mercoledì 30 agosto 2017

Sulla spiaggia con... Lebasque

Fra i pittori postimpressionisti francesi va annoverato Henri Lebasque (1865-1937), un artista che vanta, fra le sue prime opere importanti, la collaborazione con Ferdinand Humbert nella realizzazione degli affreschi del Pantheon parigino. Il personale orientamento di Lebasque, però, è verso una pittura che, raccogliendo l'esperienza degli impressionisti, in particolare di Pierre-Auguste Renoir e Camille Pissarro, conosciuti all'inizio del Novecento, si trasporta verso la ricerca dei fauves, con interessanti fusioni fra la ricerca sulla luce e quella sull'uso del colore e la dissoluzione delle forme.

Henri Lebasque, Una ragazza al mare

Se lo slancio impressionista anima soprattutto le tele che Lebasque dedica ai giardini, laddove prevalgono colori verdi e gialli e tratti di pennellata a virgolette, è nei dipinti dedicati alla ritualità della spiaggia che emergono nuove soluzioni. La caratteristica dell'arte di Lebasque, comunque, è quella di motivare la rappresentazione del paesaggio con l'inserimento di figure umane, in particolare femminili, una scelta che ne determina l'identità anche nel seguire il percorso impressionista.
Fondamentale, nell'evoluzione della poetica di Lebasque, è l'adesione al programma di alcuni artisti come Paul Signac, Félix Vallotton, Henri Matisse e Pierre Bonnard e altre figure orbitanti attorno al Salon d'Automne.

Henri Lebasque, Sulla spiaggia a Morgat

Sono principalmente due le aree marine che interessano Lebasque: Morgat, sulla costa atlantica francese, e le spiagge della Costa Azzurra. Proprio nel sud della Francia, infatti Lebasque trascorre gli ultimi anni della sua vita, dividendosi tra Villa Beau Site, a Nizza, Saint Tropez e la cittadina di Le Cannet, dove stabilisce il suo atelier e dove muore nel 1937. Henri Lebasque ha dunque l'occasione di immergersi nel clima artistico della Provenza e della Costa Azzurra, laddove è vivo l'influsso di Paul Cézanne e Henri Matisse e dove anche Pablo Picasso troverà ispirazione.

Henri Lebasque, Al mare

Henri Lebasque, Donna con l'ombrello sulla spiaggia

Grazie a questi influssi, Lebasque elabora un proprio percorso di fusione fra gli elementi impressionisti, come la rappresentazione del mare, le inondazioni di luce e lo scioglimento dei contorni, e innovazioni fauviste, riscontrabili in particolare nell'uso dei colori caldi, nel modo di rappresentare le donne e il loro vestiario, avvalendosi di macchie di colori forti e riproducendo i motivi dei tessuti. Quest'ultimo aspetto di accentua nei ritratti in spazi interni o alla finestra, che ricordano le soluzioni di Matisse, mentre si coglie, nell'interesse per le abitudini delle signore sulle spiaggia, la stessa curiosità che caratterizza le spiagge di Joaquín Sorolla: le soluzioni sono diverse nella tecnica ma si assomigliano per la scelta dei soggetti, come quello della donna che indossa il copricostume, delle passeggiate col parasole e delle madri che sorvegliano il gioco dei bambini.

Henri Lebasque, Sulla spiaggia

Attraverso la pennellata di Lebasque si delinea un quadro sociale ben definito, di una classe agiata che indossa abiti e costumi di pregio o, addirittura, scende in spiaggia con i gioielli e che ama ripararsi o con grandi ombrelloni o, addirittura, con vere e proprie tende a righe. Quelli che l'artista descrive sono i momenti di svago dei francesi in Costa Azzurra, fra una serata di divertimento e le nuotate diurne e, magari, il pittore o qualcuno dei suoi soggetti avranno incontrato nelle loro passeggiate personaggi come Zelda e Francis Scott Fitzgerald o i protagonisti del romanzo Tenera è la notte.

Henri Lebasque, Sulla spiaggia

Se alle spalle della Bagnante possiamo ancora individuare i cristalli delle pennellate impressioniste e nella panoramica di Sulla spiaggia il trattamento delle figure e del paesaggio non è dissimile da quello che sceglie Édouard Manet in Sulla spiaggia a Boulogne (1869), vanno in direzione della pittura di Matisse sia Donna con l'ombrello sulla spiaggia che Tre giovani donne sulla spiaggia, che colpiscono per l'interesse verso gli abiti degli anni Venti, la moda delle collane dalle grosse perle e dei cappelli, ma, soprattutto, tradiscono la presenza delle linee di contorno che sono una cifra identitaria della pittura fauve, anche se qui non giungono ad esiti visivamente impegnativi. 

Henri Lebasque, Sulla spiaggia

Henri Lebasque, Tre giovani donne sulla spiaggia

Originale è poi l'uso che Lebasque fa della messa a fuoco di un soggetto rispetto al suo sfondo: il dipinto Sulla spiaggia in cui una bagnante in costume al riparo di un grande ombrellone striato giallo e blu si volge verso il pittore ricorda quasi un ritratto fotografico, attorno al quale la travolgente luminosità del sole della Costa Azzurra fa svanire ogni forma.

Henri Lebasque, Sulla spiaggia

Come si diceva, Lebasque inserisce sempre nei suoi paesaggi almeno una figura umana. Tuttavia il dipinto balneare più particolare è quello in cui i personaggi appaiono quasi minoritari rispetto al mare. Bagnanti nel mare, infatti, è dominato dalla rappresentazione delle onde e delle loro sfumature, a conferire potenza alla risacca nella quale i nuotatori vengono travolti.

Henri Lebasque, Bagnanti nel mare

C.M.

lunedì 28 agosto 2017

Anime baltiche (Brokken)

Un grande romanzo biografico che racconta non solo le esistenze di singoli personaggi ma quelle di una intera area geografico-culturale. Questo è Anime baltiche, il libro di Jan Brokken (edito da Iperborea) capace di far innamorare del nord Europa, delle sue atmosfere, della sua storia e della sua arte.
 
Nell'arco di dodici capitoli e quasi cinquecento pagine, lo scrittore olandese ripercorre le vicende dei protagonisti della storia politica, artistica e musicale delle Repubbliche baltiche, sottolineando il forte legame che intercorre fra questi diversi aspetti e tracciando un limpido quadro delle trasformazioni di Lettonia, Lituania ed Estonia in relazione agli influssi tedeschi e russi subiti fra XIX e XX secolo. Jan Brokken si è approcciato alla narrazione da viaggiatore, ha cercato le tracce di personaggi più o meno noti appigliandosi ai ricordi o ad amicizie di gioventù e ha ascoltato le persone che, nel corso del suo vagare nel nord, gli hanno fornito informazioni, curiosità, guida.
Fra le pagine di Anime baltiche, dopo un fuggevole incontro con la figlia dello scrittore Carl Robert Jakobson (1841-1882), ispiratore dell'orgoglio indipendentista estone, incontriamo il libraio di Riga Jānis Roze (1878-1942), un coraggioso imprenditore che dalla vendita di almanacchi e calendari arrivò a fondare, nel 1914, una casa editrice attiva ancora oggi, grazie all'impegno e, in certa misura, alla sfrontatezza di chi ne raccolse il testimone, sfidando il controllo sovietico, dopo la morte per stenti in Siberia.
Si passa poi a Sergej Ėjzenštejn (1898-1948), il regista di film come La corazzata Potëmkin e altre pellicole di propaganda sovietica, che tuttavia non bastarono a proteggerlo dallo sguardo sospettoso di Stalin, e al suo controverso rapporto con il padre Michail, architetto invaghito dello Jugendstil e responsabile della decorazione di alcuni fra gli edifici Art Nouveau di Riga, sebbene ciò che vediamo sia in gran parte l'esito delle ricostruzioni postbelliche.
Seguono le ricostruzioni biografiche dedicate ai musicisti ancora viventi Gidon Kremer (n. 1947), lettone diventato violinista per compiacere il padre e il suo orgoglio ebraico, teso a riscattare il dramma del sopravvissuto alla Shoah, e Arvo Pärt (n. 1935) i cui brani dodecafonici hanno per Brokken una potenza tale da rievocare lo spirito estone e, più in generale, baltico. Nel raccontare la loro arte, Brokken può avvalersi di incontri personali e del fitto intreccio fra la musica e il controllo culturale esercitato dal governo sovietico, facendo emergere alcune consonanze fra la censura che coinvolse Pärt e il caso del russo Dmitrij Šostakovič cui lo scorso anno Julian Barnes ha dedicato il romanzo Il rumore del tempo.
Grazie a Brokken ci viene restituita la storia dei baroni baltici e dei pregiudizi nei confronti di coloro che, dopo il tramonto della nobiltà tedesca, decisero di rimanere nelle terre occupate dai cavalieri teutonici fino all'ordine di rientro forzato spiccato da Hitler. Uno di questi racconti coinvolge la madre di Karin, studentessa di giornalismo nello stesso corso di Brokken nel 1968: Anna-Liselotte von Wrangel (1926-2007), il cui bisnonno fu intimo amico di Fëdor Dostoevskij; ella trascorse l'infanzia nella tenuta di Mõisamaa, in Estonia, che la famiglia dovette lasciare nel 1939, a seguito della rimpatriata imposta dal tedesco. Fra i discendenti di questa antica nobiltà è annoverata anche Alessandra Wolff-Stomersee (1894-1982), moglie di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, che, avvicinando il marito alle atmosfere di decadenza degli antichi domini baltici, fu determinante per la nascita de Il Gattopardo.
 
Cupole della Cattedrale della Natività di Cristo a Riga
 
Jan Brokken ci consegna poi il racconto di Hannah Arendt (1906-1975), del suo talento intellettuale, della sua relazione con Martin Heidegger e della sua Königsberg, la città di Immanuel Kant, annessa alla Russia nel 1946 con il nome di Kaliningrad. Si sofferma sulle vicende dello scrittore lituano Roman Kacev, più noto con il nome di Romain Gary (1914-1980), il quale fu aviatore nell'aeronautica francese nella seconda Guerra mondiale e marito dell'attrice americana Jean Seberg, che seguì a distanza di un anno nel suicidio. Con Anime baltiche si presenta l'occasione di conoscere anche il percorso artistico dell'artista lituano Jacques Lipchitz (1891-1973), amico di Amedeo Modigliani e protagonista dell'esposizione Le Olimpiadi sotto la dittatura, promossa ad Amsterdam nel 1936 per condannare il nazismo e del lettone Mark Rothko (1903-1970), emigrato negli Stati Uniti per il timore del padre che lui e il fratello potessero essere arruolati nell'esercito zarista.
La biografia più emozionante e potente, per la sua capacità di trasmettere il dramma della conquista dell'indipendenza dall'URSS nel 1991, è quella della giovane Loreta Asanavičiūtė (1967-1991), che partecipò alla Rivoluzione cantata del 1989, una protesta che coinvolse oltre due milioni di persone unite in una catena umana che collegava Tallin, Riga e Vilnius. Di Loreta e dei suoi connazionali in rivolta contro l'Unione sovietica e delle violente repressioni che subirono si sa ben poco, per questo la traduzione della sua biografia è un importante documento storico. 
È attraverso le storie di questi uomini dai talenti straordinari che si svelano quelle che furono le vicende molto ordinarie di coloro che vissero nelle regioni baltiche all'inizio del Novecento e fino agli anni '90. Sospesi in un limbo conteso fra l'antica nobiltà tedesca, la Svezia e l'Impero russo, poi investiti dalle rivolte anti-zariste che li condussero all'indipendenza nel 1918, invasi dalle truppe naziste e inglobati nell'URSS fino all'indipendenza del 1991, i territori di Estonia, Lettonia e Lituania hanno acquisito un'identità con la convivenza, non di rado foriera di ostilità e nazionalismi, fra Estoni, Lettoni, Lituani, Tedeschi, Polacchi, Russi e, fra di essi, molti di origine ebraica. Per questo la storia che emerge fra le pagine di Anime baltiche è una storia di guerre, deportazioni, massacri, proteste e rivendicazioni di cui generalmente si conosce molto poco, un po'per la recente uscita delle Repubbliche baltiche dalla soffocante aura sovietica, ma in parte anche per il silenzio dei media di fronte ai drammi etnici e politico-sociali che investirono questo angolo poco considerato d'Europa.
 
Veduta di Tallin dal mare
 
Anime baltiche è, insomma, una sorta di biografia corale che racconta popoli e culture incontratesi e scontratesi nell'Europa nord-orientale, un collettore di storie e di Storia, una biblioteca da cui attingere informazioni ed emozioni. Jan Brokken non fa avvertire il peso della ricostruzione documentaria, perché non affronta il suo compito come un dotto ricercatore ma come un viaggiatore mosso da autentica curiosità, affascinato dagli spiriti che incontra sul suo cammino e consapevole che «viaggiare, insieme a leggere e ascoltare, è sempre la via più utile e più breve per arrivare a se stessi». 
In virtù di questo atteggiamento genuino, Jan Brokken fa sorgere nel suo lettore il profondo desiderio di visitare le coste baltiche, le capitali Tallin, Riga e Vilnius e gli edifici nascosti che hanno ospitato personaggi grandi per la loro arte, i loro drammi e il loro coraggio. Peraltro, sembra che il grande pregio di Anime baltiche stia per trovare una sorta di continuazione nel racconto di alcune anime russe incluse in Bagliori a San Pietroburgo, che Iperborea pubblicherà a settembre, in corrispondenza della partecipazione di Jan Brokken al Festivaletteratura di Mantova.
L’orgoglio non ha niente a che vedere con il nazionalismo, lo sciovinismo o l’arroganza. Essere orgogliosi del proprio paese significa credere un tutto ciò che lo rende speciale, diverso, unico. Significa avere fiducia nella propria lingua, nella propria cultura, nelle proprie capacità e nella propria originalità. Quest’orgoglio è la sola risposta adeguata alla violenza e all’oppressione.
C.M.

venerdì 25 agosto 2017

Operazione Valchiria (Bryan Singer, 2008)

Sembra che siano una quarantina gli attentati orditi contro Adolf Hitler: avvelenamenti, esplosioni, sparatorie, sotterfugi di varia natura non sono bastati ad eliminare il cancelliere tedesco e fondatore del Terzo Reich. In qualche caso i piani dei nemici del dittatore sono andati in fumo per imprevisti apparentemente trascurabili o per dettagli non calcolati in piani che sembravano perfetti. Il più clamoroso di questi tentativi di uccisione del führer fu quello messo in atto da alcuni ufficiali dell'esercito tedesco e guidato dal colonnello Claus von Stauffenberg, un vero e proprio colpo di Stato militare che avrebbe dovuto sfruttare il piano stesso di difesa del Reich in caso di morte di Hitler, la cosiddetta Operazione Valchiria.
 
Operazione Valchiria è anche il titolo del film che nel 2008 Bryan Singer ha tratto dagli avvenimenti storici. La vicenda prende le mosse dal fallimento del progetto del generale Henning von Tresckow (Kenneth Branagh) di far esplodere l'aereo su cui viaggia Hitler (David Bambler) attraverso un ordigno nascosto in una bottiglia di Cointreau; resosi necessario un piano alternativo, i generali Ludwing Beck (Terence Stamp) e Friedrich Olbricht (Bill Nighy) prendono contatti con il reduce della Wermacht, il colonnello von Stauffenberg (Tom Cruise), appena rientrato in Germania dopo un attacco della RAF in Africa nel corso del quale ha perso un occhio, una mano e due dita dell'altra. Determinato ad eliminare Hitler e a trattare la pace con gli Angloamericani prima della caduta di Berlino, von Stauffenberg decide di sfruttare gli ordini stessi di Hitler per attuare il colpo di Stato dopo la sua morte: nel luglio 1944 von Stauffenberg dovrà piazzare una bomba nel bunker di Rastenburg (detto Tana del lupo) dove il führer ha radunato i suoi fedelissimi e immediatamente dal rifugio stesso verrà comunicata la notizia della morte del dittatore, di fronte alla quale le milizie tedesche hanno il dovere di attivare uno stato di emergenza tale da blindare Berlino e rendere sicuri i centri del potere. Per garantire il successo del piano, però, i membri delle SS, che hanno il compito di difendere il Reich e di portare avanti i disegni di Hitler, devono essere trasformati da capi e garanti dello Stato in traditori e Valchiria deve fare in modo che prima di tutto l'esercito arresti i maggiori collaboratori e le figure-chiave della nazione. Il piano rischia di naufragare una prima volta, quando l'assenza di Heinrich Himmler, capo delle SS e quindi figura scomoda quanto Hitler, nel corso della riunione del 13 luglio a Rastenburg, determina la sospensione delle azioni e fa scattare i sospetti di Friedrich Fromm (Tom Wilkinson), che, pur desiderando una Germania nella quale lui stesso possa ricoprire un ruolo di preminenza, non offre apertamente il suo sostegno alla congiura. Il 20 luglio l'attentato può finalmente essere attuato: Claus von Stauffenberg e il giovane tenente Werner von Haeften (Jamie Parker) raggiungono Rastenburg con due bombe, da innescare all'interno del bunker. A causa dell'elevata temperatura e dell'imminente visita di Benito Mussolini, la riunione presieduta dal führer viene anticipata e spostata in un edificio esterno, che compromette la forza di detonazione e la tempistica dell'attacco, secondo il quale il colonnello von Stauffenberg deve ricevere da Berlino una telefonata con la quale motivare il suo improvviso allontanamento dalla Tana del lupo. A questi eventi imprevedibili si somma la fatalità: appena von Stauffenberg esce dall'edificio, la valigetta contenente l'unica bomba che i due soldati sono riusciti ad armare viene spostata di qualche centimetro. Adolf Hitler uscirà illeso dall'esplosione, ma l'operazione Valchiria è ormai avviata e non resta che portarla fino alle estreme conseguenze anche dopo che alla radio risuona il messaggio del führer che rassicura i Tedeschi sulla propria salute.
 
 
Abbastanza fedele ai fatti storici, Operazione Valchiria fa luce sulle tensioni interne alla Germania e sul dilemma fra la fedeltà alla nazione e la necessità di perseguire l'alto tradimento come unico mezzo per salvarla e per dimostrare, come dice von Tresckow, che non tutti i Tedeschi erano sostenitori di Hitler, della guerra ad ogni costo e dei piani di annientamento del loro capo di Stato. Il film di Singer offre anche dei ritratti molto particolareggiati dei personaggi e dei loro moventi, dalla determinazione di Claus von Stauffenberg alla sua angoscia per le sorti della famiglia, che ha allontanato per evitare ritorsioni, dalla doppiezza di Fromm alla granitica adesione di soldati come Otto Ernst Remer (Thomas Kretschmann). La pellicola rende bene anche il moto di crescita del consenso attorno alla congiura e la sua rapida dissoluzione dopo la riscossa hitleriana e la tensione di coloro che si assunsero la responsabilità di compiere l'unico atto che sembrava poter poter concludere la guerra ed evitare il tracollo tedesco, ma che non immaginavano che Hitler sarebbe sopravvissuto loro altri otto mesi e che l'unico in grado di porre fine alla sua vita sarebbe stato il führer stesso.
 
 
Sarebbe stato interessante una conclusione che narrasse le conseguenze della congiura del 20 luglio 1944, anche se tale continuazione avrebbe probabilmente smorzato il pathos della sequenza finale. Ciò che il film di Singer non racconta, infatti, è la cruenta serie di eventi che seguirono la fucilazione degli attentatori, le ripercussioni sui loro familiari e su tutti coloro che, a vario titolo, furono ritenuti colpevoli di alto tradimento. Una simile chiusura avrebbe forse rafforzato il dramma di von Stauffenberg e dei suoi compagni e la portata del grande sacrificio che comportò la resistenza tedesca, della quale, forse, si parla ancora poco.

C.M.

mercoledì 23 agosto 2017

I Buddenbrook (Mann)

Il classico che ho scelto per questa estate è I Buddenbrook. Decadenza di una famiglia di Thomas Mann. Pubblicato nel 1901, esso è il primo romanzo dell'autore tedesco premio Nobel nel 1929 e racconta delle sorti di una famiglia dell'alta borghesia mercantile di Lubecca e dell'intreccio della vita familiare con le aspettative sociali e i cambiamenti politico-economici in un arco di tempo che va dal 1835 alla fine degli anni '70 del XIX secolo.
 
I Buddenbrook è una articolata saga che si pone nel solco della narrativa realista del romanzo familiare ottocentesco, tuttavia manifesta anche l'affacciarsi di un sentire decadente, l'emergere del carattere psicologico e di alcune tematiche caratteristiche del romanzo europeo di inizio Novecento.
Le vicende narrate percorrono quattro generazioni della famiglia Buddenbrook, che ha costruito la propria ricchezza e il proprio prestigio grazie al commercio: si parte dall'anziano console Johann Buddenbrook, sposato con M.me Antoninette Duchamps, si incontra poi l'erede Johann, che assume la stessa carica del padre alla sua morte, assieme alla moglie Elisabeth Kröger, per passare ai loro figli Thomas, Christian, Antoinette (detta Tony) e Clara e per finire con il piccolo Johann (meglio noto come Hanno), erede di Thomas e della moglie Gerda Arnoldsen, e, a margine, con le vicende di Erika ed Elisabeth, figlia e nipote di Tony.
Nonostante questa vasta rosa di personaggi, però, Mann si concentra in particolare su Johann Buddenbrook jr. e sul suo impegno nel far crescere il successo economico e la visibilità sociale della famiglia, su Thomas, con i suoi tentativi di arrestare l'inevitabile declino che segue l'ampliamento delle relazioni commerciali interne ai principati tedeschi e una serie di operazioni d'affari disastrose, e su Tony, che da ragazzina sognatrice e viziata diventa una donna che, con due divorzi alle spalle e l'abbandono della figlia da parte dello spregiudicato Hugo Weinschenk, lotta con tutte le sue forze per salvare il poco che rimane del rinomato nome dei Buddenbrook.
Ne I Buddenbrook si assiste ad una lucida analisi delle dinamiche sociali e della rapidità con cui la fortuna si muta in decadenza, soprattutto a fronte di una visione del mondo imperniata più sulla conservazione che sul cambiamento. I Buddenbrook, Tony in particolare, sono abbagliati dalla fortuna del loro nome, dalla riverenza che ricevono dagli altri borghesi, dall'ammirazione di cui godono da parte dei membri di ogni classe sociale, dalla devozione della servitù e da una insana concorrenza con le altre famiglie di spicco di Lubecca, prima fra tutte quella degli Hagenström. Inseguono così la convenienza sociale e i matrimoni di convenienza, ritrovandosi sempre più spinti lungo la via del disfacimento a causa di investimenti sbagliati, scelte avventate, miraggi affaristici e inganni più o meno intenzionali causati dai consorti acquisiti. Matrimoni, divorzi, nascite e morti si intersecano agli inarginabili effetti di un mondo che cambia e nel quale i baluardi eretti dai padri crollano nelle mani dei figli, incapaci di trovare un compromesso con i rivali e con la consapevolezza dello sgretolamento del sogno borghese, così preso dall'inseguire la nobiltà da non vedere il rischio della corrosione.
Le vicende dei Buddenbrook sono inoltre un susseguirsi di rinunce e soffocamento dei sentimenti e dell'autenticità a questo miraggio di preminenza sociale: alla stabilità economica e alla rispettabilità sociale vanno sacrificati i sentimenti, come fa Tony, che si lascia persuadere prima a sposare un promettente affarista, poi a buttarsi in una nuova unione per lavare l'onta del divorzio e poter restituire dignità al registro di famiglia dove si annotano i traguardi di tutti i Buddenbrook e l'ampliamento dell'albero genealogico, o come accade al giovane Hanno, assorbito da una passione totale per la musica e per il teatro ma, nei progetti del padre, destinato agli studi tecnici e alla guida della compagnia commerciale.
La consistente mole del romanzo e l'elevato numero dei personaggi potrebbero dare l'impressione di una boriosa cronaca familiare, ma I Buddenbrook è tutt'altro: Thomas Mann utilizza una prosa coinvolgente eppure ricca dell'attenzione ottocentesca, alternando sapientemente minuziose descrizioni di uomini e donne a dialoghi ricchi di tensione, restituendo con cura i sentimenti, il carattere e i moventi dei diversi protagonisti e le posizioni dei personaggi minori con cui si confrontano. Thomas e Tony, in particolare, appaiono come due antitesi che, pure, condividono un'aspirazione comune: lui, continuatore del patrimonio e della dignità familiare, è impegnato a far sì che i Buddenbrook appaiano sempre onorevoli e benestanti come sono stati fin dai tempi del padre e del nonno; lei, temprata da una serie di scottanti delusioni, e, per così dire, convinta che il mondo si divida fra chi è Buddenbrook e chi non lo è, ritiene che il buon nome della famiglia non possa coniugarsi con la rinuncia ad una parte del patrimonio, della casa familiare o alla copertura di una terribile umiliazione. In tal senso, i due protagonisti sono estremamente rigidi e disprezzabili, ma anche ammirevoli per questa loro convinzione, per l'orgoglio con cui perseguono, talvolta scontrandosi, la speranza di rivedere lo splendore di inizio secolo.
Ho letto I Buddenbrook in pochi giorni, correndo velocemente tra le pagine con la curiosità di conoscere gli sviluppi delle vicende di questa famiglia in preda al destino, con un trasporto paragonabile a quello che si ha per dei conoscenti, per degli amici di vecchia data, perché Thomas Mann ha saputo creare un contenitore di esistenze in cui il lettore trova il suo posto, ottenendo una posizione privilegiata nell'osservazione dei comportamenti del console Buddenbrook e dei suoi discendenti, ma, al contempo, di un'intera classe sociale e delle trasformazioni che la investono.
 
Jean-Frédéric Bazille, La riunione di famiglia (1867)
«Oh, non dovremmo mai andarcene da qui, noi! Dovremmo restarcene nella nostra baia e nutrirci onestamente… Ogni tanto mi avete preso in giro per il mio amore per la nobiltà… sì, in questi anni ho ripensato spesso alle parole che mi ha detto qualcuno tanto tempo fa, un uomo intelligente. “Lei prova simpatia per i nobili…” ha detto, “devo spiegare perché? Perché è nobile anche lei! Suo padre è un gran signore e lei una principessa. Un abisso la separa da noialtri che non apparteniamo al gruppo delle famiglie di più alto rango…” Sì, Tom, noi ci consideriamo nobili e abbiamo il senso della distanza e non dovremmo mai cercare di vivere dove la gente non sa nulla di noi e non è in grado di apprezzarci, perché non ne ricaviamo che umiliazioni e tutti ci considerano ridicolmente altezzosi.»
C.M.