giovedì 28 luglio 2016

I pesci non hanno gambe (Stefánsson)

Nei giorni scorsi sono stata in Islanda, precisamente fra Norðfjörður, lungo la costa orientale, e la piana di Keflavík. Sono partita fra le pagine di un libro, assaporando il freddo di quelle regioni mentre intorno a me bruciava il caldo, ascoltando il rombo del mare con le cicale in sottofondo. A farmi da guida era Jón Kalman Stefánsson, con il romanzo I pesci non hanno gambe (Iperborea).
Negli scritti più antichi del mondo, quelli talmente antichi che non possono più mentire, si dice che il destino sta nell’alba, e per questo bisogna comportarsi bene al mattino, carezzare dei capelli, trovare belle parole, celebrare la vita.
Ari sta rientrando a Keflavík, la città in cui ha lasciato la moglie e i figli. Un controllo all'aeroporto, però, trasforma le aspettative del ritorno a casa nel riavvolgimento di un filo di amarezza che, se seguito, riconduce Ari alla tormentata vicenda dei suoi nonni, Margrét e Oddur, lui un duro pescatore che decide di imparare a nuotare solo per amore della moglie, lei una donna che si consuma nella solitudine e nella paura dell'abbandono. Quella che sembra una vicenda individuale diventa così una saga familiare ricostruita attraverso la sovrapposizione dei piani temporali, ora il presente di Ari, ora il lontano passato dei suoi avi a Norðfjörður, ora la giovinezza dello stesso Ari a Keflavík, negli anni '70 in cui la base americana offriva il sogno del progresso e del cambiamento a ragazzini che danno l'assalto ai camion di provviste per qualche busta di M&M's. Incontriamo così Tryggvi, l'inseparabile amico di Oddur che vuole nuotare nel mare gelido per raggiungere la luna, il marinaio Eríkur, che mette alla prova la fede del cognato trascinandolo a bordo, la giovane Sigga con il suo inimmaginabile segreto e la matrigna di Ari che la salva dalle onde.
Che c’è di male, niente, naturalmente, non dovremmo forse tutti correre fuori di tanto in tanto e urlare a squarciagola per celebrare la vita, oppure l’esistenza è una cosa tanto ovvia e scontata? Quante volte siamo corsi in strada per celebrare la vita, questo animale stanco, questo fiore battuto dal vento, questa nota profonda?
Se dovessi spiegare cosa mi sia piaciuto di più di questo libro, sinceramente non saprei farlo. C'è la prosa di Stefánsson, fluida come il mare che fa da personaggio, oltre che da sfondo, e che in certi momenti tocca delle vette poetiche di un fascino insostenibile, in altri si fonde nel flusso di coscienza. C'è la storia struggente di Margrét, che cerca l'affetto in esplosioni di vitalità che i più non possono capire. C'è il rumore del mare e ci sono i tralicci su cui si appende il pesce ad essiccare, immagini e suoni che dipingono i luoghi lontani e quasi incontaminati dell'Europa del nord. E c'è quella dolce oscillazione fra il presente e il passato, come un pendolo che, ad ogni passaggio, riporta alla luce qualcosa di nuovo, particolari che illuminano le storie e danno un senso anche al profondo disagio che Ari sta vivendo e che ha radici profonde nella malinconia di Norðfjörður. Insomma, non so bene quale di questi elementi mi abbia affascinata di più, probabilmente un mix di tutti quanti e di altri che hanno agito a livello inconscio. Ciò che è certo è che l'ho apprezzato molto e che continuerò a seguire Ari e la sua famiglia in Grande come l'Universo

Jón Kalman Stefánsson
Questa è la forza che tiene i pianeti al loro posto, che fa dilatare l’universo e forma i buchi neri. La volontà dell’uomo può ben poco quando questa forza si mette in moto, si manifesta. Ci priva dell’intelletto, della razionalità, ci priva dell’integrità, del riserbo, della dignità, ma alla fine, se siamo fortunati, ci offre una gioia vertiginosa, un’estasi indescrivibile, perfino la felicità. Al suo cospetto ogni momento sembra diventare poesia, una musica sfrontata. È la risposta di Dio alla morte, quando il Signore non riuscì a salvare l’uomo dalla notte eterna e gli donò invece questa luce particolare, questo fuoco che da allora gli scalda le mani e lo incenerisce, che trasforma i tuguri in una scala per il paradiso, i palazzi in rovine desolate, l’allegria in solitudine. La chiamano amore, è l’unica parola che ci è venuta in mente.
Prima di chiudere questa recensione, voglio soffermarmi su un aspetto tematico particolarmente bello: l'idea, più volte ripetuta (come si può vedere anche dalle due citazioni precedenti) della necessità di celebrare la vita. I pesci non hanno gambe sembra essere un poema che scava nel profondo, alla ricerca non di un passato mitico di imprese gloriose, ma di piccoli gesti nell'archeologia di ciascun essere vivente che spiegano il suo legame intimo, personale e profondo con l'esistenza, il suo significato nel mondo, il bisogno intenso che porta ciascuno a ricercare la propria forma di felicità. Nel tormento di Ari, nelle domande accumulatesi nella sua vita senza una risposta, nello sguardo di Margrét perso fra le onde che trattengono lontano Oddur è simboleggiata a fragilità di ognuno di noi, le minacce che si abbattono sulla vita, «troppo breve e incerta per distogliere lo sguardo». Stefánsson sembra metterci in guardia da tutto ciò che ci distoglie dalla pace e dalla serenità, a partire dall'abitudine di dare per scontata l'esistenza, dimenticandosi di celebrarla ogni giorno, dimenticando l'importanza delle parole, della sincerità, dell'amore, di un abbraccio.
Paesaggio nella zona di Norðfjörður
Torna in macchina, e lì lo attendono i ricordi, così ammassati sul sedile posteriore da lasciargli appena un po’di posto per sedersi. Lancia un’occhiata al tassametro, pensa, mi toccherà pagare anche per loro.
C.M.

martedì 26 luglio 2016

Romeo e Giulietta (Shakespeare)

Grazie al tempo libero dell'estate che concilia le letture, mi sono rimessa in corsa per la #maratonashakespeariana giusto in tempo per leggere l'opera più celebre e amata di Shakespeare, Romeo e Giulietta

Si tratta forse del dramma più controverso nell'opinione dei lettori: c'è chi lo ama alla follia e chi prova di fronte ad esso una grande insofferenza, principalmente dovuta ad alcuni particolari che, ad analizzarli bene, distruggerebbero un po'il mito dell'amore consacrato dai romantici. Già al momento della recensione di Macbeth avevo anticipato la mia poca simpatia nei confronti di quest'opera, dovuta molto probabilmente alla vivisezione cui ho dovuto sottoporla per un esame universitario, all'oscuramento che le figure di Romeo e Giulietta provocano alle bellezze autentiche di Verona e alla mia predilezione per tragedie che rappresentano altri generi di tormenti e tematiche... insomma, esclusivamente per motivi non attribuibili al Bardo dell'Avon. La rilettura, comunque, questa volta è stata più piacevole delle precedenti, forse perché ho potuto soffermarmi sulle parole, sulla poesia e sui personaggi, anziché sulla struttura e l'artificio drammaturgico.
Il manto della notte mi nasconde; ma se non mi ami
lascia che mi trovino. Meglio che il loro odio
tolga la mia vita, e non che la morte tardi
senza il tuo amore.
(II, 1, 75-78)
Riassumere la vicenda di Romeo e Giulietta può essere pleonastico, ma non voglio infrangere la tradizione delle mie recensioni, quindi ecco la sintesi degli eventi. Verona è lacerata dalle faide delle famiglie Montecchi e Capuleti, che non perdono occasione per attaccar briga e far scorrere il sangue. Una sera, Romeo Montecchi, introdottosi nella casa dei Capuleti in occasione di una festa, incontra la giovanissima Giulietta, figlia dei padroni di casa e poco dopo le dichiara il suo amore accostandosi al balcone su cui ella lamenta l'infelice sorte di essersi innamorata di un uomo nemico alla sua famiglia. Con la complicità della nutrice di Giulietta e di frate Lorenzo i due giovani si sposano in segreto, ma ben presto scoppia una nuova lotta, nella quale Tebaldo, il cugino di Giulietta, dopo aver ucciso Mercuzio, amico di Romeo, viene ucciso da Romeo stesso, che, a questo punto, è più che mai odiato dai Capuleti e costretto all'esilio a Mantova. Giulietta, nel frattempo, viene costretta dal padre a sposare il conte Paride e, disperata, cerca l'aiuto di frate Lorenzo per ricongiungersi a Romeo oppure darsi la morte per evitare le nozze; è qui che il religioso offre alla ragazza un filtro capace di farla sembrare morta per quarantadue ore, tempo sufficiente a mandare a monte il matrimonio, a farla deporre nel sepolcro di famiglia e ad avvisare Romeo del suo prossimo risveglio, in seguito al quale i due amanti potranno ricongiungersi a Mantova. Tuttavia siamo in un dramma tragico, e sappiamo quanti morti sia solito lasciare sul campo William Shakespeare: a causa di una pestilenza, le porte di Mantova vengono serrate in faccia al messaggero di frate Lorenzo e Romeo apprende dal servo Baldassarre, ignaro del piano del cappuccino, che Giulietta è morta, così si procura un veleno che beve sul corpo addormentato di Giulietta dopo aver ucciso nel sepolcro Paride, sopraggiunto per omaggiare la sua promessa sposa. Giulietta si risveglia pochi istanti dopo la morte di Romeo e, nell'impossibilità di vivere senza di lui, si uccide con il pugnale del ragazzo, offrendo al principe di Verona, ai Montecchi e ai Capuleti uno spettacolo tanto atroce e miserabile da indurre i facinorosi alla pace perenne.

F. Hayez, Gli sponsali di Giulietta e Romeo procurati da fra Lorenzo (1823)
Le gioie violente hanno fine violenta, e muoiono
nel loro trionfo come il fuoco e la polvere
che si consumano in un bacio. Il miele più soave
nausea per la troppa dolcezza,
e basta assaggiarlo, per non averne più desiderio.
(II, 6, 9-13)
Contrariamente a quanto si pensa, Giulietta e Romeo non sono originari di Verona, né provengono dalla penna di Shakespeare, né portano questi nomi. L'origine delle loro disavventure, infatti, si colloca nel Novellino di Masuccio Salernitano (1476), nella storia di Giannozza e Mariotto da Siena, poi riscritta da Luigi da Porto nel XV secolo con il titolo di Istoria novellamente ritrovata di due nobili amanti, ambientata a Verona con i due protagonisti che conosciamo. Pochi anni dopo la vicenda fu adattata in francese da Adrien Sévin, ripresa nelle Novelle del Bandello (1554) e di qui tradotta in francese da Pierre Boaistuau. A Shakespeare arrivarono proprio le traduzioni dell'opera d'Oltremanica realizzate nel poemetto di Arthur Brooke The Tragicall Historye of Romeus and Juliet (1562) e da William Painter, che qualche anno dopo scrisse un racconto incluso nella raccolta The Place of Pleasure. A questo continuo passaggio di mano, si aggiunge poi l'eco della tragica vicenda di Tristano e Isotta, con la quale il dramma shakespeariano presenta diverse analogie, dall'errore tragico di comunicazione come causa della tragedia alla successione delle morti dei due protagonisti, dalla presenza di un filtro portentoso (d'amore per Tristano e Isotta, di morte per Giulietta e Romeo) alle identità inizialmente nascoste, oltre ad altri piccoli particolari.
Non esiste mondo oltre le mura di Verona;
fuori c’è solo il purgatorio, il tormento, l’inferno.
Chi è bandito di qui, è bandito dal mondo,
e l’esilio dal mondo è la morte. Il bando è la morte
chiamata con altro nome. E tu, chiamando
esilio la morte, mi tagli il capo con una scure d’oro
e sorridi al colpo mortale che mi schianta.
(III, 3, 17-23)
La storia di Romeo e Giulietta è spesso illustrata con il binomio Amore-Morte (Eros-Thanatos), con la ripresa di un topos antico (presente, ad esempio nella vicenda di Piramo e Tisbe narrata da Ovidio nelle Metamorfosi) che è rimasto produttivo in epoca medievale, moderna e contemporanea, adattato in una miriade di modi diversi. In realtà credo che il vero valore e il significato più autentico del dramma non risiedano tanto nella profondità del sentimento dei due amanti, tanto più che Giulietta non ha nemmeno quattordici anni e che Romeo si getta in questo innamoramento con la foga di dimenticare Rosalina, di fronte alla quale dà prova di uno slancio ben diverso da quello che offre alla bella Capuleti. Tutto questo, sommato alla scelta di Shakespeare di trarre un dramma da una vicenda prima affidata esclusivamente alle novelle o alla poesia narrativa, rende evidente che ciò che più sta a cuore rappresentare all'autore è l'ineluttabilità del fato, di fronte al quale nulla può l'azione umana, e della violenza, che, paradossalmente, si genera laddove ci sono tutti i presupposti per l'amore e la pace, come dimostra la repentina riconciliazione finale. Il genere tragico, infatti, si presta massimamente a rappresentare i conflitti, la corsa degli esseri umani verso l'oggetto dei loro desideri e la lotta insostenibile contro gli ostacoli che di fronte ad essa si ergono come giganti e fanno avvertire la loro presenza in ogni atto e quasi in ogni scena, come nelle continue anticipazioni di immagini mortifere nei dialoghi fra i due amanti. Il finale 'giallistico', inoltre, avvalora l'idea della centralità non dell'amore, ma della catena di violenze ed equivoci fatali: in quella sorta di processo istruito dal principe Della Scala nel sepolcro dei Capuleti si avverte il bisogno di dare un senso ad una somma di violenza insostenibile non solo per le singole famiglie, ma per l'intera comunità.
Dunque un dramma che va ben oltre l'apparenza, ben oltre la vulgata e il romanticismo e che, se non presentasse quella riconciliazione finale, sarebbe molto più classico che moderno, più simile ai conflitti cui assistiamo in Antigone (come quando Giulietta che si scontra con il padre per affermare il proprio sentimento a scapito delle convenzioni e delle aspettative sociali) che al delirio di Amleto, anche se, naturalmente, è intriso di quella poesia e di quella capacità straordinaria di rendere, soprattutto attraverso le metafore e le concettosità, i moti dell'animo che a ragione proietta Shakespeare verso un nuovo orizzonte.

Un fotogramma del film Romeo e Giulietta di Franco Zeffirelli (1968)
con Leonard Whiting e Olivia Hussey
L’amore è una nuvola che si forma col vapore
dei sospiri: se la nuvola svanisce
l’amore è un fuoco che brilla negli occhi degli amanti;
se s’addensa ai venti contrari può diventare
un mare che cresce con le lacrime dell’amante.
E cos’è l’amore, se non una pazzia mite,
un’amarezza che soffoca, una dolcezza che dà sollievo?
(I, 1, 188-197)
C.M.

venerdì 22 luglio 2016

Sulla spiaggia con... Sorolla

Quando penso al binomio mare-arte, la mia memoria corre immediatamente ai grandi dipinti di paesaggi oppure alle scene di bagnanti. In particolare, fra queste ultime, mi catturano le immagini assolate restituiteci dalle tele del pittore Joaquín Sorolla y Bastida (1863-1923), che all'inizio del Novecento raffigura in molte delle sue opere le spiagge del Mediterraneo e i personaggi che le affollano, regalandoci un originale spaccato della Belle Époque.

Joaquín Sorolla, Corsa lungo la spiaggia (1908)

Si tratta principalmente di donne e bambini, catturati dal pennello nel momento in cui entrano o escono dall'acqua, si rincorrono, passeggiano sulla battigia o si lasciano investire dal vento carico di salsedine mentre fissano le onde. In qualche caso Sorolla dedica la sua attenzione anche a chi grazie al mare sopravvive, ed ecco che nei suoi dipinti fanno la loro comparsa i pescatori con i loro strumenti e le loro barche.

Joaquín Sorolla, I pescatori di Valencia (1895)

Joaquín Sorolla, La nipotina (1908)

La particolarità di queste opere risiede, oltre che nella loro ambientazione lungo le coste spagnole e francesi, nell'utilizzo di colori chiarissimi per l'incarnato e soprattutto gli abiti dei personaggi, in contrasto con il blu e l'azzurro del mare. Il risultato è un gradevole e armonico insieme di forme e tonalità che si illuminano a vicenda, restituendo il clima e il calore delle spiagge mediterranee. L'indefinitezza del tratto pittorico, che fa sì che per Sorolla si parli di Postimpressionismo, accentua questa comunione fra l'ambiente marino e l'essere umano che in esso cerca ristoro e divertimento.

Joaquin Sorolla, Dopo il bagno (1908)
Se, infatti, con i Pescatori di Valencia (1895) si avverte quasi un intento realistico da parte di Sorolla, intento a rendere i dettagli delle reti e degli abiti dei lavoratori, nei dipinti del decennio successivo si nota invece l'esigenza di superare questa prospettiva.
Il tratto diventa più denso, la resa del mare è meno fotografica, le espressioni dei visi si sciolgono. Addirittura il moto delle onde pare assimilarsi al panneggio delle vesti, come appare evidente nel confronto fra la tela Dopo il bagno (1908), che ritrae una giovane donna prontamente rivestita di un telo bianco da un uomo preoccupato dalla trasparenza sensuale dell'abito bagnato, e la celeberrima Passeggiata in riva al mare (1909), nella quale sono immortalate la moglie, Clotilde García del Castillo (con un ombrellino in mano e il velo scompigliato dalle raffiche), e la figlia Maria, primogenita diciannovenne del pittore. Se nel primo dipinto la piega fitta della veste fermata dall'acqua che la intride viene replicata nel tratto ravvicinato che definisce le onde, nel secondo abiti e mare sono schiacciati e stirati dal vento.

Joaquín Sorolla, Passeggiando in riva al mare (1909)

Questa sorta di simbiosi accentua la fusione fra personaggi e ambiente marino, portata all'estremo nel prismatico amalgama delle carni e delle sfumature marine dei Bagnanti (1905) e nell'affollatissimo Sulla spiaggia (1910), dove, in assenza dell'acqua, l'elemento con il quale uomini, donne e bambini sprofondano è la sabbia, che richiede per gli abiti una tavolozza diversa, in cui spuntano diverse tonalità di azzurro e blu, nonché il rosa e il viola.

Joaquín Sorolla, Bagnanti (1905)

Joaquín Sorolla, Sulla spiaggia (1910)

Se nel precedente dipinto fa la sua comparsa il libro, un altro tipico oggetto delle vacanze e della spiaggia è posto tra le mani di Maria in Istantanea (1906): la ragazza, seduta su una collinetta di sabbia investita dal vento sulla spiaggia francese di Biarritz, tiene in mano una piccola macchina fotografica, probabilmente una Pocket Kodak (prodotta a partire dal 1896) e sembra quasi che l'introduzione di questa nuova tecnica di cattura delle immagini, che si sostituisce all'immediatezza ricercata dagli Impressionisti nella resa delle luci e delle forme di un preciso momento, segni il passaggio dalla rappresentazione pittorica della vita dei bagnanti all'affermazione della fotografia come il più acclamato oggetto della villeggiatura.

Joaquín Sorolla, Istantanea (1906)

C.M.
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