi, Elmet è un romanzo avvincente, struggente e rabbioso, che parla con un linguaggio nuovo e penetrante di problemi antichi quanto gli esseri umani. La prosa è scorrevole e incisiva, lirica all'affacciarsi di certi pensieri e di alcune descrizioni, in grado di analizzare le sfaccettature più odiose e crude così come le pieghe degli affetti e dei legami umani.
Il romanzo di Fiona Mozley è stata senza dubbio la miglior lettura di questo autunno strano e indaffarato, una compagnia preziosa, che si è lasciata consumare con la rapidità con cui si divorano i libri destinati a lasciare un segno.
 
La mia dipendenza da Vivien aveva raggiunto un peso di cui solo in quel momento riuscii a rendermi conto, quando lo posai a terra. Papà mi aveva costruito una casa – per me, per lui e per Cathy. Ci aveva dato un riparo, aveva disposto il legno e la pietra sulle nostre teste per proteggerci dal vento, dalla neve e dalla pioggia. Ci aveva dato calore e sicurezza. Ma per me, in un senso che non riuscivo nemmeno a capire del tutto, figuriamoci a descrivere, anche Vivien mi aveva costruito una casa. Un nido. Era diversa da quella vicino al boschetto in cima alla collina. Non c’era nulla di tangibile nella casa che Vivien rappresentava per me. Niente mattoni, niente malta, niente chiodi, niente giunti. Non proteggeva dalle intemperie. Non si assestava lentamente nel fango. Ma aveva una sorta di camino in cui ardeva una sorta di fuoco. Era un luogo con un futuro. Un luogo di possibilità.
C.M.

lunedì 12 novembre 2018

Figlie di una nuova era - C. Korn

Mi sono bastate pochissime informazioni e una piccola coincidenza per capire che avrei letto e amato questo libro. Innanzitutto la sintesi della trama, che mi ha immediatamente spedita agli anni del primo Dopoguerra, con la promessa di seguire le vicende delle protagoniste per tutta la loro vita, data l'anticipazione che si trattava del primo libro di una trilogia; poi la copertina, con quella patina vintage che rafforzava la mia tendenza a pregustare già le atmosfere culturali dei primi decenni del secolo. E sì, l'uscita in Italia proprio nel giorno del mio compleanno ha subito creato un legame speciale fra me e Figlie di una nuova era, dell'autrice tedesca Carmen Korn.

Pubblicato da Fazi editore nella traduzione di Manuela Francescon e Stefano Iorio, questo libro inaugura una nuova, appassionante serie di tre romanzi che attraversano il Novecento, insinuandosi nella grande Storia attraverso le storie delle sue quattro protagoniste: Henny, Käthe, Lina e Ida. Le prime due sono amiche d'infanzia e colleghe, lavorano come ostetriche in una clinica di Amburgo e affrontano fianco a fianco i grandi cambiamenti della loro vita di giovani donne, dal fidanzamento alla maternità (sperimentata, evitata, desiderata) al rapporto con i genitori che invecchiano, dai sacrifici del lavoro alle paure che i cambiamenti politici e la guerra riversano sulla serenità familiare. Lina è un'insegnante, alle prese con tutti i vincoli imposti dalla società di Weimar e proiettata ad una indipendenza che pochi sono in grado di comprendere, molti pronti ad osteggiare. Ida, infine, è imprigionata in un matrimonio d'interesse, organizzato solo per salvare il padre dai debiti, privo di qualsiasi appagamento e fonte di continua frustrazione, soprattutto perché ostacola la forte passione di Ida per il cinese Tian, ben presto gravata dalle vessatorie imposizioni naziste a salvaguardia della purezza della razza ariana.
Figlie di una nuova era conduce il lettore nella vivace Amburgo e nei drammi della generazione che, uscita dalla prima guerra mondiale, deve rimpiazzare i propri desideri di pace e serenità con l'angoscia portata dalla crisi economica, dalla svalutazione del marco, dall'incertezza politica, dall'ascesa dei fascismi, dal dilagare dell'antisemitismo, dai bombardamenti e dai campi di concentramento. Le storie delle quattro protagoniste permettono di focalizzare aspetti diversi di questa dialettica fra aspirazioni e desideri infranti, mentre, capitolo dopo capitolo, i legami fra loro si definiscono e si rinsaldano attraverso i personaggi secondari che passeggiano nelle loro esistenze. 
In un certo senso, inoltre, Figlie di una nuova era sembra completare un'altra amatissima saga con cui condivide editore e traduttrice, cioè quella dei Cazalet firmata da Elizabeth Jane Howard: così come la Howard ha descritto i sogni, i cambiamenti, le delusioni, i sentimenti di Louise, Polly e Clary, allo stesso modo Carmen Korn dipinge per noi l'analogo percorso che Henny, Käthe, Lina e Ida compiono al di qua della Manica e, per così dire, dall'altra parte del fronte. Sembra di vederle, le prime ad ascoltare i comunicati di Churchill alla radio, le altre a destreggiarsi fra la propaganda hitleriana e la repressione del dissenso, cosicché lo sguardo del lettore attraversa, fra l'una e l'altra saga, la storia di donne e uomini che, in nazioni diverse, hanno sperimentato le medesime situazioni.

A. Macke, Grande vetrina scintillante (1912)
Oltre ad una trama ben strutturata e avvincente, Figlie di una nuova era regala una narrazione che si pone nel giusto equilibrio fra fluidità, immediatezza e descrizione: non si avverte nulla di carente, nulla di sovrabbondante nella penna della Korn, che risponde con puntualità alle domande, ai dubbi, alle preoccupazioni dei suoi lettori, rendendoli partecipi delle vicende delle sue eroine - eroine di tutti i giorni, particolarmente forti perché sono donne in un'epoca in cui le donne sono particolarmente esposte alla sofferenza. Tranne che nel finale, il quale, nel rigoroso rispetto della suspense, rimane aperto e ci lascia con un colpo di scena, a farci pregustare il seguito di una appassionante, nuova storia.
La pace, un risveglio di primavera. Nessuno sarebbe più partito per il fronte, e le stelle di David, così come le bombe, sarebbero diventate un lontano ricordo.
C.M.

mercoledì 31 ottobre 2018

Nec illi terra gravis fueris

In quanto strumento per la celebrazione di ogni aspetto della vita, la poesia ha sempre dedicato una reverenziale attenzione alla morte. L'epica, la forma più antica di letteratura, ha dedicato alla morte alcuni dei suoi slanci più intensi, dai lamenti di Gilgamesh, Achille e Priamo per la scomparsa di Enkidu, Patroclo ed Ettore alle eroiche imprese di discesa agli inferi compiute da Odisseo, Orfeo, Enea e poi diventate la fonte copiosa cui ha attinto Dante per la sua Commedia. Nei secoli, canti dedicati ai defunti si sono levati in ogni parte del mondo in cui si sia sviluppata una letteratura e, se Petrarca ha fatto della morte di Laura il perno della sua esperienza lirica, i poeti romantici ci hanno regalato la poesia funeraria e, oltreoceano, all'inizio del Novecento, l'Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters ha dato voce ai morti di un'immaginaria cittadina americana, trasformando in epitaffi poetici le loro storie.
 
John Singer Sargent, Tombe in Tirolo (1914)
 
Fra i più noti testi dedicati ai defunti spiccano senza dubbio due poesie di Ugo Foscolo: il sonetto In morte del fratello Giovanni (1803) e il carme Dei Sepolcri (1807). Se quest'ultimo è un lungo componimento in endecasillabi sciolti dedicato ad un approfondito esame della funzione sociale e culturale delle sepolture e del culto dei morti, il primo testo concentra in pochissimi versi un lamento intimo, che scaturisce dal dolore del poeta per la morte del suo congiunto. Materialista e ateo, Foscolo non si riconosce in alcuna visione spirituale della morte, ma attribuisce alla tomba l'importantissima funzione di conservare quella celeste corrispondenza d'amorosi sensi che, tiene in vita, nel pensiero dei cari, il ricordo dei loro defunti. Nei Sepolcri, il poeta ribadisce questa funzione, aggiungendo che le tombe degli uomini illustri (come quelle della chiesa fiorentina di Santa Croce) non solo conservano un ricordo, ma spingono gli esseri umani a migliorarsi, fornendo loro esempi di grandezza umana, intellettuale ed eroica. Solo la poesia, per Foscolo, ha una funzione paragonabile a quella della tomba nel serbare la memoria. Questo spiega il grande rilievo del canto dei defunti nei versi di ogni epoca e tradizione.
Come è noto, In morte del fratello Giovanni rivela profonde affinità tematiche ed espressive con un testo della cultura latina, il carme 101 del poeta Catullo, vissuto nel I secolo a.C.; in entrambi i componimenti i poeti si rivolgono al fratello sepolto lontano.
Un dì, s'io non andrò sempre fuggendo
di gente in gente, me vedrai seduto
su la tua pietra, o fratel mio, gemendo
il fior de' tuoi gentili anni caduto.

La Madre or sol suo dì tardo traendo
parla di me col tuo cenere muto,
ma io deluse a voi le palme tendo
e sol da lunge i miei tetti saluto.

Sento gli avversi numi, e le secrete
cure che al viver tuo furon tempesta,
e prego anch'io nel tuo porto quïete.

Questo di tanta speme oggi mi resta!
Straniere genti, almen le ossa rendete
allora al petto della madre mesta.
Foscolo si rivolge a Giovanni, contemplando l'ipotesi della fine dell'esilio che lo tiene lontano da Venezia e la possibilità di sedersi presso la tomba del fratello così come fa la madre, che, riportando al defunto notizie del fratello in un monologo privo di speranza (il cenere è muto, come si legge al v.6), compie la funzione, di pur vana consolazione, di tenere unito il nucleo familiare. Foscolo, tuttavia, è in comunione con il suo congiunto, soffre quanto ha sofferto lui, condotto al suicidio dai debiti di gioco e, come lui, spera di godere un giorno, quando di lui non resteranno che le ossa, del pianto della madre, di un contatto estremo.
Multas per gentes et multa per aequora vectus
advenio has miseras, frater, ad inferias,
ut te postremo donarem munere mortis
et mutam nequiquam alloquerer cinerem.
quandoquidem fortuna mihi tete abstulit ipsum.
heu miser indigne frater adempte mihi,
nunc tamen interea haec, prisco quae more parentum
tradita sunt tristi munere ad inferias,
accipe fraterno multum manantia fletu,
atque in perpetuum, frater, ave atque vale.

Dopo aver traversato terre e mari,
eccomi, con queste povere offerte agli dei sotterranei,
estremo dono di morte per te, fratello,
a dire vane parole alle tue ceneri mute,
perché te, proprio te, la sorte m’ ha portato via,
infelice fratello, strappato a me così crudelmente.
Ma ora, così come sono, accetta queste offerte
bagnate di molto pianto fraterno:
le porto seguendo l’antica usanza degli avi,
come dolente dono agli dei sotterranei.
E ti saluto per sempre, fratello, addio!
 
Vincent van Gogh, Les Alyscampes (1888)
 
La traduzione del carme 101 qui presentata, opera di Salvatore Quasimodo, rivela l'ispirazione catulliana del testo di Foscolo: il poeta latino giunge in Bitinia, sulla tomba del fratello, dopo un lungo viaggio per terra e mare, mentre Foscolo è costretto a peregrinare senza mai raggiungere il sepolcro di Giovanni, entrambi descrivono il proprio pianto sulla lapide (reale quello di Catullo, solo immaginato quello di Foscolo), per entrambi il defunto non ha consolazioni da offrire (mutam cinerem).
L'aspetto più toccante dei due testi è che l'io lirico non coincide col destinatario: l'attenzione dei due poeti non è concentrata su loro stessi, sul loro dolore, sul loro gesto di contemplare la tomba del fratello e di piangere su di essa. Essi si rivolgono ai fratelli, sono loro i veri protagonisti delle due liriche e i poeti vi compaiono solo in quanto impotenti testimoni di una morte che non hanno potuto evitare e nella quale non c'è consolazione.
Ma esiste un'altra coppia di testi che, nel dialogo fra tradizione latina e classicismo italiano, prevede un'apostrofe al defunto. Non, però, a colui di cui si piange la scomparsa, bensì ad altri congiunti, cui il poeta chiede di prendersi cura di una persona appena scomparsa. I due testi sono Funere mersit acerbo, scritto da Giosué Carducci dopo la morte del figlio Dante, a soli tre anni (forse il brano più toccante riferito a questa esperienza, assieme a Pianto antico), e l'epigramma del poeta Marziale (I sec. d.C.) dedicato ad una bambina di nome Erotion.
O tu che dormi là su la fiorita
collina tosca, e ti sta il padre a canto;
non hai tra l'erbe del sepolcro udita
pur ora una gentil voce di pianto?

È il fanciulletto mio, che a la romita
tua porta batte: ei che nel grande e santo
nome te rinnovava, anch'ei la vita
fugge, o fratel, che a te fu amara tanto.

Ahi no! giocava per le pinte aiole,
e arriso pur di vision leggiadre
l'ombra l'avvolse, ed a le fredde e sole

vostre rive lo spinse. Oh, giú ne l'atre
sedi accoglilo tu, ché al dolce sole
ei volge il capo ed a chiamar la madre.
Tratto dalla raccolta Rime nuove, il sonetto Funere mersit acerbo deve il suo titolo alla citazione di parte di un verso virgiliano. Nel libro VI dell'Eneide, il protagonista discende negli Inferi e, non appena sbarcato oltre l'Acheronte, si imbatte in un gruppo di spiriti che riempiono di pianto la prima zona dell'oltretomba: sono i fanciulli strappati prematuramente alla vita (vv. 426-429).
Continuo auditae voces vagitus et ingens
infantumque animae flentes, in limine primo
quos dulcis vitae exsortis et ab ubere raptos
abstulit atra dies et funere mersit acerbo.

E subito furono udite voci, un forte vagito,
anime che piangevano, di bambini, che sulla prima soglia,
estranei alla dolce vita, rapiti alla mammella
il giorno oscuro rapì e precipitò in una morte acerba.
Carducci si rivolge, come Foscolo e Catullo, al fratello, non per piangere lui stesso, ma per chiedergli di accogliere nel mondo dei defunti il suo bambino, col quale condivide il nome. Il fratello dovrebbe aver udito, dalla sua tomba fra i colli toscani, il pianto di un bambino, che, disorientato e impaurito, chiama la madre, e Giosué immagina che egli gli si faccia incontro e lo rassicuri mentre discende nell'oscurità dell'aldilà (atre sedi).
Così in uno dei suoi più noti epigrammi fa Marziale, che celebra la piccola Erotion, una schiava morta pochi giorni prima del suo sesto compleanno; il poeta invoca le anime dei genitori, venerate dai Romani come Mani, affinché accolgano lo spirito della fanciulla, che sicuramente sarà atterrito dall'oscurità, dalle grida delle anime e dalle fauci rabbiose di Cerbero.
Hanc tibi, Fronto pater, genetrix Flaccilla, puellam
oscula commendo deliciasque meas,
parvola ne nigras horrescat Erotion umbras
oraque Tartarei prodigiosa canis.
Inpletura fuit sextae modo frigora brumae,
uixisset totidem ni minus illa dies.
Inter tam ueteres ludat lasciua patronos
et nomen blaeso garriat ore meum.
Mollia non rigidus caespes tegat ossa nec illi,
terra, grauis fueris: non fuit illa tibi.

A te padre Frontone, a te madre Flaccilla
affido questa fanciulla, miei baci, mia dolcezza,
affinché la piccola Erotion non abbia terrore delle nere ombre
e delle enormi fauci del cane del Tartaro.
Avrebbe provato il gelo del suo sesto inverno
se solo fosse vissuta altri sei giorni.
Che possa giocae fra i suoi tanto anziani padroni
e tra labbra balbettanti cinguetti il mio nome
Una zolla non dura copra le sue tenere ossa e tu,
terra, non essere per lei pesante: ella non lo fu per te.
Il testo è evidentemente ben noto a Carducci, che dai versi di Marziale riprende i riferimenti alla paura della bambina e il riferimento al gioco. Il poeta latino estende la preghiera di prendersi cura di Erotion ad entrambi i genitori, padroni della piccola ma evidentemente legati a lei come ad una figlia o ad una nipote; ugualmente, Erotion deve essere stata per Marziale ben più di una schiava, una vera componente della famiglia, una bambina con cui condividere giochi e tenerezze. E straziante è quell'appello alla terra, nella preghiera, ancora in uso, che essa non pesi sulla fanciulla, tanto più che ella ha esercitato ben poco peso sul suolo che ha calpestato per così breve tempo.

Ernst Ludwig Kirchner, Cimitero foresta (1933)

C.M.

martedì 9 ottobre 2018

Cavalli di razza - J.J. Sullivan

Cosa può indurre una persona che non si è mai interessata all'ippica, che, anzi, ha sempre snobbato qualsiasi sport ad immergersi in un'appassionante ricerca sul mondo dei cavalli? Non una folgorante esperienza all'ippodromo, non il lavoro, bensì il desiderio di stabilire una comunicazione, un rapporto a distanza con il padre ormai defunto.
È quanto racconta John Jeremiah Sullivan nel suo libro Cavalli di razza, uscito il mese scorso per i tipi di 66thand2nd nella traduzione di Gabriella Tonoli. Trattasi di un breve ma accurato reportage del mondo delle corse, dei suoi retroscena e del significato culturale assunto dal cavallo dagli albori della domesticazione fino alla selezione maniacale che si realizza al giorno d'oggi nei circuiti delle gare.
Ad accendere in Sullivan la curiosità per uno sport che mobilita ingenti somme di denaro e smuove il fascino di appassionati ma anche di semplici curiosi che decidono di regalarsi un'esperienza all'ippodromo è il racconto che il padre gli offre da un letto di ospedale. Nel 1973 Mike Sullivan, giornalista sportivo che ha saputo raccogliere intorno a sé l'ammirazione di tanti colleghi, è al Kentucky Derby e assiste alla clamorosa performance di Secretariat, che, contro ogni pronostico, strappa la vittoria al favoritissimo Sham.
«Nessuno aveva mai visto un cavallo correre in quel modo»: bastano queste parole a spingere lo stesso John ad avventurarsi nella maggiore competizione ippica americana e negli anfratti della storia dei cavalli dalla nascita della razza fino alla distinzione delle varietà più prestigiose, dalle pitture rupestri preistoriche alle folgoranti apparizioni dei destrieri dei conquistadores nel Nuovo Mondo, dalla descrizione delle aste in cui si vendono i giovani yearling alla triste fine di molti purosangue ormai inservibili nelle corse. Sullivan alterna aneddoti e lunghe digressioni in un racconto che ha il valore di un documentario e, insieme, di un servizio giornalistico, soprattutto nelle pagine dedicate all'edizione del Kentucky Derby del 2001, che si svolge all'ombra della tragedia dell'11 settembre e vede come protagonista e trionfatore quel War Emblem che fa parte proprio della scuderia di un emiro saudita sul quale non tardano a concentrarsi sospetti di terrorismo.
Il risultato di questa indagine è un accurato resoconto dai ritmi altalenanti, che corre veloce laddove trovano spazio le curiosità e rallenta in corrispondenza delle ricostruzioni più accurate e puntigliose. Cavalli da corsa, però, non è, a discapito dell'accurata bibliografia e degli interessanti inserti fotografici, un libretto asettico, da leggere come una piccola enciclopedia del cavallo, né si riduce alla cronaca delle gare, che, pure, l'autore riesce a rendere con la concitazione degli speaker e con fotogrammi al rallentatore magistralmente costruiti attraverso le parole. Nulla della ricerca di John Jeremiah Sullivan avrebbe infatti senso senza le profonde rievocazioni di piccoli momenti di vita familiare e senza il costante riferimento a quella perdita che proprio attraverso la riscoperta della passione e dell'entusiasmo del padre per i cavalli permette all'autore di incontrare di nuovo, a distanza, il genitore. Del resto le più appassionate ricerche hanno spesso un seme in un legame affettivo che, in qualche modo, ha acceso una fiamma.

Franz Marc, I grandi cavalli blu (1910)
Non abbiamo mai capito con certezza se il cavallo significhi pace o guerra, vita o morte; dipende da quale cultura si esamini, nel corso dei secoli il simbolo oscilla, come una bussola al polo. Più i simboli divengono familiari, più acquistano polisemia: la giada significherà sempre la purezza, ma la mela può significare qualsiasi cosa. E nulla ci è stato più familiare del cavallo, fino a, beh, diciamo fino al 1913, quando Ford cominciò a usare parti intercambiabili, o fino ad ora in alcune parti del pianeta. Non è azzardato dire che chi conosce i cavalli, chi li conosce sul serio, capisce meglio dello storico più aggiornato cosa significava in passato essere umani.
C.M.

sabato 22 settembre 2018

La ricerca del tempo per leggere

Vorrei, ma non posso. Quante volte noi lettori abbiamo fissato il libro sul comodino - iniziato, da iniziare, quasi abbandonato, quasi finito - rammaricandoci di non trovare proprio il tempo o l'energia da dedicargli?
Ultimamente fisso gli scaffali (i pochi che già hanno fatto la loro comparsa nella nuova casa) con un acuto desiderio di consumare tutti i volumi che li affollano, spesso ripromettendomi di dedicare a uno di loro un po'di tempo, magari la sera, a conclusione di tutti gli impegni che piombano sulla giornata. Ma poi niente: la sera arriva e, con essa, il sonno.
Chi di voi si riconosce in questa situazione?
 
Illustrazione di Gürbüz Doğan Ekşioğlu
 
La ricerca del tempo per leggere è un'attività stimolante, che ci proietta verso la nostra grande passione, eppure, a lungo andare, se rimane inappagata, genera anche nervosismo. Sarà capitato anche a voi di leggere a singhiozzo, di lasciare un libro iniziato a impolverarsi accanto al divano e di riprenderlo poi con entusiasmo... rendendovi conto di aver perso completamente il filo o di non ricordare proprio nulla!
Il fatto è che, quando la mente è occupata e lo stress delle occupazioni quotidiane ci assedia, anche la concentrazione svanisce e la lettura non è un passatempo che ne possa fare a meno. E ci si innervosisce, perché si vorrebbe davvero abbracciare quello svago e quel piacere che sappiamo scaturire dalle pagine. In questo modo ci priviamo della nostra passione e rischiamo di trasformarla in un momento di tensione, in ansia da prestazione: riusciremo a leggere o la paura stessa di non arrivare in fondo alla pagina ci tratterrà dal prendere in mano un libro?
Ci sono periodi - come questo, in cui i cambiamenti sono tanti e i ritmi di lavoro incalzano - in cui la lettura diventa un miraggio e il tempo dedicato al desiderio di leggere supera quello effettivamente destinato ai libri. Se, poi, i libri fanno parte anche del lavoro, capire come coniugare le letture di dovere a quelle di piacere diventa ancora più difficile. In questi giorni dovrò rispolverare per bene I promessi sposi, oggetto delle lezioni del secondo anno di liceo, rivedere le letture che penso di condividere con i miei alunni durante l'anno scolastico e, naturalmente, esaminare a fondo i manuali scolastici. Le mie giornate, dunque, sono ricolme di parole stampate, ma le letture di svago passano inevitabilmente in secondo piano e, guardando indietro, credo il sacrificio del tempo per leggere di questi giorni sia paragonabile solo a quello dell'ultimo anno di liceo, quando la preparazione per la Maturità assorbiva ogni minuto e polverizzava il concetto stesso di lettura di piacere.
Occorre trovare qualche strategia per sostenere la frustrazione, ben sapendo e accettando stoicamente che non si possa vivere di soli libri (e per fortuna): un giusto mezzo per barcamenarsi fra lo stress e i suoi rimedi, che, personalmente, faccio fatica a impormi.
Voi, amici libromani, come ricercate il tempo per leggere e, soprattutto, come lo trovate o come resistete al fallimento della ricerca? Avete dei libri dai poteri così grandi da tenervi svegli quando le palpebre si fanno pesanti o da tenervi carichi fino alla fine della giornata o della settimana?
 
C.M.

lunedì 17 settembre 2018

Il paese delle nevi - Y. Kawabata

Catturata dall'influenza del Paese del Sol Levante, questa estate ho letto Il paese delle nevi, considerato il capolavoro dello scrittore Yasunari Kawabata, primo autore giapponese insignito del premio Nobel per la letteratura, nel 1968.
Definire questo testo e raccontarlo non è così facile: brevissimo e intenso, Il paese delle nevi, pubblicato nel 1937, è una storia pervasa di malinconia e costellata di descrizioni mozzafiato dedicate a interi paesaggi o a dettagli particolari. Una prova, insomma, della straordinaria concentrazione giapponese e della riflessione estetica che caratterizza la cultura nipponica.
Il paese delle nevi è una località termale sulle Alpi giapponesi, nell'area di Takayama, dove gli inverni imbiancano il suolo e le case come in nessun altra regione giapponese. Qui trascorre le sue vacanze Shimamura, un cittadino di Tokyo attratto dalla rilassatezza di questo lugo e desideroso, come tanti, della compagnia di una delle geishe che vivono in città e allietano le serate degli ospiti delle varie locande. Shimamura incontra Komako, una ragazza sfuggente che - si dice - ha iniziato la sua carriera di geisha per aiutare il figlio della sua ospite a curarsi, forse per amore, a suo dire in nome di quel senso del dovere che sembra spiegare ogni sua azione. I due si incontrano, stagione dopo stagione, senza che Shimamura riesca a rispondere all'inquietudine di Komako, che lo cerca ma che rimane da lui divisa per colpa di una forza inspiegabile, di un bisogno di abbandono che, d'improvviso, diventa ostilità e tronca qualsiasi possibilità di comunicazione. Shimamura, per parte sua, appare freddo, talvolta infastidito dalle attenzioni di Komako eppure quasi geloso che ella le offra anche ad altri, in altri momenti tiepidamente preoccupato per gli eccessi della ragazza nei confronti dell'alcol e triste di doversi separarare da lei.
Ma il desiderio di lei per la città era divenuto un sogno senza speranza, ammantato d’umile rassegnazione, nel quale si sentiva non tanto l’altera insoddisfazione di chi vive in esilio, quanto il sentimento dello spreco. Ella non sembrava considerare la propria situazione particolarmente triste, ma, agli occhi di Shimamura, qualcosa in lei appariva stranamente commovente. Se avesse voluto approfondire quella sua intuizione di energie sciupate, Shimamura sentiva che sarebbe stato trascinato in un gorgo di emozioni remote capaci di sciupare la sua stessa vita. Ma davanti a lui c’era il volto mobile e vivo della donna, colorito dall’aria di montagna.
Il rapporto fra Shimamura e Komako è teso a qualcosa che non giunge mai, eternamente inappagato; sembra nutrirsi più della bellezza ideale di una sensualità che si irradia anche dal paesaggio montano nel corso delle stagioni e, insieme, dal passare del tempo, che di reali incontri. Komako assomiglia ad uno spirito che appare e scompare, terrena eppure inafferrabile, sospesa fra il consumarsi dell'esistenza e il desiderio di sottrarsi a questo fluire del tempo e della vita; Shimamura l'uomo che tenta di penetrare un segreto, ma che, al tempo stesso teme il suo svelarsi, un uomo alla ricerca della bellezza, della perfezione insita nel sacrificio, che ritrova in Komako, aggrappata al suo dovere di geisha, così come nell'antica arte della lavorazione della pregiata tela Chijimi, attività svolta dalle fanciulle bloccate nei villaggi durante i lungi mesi invernali.
Scorrendo le pagine de Il paese delle nevi, il lettore può avere la sensazione di non assistere allo svolgersi di alcuna storia, di non progredire verso alcun senso. Invece quel significato inafferrabile e implicito gli si insinua nell'animo e rende quella di Kawabata una storia memorabile, potente e delicata insieme, che ha forse più i tratti di un poema o di una danza ma che non per questo risulta meno affascinante.

Utagawa Hiroshige, Mariko - Cinquantatré stazioni del Tōkaidō
Il paesaggio era scuro, severo. Il crepitio della neve che gelava sulla terra pareva rimbombare nelle sue profondità. Non c’era luna. Le stelle, troppe per sembrare vere, si affacciavano in cielo con uno scintillio così vivo che parevano precipitare nel vuoto. E più le stelle si avvicinavano, più il cielo pareva sprofondare nel colore della notte. Le vette della catena montuosa, confondendosi l’una con l’altra, si levavano massicce sull’orlo del cielo stellato in un’oscurità così greve e fosca che pareva partecipare del loro peso. L’insieme della scena notturna si fondava in una pura, serena armonia.
C.M.

giovedì 6 settembre 2018

Cambio di rotta - E.J. Howard

I lettori lo sanno: alcuni scrittori hanno il potere di generare attorno ai loro libri un'eccitazione incontenibile, che rende l'attesa della pubblicazione una lunga e fremente veglia. Elizabeth Jane Howard, la madre di tutti i Cazalet (ma non solo) è una di questi.
Cambio di rotta, che segue la fortunata saga dei Cazalet, nonché Il lungo sguardo e All'ombra di Julius, esce oggi per Fazi editore, tradotto ancora una volta da Manuela Francescon. Nessun modo migliore per iniziare questo nuovo mese e farsi una ragione della fine delle vacanze, che viene così addolcita dal piacere di incontrare di nuovo la Howard e la sua prosa raffinata.

La storia che ci regala l'autrice si regge su quattro pilastri, che sono i suoi protagonisti: il drammaturgo donnaiolo Emmanuel Joyce, alla ricerca di un volto per il personaggio di Clemency, sua moglie Lillian, resa fragile dalla malattia e dalla perdita della figlia, Jimmy Sullivan, collaboratore tuttofare di Em, e Alberta, la giovane segretaria appena assunta. I quattro hanno in programma un viaggio a New York per le audizioni, nel corso delle quali sperano di individuare la sfuggente Clemency e di poter avviare finalmente la preparazione dello spettacolo, ma i problemi di salute di Lillian obbligano Jimmy ad accompagnarla in un viaggio per nave, mentre Em e Alberta partono, come previsto, in aereo. Nella metropoli americana, Alberta si trasforma, uscendo dalla realtà provinciale e familiare cui è sempre stata abituata e lasciandosi incantare dai negozi e dagli abiti che Em le regala per accompagnarlo a cena, mentre attendono l'arrivo di Lillian e Jimmy per nave; il rapporto tra i due non è scontato quanto la situazione potrebbe far pensare, perché, se è vero che inizia fin da subito a suscitare l'interesse del drammaturgo, Alberta è attratta dall'universo cui appartiene Em, ma, soprattutto, dal personaggio apparentemente non-interpretabile di Clemency. Si mette a leggere il testo di Em e quando, dopo l'arrivo di Jimmy, le audizioni si concludono con nulla di fatto, è a lei che viene proposto di interpretare la parte. New York, però, è colma di distrazioni e anche Lillian ha bisogno di un'oasi di pace, così il viaggio riprende e porta i quattro su un'isoletta greca. Qui, fra le lezioni di recitazione di Jimmy ad Alberta, cene sul mare e nuotate notturne, le relazioni fra i personaggi si trasformano e si approfondiscono: ciascuno, di fronte al mare, affronta il proprio riflesso e la propria coscienza.
Cosa sono poi i miracoli? Sono eventi che le persone, pur beneficiandone, non possono capire. Se all’improvviso io mi ritrovassi sana, non saprei mai come sia potuto accadere. Saprei solo che il merito non può essere di qualche nuova medicina, perché nuove cure per la mia malattia non ce ne sono. Allora ho scoperto che sto vivendo nella speranza che le cose a un certo punto cambino; dentro di me sento di essere una persona destinata precisamente a quel cambiamento e sto aspettando che esso arrivi. Vivo, insomma, come se fossi qualcun altro.
Fra le pagine di Cambio di rotta esplode in tutta la sua intensità l'arte narrativa di Elizabeth Jane Howard, un'arte che, dopo la lettura di diversi romanzi, si potrebbe credere di conoscere, ma che rivela sempre qualcosa di nuovo, sorprendente. L'autrice scava nell'animo dei suoi personaggi con una delicatezza e un'attenzione che superano ogni prova già offerta, forse proprio per la possibilità di concentrarsi su pochi protagonisti e di liberarsi delle forti tensioni che hanno caratterizzato, per esempio, le relazioni fra i protagonisti di All'ombra di Julius. Il romanzo è scandito come un respiro profondo, come il moto del mare che Em, Lillian, Jimmy e Alberta attraversano più volte: i personaggi vivono esperienze e poi si adagiano a riflettere su di esse, sull'impatto che ciascuna ha sulla propria identità.
L'aspetto che più colpisce in Cambio di rotta è che nessuno di questi slanci introspettivi può essere indipendente dagli altri, dal momento che ognuno dei quattro componenti del gruppo si definisce rispetto all'altro, in un sistema di relazioni. Nessuno di loro si trasforma, nessuno cambia rotta se non per l'impulso dato dalla successione degli incontri con gli altri tre e questi incontri sono necessari, anche quando risultano traumatici, per innescare la trasformazione di cui ognuno di loro ha bisogno.
A costo di ripetere quanto già scritto sui libri di Elizabeth Jane Howard, Cambio di rotta è un grande romanzo. La sua storia è unica e l'autrice ne esplora tutte le sfaccettature con una prosa di livello irraggiungibile, che riesce ad adattarsi alla descrizione di un paesaggio così come ad illuminare le pieghe di un cuore tormentato o innamorato. 
Difficile staccarsi dalle pagine di questo romanzo, difficile rassegnarsi all'idea che, chiuso il volume, Em, Lillian, Jimmy e Alberta non facciano più parte delle nostre vite, che la loro rotta, ormai cambiata, prosegua, inevitabilmente, lontano dai nostri sguardi.

Senza saperlo, mi aveva mostrato il mondo fuori dal cerchio ristretto del mio ambiente. Era stato come quando si è di fronte al mare per la prima volta: si vede dove finisce la terra, ma quell’elemento nuovo e sconosciuto sembra non avere fine. Per me lui rappresentava il cambiamento, la creazione, l’esperienza, la libertà, e quest’associazione sarebbe rimasta valida anche se non lo avessi più rivisto: cullavo il ricordo di quei due incontri come un tesoro segreto, da ripercorrere ed esaminare mille e mille volte, in solitudine.
C.M.