mercoledì 28 febbraio 2018

Un esercizio scolastico contro le fake news

Si fa un gran parlare, da qualche mese a questa parte, di fake news, cioè di notizie false o in cui si mescolano verità parziali composte di aneddoti presi un po'qui e un po'là e luoghi comuni di forte impatto emotivo. Lo scopo è talvolta quello di una presa in giro bella e buona, di uno scherzo costruito per vedere quante persone si lasceranno abbindolare (come per le famose teste di Modigliani), in qualche caso ci sono finalità di creazione di contenuti virali a scopo commerciale. Ultimamente, tuttavia, prevale la balla atta solo a fomentare l'animosità della rete, lo sdegno che produce in quantità industriali una bile che genera traffico diretto a siti che guadagnano con i numerosi click lanciati da dita vibranti di adrenalina.
Le fake news, inevitabilmente, proliferano con l'analfabetismo funzionale, cioè con quel preoccupante fenomeno per cui, in un'epoca in cui tutti sanno leggere e scrivere, molti non capiscono però il senso di ciò che leggono, perché non possiedono competenze basilari di comprensione del testo e analisi dei vari livelli della comunicazione. Per esempio, non si coglie l'esatto valore delle parti del discorso che conferiscono una certa consequenzialità ad un ragionamento o non si riesce ad accedere ad una stratificazione di messaggi, come ai significati impliciti o retorici di un testo. In casi estremi, non si riesce a compiere il fondamentale passaggio di lettura della notizia (anche la più basilare, per esempio il senso di una fiaba o l'individuazione delle sequenze di un racconto), che, si traduce nell'individuazione delle 5W (What, Who, When, Where, Why), concetti legati sì alla prassi giornalistica, ma in realtà propri della struttura di qualsiasi informazione degna di tale definizione.


Naturalmente questo disorientamento di fronte ad un testo può produrre conseguenze disastrose nella vita quotidiana, se pensiamo al rischio di sottoscrivere documenti non totalmente compresi o, appunto, di vagabondare in un mondo pervaso dai media e da messaggi che ci bombardano continuamente. Significa che tantissime persone sono disarmate, non hanno la capacità di filtrare questo flusso di informazioni, di comprenderne la validità e i rischi connessi alla loro manipolazione. Le fake news si radicano in quel limbo della coscienza in cui mancano le capacità e/o la volontà di sottoporre a verifica l'informazione, dalla basilare analisi del lessico e della sintassi all'approfondimento, per non parlare della verifica delle tesi e alla costruzione di possibili antitesi, che costituiscono già una competenza complessa. Sconsolante è la totale indifferenza al fact-checking, cioè al controllo di fatti e affermazioni attraverso il confronto o ad una sperimentazione attuabile anche solo attraverso il buon senso, mettendo da parte l'impulsività di un leone da tastiera.
In una simile situazione è palpabile l'urgenza di sensibilizzare all'analisi dell'informazione, perfezionando uno dei più tradizionali esercizi scolastici, quello della comprensione del testo. C'è un'allarmante connessione fra la superficialità con cui molti alunni approcciano il testo e i relativi questionari: fatta eccezione per qualche giovane coscienzioso desideroso di estrapolare le informazioni da ciò che legge, si è affermata la tendenza a ingoiare in fretta e furia anche il più semplice dei racconti e di togliersi il pensiero del compito disseminando crocette o frasi disarticolate nello spazio delle risposte e senza prestare troppa attenzione alla correzione e alle motivazioni della correzione stessa. Difficilissimo è far comprendere agli studenti che quei testi e quelle operazioni apparentemente ripetitive di ricerca sul vocabolario, di creazione di una risposta oggettiva o di una che inizia con «Secondo me», di messa a nudo della struttura del discorso, di la separazione delle parti costitutive di un documento, nonché il riscontro e la verifica del ragionamento attuato sono operazioni fondamentali non solo per lo studio di qualsiasi disciplina ma anche e soprattutto per orientarsi nel mare magnum del mondo dominato dai media.
La comprensione del testo è certo un'operazione molto dispendiosa per la mente, ma serve a sollecitare l'attenzione, la pazienza, la logica, l'abilità al confronto fra informazioni esplicite e altre sottintese. Essa richiede un atteggiamento del tutto opposto a quello dell'immediatezza, della fretta e dell'incuria cui ci hanno abituati prima gli sms e ora i post fulminei dei social network, terreno fertile per notizie parziali o del tutto false. Necessita di sacrificio, ma, come per il potenziamento dei muscoli, anche per sollecitare le abilità intellettive occorre un costante esercizio.
Nel pieno dello sviluppo cognitivo i bambini sono spesso parcheggiati in posteggi digitali e affidati ai media e tarano il loro grado di attenzione alla lunghezza e alle tempistiche di un messaggio lanciato in una chat, faticando di conseguenza a penetrare informazioni più complesse. La familiarità con il digitale non si traduce in una reale competenza, perché anche le semplifici funzioni di ricerca risultano deficitarie: gli alunni conoscono benissimo Google, sanno scrivere sulla tastiera a ritmi molto rapidi, eppure non riescono a selezionare i contenuti che rispondono alla richiesta, a soffermarsi sulle parole che non conoscono e a integrare i dati tratti da due pagine differenti. Operazioni che con le vecchie enciclopedie cartacee erano obbligatorie (chi non ricorda le ore passate a casa dei compagni a mettere insieme pezzetti diversi e a ricondurre i paroloni dei volumi a espressioni più facili da riferire agli insegnanti?), con il digitale sono inibite.
Non si sta dicendo, beninteso, che dovremmo censurare le nuove tecnologie in favore del ritorno dei tomi polverosi, ma che i nuovi strumenti di ricerca e costruzione delle informazioni richiedono molta attenzione, perché la loro accessibilità si può tradurre in un'eccessiva disinvoltura e in un appiattimento dell'operazione cognitiva: anche i neuropsichiatri infantili invitano ad un uso moderato e assistito dei supporti digitali e al recupero della dimensione fisica della scrittura e del trattamento dell'informazione. Al contempo, non va sottovalutata la pregnanza di compiti molto più tradizionali, perché, se è vero che la scuola deve abbracciare la modernità, non dobbiamo commettere l'errore di pretendere il totale abbandono delle buone pratiche.
La comprensione del testo è una buona pratica che sviluppa non solo le competenze di comunicazione, ma anche il processo-chiave dell'imparare ad imparare, che si traduce nella capacità di reperire informazioni, di verificarne la validità, di rielaborarle e di assumere quindi un ruolo attivo e critico nei confronti dei messaggi che riceviamo. Alla comprensione del testo si legano anche operazioni di produzione testuale (orale e scritta) che vanno dal confezionamento delle risposte al cambiamento dei punti di vista, dalla riscrittura del finale al ragionamento ipotetico, abilità che sono fondamentali nel contrasto alle fake news, ovvero nell'elaborazione del pensiero divergente e della capacità di argomentazione. 
Quando queste risorse mancano, gli autori delle fake news gongolano.

C.M.

lunedì 26 febbraio 2018

La manutenzione dei sensi - F. Faggiani

Cercare l'isolamento e manifestare un'indole introversa non sono mai state tendenze molto apprezzate: in passato erano marchi di diversità e motivo di diffidenza, mentre oggi, nell'era delle comunicazioni di massa e dell'esplosione dei fenomeni sociali dentro e fuori dalla rete, sono quasi equiparabili a diagnosi di sociopatia. Ad eccezione di pochi casi di interesse popolare e mediatico, cercare la solitudine e spogliarsi di tutti gli orpelli di cui comunemente si riempie l'esistenza sono considerate abitudini poco condivisibili.

Ecco perché mi sono affezionata ai personaggi de La manutenzione dei sensi di Franco Faggiani (Fazi editore), alle loro montagne, al loro modo di costruirsi un'esistenza che trova più appagamento nel contatto con gesti semplici e un po'abitudinari che nel rumore di una grande città, nella frenesia, nell'inseguimento della corrente.
Uno dei due protagonisti è Leonardo Guerrieri, uno scrittore vedovo che ha deciso di ristrutturare una vecchia baita a Cesana Torinese, sulle montagne piemontesi che scivolano verso la Francia. L'altro è Martino Rochard, un adolescente che Leonardo ha preso in affido temporaneo su proposta della figlia, Nina, che ha incontrato il ragazzo in una struttura in cui svolgeva il volontariato, la stessa in cui in passato aveva lavorato la madre, Chiara. Nina lo ha scelto per affetto, per il desiderio di cambiare un pezzetto di mondo facendo qualcosa per gli altri, ma di certo non è solo quello di aiutare Martino il suo scopo: Leonardo ha forse bisogno dell'affidamento più di quanto ne abbia Martino. Nina coglie immediatamente le affinità fra il padre e il fratellino acquisito, nei loro caratteri schivi, nelle loro difficoltà di comunicare i sentimenti, nella tendenza a sbrigarsela da soli e a limitare i contatti con gli altri per fare ciò che amano davvero. Mentre Martino frequenta la scuola media, però, il motivo di questo suo comportamento si rivela collegato ad una patologia neurologica, la sindrome di Asperger, che fa parte dello spettro autistico ma che non presenta compromissioni nello sviluppo e nella sfera cognitiva. Come conseguenza di questo disturbo, Martino ha delle difficoltà nelle relazioni sociali ed è molto selettivo nelle attività che è disposto a compiere, ma nessun cambiamento improvviso investe il rapporto di Leonardo e Martino, che, per motivi diversi, sono accomunati dalla ricerca di tranquillità, di pochi rapporti di amicizia vera e del contatto con la natura. In mezzo alle Alpi, i loro spiriti dialogano e maturano, curandosi a vicenda, mentre Nina studia a Boston e segue a distanza l'evoluzione di questo rapporto, affidando i due introversi familiari ai boschi, alla neve e all'esperienza del laconico montanaro Augusto, che diventa per Martino un vero e proprio mentore in grado di aiutarlo a ricavare il proprio posto nel mondo facendo leva sui tratti caratteriali che, agli occhi di molti, potrebbero sembrare dei limiti.
La manutenzione dei sensi è un romanzo che accompagna il lettore nelle giornate di Leonardo e Martino con una prosa pulita, essenziale eppure a tratti molto poetica, facendo respirare l'aria delle montagne e invitando a godere la bellezza di uno stile di vita appartato basato su valori autentici e rapporti veri. Franco Faggiani omaggia, nel suo racconto, l'antico motivo del contrasto fra città e campagna, facendo di Milano un luogo di ritmi serrati e obblighi e della baita l'oasi dello spirito in cui tutto ciò che è socialmente richiesto o preteso può essere dimenticato in favore dell'autenticità. Perfino dormire è un'attività da osservare con devozione, perché, come dice Martino, si dorme per sognare e i sogni sono importanti. 
In questo spazio dell'anima si consolidano i legami veri, di una famiglia che è legata da vincoli fortissimi anche se un suo membro, Nina, vive dall'altra parte del mondo, uno, Martino, sembra essere un ospite temporaneo e altri, come Augusto e suo figlio Daniele, non sono nemmeno parenti: l'autore, attraverso la storia di Leonardo e Martino, ci invita a ripensare al vero significato di casa e affetto, perché «la famiglia è quell'insieme di persone con cui uno vive una parte del tempo migliore della propria vita» e la felicità spesso è proprio nell'essere diversi, solitari, introspettivi, nell'accettare di fermarci ad osservare il cielo o ad attendere l'apparizione di un animaletto nel prato.

L. Harris, Il monte Robson visto da nord-est (1929 ca.)
L’isolamento a noi piaceva. Molto. Lo consideravamo protettivo, rassicurante. Martino aveva trovato quella parte di mondo più consona alla sua indole, e io avevo soddisfatto un desiderio rimasto troppo a lungo in sospeso. Facevamo entrambi quel che ci piaceva fare, eravamo come ci piaceva essere. Vivevamo defilati, comunque liberi e con quanto ci serviva davvero. Questo ci teneva a distanza da numerosi problemi. Molte cose, che in città sembravano indispensabili, qui, immersi nei boschi, spesso si erano rivelate superflue, ingombranti o, peggio ancora, inutili. Non avevamo mai molta gente intorno, ma non ci sentivamo per niente soli. Consideravamo i tramonti, le luci, i caprioli, l’odore dell’erba, la neve, i fulmini, gli scoiattoli accasati tra la legna da ardere, il volo acrobatico dei corvi, le forme delle rocce e degli alberi e la solitudine come elementi di un grande spettacolo riservato solo a noi e ogni giorno era diverso.
C.M.

martedì 13 febbraio 2018

Suite francese - I. Nemirovsky

Fu la guerra a impedire a Irène Nemirovsky di terminare il suo ambizioso romanzo Suite francese. La guerra e le leggi razziali che la trascinarono nel campo di concentramento di Auschwitz all'improvviso, ma non senza che il suo animo presagisse l'amaro destino che l'attendeva. Ed è la guerra, con i risvolti più o meno prevedibili dell'occupazione, la protagonista di quella che sembrava avviata ad essere una vera epopea del popolo francese dal giugno 1940.

Il complesso progetto di Suite francese si deduce dagli appunti che la sua autrice compose prima e durante la scrittura, a documentare giorno per giorno la trasformazione dei personaggi, il lavoro su di essi e sullo sviluppo della storia di ciascuno. Di Temporale di giugno, Dolce, Prigionia, Battaglie e La pace Irene Nemirovsky aveva ultimato soltanto le prime due parti al momento del suo arresto, il 13 luglio 1942, ma le note che Adelphi pospone alla coppia di movimenti consegnati dalla scrittrice suggeriscono un crescendo di drammaticità che avrebbe travalicato le risorse della narrativa per dar voce alla storia.
Nata l'11 febbraio 1903 a Kiev, Irène Nemirovsky non aveva ormai più nulla di ebraico quando venne arrestata: non solo la sua famiglia aveva precipitosamente abbandonato San Pietroburgo in seguito alla rivoluzione, ma ella si era addirittura convertita al cattolicesimo assieme al marito, Michel Epstein. Era già una scrittrice affermata (la fama era arrivata nel 1929 con David Golder) quando, nella Parigi occupata dai nazisti, le leggi razziali iniziarono ad ostacolare la sua attività professionale e le sole origini sovietiche bastarono a renderla indesiderabile alla pari di quelle giudaiche. All'arresto seguì la reclusione prima nel campo di Pithiviers, poi nel campo di concentramento polacco, dove morì di tifo il 17 agosto 1942. Qualche mese dopo il marito subì la stessa sorte e le due figlie furono messe in salvo per miracolo; con loro, conservato in una valigetta, sopravvisse anche Suite francese con l'insieme di appunti redatti dalla sfortunata scrittrice.
Sarà dura, pensavano i parigini. Aria di primavera. Una notte di guerra, l’allarme. Ma la notte svanisce, la guerra è lontana. Quelli che non dormivano, i malati nei loro letti, le madri con un figlio al fronte, le donne innamorate con gli occhi sciupati dal pianto, sentivano il primo soffio della sirena, ancora solo un ansito profondo simile al sospiro che esce da un petto oppresso. In pochi istanti il cielo tutto si sarebbe riempito di clamori. Che venivano da lontano, dall’estrema linea dell’orizzonte – senza fretta si sarebbe detto. Quelli che dormivano sognavano il mare che spinge davanti a sé i ciottoli e le onde, la tempesta di marzo che scuote la foresta, una mandria di buoi che galoppano pesanti facendo tremare il suolo con gli zoccoli; ma il sogno finiva e socchiudendo appena gli occhi gli uomini mormoravano: «È l’allarme?».
Temporale di giugno, la prima sezione del libro, narra della fuga dei parigini verso la Francia orientale: fra le pagine vediamo una fiumana di persone che cercano di sottrarsi al giogo dell'occupazione, chi per mettere in salvo gli affari, chi per cercare rifugio con i propri cari nella regione della Loira; fra questi la signora Péricand, che si dirige a Nîmes con i figli e l'anziano suocero, costretta a fare a meno del marito, che non può abbandonare il Museo Nazionale della capitale, e i Michaud, che, nella fuga che serve a conservare loro, oltre che la libertà, anche il lavoro, pensano costantemente al figlio Jean-Marie, ferito in guerra. L'apertura del romanzo è dedicata a tante storie di ritirata e disperazione innescate dall'entrata a Parigi della Wehrmacht nel giugno del 1940, alla narrazione della paura che attanaglia uomini e donne inseguiti dal tuono dei cannoni. Alcune di queste storie riaffiorano fra le pagine di Dolce e sarebbero poi proseguite nelle sezioni seguenti, già ampiamente immaginate dalla Nemirovsky.
Dalle finestre aperte si intravedeva un giardinetto illuminato dalla luna. Una luce scintillante e tranquilla si riversava sui ciottoli d’argento del vialetto, lungo il quale una gatta camminava adagio, e sui grappoli bianchi e profumati dei lillà. Nella sala da pranzo sfollati e gente del posto ascoltavano insieme i notiziari della radio. Le donne piangevano. Gli uomini chinavano il capo in silenzio. Non provavano una vera e propria disperazione; era piuttosto un rifiuto di comprendere, un attonito stupore del tipo di quello che si prova dopo un brutto sogno, quando piano piano si emerge dal sonno, si avverte che il giorno è vicino, tutto l’essere tende alla luce e si pensa: «È un incubo, adesso mi sveglio».
Irène Nemirovsky (1903-1942)
Il secondo movimento di Suite francese è infatti più statico, ma anche più appassionante. Esso è incentrato sulla figura della giovane Lucile Angellier, che, nella dimora di Bussy che divide con la rigida suocera da quando il marito Gaston, sposato solo per assecondare il desiderio del padre, è stato fatto prigioniero, è costretta ad ospitare l'ufficiale tedesco Bruno von Frank. Bruno si rivela ben presto un uomo come tanti e depone la maschera del nemico in una Francia nella quale, timidamente e non senza sensi di colpa, inizia a farsi largo il desiderio di ristabilire una vita normale. Gli occupanti tedeschi, visti da alcuni solo come sanguinosi nemici responsabili della morte e della cattura di familiari e amici, sono per altri nuovi concittadini, clienti, amanti, anch'essi trattenuti contro la loro volontà lontano dalle famiglie e dagli affetti e costretti ad eseguire degli ordini. Bruno ama la musica, ricorda con malinconia la patria, ma è anche portatore di una cortesia d'altri tempi, che rende difficile per Lucile disprezzarlo fino in fondo e la spinge ad amarlo e a sentirsi al contempo colpevole dei propri sentimenti. Un giorno il contadino Benoit, denunciato dalla viscontessa di Montmort per una subdola vendetta, uccide l'ufficiale Bonnet e Madeleine, sua moglie, convince Lucile a tenerlo nascosto, così ella deve dividersi fra le necessità di aiutare i compatrioti vessati e l'affetto che prova per Bruno, ben diverso dai tiranni che Benoit stesso descrive.
Suite francese è un romanzo che dà voce alle mille contraddizioni generate dalla guerra, mettendo in scena personaggi che antepongono l'interesse economico e stantii ideali classisti alla salvezza e alla libertà delle persone e le diverse relazioni fra vincitori e vinti in una situazione in cui essi sembrano avere più cose in comune fra loro che con le etichette nazionali cui rispondono. La Nemirovsky sembra suggerire che bontà e crudeltà non hanno uno schieramento definito, che la miglior nobildonna francese può essere meschina più di un soldato della Wehrmacht e far del male al proprio popolo più di uno straniero e che si può trovare più affetto in uno sconosciuto con una divisa nemica che in un marito che è tale solo di nome. Rimane la grande curiosità di sapere come sarebbe andata avanti la storia quando fossero stati introdotti nel racconto i prigionieri dei campi e fossero riapparsi Benoit e Jean-Marie dopo lo spostamento degli ufficiali nazisti nella disastrosa Operazione Barbarossa del 1941, eventi cui la Nemirovsky non ha fatto in tempo a dar forma e che la prova concreta degli eventi avrebbe forse mutato anche rispetto agli appunti.

Michelle Williams e Matthias Schoenaerts nel film di Saul Dibb del 2014

Le tornarono in mente i soldati dell’esercito francese che, un anno prima, sconfitti, nella loro fuga avevano attraversato il paese sporchi, stremati, trascinando nella polvere i logori scarponi. Mio Dio, questa era la guerra… Un soldato nemico non sembrava mai solo – un essere umano di fronte a un altro –, ma era seguito, premuto da ogni parte da una massa innumerevole di fantasmi, i fantasmi degli assenti e quelli dei morti. Non ci si rivolgeva a un uomo bensì a una moltitudine invisibile; pertanto nessuna delle parole pronunciate era detta semplicemente e semplicemente ascoltata; si aveva sempre la strana sensazione di essere soltanto una bocca che parlava per conto di tante altre mute.
C.M.

sabato 10 febbraio 2018

Un lustro di attività

Care Civette, rompo il silenzio cui mi ha obbligata il periodo degli scrutini scolastici per l'irrinunciabile celebrazione di un traguardo importante: il 10 febbraio 2013 iniziavo a scrivere su questo blog e già rintoccano i cinque anni di attività. 


Ogni tanto vado a rivedere i vecchi post, anche i primissimi, e non posso fare a meno di notare che dagli esordi ad oggi molto è cambiato nel mio modo di comunicare qui sul web, a partire dagli argomenti: all'inizio i libri erano solo uno dei tanti argomenti (neanche uno dei primi apparsi), poi sono diventati quello prevalente, assieme all'arte; spaziavo molto di più fra percorsi musicali e attualità, mentre in seguito si è andata definendo l'identità di uno spazio consacrato alla letteratura e alle sue contaminazioni con le diverse arti.
Confesso che qualche volta mi imbarazza notare l'essenzialità dei primi post, che si lasciavano scrivere in pochissimi minuti, perché ormai mi riconosco in articoli più corposi, approfonditi e nei quali posso riversare la mia voglia di scoprire, interrogarmi, confrontarmi. D'altra parte non ho il coraggio di eliminare le tracce di quel pulcino che era Athenae Noctua, perché ogni singolo pezzo, battuta dopo battuta, ha determinato la nuova identità di questo spazio e mi piace pensare che molte persone hanno dato fiducia alla goffa blogger che si affacciava alla rete affidandosi ad un'esperienza praticamente nulla. Insomma, è servito un annetto di riscaldamento (unito a qualche revisione grafica), ma ormai Athenae Noctua mi rappresenta pienamente e ne sono davvero felice.
Mi dispiace che il ritmo delle pubblicazioni si sia ridotto improvvisamente con l'avvio del nuovo anno scolastico, perché in queste lande internettiane ho sempre trovato un po'di ristoro e anche un'importante valvola di sfogo e non avere nemmeno l'energia per appuntarmi e condividere qualche bella pagina dei romanzi che leggo a volte mi rattrista. Tuttavia è bello sapere che questo spazio rimane, che qualcuno passa comunque, che anche grazie ai canali social posso mantenere in parte il dialogo a distanza con colleghi blogger e lettori in forme più rapide e immediate. Inoltre nei periodi di latitanza ho modo di spiare le statistiche dei post più letti fra quelli passati e di vedere cosa catalizza l'attenzione dei visitatori quando mancano degli articoli specificamente lanciati o riproposti da me, talvolta sorprendendomi.
Insomma, Athenae Noctua è ancora un'esperienza importante, alla quale non sono certo disposta a rinunciare e in questo compimento del primo lustro spero che continui ad esserlo per tanti altri anni. Grazie a tutti voi che ne fate parte.

C.M.