mercoledì 4 luglio 2018

Verso un altro nido

Credo di non aver mai fatto tanta fatica a scrivere un post. Da qualche giorno medito su cosa dire e su come farlo e da ieri si sono susseguiti vari tentativi di aprire blogger e di lasciarmi ispirare dalla pagina bianca col cursore intermittente, senza nessun risultato.
Il fatto è che questo post è molto personale. Con un po'di esperienza e con l'entusiasmo non è difficile scrivere di libri letti, di opere d'arte o di storia, comunicare impressioni su romanzi o eventi di varia natura. Difficile è, invece, parlare di me in quanto me, insomma, svestire i panni della lettrice e blogger. Ma desideravo dedicarmi a un breve intervento per motivare l'eventuale lunga assenza o la presenza intermittente nel blog ancora per qualche tempo. Del resto, nonostante l'irregolarità dei post dell'ultimo anno, a passare di qui siete ancora in tanti e non mancano le quotidiane attestazioni di interesse e affetto, qui e su Facebook, quindi questa condivisione mi risulta naturale.
 
 
Da settembre 2017 a una settimana fa la mia quasi latitanza da queste pagine era dovuta al lavoro. Ora, finalmente, il motivo per cui scrivo e scriverò poco nelle prossime settimane è decisamente più gioioso. Domenica 8 luglio mi sposerò e seguiranno il trasloco e un attesissimo viaggio di nozze in Giappone, dal quale tornerò sicuramente con tante notizie, fotografie, curiosità. Potete immaginare che l'organizzazione dei tre eventi richieda molto tempo, di conseguenza ci leggeremo meno... ma tornerò presto!
Al momento sono alle prese con il trasferimento nella nuova casa di tutto quanto sarà necessario nei primi giorni e per il viaggio, ma mi preoccupa dover decidere cosa fare delle montagne di libri accuratamente disposte sugli scaffali in tanti anni nella mia casetta natale. I ripiani ancora non ci sono o, per meglio dire, ce ne sono pochi, ma sarà tutto uno studiare possibili soluzioni per ottimizzare lo spazio e renderlo adeguato ad accogliere tanti amici di carta senza compromettere eccessivamente altri bisogni. Voglio dire, se finora ho avuto una stanza enorme tutta per me occupata quasi solo da libri (e pelouche), d'ora in poi dovrò occuparmi di una casa da adulti, che non dia a noi e ai nostri ospiti la sensazione di essere in una biblioteca. Non parlo solo di libri di svago, ma anche dei quintali di volumi di studio e per la scuola, giacché il piccolo studio che abbiamo previsto di allestire verrà dopo tutti gli ambienti di prima necessità.
Ecco perché sto svolazzando poco in questi cieli: sto planando verso un altro nido, con tutti i sogni, i timori, le aspettative e i progetti che, inevitabilmente, accompagnano questi momenti. E vi dirò una cosa: mi stupisco di non essere ancora in preda al panico!
Dunque, care civette, vi do appuntamento per i momenti liberi di un giorno qualsiasi di una settimana qualsiasi per gli aggiornamenti sulle mie letture, le mie gite... e i progetti per le nuove librerie!

C.M.

lunedì 25 giugno 2018

La fattoria dei gelsomini - E. von Arnim

Per distrarmi dagli esami e assaporare l'arrivo dell'estate mi sono concessa qualche ora in compagnia di Elizabeth von Arnim e del suo romanzo La fattoria dei gelsomini, pubblicato, come già Un incantevole aprile e Il giardino di Elizabeth, da Fazi editore, nella traduzione di Sabina Terziani.
Ancora una volta siamo in presenza di un racconto declinato al femminile e perfettamente adagiato negli ambienti e nella cultura inglese di inizio Novecento; fra le pagine del romanzo è costante il richiamo alle abitudini e alla mentalità dell'alta borghesia ma, a differenza di quanto accadeva ne Il giardino di Elizabeth, sullo sfondo della narrazione si affacciano i grandi cambiamenti storici che caratterizzano gli anni del primo dopoguerra.
 
Lady Daisy Midhurst è una delle donne più ammirate d'Inghilterra: essere sotto la sua ala protettiva è un privilegio immenso, essere invitati in una delle sue residenze è un onore incommensurabile per chiunque. Daisy è molto ricca, ha sempre vissuto nel lusso e profuso il proprio denaro per opere di carità, assieme all'adorata figlia Terry, gode di amicizie importanti e si fa notare anche per l'estremo decoro della sua figura, sulla quale il passare del tempo sembra non lasciare traccia. Eppure qualcosa, d'improvviso, s'incrina. Il finesettimana nella tenuta di Shillerton, che ospita diversi personaggi di primo piano, fra i quali Andrew Leigh e la sua bella e giovane moglie Rosie, trascorre all'insegna della noia, del caldo, della monotonia. Il tedio, tuttavia, è nulla di fronte allo scandalo che travolge la nobildonna e che viene rivelato a seguito di una insospettabile partita a scacchi: la relazione adulterina fra Andrew e Terry diventa dapprima un pettegolezzo, poi una innegabile certezza. Sconvolta e tradita, Daisy parte per l'unico luogo in cui ricorda di essere stata, seppur per brevissimo tempo, felice, la piccola casa in Provenza che il marito le ha regalato durante il loro viaggio di nozze per l'Europa. Qui Daisy ha trascorso pochi giorni felici in una vita di sposa tradita e di vedova e, certa che nessuno sappia dell'esistenza della Fattoria dei gelsomini, decide di consumare qui le sue malinconiche giornate. La sua segretaria, però, in un eccesso di zelo, sperando di salvaguardare l'immagine pubblica di Lady Midhurst, fa trapelare la notizia del ritiro di Daisy e così, un bel giorno, bussa alla sua porta Belle de Lacey, detta Mumsie, la madre di Rosie, intenzionata a scambiare una ossessiva amicizia con la salvaguardia dell'onore della famiglia Midhurst.
Rispetto a Il giardino di Elizabeth, La fattoria dei gelsomini è risultato più intrigante, perché più ricco di avvenimenti e di personaggi, ma meno pregnante dal punto di vista delle riflessioni proposte. Ancora una volta lo stile di Elizabeth von Arnim si rivela suadente, preciso, adatto sia a descrivere gli ambienti che a tratteggiare i sentimenti, anche sottintesi, dei personaggi. L'autrice ci offre una serie di ritratti di donne che rappresentano comportamenti e anche idee di femminilità diversi, dalla compostezza della protagonista all'intraprendenza e al nuovo modello, decisamente più ribelle e mascolino, incarnato da Terry, dalla sciocca vanità di Rosie all'opportunismo, talvolta svenevole, di sua madre. Questo romanzo, insomma, è un gioco di ruoli che mostra la trasformazione di un mondo e dei rapporti interni, ma che, prima di tutto, racconta l'animo di Daisy, una donna che ha solo di rado sfiorato la felicità e che, nel momento in cui sente di aver perso l'unico dono ricevuto dal marito, la figlia Terry, cerca di riappropriarsi della sola altra cosa bella che il defunto Tom le ha lasciato, la tenuta fra i gelsomini, laddove ricerca disperatamente una serenità che sembra non poter più arrivare.
 
Henri Lebasque, Sulla terrazza a Morgat
La quiete che circondava Daisy era interrotta soltanto dal chioccolio di una sorgente nascosta e dal cinguettio di un uccello solitario su un cespuglio di oleandro. Non fosse stato per quei suoni, avrebbe pensato di essere completamente sola al mondo, seduta sopra quel muretto con le mani in grembo, i palmi verso l'alto, la bocca aperta perché era troppo stanca persino per tenerla chiusa. Non se ne rendeva conto, ma quel luogo le stava dando un meraviglioso benvenuto.
C.M.

venerdì 22 giugno 2018

La 'tesina' di Maturità: le parole d'ordine per una buona prova di competenza (da riabilitare)

Terminate le tre prove scritte, i maturandi dovranno affrontare il colloquio orale, quel momento fatidico che assomiglia un po' ad un bombardamento: tutti i commissari potranno porre le loro domande e a quel punto, senza troppo tempo per pensare, qualcosa si dovrà rispondere e ciò che non diranno le parole diranno le espressioni. In quel momento gli allievi saranno a tu per voi con i docenti di classe e con i commissari esterni. I primi sono noti e, per quanto arcigni possano essere, gli studenti sapranno, bene o male, cosa aspettarsi; dei secondi avranno cercato di sapere il più possibile, tampinando i loro alunni o maturati di anni precedenti. Il grande interrogativo è: «Cosa mi chiederanno?».
Prima dello scatenarsi della tempesta, tuttavia, gli studenti avranno a disposizione una quindicina di minuti per esporre un percorso di approfondimento personale, comunemente chiamato tesina
 
 
L'introduzione dell'alternanza scuola-lavoro obbligatoria nel triennio, a seguito dell'entrata in vigore della legge 107/2015, avrebbe dovuto inserirsi anche nel colloquio d'esame dal 2018: la tesina doveva essere sostituita da una relazione degli studenti in merito all'esperienza di avvicinamento professionale svolta. L'alternanza scuola-lavoro, tuttavia, è un progetto che va rivisto e che ha aperto molte questioni da risolvere, prima di poter essere considerata veramente istruttiva. Di conseguenza, in molti casi l'introduzione della relazione di alternanza scuola-lavoro in luogo della tesina non è andata in porto, oppure ha funzionato solo parzialmente, con l'accettazione del compromesso di lasciar spazio a entrambi i percorsi.
In ogni caso, la tesina è una prova di competenza come poche altre, un'esperienza da salvaguardare e che nessuna relazione professionale può sostituire. Innanzitutto perché la documentazione dell'alternanza scuola-lavoro avviene nell'arco di tutto il triennio e occupa già una consistente parte del tempo dedicato alla formazione superiore. In secondo luogo perché non si deve confondere la scuola con un ufficio di collocamento e la dimensione professionale della formazione è solo una caratteristica del percorso di istruzione, che deve porsi come obiettivo privilegiato l'offrire agli studenti la capacità di comprendere la realtà che li circonda e di rapportarsi ad essa in modo critico e consapevole.
La tesina di Maturità, se ben fatta, offre alla commissione una straordinaria prova di questa competenza: uno studente in grado di presentare un percorso personale accurato dal punto di vista delle conoscenze, ben argomentato e coerente dimostra che i cinque anni di scuola secondaria di secondo grado (ma, in prospettiva, tutto il percorso formativo, anche extra-scolastico) lo hanno posto nelle condizioni di raggiungere l'obiettivo. Quando queste caratteristiche di tesina vengono osservate, c'è una buona probabilità che la commissione ponga domande proprio a partire dal percorso personale o che, colpita dal valore della proposta di approfondimento, decida di graziare il candidato, soddisfatta della dimostrazione di maturità.
Una buona tesina, dunque, permette agli studenti che hanno raggiunto livelli di apprendimento buoni o eccellenti di ottenere la meritata soddisfazione e a quelli più fragili o meno motivati di prepararsi su un tema abbastanza circoscritto per iniziare al meglio il colloquio e prevedere possibili sfondamenti verso argomenti collegabili... del resto anche la capacità di prefigurare eventuali sviluppi è una competenza ammirevole.
Per diversi motivi, tuttavia, la tesina è stata svilita.
Fondamentalmente, questi motivi si possono ricondurre al generale appiattimento delle conoscenze, che sembrano non avere più alcuna importanza nella formazione di un individuo, e al lassismo di un sistema di istruzione che, per effetto di leggi e decreti, è sempre meno in grado di salvaguardare il rigore e la meritocrazia. Ma non si possono costruire opinioni e argomenti se mancano cultura e impegno.
Nel rispetto del suo nome, infatti, una tesina è un testo argomentativo suffragato da elementi di evidenza. Che questi argomenti siano di carattere letterario, filosofico, artistico, scientifico o tecnico, poco importa: elaborare una tesina significa costruire un percorso che si alimenta di un'idea ben precisa sostenuta dalle conoscenze.
Già la diffusa pratica di sostituire l'elaborato scritto con una mappa concettuale e di accompagnare la presentazione con delle slide ha mortificato questa esperienza di argomentazione. Alcuni maturandi presentano schemi che poco si differenziano (anche graficamente) da quelli già sperimentati all'esame di terza media, riempiono le slide di testo per avere un appoggio per un discorso che non sentono come proprio e, quindi, non riescono a gestire autonomamente l'esposizione e non sono in grado di prevedere le domande che sorgono spontanee.
La tesina ha perso valore perché è stata ridotta ad un percorso di ricerca interdisciplinare come tanti e spesso le commissioni si trovano ad ascoltare candidati arenatisi su pochi argomenti, sempre gli stessi nella medesima classe o rispetto a quelli dei maturandi degli anni precedenti.
In una situazione simile è evidente che la competenza non emerge, che alunni in difficoltà tendono ad adagiarsi in percorsi preconfezionati e non colgono l'occasione di rendersi protagonisti dell'esame, mettendo in gioco il loro interesse autentico. Per contro bisogna dire che coloro i quali riescono a produrre degli elaborati di valore (mappe, power-point, fascicoli rilegati, tavole di illustrazione, simulazioni digitali) e a far percepire il coinvolgimento personale rispetto al tema trattato si pongono ulteriormente in evidenza.
Dunque, se gestita correttamente, la tesina ha un forte impatto sull'esito del colloquio, può realmente fare la differenza e dare all'ormai abbandonata espressione Esame di Maturità il suo vero significato.
 
Un fotogramma dal finale di Notte prima degli esami (2006)
 
Ma come si confeziona una buona tesina? Vediamoli attraverso alcune parole d'ordine.
 
Personalizzazione. I commissari sentiranno decine di candidati ogni anno e addirittura i membri esterni potranno confrontare i temi con quelli che hanno preparato i loro alunni, per non parlare dei colloqui ascoltati negli anni precedenti: sentir ripetere per l'ennesima volta percorsi su argomenti estremamente vaghi come il concetto del tempo, il Cubismo o i vulcani non solo produrrà noia (soprattutto verso gli ultimi interrogati), ma spingerà a porre domande su altri argomenti, anche non collegati, perché tutte le connessioni saranno già state ampiamente sfruttate. Il rischio, inoltre, è che emerga la scarsa serietà di aver attinto a piene mani da percorsi preconfezionati offerti dal web. Ciò non significa che non si possa parlare di tempo, Cubismo o vulcani: all'interno di temi familiari e generici come questi ciascun candidato dovrebbe ricavare un percorso proprio, inimitabile, che suggerisca collegamenti nuovi (ma non astrusi o incollati con lo sputo), che si colleghi all'extra-scolastico, che risponda ad un interrogativo personale. Insomma, il maturando non dovrebbe sciorinare la filosofia di Bergson, il flusso di coscienza e la teoria della relatività così come sono, ma porsi domande del tipo: «Come è la mia percezione del tempo? In quali autori si rispecchia? Chi, invece, la mette in crisi e perché? Cosa mi dice la scienza e in che modo si sono evolute le sue considerazioni sul tempo?». Sarà allora immediatamente evidente la maturità di rapportare il noto al non-noto, di servirsi delle informazioni acquisite con lo studio per la soddisfazione di un bisogno personale, di voler catturare l'interesse di chi ascolta.

Ricerca. Per una buona argomentazione - sembra scontato, ma l'esperienza di commissario mi dice che non è così - occorre conoscere molto bene l'argomento, saperlo inquadrare da un punto di vista storico e culturale, disporre di fonti molteplici e più dirette possibili. Inutile inserire il flusso di coscienza in una tesina sul tempo se non si è disposti a leggere le opere in cui questa tecnica viene utilizzata, anche, almeno in parte, in lingua originale: qualsiasi manuale di letteratura offre una frase pronta da copiare e da imparare a memoria per spiegare il concetto, mentre presentarlo con esempi, con una personale selezione di brani, non necessariamente di autori studiati. Le commissioni sono stanche di sentir parlare del monologo di Molly Bloom o del reiterato proposito di Zeno di smettere di fumare: Ulisse e La coscienza di Zeno hanno molto di più da offrire, molto con cui si può incuriosire chi conosce o non conosce questi romanzi, ma, di certo, occorre l'impegno di leggerli e rileggerli.
 
Pianificazione. Elaborato interdisciplinare sì, minestrone no. Per argomentare la tesi si devono utilizzare conoscenze ricavate da diversi ambiti di studio, cercando i possibili collegamenti nella maniera più fluida possibile. Innanzitutto il candidato deve abbandonare l'idea di presentare l'argomento come se appartenesse ad ambiti completamente distinti: se la tesina, fin dalla mappa, si presenta con un argomento di - poniamo per esempio - letteratura italiana, uno di letteratura inglese, uno di filosofia, uno di storia dell'arte e uno di scienze, il percorso risulterà monotono e frammentario. Occorre individuare poche sinapsi ben organizzate, chiarirne i rapporti e presentare in modo fluido il tema, attingendo alle argomentazioni dei diversi ambiti in maniera contigua e, se possibile, con un continuo richiamo reciproco. Quando i diversi argomenti vengono spezzettati, la tendenza è anche quella di esporli al docente chiamato a valutare le competenze in quella specifica disciplina e nulla spezza l'interesse quanto dichiarare esplicitamente, con la scelta esclusiva dell'interlocutore, che una certa parte del ragionamento coinvolge solo uno dei presenti.
 
Selezione. A ben guardare, è la premessa e la conseguenza dei punti precedenti. Dal momento che pianificare e approfondire sono operazioni complesse, che richiedono tempo ed energia, è bene circoscrivere l'area di interesse. Se vuole essere chiara e limpida, la linea argomentativa deve basarsi su pochi punti, ma di evidente pregnanza. Per evitare il già citato effetto minestrone, è bene che i collegamenti siano pochi ma solidi: non è necessario collegare dieci materie, anzi, vanno selezionate solo quelle effettivamente utili all'argomentazione. Nulla è più sgradevole che cercare di inseguire un filo logico annegato in discorsi non pertinenti. Se l'elaborato lascia aperte altre strade, tanto meglio: i commissari potranno decidere di far sviluppare al candidato un ulteriore spunto escluso dal percorso ma ad esso vicino. A tal proposito, va fatta una considerazione importante: alcune competenze disciplinari sono sottintese in alcuni passaggi tecnici del lavoro di documentazione. Anche se nel percorso di approfondimento non è esplicitato alcun contenuto di letteratura italiana, informatica o lingua e letteratura inglese, nella stesura della tesina entrano in gioco abilità che possono comunque essere valutate in quegli ambiti, dalla produzione testuale all'uso delle fonti, dall'utilizzo di fonti in lingua straniera all'elaborazione di materiali audio-visivi.
 
Tempo. Ebbene sì, una buona tesina non si scrive da sola, anche se presentata solo in forma di mappa: tutte le fasi del lavoro fin qui presentate richiedono tanto tempo, motivo per cui, generalmente, all'inizio del quinto anno i docenti già forniscono indicazioni per il lavoro da preparare e pongono delle scadenze stringenti. Non si tratta di un atteggiamento ossessivo, ma è abbastanza evidente che per poter valutare con gli insegnanti argomenti e collegamenti e analizzare tutta la documentazione non bastano pochi giorni; è bene aver chiaro l'argomento e aver iniziato a documentarsi entro le vacanze di Natale, per non trovarsi nel panico nel caso in cui si renda necessario un cambio di direzione o un maggiore approfondimento. Dato che un riscontro professionale è sempre utile, il lavoro di redazione dovrebbe essere ultimato al massimo all'inizio di maggio; anche se si intende presentare soltanto una mappa concettuale, è opportuno consegnare almeno una bozza del discorso che si vorrebbe pronunciare, con tutti gli snodi che saranno sviluppati: è non solo un'attività fondamentale per migliorare l'esposizione, ma un esercizio importante anche per valutare tempi dell'intervento, che non può assolutamente superare il quarto d'ora. Power point e materiali da consegnare alla commissione (mappa ed elaborato scritto almeno in tre copie, per permettere a tutti di prenderne visione) potranno essere confezionati nell'ultimo mese di scuola, per poi concentrarsi sul ripasso.
 
Motivazione. Questo è forse l'aspetto che generalmente viene più sottovalutato. Quasi tutti i candidati cono presi dall'esposizione dell'argomento, dei suoi caratteri più specifici, dei collegamenti... e non spiegano né perché lo hanno scelto né come hanno lavorato. In realtà proprio questo è il nucleo del lavoro, il vero momento della presentazione, anche perché molto spesso la commissione ha modo di visionare mappe ed elaborati nei giorni fra la prima prova scritta e l'inizio dei colloqui. I docenti sanno già di cosa sentiranno parlare e comunque la proiezione della mappa lo renderà evidente anche per chi non avrà consultato in anticipo i materiali. Quello che orienta prima di tutto il giudizio è proprio la capacità del candidato di rendere conto dell'impegno profuso nel lavoro, dal momento in cui ha avuto l'idea dell'argomento alla consultazione della bibliografia, dall'inizio della stesura al confronto con eventuali problemi. Una buona introduzione, anche se porta via cinque minuti, è fondamentale per inquadrare l'argomento e dimostrare di essere consapevoli dell'impegno che esso ha richiesto e dei risultati che ha prodotto. Siano pur sacrificati alcuni concetti: se i commissari riterranno di volerli approfondire, concentreranno su questo le loro domande.
 
 
Al termine di questa rassegna di consigli, risulta evidente quanto sia complesso elaborare una tesina. Ecco perché la tesina è la vera prova di competenza, un prodotto di ricerca autentico che può offrire nel ridotto tempo di un colloquio una chiara idea del candidato, della sua forma mentis, dei suoi interessi, dei suoi progetti. Quando i maturandi si presenteranno alla commissione per l'ultima prova, le loro conoscenze saranno già state ampiamente testate con prove standardizzate, ministeriali o elaborate dai docenti: l'ora che avranno a disposizione (o anche un tempo inferiore, se sapranno giostrare bene il loro percorso) sarà l'occasione di affermarsi nella propria individualità, di far capire ai docenti in che modo il percorso formativo affrontato ha trasformato ciascuno di loro. E quindi torniamo a dare valore alla tesina, al suo significato profondo, all'immenso valore che ha un elaborato confezionato autonomamente da un ragazzo o da una ragazza che può dimostrare di essere davvero arrivato a quel traguardo affascinante e spaventoso al tempo stesso, la Maturità.

C.M.

lunedì 18 giugno 2018

In viaggio contromano - M. Zadoorian

Esistono tanti bei romanzi, libri che fanno sognare, immaginare, che non si riesce proprio a smettere di leggere. E poi ci sono quelli che ci fanno sobbalzare, emozionare, che ci prendono e non ci lasciano più, che ci danno degli scossoni.
In viaggio contromano di Michael Zadoorian (Marcos y Marcos) è uno di questi. Lo è per la storia, per i suoi personaggi, per le descrizioni dei luoghi, per l'introspezione, per lo stile. Per innumerevoli ragioni, The Leisure Seeker - questo il sottotitolo del romanzo, nonché del film che ne ha ricavato lo scorso anno Carlo Virzì e che a questo punto devo assolutamente vedere - è un capolavoro.  
Adesso abbiamo tutto il tempo del mondo. Peccato che io sia a pezzi e John ricordi a stento il suo nome. Non importa. Me lo ricordo io. Messi insieme, facciamo una persona intera. 
Il Leisure Seeker è il camper con cui Ella e John Robina, due anziani soffocati da una routine che non fa che accentuare il senso della prossima fine, hanno deciso di intraprendere un ultimo grande viaggio, ripercorrendo la mitica Route 66 e ritornando in California, a Disneyland, sulle tracce dei ricordi di una vacanza di tanti anni prima. Sarebbe meglio dire che in realtà la decisione è di Ella, dal momento che il marito ha il morbo di Alzheimer e, pur essendo ancora perfettamente in grado di guidare, non è in grado di prendere decisioni e non è consapevole di ciò che sta accadendo. Potrebbe sembrare che Ella voglia circuire il marito, ma la verità è che anche lei è malata ed è stanca di entrare e uscire dagli ospedali per curare dei tumori il cui decorso è irreversibile. Se della loro vita rimane ormai poco, se nessuna cura può alleviare il decadimento di entrambi, Ella vuole almeno rincorrere un'ultima emozione e donare a se stessa e al compagno di tanti anni un gran finale. Ecco quindi che il Leisure Seeker si mette in marcia, lasciandosi alle spalle Detroit e le preoccupazioni dei figli di Ella e John e imboccando a Chicago la storica strada statunitense: destinazione Santa Marta, laddove la Route 66 termina, nel cuore dello sfavillante mondo di Los Angeles. Nel corso del lungo viaggio attraverso dieci stati, Ella racconta le piccole e grandi avventure intervallate da pasti decisamente poco indicati per due anziani e da serate nei campeggi trascorse a guardare le diapositive degli anni trascorsi insieme, in particolare quelle dello spensierato periodo delle vacanze con i bambini. Gli spostamenti sono impegnativi, il sonno per Ella è un miraggio, mentre si fanno sentire in tutta la loro forza dolori e ventate di depressione da combattere a suon di pilloline, ma John si affida alla moglie e, del tutto ignaro di ciò che sta facendo, realizza il sogno di entrambi.
Fra le pagine di In viaggio contromano si susseguono registrazioni di viaggio e riflessioni sulla vita e sulla malattia, ma la cifra fondante del romanzo è l'ironia, la straordinaria forza con cui l'autore, tramite Ella, narratrice di tutta la storia, trasforma momenti malinconici come i vuoti di memoria e i colpi di testa di John e le insidie di un percorso in aree abbandonate in piccoli siparietti. Zadoorian riesce a mostrarci la difficile condizione di una coppia che deve contrastare enormi limiti posti dall'età e che, nonostante tutto, riesce a trovare nel suo forte legame il modo per trasformare rabbia e delusione in sorrisi e carezze. Sono come due bambini Ella e John: due strampalati vecchietti che alternano momenti di straziante lucidità a sfoghi di una incoscienza necessaria per sentirsi ancora vivi, ancora padroni della propria esistenza, in barba a diagnosi mediche e piogge di ansia fine a se stessa.
In viaggio contromano è il secondo libro di Michael Zadoorian, che aveva esordito con Second Hand; se dopo la lettura del primo romanzo era nata una forte curiosità nei confronti dell'autore, da In viaggio contromano è scaturita una profonda ammirazione. Questo libro ha superato qualsiasi aspettativa ed ha scalato l'Olimpo delle mie letture preferite. Nella sua semplicità, che non di rado strizza l'occhio al prosastico, come già Zadoorian aveva dimostrato di saper fare, è un romanzo destinato a rimanere nel cuore per la sua forza comunicativa, per le reazioni che sa suscitare, per le emozioni che regala. Come la grande letteratura - e so che è un concetto che ripeto spesso, ma tant'è - In viaggio contromano ci spinge a fare i conti con argomenti scomodi, con personaggi fuori dalle righe, con situazioni che definiremmo paradossali, ma, con questa scelta coraggiosa, ci pone davanti alla necessità di riflettere su temi importanti. In questo caso, sull'amore e sulla libertà.
 
Quando si alza il sole siamo le uniche persone per strada. Affondata nel mio sedile del Leisure Seeker, con una tazza di caffè tiepido dell’area di servizio in mano, guardo i colori spodestare il cielo notturno – il viola si trasforma in ciliegia, l’antracite diventa azzurro. Le stelle sbiadiscono mentre il profilo delle montagne di Sacramento si staglia all’orizzonte con le sue sfumature argentee, le aloe spinose e la boscaglia intricata, come se una fotografia di Ansel Adams venisse sviluppata sotto i miei occhi.
Sarà che avvicinandosi la fine del nostro viaggio divento sentimentale, ma questo spettacolo è proprio quello che avevo bisogno di vedere, oggi. E John, nella sua follia, ha consentito che accadesse.
Mi inclino verso di lui, gli tocco un braccio. «Grazie».
C.M.

lunedì 11 giugno 2018

Negli occhi di chi guarda - M. Malvaldi

Eccoci ad una nuova recensione, che spero segni l'inizio della ripresa delle attività del blog, ora che le lezioni scolastiche sono terminate e che molti pomeriggi e diverse serate potranno essere dedicate alla lettura. Per entrare nell'atmosfera dell'estate e, al contempo, godermi un libro non troppo impegnativo per il mio sistema nervoso sovraccaricato da scadenze, verifiche da correggere e adempimenti burocratici di fine anno, ho scelto Marco Malvaldi e il suo ultimo giallo, Negli occhi di chi guarda. Uscito lo scorso anno, sempre per Sellerio, è un romanzo a sé, svincolato dalla serie del BarLume come già Odore di chiuso, Milioni di milioni, Argento vivo e Buchi nella sabbia.
 
Siamo nella tenuta maremmana di Poggio alle Ghiande, proprietà dei gemelli Zeno e Alfredo Cavalcanti, l'uno raffinato cultore d'arte e collezionista accanito, l'altro impegnato negli affari e nelle responsabilità della villa. Del resto, in osservanza della tradizione nobiliare che i due fratelli incarnano nonostante gli evidenti anacronismi, Zeno, in quanto primo fuoriuscito dal grembo materno, è il secondogenito, mentre Alfredo, che ha visto la luce per secondo, è il primogenito. Nella tenuta dei gemelli Cavalcanti, comunque, non vivono solo i due proprietari: i diversi appartamenti ricavati a Poggio alle Ghiande sono affitati alla professoressa in pensione Giancarla Bernardeschi, che se ne va in giro alla ricerca di erbe aromatiche per i suoi esperimenti culinari, al meccanico di Formula 1 Riccardo Maria Torregrossa, alla casalinga Anna Maria Marangoni e ai Della Rosa, marito e moglie, entrambi musicisti. Oltre a loro incontriamo alcuni ospiti dei due Cavalcanti: la bella filologa Marherita Castelli, venuta ad esaminare la collezione d'arte di Zeno, e il genetista Piergiorgio Pazzi, ufficialmente incaricato di stabilire chi fra i due gemelli, in base alla scienza, abbia più speranze di vivere più a lungo, ufficiosamente più interessato alla compagnia di Margherita che al lavoro affidatogli dai suoi anfitrioni. Non vanno poi dimenticati il custode del podere, Raimondo, e Piotr, l'uomo delle pulizie, né tantomeno l'architetto Giorgetti e l'ingegner De Finetti, il primo esecutore di una perizia immobiliare, il secondo della mediazione per l'acquisto di Poggio alle Ghiande per conto di una holding immobiliare cinese interessata a farne un villaggio vacanze.
E naturalmente c'è un cadavere, anzi, ce ne sono due. Basta il primo decesso, mascherato dietro un incendio doloso, a compromettere la compravendita e a far ricadere i sospetti su Alfredo, tuttavia il secondo complica non solo la strada degli affari ma anche quella delle indagini. Quanta parte del movente è costituito dall'affare immobiliare, che alcuni hanno interesse a concludere e altri ad evitare, e quanta, invece, è legata all'introvabile opera di Antonio Ligabue che Raimondo dice di aver ricevuto dal pittore stesso durante la convivenza in manicomio?
Ancora una volta Marco Malvaldi costruisce uno scenario giallistico accattivante, al quale le antiche tenute nobiliari e i paesaggi della Maremma conferiscono una gamma tonale unica, unitamente alla verve narrativa e al colore di certe espressioni in cui il registro gergale e il gioco di parole raffinato si mescolano ironicamente. Dinamiche dei moventi e delle indagini si intrecciano con naturalezza, traghettando il lettore verso il finale in maniera sciolta e assolutamente priva di rompicapo e in questo aspetto sta sia la forza di Negli occhi di chi guarda che il suo punto di debolezza. Se, infatti, questa essenzialità narrativa che in pochi capitoli porta a svelare il colpevole dell'omicidio, rende il romanzo estremamente sciolto, dall'altra parte lascia la sensazione che qualche elemento non sia stato completamente sviluppato, che alcuni sentieri potessero essere aperti per complicare il quadro d'insieme e stimolare il lettore alla ricerca di tante ipotesi, che, insomma, il decorso del racconto sia troppo rapido. Qualche capitolo in più non avrebbe guastato, anche perché la prosa di Malvaldi è sempre un'ottima compagnia. 
Negli occhi di chi guarda è comunque una buona proposta di lettura per l'estate, un libro che si legge tutto d'un fiato, ma che concede anche lunghe pause, proprio per la schematicità degli elementi e la loro linearità: va bene per un pomeriggio in riva al mare come per una pausa dal lavoro, per immergersi profondamente nella storia o per farvi qualche balzo di tanto in tanto.

C.M.

lunedì 28 maggio 2018

Il pittore fulminato - C. Aira

Johann Moritz Rugendas, l'America meridionale e i suoi paesaggi mozzafiato: sono questi gli ingredienti del romanzo di César Aira, Il pittore fulminato (Fazi editore). Nel XIX secolo il pittore tedesco affrontò diversi viaggi in Brasile, Cile, Bolivia, Perù e Argentina, catturato soprattutto dalla vita nel continente oltreoceano, alla ricerca delle tradizioni locali, ma anche delle molteplici forme che sotto l'Equatore assume la natura.
Delle avventure di Rugendas, Aira seleziona solo una piccola parte, incentrata su un drammatico episodio: durante un temporale l'incauto pittore si è avventurato solo, a cavallo, per ispezionare il paesaggio desertico in cui lui, il compagno di viaggio e collega Robert Krause, si sono improvvisamente trovati. Il caldo è insopportabile, l'umidità soffocante, i cavalli sono ingovernabili e nemmeno le guide, mentre le nuvole nere si accumulano, sanno cosa fare. Rugendas decide di esplorare la zona, ma, nel pieno della galoppata, cavallo e cavaliere vengono colpiti da due fulmini. Sopravvivono, ma Rugendas, trascinato dal cavallo impazzito, non ha più un volto ed è destinato ad una vita in preda a incontrollabili scosse nervose e lancinanti emicranie che solo la morfina può sedare. Eppure non si arrende: il suo viaggio continua e l'entusiasmo della ricerca e della pittura si riaccendono quando, finalmente, si diffonde la notizia di un assalto di indios alle proprietà dei bianchi. È il malón, l'evento che Rugendas ha sempre desiderato raffigurare, anche in qualità di erede di una stirpe di pittori di guerra costretto dalla pacificazione del vecchio continente a volgere altrove i suoi interessi. Rugendas, mascherato con una mantiglia di pizzo, e Krause si lanciano all'inseguimento delle bande di indios e si accampano nelle fattorie prese d'assalto per rappresentare un evento catastrofico che, però, sembra essere ormai acclimatato nella routine delle popolazioni latine, che sanno di non poterlo prevedere come qualsiasi altro fenomeno naturale e che sono ben organizzate nella difesa, anche se questa non impedisce i furti e le uccisioni.
Il pittore fulminato è un brevissimo romanzo in cui la verità storica si amalgama all'invenzione. César Aira ha il merito di aver dato visibilità ad una figura molto particolare nel panorama artistico dell'Ottocento, che, per noi Europei, è il secolo del Romanticismo e di un genere di pittura che non contempla quello nel quale si è distinto Rugendas. La narrazione di questa sua vocazione alla descrizione della vita nei villaggi sudamericani è agile, semplice, arricchita di suggestive descrizioni e come volta alla costruzione di un ideale eroico molto particolare, quello di un artista che sfida i propri limiti, anche con una buona dose di incoscienza, per inseguire i suoi soggetti, per esplorare e raccontare attraverso la propria tecnica ciò che ha visto, anche quando il dolore, gli oppiacei e un sistema nervoso impazzito finiscono per trasfigurare ciò che ha davanti.
 
Johann Moritz Rugendas, Foresta vicino a Manqueritipa
Il clima aveva raggiunto il massimo della perfezione al termine dell’estate. I paesaggi acquisivano una plasticità infinita; secondo le ore, si avvolgevano nella luminosità della Cordigliera e diventavano trasparenti, in cascate interminabili di dettagli. La luce pomeridiana, filtrata dall’imponente muraglia rocciosa delle Ande, era un puro fantasma di luce, un’ottica intellettuale, abitata da tonalità rosa intempestive della sera incombente. I crepuscoli si prolungavano per dieci, dodici ore. E la notte, raffiche di vento riorganizzavano stelle e montagne lungo l’itinerario delle passeggiate dei due amici.
C.M.

venerdì 11 maggio 2018

Alla sacra montagna di Nikkō - P. Loti

Oggi vi devo confessare di avere una smisurata fascinazione nei confronti del Giappone, dei suoi paesaggi e della sua cultura... una passione che condivido con moltissime persone: magari anche voi avete deciso di leggere questo articolo per lo stesso motivo. L'arcipelago nipponico, che ha conquistato molti di noi fin dall'avvento dei manga e degli anime, per poi imporsi attraverso il cinema, la fotografia e la letteratura, è un'attrattiva sempre più forte, come dimostra il suo successo fra i turisti.

Da qualche anno, dunque, sono preda di un incantesimo che non avrebbe potuto far passare inosservata la nuova pubblicazione della collana Bambù di Lindau, Alla sacra montagna di Nikkō, un estratto del carnet de vojage di Pierre Loti (al secolo Julien Viaud, 1850-1923) dedicato alla descrizione del suo viaggio nella necropoli degli shōgun Tokugawa, un meraviglioso complesso architettonico immerso nelle foreste di cedri che l'Unesco ha dichiarato Patrimonio dell'Umanità nel 1999.
È sotto il manto di una fitta foresta, lungo le pendici della Sacra Montagna di Nikkō, tra cascate che producono il loro eterno rumore all’ombra dei cedri, che una serie di templi incantati, di bronzo e legno laccato e dai tetti d’oro, sembra apparsa come per magia tra le felci e il muschio, nella verde umidità, sotto la volta di fronde ombrose, nel cuore della natura selvaggia.
Nikkō appare così, come un fiabesco reame in cui le forme dei santuari, i torō e le sculture si fondono con la natura circostante e appaiono come fantasmi dalle nebbie mattutine. Pierre Loti racconta prima, brevemente, il suo viaggio in treno da Yokohama a Utsonomiya, poi lo spostamento, possibile solo su un carretto trainato da agili potatori, attraverso i sentieri di pietra che si snodano fra i boschi e portano nel cuore del complesso sacro di epoca Edo, che comprende anche il mausoleo Ieyasu Tokugawa, fondatore dello shogunato, morto nel 1617. Il cuore del libro è certamente costituito dalla descrizione del grandioso jinja, ma ciò che più colpisce sono le sensazioni suscitate dal viaggio stesso. Infatti, mentre si inoltra nelle foreste che separano la città dall'altipiano di Nikkō, l'autore si sofferma sulle impressioni che scaturiscono dall'incontro dei villaggi e dei loro abitanti, dalla scomparsa delle strade in sentieri fangosi e pieni di buche, dagli stupefacenti giochi della luce del sole che tramonta e conferisce ai luoghi visitati un'aura magica.  
«Di villaggio in villaggio, sembra che il carattere dell'antico Giappone si accentui sempre di più» scrive Pierre Loti mentre sobbalza sul carro. E il suo entusiasmo, la sua curiosità, il suo impeto sono tanto forti che non concede ai portatori nemmeno una notte di riposo. Abituato alle maniere dei Giapponesi di città, Loti appare immediatamente stupito dal fare cerimonioso degli abitanti del villaggio di Nikkō, dai loro inchini, dalla solerzia delle cameriere e dagli sguardi delle musmè, dal candore di stuoie e camere, dal profluvio di tazzine e piattini in cui è servita la cena. Egli, insomma, vive l'incanto della scoperta delle tradizioni autentiche della terra nipponica, esattamente come accade ogni giorno ai viaggiatori che si lasciano catturare dal fascino del Sol Levante.

Cascate Kegon nel Parco Nazionale di Nikkō

Dopo aver esibito lo speciale permesso ottenuto in ambasciata dal Mikado, Pierre Loti narra l'attraversamento di un ponte attiguo al ponte sacro in lacca rossa, con la musica eterna delle cascate in sottofondo: leggendo le sue memorie, sembra di entrare nelle immagini di Hiroshige.
La natura ingloba il complesso architettonico, ogni edificio è descritto con dovizia di particolari, con attenzione alle facciate, ai colonnati, ai rilievi con motivi zoomorfi o vegetali, agli elementi laccati in oro, alle sembianze delle divinità, all'intreccio dei rami degli alberi del giardino più singolare del mondo. E non mancano le descrizioni dei rituali dei bonzi e delle sacerdotesse, intenti a salmodiare in modo malinconico, sospirando ad ogni inchino scandito dal tamburo. 
Immerso in questo complesso templare, l'autore si sente nel cuore stesso del Giappone, «nel suo cuore vivo, nel pieno del suo agire artistico, rituale e religioso». Uno spettacolo di fronte al quale si potrebbe rimanere per giorni e giorni, che fa nascere nel lettore il desiderio di mettersi in viaggio a sua volta per provare quelle stesse emozioni, per saziarsi di tanta bellezza.
Alla sacra montagna di Nikkō è un piccolo gioiello narrativ oltre che uno scrigno di descrizioni mozzafiato, che rendono in maniera incisiva e struggente le impressioni dello scrittore e di ogni persona che, spinta dal desiderio di scoprire nuove culture ed esplorare luoghi sconosciuti e avvolti nel mistero della leggenda, si lascia guidare dal proprio entusiasmo e assapora ogni istante del suo percorso. Il diario di Loti ha reso ancor più forte la curiosità di visitare il Giappone, di viverne le tradizioni, di lasciarsi conquistare da una cultura completamente diversa, che, inevitabilmente, si finisce per paragonare alla propria, come fa l'autore, per individuare quei punti di riferimento che permettono di cucire il noto e il non noto e di essere a proprio agio anche nel respirare una cultura diversissima.
Anche se non visiterò Nikkō, è proprio questo che mi aspetto dal Giappone, ciò che spero di trovarvi l'estate prossima, quando volerò proprio in quella terra per il mio viaggio di nozze. Ecco svelato il segreto che mi rende ancor più caro l'arcipelago nipponico, del quale spero di scrivervi, in futuro, oltre che da lettrice di altrui memorie, da diretta testimone della sua grandezza.

La convivenza di muschi, felci, capelveneri e licheni, un po’alla rinfusa, ma con grazia, insieme alla lacca e all’oro, a delicati ricami di rame e bronzo appena intaccati dal tempo, è qualcosa che non si vede da nessun’altra parte. La comunione completa con la natura incontaminata è ciò che conferisce a questi edifici il loro aspetto magico, incantato.
C.M.